FRA I DISSENZIENTI DALLA TAV, ANCHE ALCUNI ORGANI ISTITUZIONALI DELLO STATO

POSTATO SU “TEMPI” IL 10.12.2012

Dei motivi originari della escalation dell’esacrabile “muro contro muro” della violenza, in Valle e non solo, ho iniziato a trattare nel blog https://lafilosofiadellatav.wordpress.com. Quel discorso non è ancora concluso.

Ora, vorrei limitarmi qui a far notare che le ragioni di coloro che nel recente passato abbiamo visto mobilitarsi pacificamente, a decine di migliaia, a favore della alternativa possibile alla TAV Torino-Lione, vanno a braccetto con quelle di un organo istituzionale dello Stato, e cioè quell’organo di controllo contabile che è la Corte dei Conti.
Questo il link,
http://associazioni.comune.firenze.it/idra/Corte%20dei%20conti,%20Relazione%2015.12.’08,%20Sintesi.pdf,
ma anche lo scriviamo in chiaro. Questa è una sintesi, ma è disponibile anche il documento originale.

CORTE DEI CONTI
Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato
Risultanze del controllo sulla gestione dei debiti accollati al bilancio dello Stato contratti da FF.SS.,
RFI, TAV e ISPA per infrastrutture ferroviarie e per la realizzazione del sistema “Alta velocità”
15.12.’08
[evidenziature a cura di Idra]
Sintesi
La relazione della Corte riguarda le risultanze del controllo esercitato sulla gestione dei debiti contratti dalla holding
Ferrovie dello Stato e successivamente accollati allo Stato.
In parte detti debiti riguardano investimenti relativi alla rete tradizionale risalenti agli anni novanta, in parte afferiscono
alla operazione Alta Velocità e sono conseguenti all’abbandono precoce del project finance, promosso dalla ormai
disciolta Società Infrastrutture, nata nel 2002.
L’analisi della Corte ha messo in evidenza come, nel primo caso, sia stata posta in essere una sorta di cosmesi contabile
al bilancio FF.SS., accollando all’Erario una consistente tranche del debito della holding, al fine di migliorarne
indirettamente il conto economico.
Nel secondo caso, molto più complesso, è venuta in evidenza la carente istruttoria, che condusse ad adottare uno
strumento di finanza innovativa come la istituzione di un patrimonio separato ISPA per finanziare le
infrastrutture dell’Alta Velocità.
La Corte ha posto l’accento sulle carenze metodologiche del processo decisionale che ha condotto all’adozione
della complessa operazione: nessuno studio di fattibilità attendibile aveva quantificato la vantaggiosità di tale
operazione rispetto al sistema creditizio tradizionale per realizzare gli investimenti.
Il patrimonio separato si è rivelato sostanzialmente inconsistente in quanto basato su ricavi futuri stimati
approssimativamente e, per di più, gravanti direttamente o indirettamente su risorse pubbliche (sfruttamento
delle tratte da parte di gestori, in prevalenza pubblici, di trasporti ferroviari, integrazioni a piè di lista caricate
direttamente dalla legge sull’Erario).
Elemento preoccupante accertato dalla Corte è il mancato collegamento delle gestioni patrimoniali delle società
pubbliche con quelle dello Stato: in particolare gli effetti sugli ammortamenti dei beni e sul patrimonio interessato alle
traslazioni del debito non sono specificati od evidenziati in nessun documento a corredo del bilancio statale. Questo
mancato collegamento impedisce chiarezza e trasparenza sugli effetti delle gestioni manageriali delle holding pubbliche,
caratterizzate da ricorrenti deficit e da operazioni “pulizia” ciclicamente sopportate dall’Erario.
Elementi di forte rischio emergono dai rapporti negoziali attivi e soprattutto passivi ereditati dallo Stato: complesse
clausole finanziarie penalizzano spesso la parte pubblica, la quale, anche a causa della insufficienza di un’azione
conoscitiva di supporto, tende ad eseguire pedissequamente gli articolati contrattuali, senza valutare l’opportunità di
azionare opzioni in essi contenute.
Manca un’azione costante di verifica sull’operato dei manager pubblici, dai quali si ereditano gli effetti delle
decisioni, con il risultato che gravi errori da questi commessi non vengono valutati sotto il profilo di una
ipotetica responsabilità sociale.
L’analisi critica della Corte si sofferma sul mancato rapporto tra l’entità e la durata degli investimenti e quelle
dei beni acquisiti attraverso il pertinente indebitamento. A parte il fatto che nei bilanci privatistici delle Società
interessate a tali operazioni mancano sovente strumenti certi per verificare il rispetto dei vincoli di destinazione dei
prestiti (in molti casi vi è il fondato sospetto che gli stessi servano ad alimentare la copertura di costi correnti), non di
rado la lunghezza di questi collide con i tempi di obsolescenza dei beni acquisiti.
Quel che è più grave, queste operazioni pregiudicano l’equità intergenerazionale, caricando in modo
sproporzionato su generazioni future (si arriva in alcuni casi al 2060) ipotetici vantaggi goduti da quelle attuali.
Sotto questo profilo la vicenda in esame è considerata dalla Corte paradigmatica delle patologiche tendenze –
della finanza pubblica – a scaricare sulle generazioni future oneri relativi ad investimenti, la cui eventuale utilità
è beneficiata soltanto da chi li pone in essere, accrescendo il debito pubblico, in contrasto con i canoni
comunitari.
Dopo avere affermato il dovere di vigilanza e controllo degli uffici dell’Amministrazione statale sui debiti ereditati, la Corte
raccomanda una maggiore trasparenza sulla illustrazione e gestione dei debiti accollati, sottolineando come tali
operazioni, di regola eccezionali, stiano diventando ipotesi periodicamente ricorrenti per alleviare i deficit in costante
espansione delle società gerenti i servizi pubblici.
La Corte sottolinea, altresì, l’esigenza di un raccordo trasparente tra le scritture patrimoniali dello Stato e delle Società
partecipate, al fine di evitare la dispersione improduttiva di consistenti risorse pubbliche.
Viene rilevata, infine, l’esigenza di supportare con puntuali istruttorie ogni decisione in questo delicato settore, sia essa
assunta in ambito societario, che legislativo o amministrativo. Le istruttorie non dovrebbero essere apodittiche o ripetitive
di tessuti normativi criptici, ma caratterizzate da un preventivo studio delle alternative possibili, delle tecniche di
valutazione adottate per le scelte effettuate, dei risultati attesi e dei possibili margini di scostamento.
In definitiva, la Corte raccomanda che la scelta delle modalità degli investimenti sia ispirata ai principi–guida
dell’efficacia, secondo cui la fonte di finanziamento dovrebbe generare le risorse necessarie per farvi totalmente o
parzialmente fronte e dell’efficienza, che dovrebbe indurre a scegliere la soluzione che ottimizza al massimo grado, a
parità di risultati, il costo delle risorse. Ciò nella fondamentale prospettiva dell’equità intergenerazionale, in base alla
quale i soggetti che beneficiano dell’investimento dovrebbero essere anche quelli chiamati a ripagarne i correlati debiti.

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