Per il lavoro in Europa, sussidiarietà e “società partecipativa”

Questo post parlerà di euroburocrati tendenti all’assistenzialismo, e di giornali di “ispirazione cattolica”  che li accompagnano su questa china scivolosa.

Abbiamo bisogno di un base di diritti sociali minimi per i lavoratori, inclusa naturalmente una cosa essenziale: un salario minimo obbligatorio in tutti gli stati membri dell’Eurozona. Altrimenti perderemo il sostegno delle classi lavoratrici, per dirla con Marx».

Così si è espresso il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, nella sua ultima audizione in veste di presidente dell’Eurogruppo di fronte alla Commissione Affari economici del Parlamento Europeo a Bruxelles.

In effetti la dichiarazione, di apparentemente nobile stampo, scade un po’ nella sua motivazione finale, quella per cui

Altrimenti perderemo il sostegno delle classi lavoratrici, per dirla con Marx.

A fronte, c’è la chiosa con la quale “Avvenire”, l’11 gennaio scorso, ha commentato la notizia:

Juncker (…) ha deciso di lanciare la sua visione politica europea, rivendicando l’urgenza di occuparsi finalmente di equità sociale e solidarietà. Un discorso di peso, quasi un programma per l’Ue (…)

Equità sociale? Solidarietà?… sicuro?

A parte che la Storia dovrebbe aver insegnato che a dar retta a Marx si va poco lontano, come dicevo, la china è sdrucciolevole. “un salario minimo obbligatorio in tutti gli stati membri dell’Eurozona”, propone l’alto euroburocrate. Questo genere di stampella assistenzialistica non risolve il problema, quando il lavoro non c’è e, come accade in Italia, quando le imprese subiscono una pressione da parte del fisco tale da costringerne molte alla chiusura. A peggiorare la situazione accade poi che, come nel caso della TAV, lo Stato spende malissimo i soldi delle tasse.

Prima di trarre le conclusioni del ragionamento di questo post, andando per sintesi, riprendo ora il titolo in prima pagina dell'”Avvenire” dello stesso 11 gennaio, che recita

Barroso: emergenza finita”

mentre il relativo catenaccio recita a sua volta:

Il presidente della Commissione ottimista sull’Eurozona. E Draghi: ripresa già quest’anno”

Ma perché mai dovrebbe essere finita l’emergenza, nel bel mezzo della quale hanno contribuito non poco a portarci proprio quelle politiche condotte dai tardivi pompieri? E’ davvero cambiato qualcosa, perché la crisi debba finire ? E se sì, cosa? E perché, ugualmente, dovremmo attenderci la ripresa, specie “già quest’anno”?…

Bisogna essere realisti. Ogni tanto è bene rinfrescare la lezione di Pier Luigi Zampetti, quando il grande intellettuale del ‘900 diceva che

L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via”, Rubbettino, 2002)

La crisi, quindi, lungi dal passare – essendo strutturale e globale, politica ed economica al contempo  – è destinata ad acuirsi. Fino a quale epilogo? Fino al collasso finale del sistema, se non si invertirà la marcia, dando spazio al principio di sussidiarietà, così compiutamente espresso da Zampetti nell’idea di “Società partecipativa”. Un’idea innovativa e risolutiva, nel solco della più ortodossa Dottrina sociale, e misteriosamente rimasta sepolta per decenni. E’ noto che  sono in molti a fare la critica al sistema, ma quanti sono coloro che propongono una soluzione attendibile, che ci porti ad un vero progresso?

Abbiamo bisogno di proposte costruttive, che vadano al di là del problema contingente, non del genere di quella di Juncker, che gioca furbescamente di rimessa.

In Zampetti la soluzione è ben presente. Conviene che io tratteggi questa prospettiva futura trascrivendo la nota di copertina del suo libro La società partecipativa (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?
È la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili “centrali energetiche”.
La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione economica partecipata. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Ho evidenziato il tema del “lavoro per i giovani”. Non è ciò che cercavamo? Credo si possa cogliere, anche da queste poche parole, la novità della proposta, che merita di essere urgentemente approfondita, se non vogliamo finire a picco.

Quanto a questa Europa, è ormai evidente agli occhi di tutti che l’errore capitale è stato quello, di stampo dirigista, di volerla far nascere dal tetto, cioè dalla moneta unica – che ora  mostra tutta la sua strutturale intrinseca debolezza – anziché dalle fondamenta, e cioè da quella concretissima consonanza ideale tra i popoli, della quale solo la nostra antica tradizione greco-giudaico-cristiana può essere il cemento  che non si sgretola.

Su questo, non sarà mai troppo tardi per cominciare a lavorare di buona lena!…

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7 pensieri su “Per il lavoro in Europa, sussidiarietà e “società partecipativa”

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