Costa Concordia & TAV/sistemi di potere

Oggi vi propongo una concatenazione logica che ci farà fare un lungo tratto di strada.

Intanto, diciamocelo: il nostro, oltre che il Paese degli  scarica-barile, è anche un po’ quello dei capri espiatori.

Viene a galla questa osservazione, nell’anniversario del naufragio della Costa “Concordia”. Infatti ricordiamo bene come da subito, e anche a distanza di un anno, sul comandante della nave si sia appuntato il grosso della pubblica gogna. Giusto. Il comandante è il comandante, e le circostanze erano quelle che tutti sappiamo:  se l’è andata a cercare.

Però, è un po’ troppo facile. Sappiamo infatti che la pratica di avvicinarsi alla costa per “fare l’inchino” era abituale. Già su questo, che, dopo quello che è accaduto, d’acchito è parsa a quasi tutti una follia, ci sono pareri discordanti. Esempio, una realtà qualificata a parlare sull’argomento, come l’USCLAC/UNCDIM, Unione Sindacale Capitani di Lungo Corso al Comando/Unione Nazionale Capitani e Direttori di Macchina, in certo modo difende il comandante Francesco Schettino, loro iscritto e personalmente conosciuto e stimato dal presidente Antonino Nobile. Qui trovate l’articolo completo, dal quale estraggo quanto ha detto Nobile:

Schettino non è un mostro, e il cosiddetto ‘inchino’ è una pratica abituale, nota e praticata da sempre nell’ambito della marina mercantile: si fa generalmente per far divertire i turisti, e talvolta come prova di coraggio. Poi c’è chi è più fortunato e chi lo è meno. Schettino è semplicemente un uomo che lavora, e come tutti i lavoratori ha sbagliato, una volta sola. Ha avuto sfortuna e questa volta è andata male. Ma solo chi non lavora non sbaglia mai”

Allora, mi dico, forse è per questo che non si è verificata quella cosa che ingenuamente  dentro di me avevo auspicato. E cioè che, visto che tutti a bordo – responsabili in seconda del Comando nave, e comunque tutto l’equipaggio – erano al corrente di quello che accadeva, come mai nessuno ha cercato di dissuadere il comandante dall’insistere su quella prassi?… Oppure, chessò, come mai nessuno ha provato a informare, in qualsiasi modo, la Compagnia armatrice su quanto stava accadendo, in modo che venissero impartite dall’alto disposizioni esplicite e puntuali in materia di sicurezza, richiamando all’ordine il comandante?…

Alla luce di quanto affermato dal presidente dell’USCLAC, questo sarebbe forse stato inutile. Oppure persino controproducente, se l’eventuale denunciante avesse avuto il coraggio di firmarsi con nome e cognome. Tra l’altro, se rispondono a verità le notizie che ho trovato in rete, sembra che la Compagnia armatrice fosse già al corrente della pratica. Al punto di farne vanto sul proprio sito web. Tutto sembra combaciare con quanto affermato dal presidente dell’USCLAC.

D’altronde, la cosa era talmente manifesta – giustamente, voleva esserlo! – che, anche a terra, al Giglio, tutti sapevano. Cittadini, autorità civili, autorità portuali. Ciascuno, per quanto gli spettava, avrebbe potuto tempestivamente segnalare, ed eccepire, sulla prassi in argomento.

Insomma, mi pare che ci siano responsabilità, a vari livelli, ampiamente condivise. Per questo parlo di capro espiatorio, e anche mi viene un sorriso amaro, quando leggo su questo sito web che il comandante Schettino rischia una condanna fino a 2697 anni di carcere! I paradossi non finiscono mai.

D’altronde, che questo fosse il trend prevalente si era capito fin da subito, a veder girare in ogni dove la registrazione del dialogo tra il comandante della “Concordia” e la Capitaneria del porto di Livorno. Addirittura c’è chi, come il comico Maurizio Crozza, ha fatto del capro espiatorio Schettino il tema di uno sketch. Visto nella trasmissione “Italialand”, su La7. Pessimo gusto, in ogni caso,  e pesante caduta di stile. Però ho visto, sempre in rete, che Crozza ha avuto moltissimi consensi. Ciò dimostra come la tendenza a “capreggiare”, piuttosto che andare a vedere le vere ragioni di certi eventi, sia purtroppo assai diffusa nell’opinione pubblica.

Quali conclusioni possiamo trarre dalla vicenda? Intanto, comincerei col dire che non sono d’accordo su quanto affermato dal presidente dell’USCLAC, e più precisamente su dove lui dice che l'”inchino” si fa si fa “generalmente per far divertire i turisti”, e che  “Schettino è semplicemente un uomo che lavora”. Guardandomi bene dal voler far moralismo, quello che voglio dire è: è mai possibile che dobbiamo “lavorare”, ma soprattutto “divertirci” in questo modo?

Mettiamoci un altro elemento: paradossalmente, questa pur disgraziata vicenda è andata ancora bene. Ci sono state 33 vittime. Se, però, per qualunque caso fortuito o evento incontrollabile successivo all’impatto, o manovra non riuscita, la Concordia non si fosse appoggiata agli scogli, ma si fosse venuta a trovare anche di poco lontana dalla costa… ebbene, si sarebbe capovolta. Come è spiegato tecnicamente in questo blog marinaro.  E le vittime si sarebbero potute contare a migliaia. Tra l’altro squalificando ancor di più agli occhi del mondo, se possibile, questo nostro sfortunato Paese, che appare sempre più sgangherato e non in grado di gestirsi in modo civile. 

Ma atteniamoci alla realtà. C’è dunque una sorta di “infantilismo sociale” in questo modo di concepire il “divertimento”, che per un pelo non ha causato la più grande tragedia nella storia universale della marineria civile, e forse anche della marineria tout court, riferita a una sola nave, includendo anche gli eventi bellici.

Detto che tale “divertimento” necessita di una adeguata concezione di “lavoro” posta al suo servizio, che possa concretizzarlo, ecco che improvvisamente ci siamo portati vicinissimi al nocciolo della questione.

Il di-vertere significa distrarre, distogliere l’attenzione da qualcosa. Ma non è forse esattamente questa l’intenzione della società dei consumi generata dall’ideologia del materialismo edonistico?  Distogliere l’attenzione, sì, ma da cosa? Cari amici, se avete avuto modo di seguire questo blog, sia nel suo testo centrale che nelle diverse riflessioni che ho postato nel tempo, avrete già intuito che il sistema di potere , con le mille luci, i mille specchietti pubblicitari e le raffinate tecniche persuasive della società dei consumi, devia metodicamente  l’attenzione della persona, del popolo delle famiglie… in ultima analisi, la distoglie dalla soggettività globale  – politica ed economica – che la persona e le famiglie dovrebbero, ontologicamente, esercitare.

O, se vogliamo, il sistema di potere devia l’attenzione del popolo da quelli che sono i valori non negoziabili: soggettività integrale della persona e difesa della vita, della famiglia e del matrimonio naturale. Soprattutto, dal punto di vista operativo, distoglie l’attenzione dalla libertà di educazione, dalla necessità impellente del buono-scuola. La libertà di educazione è infatti la via maestra per promuovere i suddetti valori non negoziabili. Anzi, per promuovere tutto quanto di buono necessità la società.

Oppure ancora sintetizzando, potremmo dire che il sistema tende a distrarre l’attenzione del popolo delle famiglie dal principio di sussidiarietà, per il quale tutte quelle buone cose si possono effettivamente realizzare. Diciamo che, al momento, questo disegno diversivo (-eversivo!…)  sta riuscendo molto bene. Tant’è che, anche nella tornata elettorale in corso  in questo momento così drammatico per il nostro Paese e non solo, di sussidiarietà si parla poco o punto. Specie nei programmi delle principali forze protagoniste della contesa elettorale, fra le quali il suddetto principio trova nemici acerrimi, anche trasversali nei diversi schieramenti.

In buona sostanza, è proprio questa tendenza alla sopraffazione espressa dalla modernità neo-illuminista verso l’uomo, ad essere al centro dei ragionamenti di questo blog. Tengo a precisare che capisco che il termine che ho usato, la critica al sistema di potere, possa dare adito, in qualche lettore, al sospetto di una genesi del ragionamento di stampo anarchico. In realtà è l’esatto contrario. Nel blog infatti mi avvalgo degli insegnamenti di alcuni maestri che si rifanno, nel modo più ortodosso, alle linee antropologiche suggerite dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Essi spiegano come la spiacevole realtà oligarchica appena descritta si concretizzi, in modo integrato, su piani diversi. Non solo su quello spirituale, etico e morale, ma anche su quello democratico, istituzionale, economico, finanziario e del lavoro.

Non che, per aderire ai valori non negoziabili e al principio di sussidiarietà si debba essere per forza cattolici. Tutt’altro. Quei valori sono infatti anche pienamente “laici”, cioè potenzialmente condivisibili da qualunque uomo di buona volontà, in quanto si fondano pienamente sul diritto naturale. E’ anche però un dato di fatto che, nella concreta realtà storica, abbiamo visto solo la Dottrina sociale a difendere l’uomo, che si trova tra l’incudine del liberalismo e il martello della sinistra radicale, e a suggerire alla sua libertà l’unica strada per il suo vero bene. Tutto questo imponente e sofferto movimento storico si sviluppa nelle dinamiche della necessità di un profondo rinnovamento della nostra società, nell’ottica della “società partecipativa” di matrice zampettiana.

Per quanto riguarda la TAV, ebbene, qui sono sintetico, poichè tutto il blog è dedicato a questo tema, nelle sue varie declinazioni. I sistemi di potere che abbiamo visto in azione nella vicenda della “Concordia” sono, come è logico, esattamente i medesimi che agiscono nella vicenda TAV. Per chi vi si accostasse, combinazione, per la prima volta in questo blog, rimando a questa sezione del blog,  e a quest’altro testo, prodotto dalla Comunità Montana della Val di Susa e Val Sangone.

Per Schettino, vedremo la sentenza al processo.

Ho visto al TG3 Toscana diverse interviste alla gente del Giglio, in occasione dell’anniversario. Fra la gente la voglia di veder sparire in fretta il relitto è tantissima. Legittimo e comprensibile, certamente. Osservo però che pericoli di inquinamento non ce ne sono più, perché la nafta dai serbatoi è stata completamente aspirata. E francamente ora il relitto, più che un pericolo per la prossima stagione turistica,  mi sembra un’attrazione turistica. Ci vorranno ancora tempo e soldi, molti soldi.    

Alla luce di quello che ho scritto in questo post, questa cosa, più che il desiderio di rimozione di un rottame, mi suona come la voglia di rimozione dei grandi pesi che abbiamo sull’anima. Ma non sarà facile. Quelli, sono ancora più ingombranti della carcassa della “Concordia”.

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