Berlusconi vs/ Santoro. Chi vince e chi perde

Qualche osservazione sul “duello” di ieri sera ci può essere utile per il momento elettorale, e non solo.

Innanzitutto, come nei migliori concerti rock, il pezzo forte del palinsesto de LA7 è stato preceduto dal “gruppo”, meno famoso, per l’apertura della serata. Impersonato per l’occasione da “Otto e mezzo”, dove la Gruber intervistava D’Alema. Ci ho buttato un occhio, fra un discorso e l’altro a tavola con gli amici. Sono bastate poche battute per avere l’ennesima conferma di quanto dicevo qui due giorni fa, sul bagaglio culturale e politico della sinistra. Come la Storia insegna da sempre, non ci caviamo nulla. Non è questione di persone, per le quali ho il massimo rispetto. Sono proprio le idee radical/material/stataliste – la filosofia – che non funzionano, non possono funzionare.

Il duello vero e proprio  è stato uno “spettacolo”, consentitemi, come non se ne vedeva da parecchio. I talk-show e i dibattiti politici di solito non li guardo, perché il gioco delle parti è sempre il medesimo, le “ricette” per la soluzione dei problemi sociali sempre le stesse. Inefficienti. Mentre, per inciso, in questo blog le idee dei “maestri”, che vi sto proponendo, e che mi ci vorrà ancora un po’ di tempo ad articolare compiutamente, sono decisamente innovative. E risolutive.

Ma, insomma, questo è stato un caso-studio esemplare di battaglia politica, nel quale le puntute armi intellettuali dell’antica arte retorica sono state usate senza esclusione di colpi, da ambo le parti. Berlusconi, solo contro tutti e pur giocando “fuori casa”, da istrione di razza qual è, ha dominato il campo. Bravo Santoro, anche lui grande artista, a cercare di contenere il Cav. con impennate di tono abilmente controllate. La “pecora morta” che Rambo, a cavallo, contendeva ai mujaheddin afghani nella gara del famoso film, era il rimpallo di responsabilità sul profondo stato di crisi nel quale versa il Paese. Impagabile la faccia di Travaglio quando il Cav.  gli ha fatto l’imitazione, elencandogli la lista delle numerose condanne per diffamazione rimediate dal giornalista. Il Cav. ha anche “travolto”, in termini di efficacia, i malcapitati collaboratori di Santoro. I quali, dopo aver aperto bocca poche volte con armi spuntate, sono rimasti attoniti. Molte le battute memorabili, assieme al “colpo di teatro” del Cav., quando si è alzato come per andar via, e invece era una finta. In fondo, resta l’ammirazione personale per questo splendido ultrasettantenne.

Ora, dopo questa cronaca un po’ sdrammatizzante – ogni tanto ci vuole – c’è due ordini di considerazioni, serie, da fare.

Per la prima, è vero quello che Berlusconi ha spiegato benissimo, e cioè che le architetture istituzionali, il bilanciamento dei poteri istituzionali stabilito a suo tempo dai costituenti nell’intenzione di prevenire future derive autoritarie, unito agli attuali meccanismi elettorali che sottendono il peso decisionale dei diversi partiti politici, rendono inefficiente l’azione del governo.

A parte questo, Berlusconi ha detto che, a lui, è stato impedito di governare, ad opera di quella magistratura che si è strumentalmente e slealmente servita della struttura dello Stato per fini politici. A prescindere da quello che egli avrebbe fatto se non vi fosse stata quella distorsione istituzionale,  è difficile dargli torto. Il Cav. ha ricordato che la serie di 65 procedimenti giudiziari impiantati a suo carico è iniziata nel momento preciso in cui lui è “sceso in campo”. Prima, nulla. Ricordiamo bene gli “avvisi di garanzia” a orologeria, come quello al G7 di Napoli, e le sentenze che hanno condannato il Cav. a pagare cifre fantascientifiche, fuori da ogni ordine ragionevole, come i 540 milioni di euro in primo grado del lodo Mondadori, e ora i 3 milioni di euro mensili per alimenti alla sua ex-moglie. Impossibile non restare interdetti davanti alla costosissima macchina montata col “caso Ruby”. Mi chiedo quanti siano gli uomini, in Italia, perseguiti per una vicenda di quel tipo. Ne abbiamo viste davvero troppe, e ancora ne stiamo vedendo, di indebite commistioni fra magistratura e politica. Questo non fa bene alla fiducia nelle istituzioni.

Tutto ciò premesso, passiamo ora ai contenuti  “politici”, nel senso di gestione della “polis”, del pensiero di Berlusconi.

La sua analisi è stata chiarissima: dal punto di vista economico, secondo lui la crisi è questione della contrazione dei consumi delle famiglie. Questa ha creato un “circolo deflazionistico”, nel nostro Paese particolarmente sensibile a motivo della mancanza della mancata “rivoluzione liberale”  istituzionale e di mercato, che a lui le circostanze avverse sopra menzionate non hanno consentito di fare, e per la quale ha chiesto il più ampio consenso agli elettori, per il 24 febbraio prossimo.

Allora, almeno questo è un punto chiaro. Berlusconi, da esemplare politico liberale keynesiano, è fautore della “società dei consumi”, che è poi la moderna esplicitazione del materialismo edonistico. Riconducibile, per nascita, al New Deal  rooseveltiano dei primi decenni del secolo scorso. In realtà, oggi praticamente tutte le parti politiche e sindacali ragionano in questi termini. Tutti auspicano, come un mantra, la ripresa dei consumi e la famosa “crescita”. Lasciando per il momento in secondo piano i primi due “maestri”, il Beato Toniolo e Luigi Sturzo, è Pier Luigi Zampetti che spiega invece come questo

…Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberalcapitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo  che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività. Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto,  della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione. (…) Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo. Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto. L’uomo viene disincentivato, scoraggiato…L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui…L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita  sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003. estratti da pag. 23 e seguenti).

Per chi voglia approfondire il tema, rimando, oltre che naturalmente al piccolo libro dal quale ho estratto la citazione (costa solo pochi euri!…), e che raccomando caldamente, anche al testo-base di questo blog. E’ disponibile in rete anche questa sintesi del pensiero di Zampetti, che ho curato a suo tempo.

Riporto ciò che ho scritto al punto 1 del testo-base,  “la filosofia della TAV”. Cioè che è dunque evidente, e direi che lo intuivamo, anche se non eravamo in grado di farcene una ragione scientifica, che lo “sviluppo” e la “crescita”, impostati in modo statalistico (senza sussidiarietà!) a carico del pubblico erario, sono dunque – in realtà –  una mela in apparenza succosa e splendente, e però avvelenata.

La soluzione, si sa – ancora purtroppo in pochi, ma un po’ alla volta verrà fuori – è una sola, e risiede nel principio di sussidiarietà, del quale la “società partecipativa” zampettiana, nella linea più ortodossa della Dottrina sociale, è esempio luminoso.  E’ solo in questa sede, evidentemente, che possiamo concepire in modo appropriato le adeguate riforme istituzionali, alla cui necessità ha fatto riferimento Berlusconi nel suo intervento a “servizio pubblico”.

Dunque, “crescita” e “sviluppo” impossibili, nella visione corrente, poiché concepiti a carico del debito pubblico. Su questo punto cruciale, da Santoro il Cav. ha bluffato alla grande, e gli è andata bene, quando ha parlato del nostro massiccio debito di 2.000 mld di euro, a fronte del quale a suo dire vi sarebbe però un “attivo patrimoniale” statale di 7.000 miliardi. A questa cosa è attribuito il voto di  “panzana pazzesca” nella bella analisi che ho scovato per voi sul pregevole blog “Pagella politica”.

Giusto per chiarezza, la cifra riportata nell’analisi circa l’ammontare del patrimonio immobiliare dello Stato si riferisce a quello teoricamente vendibile (dai 55 ai 72 mld, secondo la valutazione), che è circa il 10% di quello complessivo. Il resto del patrimonio è impegnato in uso allo Stato, e quindi non può essere venduto. A meno che non si volesse venderlo (a prezzo di saldo, si suppone) per fare cassa, per poi tornarci in affitto, si immagina a caro prezzo! Si tratterebbe, ovviamente, di una soluzione finanziariamente disastrosa, della quale però si è già sentito vociferare. Non ci stupiamo più di nulla.

Interessante notare che, da Santoro, questa era l’unica cosa davvero rilevante che si sarebbe potuta contestare al Cav., e che l’avrebbe messo in seria difficoltà.

Ma nessuno dei presenti l’ha fatto. Ovviamente perché questa cosa, a sinistra (e non solo da quella parte), non sono culturalmente (cultura politica, intendo) in grado di elaborarla.

Santoro e collaboratori avevano pronto il il loro schema precostituito, e sono andati giù con quello, a testa bassa, come sempre, riuscendo a far fare al Cav.  una discreta figura.

Ovviamente, il problema è un altro. Ed è che, in tale contesto, tutti i nodi sociali restano irrisolti. Anzi, sono destinati a peggiorare.

Quindi, perdiamo tutti.

Sul lato umano, prima ho sdrammatizzato. Ma in realtà sappiamo tutti che lo stile del “duello” che abbiamo visto su LA7 “servizio pubblico”, i reciproci sguardi carichi di tensione e di risentimento che abbiamo visto anche dietro i sorrisi, dietro le impressionanti maschere dei volti, non è quanto di meglio possiamo auspicare per la crescita della cultura politica. E’ chiaro che abbiamo ancora un bel pezzo di strada da fare.

A me fanno effetto anche gli impressionanti blocchi di spot pubblicitari che ogni poco interrompevano la trasmissione. La società dei consumi ha un costo elevato.

Dell’azione politica di Monti e della sua prospettiva antropologica ho già scritto diverse volte nel blog, come ad esempio qui. Essa è perfettamente assimilabile, quanto all’adesione alla “società dei consumi” keynesiana, bancarottiera e sacrificante l’anima del popolo, a quella di Berlusconi e della sinistra.

E’ per questo che tutte e tre quelle parti, ovviamente, sono convinte sostenitrici di quella infelice operazione che è la TAV, come spiego in dettaglio nel testo-base di questo blog. Tutte d’accordo, in modo bipartizan, nel bastonare i valsusini, che keynesiani non sono.

La conclusione per noi cittadini-contribuenti è evidente: al momento la buona amministrazione dello Stato non ha, purtroppo, alcuna rappresentanza politica.

Per questo, colgo nuovamente l’occasione di auspicare una riflessione pertinente e un conseguente accordo elettorale, su un nome “altro”, tra quei “corpi intermedi” di buona volontà ai quali è stata ripetutamente rivolta la chiamata a tutelare i valori non negoziabili, affinchè se ne vogliano far promotori davanti agli elettori.

Ai VNN, il “basta TAV”, in Val di Susa e a Firenze, ce lo aggiungo io.

Non possiamo permetterci di perdere altro tempo, se vogliamo provare a evitare il tracollo.

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