MPS Monti-Bond/Monti: “contrordine compagni”?Magari!…

Ragionavo, non più tardi di ieri, sul “black hole” sul quale è in bilico il Monte dei Paschi di Siena.

La grossa novità, almeno mediaticamente, è che notte scorsa, da Lerner a “Z”, Monti ha detto che l’operazione MPS/bond per 3,9 mld, dei quali 1,9 in condominio col Governo Berlusconi (rinnovo dei Tremonti/bond, emessi nel 2009)… potrebbe non essere necessaria. Bene, benissimo!… Sarebbe un grosso risparmio per l’erario, in un momento notoriamente difficile.

Monti ha anche ricordato che il Monte pagherà la rata di interessi al tasso, piuttosto massiccio da coprire, del 9%, con altri bond. In effetti, questo non mi sembra un grande argomento. Se il Monte non ha nemmeno i liquidi per pagare gli interessi, come farà mai a pagare le quote di capitale?

Ma, per estrema chiarezza, visto che il gioco sembra farsi sempre meno corretto, non è che – in primis –  faccia piacere che una azienda, quale che sia, grande o piccola, di storica o recente fondazione, debba fallire. Mancherebbe altro.  Solo un avvoltoio potrebbe augurarselo. Il punto è che, però, vi è una questione di responsabilità, e anche di correttezza, verso i cittadini.

Il Monte non è fallito, come  giustamente è stato detto. Ha del patrimonio. Bene. Però, per quel che è dato sapere, fatto è che la banca si è esposta, in modo indebito e per cifre macroscopiche, in operazioni in apparenza spericolate:  l’acquisto di Antonveneta per una cifra incongrua, e quella recente sui derivati. L’ammontare delle suddette manovre peraltro non è ancora chiaro – e questo è male – come ancora non sembrano trasparenti le dinamiche delle operazioni in parola.

Ora, è un atto di buon governo, “aiutare” con i soldi del contribuente, in questo periodo piuttosto torchiato dal fisco, una grande azienda in crisi di liquidità, per evitarne il fallimento? In questo momento storico, la cosa potrebbe avere un senso, se l’azienda avesse una base patrimoniale tale, e una prospettiva di riprendere a camminare con le proprie gambe e restituire il prestito, da far sì che, nell’intervento, i soldi dello Stato non andassero a fondo perduto.

Ho detto “in questo momento storico”, perché la faccenda ha implicazioni ben più complesse. Potremmo infatti chiederci: perché il Monte dei Paschi e l’Ilva sì, e la piccola azienda di un imprenditore onesto, ma che è stato castigato dalla congiuntura sfavorevole e spremuto oltre misura dal fisco, no? Il che sarebbe una considerazione ragionevole. Questa è l’ennesima conferma che, in realtà, trattando di questi argomenti, che sia il Monte piuttosto che la TAV o la FIAT, siamo costretti a  tornare costantemente al fulcro della situazione: e cioè che il buon funzionamento o meno della finanza, del mercato, del lavoro e dell’economia nel suo complesso, e quindi in sintesi il buon funzionamento della società e il ben-essere dell’uomo, dipendono dal principio di sussidiarietà  e dallo sviluppo della “società partecipativa”. Siccome questi due fattori fondanti al momento latitano, le cose non possono che andar male. In questo “già e non ancora” di elaborazione sociale, nel quale la sussidiarietà fatica a prendere corpo, poiché ovviamente vi sono delle forze stataliste disgreganti che vi si oppongono, è dunque inevitabile che – per sopravvivere – vi siano parzialità tra la sorte del “grande” e quella del “piccolo”, il quale, paradossalmente, si trova a dover sovvenzionare il primo! Però questo non è un orizzonte storico strutturalmente accettabile. Anzi, così si va tutti in bancarotta. Dobbiamo dunque essere consapevoli che si tratta di una situazione transitoria, considerata nell’ambito della storia dell’umanità, e quindi attivarci per farla evolvere positivamente in senso sussidiario. Per chi volesse approfondire l’argomento della “società partecipativa”, rimando a questo testo da me curato, che fa sintesi della lezione di quel grande intellettuale ed economista del ‘900, che è stato Pier Luigi Zampetti.

Chiusa questa indispensabile parentesi chiarificatrice, torniamo al Monte. Il cui caso è diverso da quello teorico, di una azienda diciamo ben amministrata, ma che ipotizziamo penalizzata da circostanze di mercato sfavorevoli. Sembra infatti che, da quanto vediamo sui media, il Monte si sia messo nei guai da solo. Per la banca, il problema è che 4-5 miliardi di euro di bond da rimborsare a scadenza sono una somma spaventosa, specie al tasso del 9%, vantato da Monti a “Z” come un buon affare per lo Stato. Anzi, in questo frangente, sembra quasi un saggio “da strozzo”. E’ vero che il debitore “pericoloso”, giustamente, paga un saggio di interesse elevato,  perché deve coprire anche il rischio dell’investitore. Però nel caso specifico, più che il rischio, pare ci sia già – spiace dirlo – la quasi certezza che il debitore non ce la possa fare a mantenere i suoi impegni. Infatti,  “Avvenire” riferiva (6 dicembre scorso), che Standard & Poor ha tagliato il rating del MPS, portandolo a livello “junk”, spazzatura, con “outlook negativo”. A questo punto si capisce bene perché il decreto Monti sulla spending review prevedesse appunto che i MPS Monti-bond, se non onorati a scadenza, fossero rimborsati in azioni. Un’ipotesi dunque assai probabile, che farebbe entrare il Tesoro con il 16 per cento in MPS, facendolo così il secondo azionista dopo la Fondazione (che è al 34, 9 per cento).

Ma se è vero quello che dice la nota agenzia di rating, il problema è che lo Stato spenderebbe fino a 5 mld di euro, per entrare come azionista al 16% in un bidone della spazzatura. E questo non va bene per niente. Questa non sarebbe una azione di “buon governo”, come potremmo dire – ironia della sorte – evocando i famosi affreschi di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico, giustappunto,  di Siena. E poi, lo Stato azionista in una banca “privata”? C’è conflitto di interessi. Quali interessi dovrebbero tutelare i rappresentanti dello Stato che siederebbero nel Consiglio di amministrazione del Monte? Quelli degli altri azionisti o quelli del contribuente? A quale parità di concorrenza sarebbero improntati i rapporti con gli altri Istituti di credito? La storia della Repubblica ha già dato eloquenti insegnamenti sulle strutturali idiosincrasie delle “partecipazioni statali”. Ma anche, questo Stato, che ha 2.000 mld di euro di debito, e che quindi non ha dato grande prova di sé , non sembra la figura più adatta a gestire l’emergenza-Monte. Ci starebbe, infatti, che l’uno tiri l’altro  ancor più a fondo. Quindi, che senso può avere questa operazione?

Per tutti i suddetti motivi, mi pare quindi estremamente scorretta l’ambigua affermazione fatta da Monti a  “Z”. Se un governo prima impianta, e poi decide una operazione di questo tipo e di questa portata, deve essere in grado di sapere se effettivamente vi sarà dato corso, in quanto necessaria, oppure no. Anche perché non manca molto tempo alla definizione della pratica: appena un mese circa. Quindi, non è presumibile che in tale orizzonte temporale i parametri dell’operazione debbano vedere cambiamenti determinanti.

Fornisca allora piuttosto Monti, ai cittadini contribuenti, una sintesi di dati patrimoniali – attendibili, però – che li convincano circa la ragionevolezza dell’operazione. Se vuole essere credibile. Al momento non lo è. Anzi, l’impressione, a vedere da fuori, è che stia semplicemente cercando di guadagnare tempo. In tal modo, già da subito, non ci sta facendo una gran figura.

Nell’operazione MPS  sembrerebbe quindi profilarsi una sconfitta dell’interesse pubblico, su tutta la linea. I tempi della vacche grasse sono finiti. Anzi, è proprio a motivo di politiche di questo genere,  già abbondantemente viste in passato – e per la verità purtroppo anche al presente, con la TAV – che anche lo Stato medesimo si è portato, drammaticamente, sull’orlo della bancarotta. Sarebbe bene cominciare a guardare in faccia la realtà, prima di esserne travolti.

Meglio allora, dicevo, che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Serve uno “scatto di reni” di dignità. Se il Monte non è grado di onorare i propri impegni, non è lo Stato che può rimediare la situazione. Che tra l’altro si trascinava, subdolamente e silentemente,  fin da troppo tempo. Sindaci revisori e Banca d’Italia si sono dimostrate strutture costitutivamente fallaci. E’ stato detto che il Monte non ha prodotto, per farsi autorizzare, una documentazione veritiera. Questa è una argomentazione insostenibile. Non abbiamo una Guardia di Finanza, che, per mestiere, controlla la contabilità delle aziende? Non è che la GdF dà per buono quello che l’azienda gli fa vedere nei suoi libri. Lo va a controllare nella sostanza. Quello che si fa così scrupolosamente sul piccolo, non siamo in grado di farlo per il grande? Allora, se non siamo capaci, facciamo un altro lavoro.

Dunque, dichiari il Monte la sua situazione, si facciano le adeguate verifiche sulla consistenza patrimoniale, e – se si vuol fare davvero l’interesse della banca e quello della città di Siena – si cerchi un investitore affidabile, disposto a rilevare l’impresa.

Se questo Stato, così spesso retorico e ridondante, vuol essere minimamente credibile, mandi anche a casa, in blocco, coloro che hanno ridotto l’antico e nobile Istituto nelle presenti condizioni. Poi, dispiace, ma si dovranno anche valutare le responsabilità dal punto di vista della legge.

Non c’è molto da aspettare, per vedere se quel plurimo sussulto di dignità ci sarà effettivamente. Ci aggiorniamo da qui a un mese.

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