L'”agenda” in-giusta di Bersani

Siamo freschi dall’aver sfogliato le agende di Monti e Berlusconi, che ne sono uscite maluccio, come scrivevo in questo post. Per par condicio diamo un’occhiata anche a quella di Bersani. Il destro ce lo da’ un articolo su Avvenire, dove il 20 gennaio leggiamo a pagina 8 che

…Infine, Bersani detta la sua agenda in caso di vittoria. E “la prima cosa che voglio fare sono i diritti”. Segue un elenco che più che a Monti guarda a Vendola: “Un figlio di immigrati, ora non è un immigrato, né un italiano, diventi un italiano. A questo aggiungo la parità di genere, i diritti dei lavoratori a partecipare al meccanismo delle imprese, il diritto delle unioni civili per gli omosessuali”

Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda la cittadinanza italiana ai figli degli immigrati, più ragionevole di quella di Bersani mi sembra la proposta espressa da Giovanna Zincone su “La Stampa” del 29 gennaio:

…Ma se non convincono le motivazioni di chi, in materia di cittadinanza, non vuol concedere nulla, suscitano dubbi anche quelle di chi vuol dare tutto e subito. Quest’ultima è la posizione dei promotori del referendum di iniziativa popolare: la loro legge attribuirebbe la cittadinanza ai figli di immigrati che hanno un soggiorno regolare anche solo da un anno. Mi sembra poco per stabilire se quella famiglia con il suo bambino vorrà davvero vivere nel nostro Paese, né mi sembra in grado di far quagliare intorno a sé una maggioranza parlamentare. C’è spazio però per soluzioni bipartisan intermedie, già emerse, che collegano la concessione della cittadinanza a un ragionevole tempo di soggiorno regolare dei genitori o del bambino stesso”.

Mi pare ispirata a giusta prudenza anche questa considerazione di Vittorio Bertola del Movimento 5 Stelle di Torino, datata 20 gennaio:

Personalmente, rispetto alle proposte della campagna, avrei preferito qualche cautela in più per la concessione automatica della cittadinanza ai bambini; ad esempio che almeno un genitore sia residente in Italia da almeno qualche anno (come in Germania, dove gli anni di residenza sono 8) oppure che il bambino svolga in Italia almeno le scuole elementari, concedendogli la cittadinanza a 11 anni.

In materia di cittadinanza agli immigrati in generale, è comunque nota la tendenza della sinistra a farsene alfiere per accattivarsi il voto dei nuovi cittadini. E ciò, anche a costo di non voler vedere l’aria magra che tira nel nostro welfare, e rimuovendo i rischi di non  sicura integrazione – anche senza volerci riferire al clima che si respira in certe banlieues parigine, o in certi sobborghi di Londra, dove vige il “diritto islamico”. Quella delle super-concessioni agli immigrati è una politica che si è giocata, negli USA, anche Obama, come approfondisce questo interessante articolo de “La Bussola quotidiana”.

Circa la parità di genere, si tratta di uno dei noti grimaldelli per promuovere l’omosessualità nella società, la quale poi ne viene disgregata a motivo della frattura antropologica da essa aperta nella persona e nella sua prima cellula: la famiglia.

Benedetto XVI nel suo ultimo messaggio di Natale ha denunciato l’identità di genere e il matrimonio gay, dicendo che essi hanno distrutto l’ “essenza della creatura umana.” In uno dei suoi discorsi più importanti dell’anno, il Papa ha sottolineato che l’identità di genere di una persona è data da Dio ed è immutabile. I tentativi ideologici di alterarla sono quindi una “manipolazione della natura.”

Ma, quello che è davvero molto, molto interessante nell’agenda Bersani, e che mi pare nuovo rispetto alle consuete e già viste indicazioni omosessuali della sinistra, è dove il segretario del PD parla dei  diritti dei lavoratori a partecipare al meccanismo delle imprese. La riporto come è scritta, un po’ generica, ma sempre una bomba.

Se chi mi legge ha avuto modo di sfogliare un po’ questo blog, avrà visto che sono uso far rientrare il discorso del problema TAV nell’ambito della Dottrina sociale, uno dei cui pacificamente rivoluzionari pilastri è, in prospettiva, la partecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa. Una cosa non nuova, per la Dottrina, ma rimasta sepolta sotto la polvere della Storia, e rispolverata in tempi recenti da quel grande intellettuale del ‘900 che è stato Pier Luigi Zampetti. Che poi è morto, nel 2003… beh, credevo di avere il non invidiabile privilegio di essere il solo a ragionarne, finché non è spuntata l’agenda del segretario del PD.

Che dunque Bersani si sia convertito alla Dottrina sociale?… in realtà, la questione è ben diversa. Così scriveva Zampetti:

Devo rilevare che non ci può essere una vera sovranità popolare, come meglio vedremo in seguito, senza un capitalismo popolare inteso come un capitalismo che assicuri a tutti i lavoratori la comproprietà dei mezzi di produzione, la quale richiede un cambiamento sia nel sistema sociale sia nel sistema politico-istituzionale.
Questa è la ragione che mi induce a parlare di partecipazione
popolare al potere come un’alternativa al capitalismo
individualistico e al socialismo collettivistico…” (Partecipazione e democrazia completa, Rubbettino, 2002 pag. 39)

Bisogna stare attenti a come si intende la “partecipazione” autentica, che non si dà secondo il materialismo storico proprio della sinistra, ma tramite lo spiritualismo storico zampettiano. Cito dalla nota di copertina del libro di Zampetti “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.

Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Chi fosse interessato ad approfondire il tema, può riferirsi a questo testo riassuntivo del pensiero di Zampetti, da me curato, dove la partecipazione del lavoratore al capitale d’impresa è trattata a pag. 7.

Comunque, benissimo che se ne parli, così si cominciano a smuovere le acque stagnanti.

Ciò premesso, l’auspicio di Bersani, a pelle e visto il pulpito dal quale proviene, mi evoca piuttosto la presa di potere sulle aziende, da parte di lavoratori ideologizzati. Ciò non avverrà, naturalmente. In questo senso quella di Bersani è una finta, perché la sinistra è  statalista e dirigista, e la partecipazione senza “spiritualismo storico” non può funzionare, come la Storia ha dimostrato.  Non è così che funziona il principio di sussidiarietà, al quale la partecipazione del lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa si ispira. Lo scopo della partecipazione non è la “presa di potere” sulle aziende da parte dei lavoratori, ma è il pieno sviluppo della vocazione e della dignità della persona umana  (che intanto non è – per certo – compatibile con l’omosessualismo), e la vera, potente crescita in progresso della società, grazie all’accrescimento delle “centrali energetiche” umane indotto dalla dinamica partecipativa.

E con questo abbiamo giudicato anche l’ultimo punto principale dell’agenda bersaniana, quello del diritto delle unioni civili per gli omosessuali, che a sua volta è un sottordine al matrimonio gay, che evidentemente il Segretario del PD non ha avuto il coraggio di mettere per esplicito.

Se dunque le agende di Monti e Berlusconi erano assolutamente criticabili, quella di Bersani – nei fatti e nelle intenzioni – è ancora peggio. Anche nel poco buono vi è, infatti, una graduatoria.

Dei ” pesci piccoli” non vale la pena di parlare. Essi sono infatti variamente a rimorchio dei tre “pesci grossi” già citati. Saranno questi ultimi a dirigere la musica – se il verdetto delle urne glielo consentirà, vista la reazione del barocco meccanismo elettorale vigente, mixato con lo sfaldamento del bipolarismo.

Tra l’altro, al TG2  serale di ieri ho sentito Bersani dichiarare che per abbattere il debito bisognerà “vendere qualcosa del patrimonio pubblico”. Proprio come hanno detto Berlusconi e Monti. Tutti e tre fanno finta di non  sapere che, a fronte di una rata annuale di soli interessi che ammonta minimo a 85 miliardi di euro,  l’INTERO STOCK del patrimonio immobiliare demaniale vendibile, in quanto non utilizzato direttamente dalle amministrazioni dello Stato e quindi disponibile, è stimato a una cifra oscillante tra i 55 e i 72 mld di euro. Quindi non copre nemmeno gli interessi.

Inoltre, i nostri tre protagonisti sono tutti rigorosamente e keynesianamente PRO-TAV. La Torino-Lione, tanto per dare un’idea, costerebbe dai 20 ai 100 mld di euro. Sarebbe probabilmente il colpo di grazia per le casse dell’erario.

E così, il cerchio si chiude. Dal “test” delle agende risulta dunque che, anche a questa tornata elettorale, i valori non negoziabili, la sussidiarietà e il buon governo non hanno rappresentanza politica.

Ci sarebbero ancora tante cose da dire. Esempio, nella pagina successiva dello stesso numero di Avvenire, leggiamo che Carlo Dell’Aringa, economista dell’Università cattolica, è candidato di punta del PD. Così il quotidiano sintetizza le sue dichiarazioni:

la UE deve togliere il piede dal freno. Necessari eurobond e investimenti.

C’è poi un virgolettato di Dell’Aringa, dal quale estraggo:

“ora meno rigore in tutta Europa”

E’ il solito keynesismo del quale ragiono in ogni dove in questo blog. Perdipiù portato avanti, da un prof. cattolico, nel partito più materialista e omosessualista che ci sia. Con quel ne consegue secondo BXVI, e anche secondo ragione.

Concludo voltando ancora pagina di Avvenire – quotidiano talvolta criticabile su certi  temi, ma come vedete ricco di spunti – e alla n. 11 leggo che il “Forum delle Famiglie” chiede a tutti i candidati un impegno preventivo su lavoro, scuola, fisco e famiglia. Il “Forum” segnalerà i candidati che avranno aderito postivamente all’appello.

Questa è una buona cosa. C’è però il problema che con il sistema elettorale vigente le liste sono preconfezionate dai partiti, e quindi il fattore-preferenza è parecchio diluito.

Seconda, come si è visto dalle “agende”, i tre partiti principali hanno “fatto cartello”. Quindi tenderanno come al solito a fare come vogliono loro, senza preoccuparsi troppo delle buon lobbismo del “Forum” in favore dei valori non negoziabili. Esempio, nessuna delle possibili alleanze ci darà, nemmeno questa volta, quella cosa vitale che è il buono-scuola per la libertà di educazione. Anche se quello strumento darebbe certamente luogo a una virtuosa competizione sulla qualità educativa tra scuola statale e non statale. E farebbe, al contempo, risparmiare un bel po’ di soldi all’erario. Ma si sa, non interessano, allo Stato, certi risparmi.

Ha da passà ‘a nuttata.

 

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5 pensieri su “L'”agenda” in-giusta di Bersani

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