Il caso Ingroia dimostra -anche! – il fallimento delle Regioni, e del “Senato delle Regioni”

Essi cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrà bisogno d’essere buono».

Siamo tutti a conoscenza degli ultimi sviluppi del caso Ingroia. Fra le varie fonti possibili per l’approfondimento, lascio la parola a Danilo Quinto, in questo dettagliato articolo  su “la Nuova Bussola quotidiana”.

Da parte mia, vorrei in primo luogo osservare che il magistrato siciliano non mi sembra in grande forma. Ho l’impressione che gli siano mancate persone vicine, che volessero il suo bene e perciò lo dissuadessero a mettersi in imprese del tutto sconsigliabili. D’altronde, Ingroia è un pezzo che ha fatto le sue scelte. Lasciandosi purtroppo trascinare dal cavallo imbizzarrito dell’ideologia giustizialista.

Detto questo, gli ultimi sviluppi della vicenda che lo ha visto protagonista hanno assunto toni farseschi, al punto che un noto comico ne ha fatto argomento dei suoi strali. Ovviamente, problema è che assieme alla commedia vi  è stata non poca tragedia. L’articolo di Danilo Quinto fa riferimento infatti ai casi Contrada, Dell’Utri, Mori e Di Caprio, per citare solo quelli più noti.

Specie in riferimento agli uomini dello Stato, e quindi alla struttura dello Stato (che già è messo malissimo di suo), il cavallo dell’Apocalisse giustizialista ha fatto danni spettacolari.

Nessuno, interno o esterno al potere giudiziario, è stato in grado di contenere questa deriva. Che, come è noto, non vedeva unico protagonista il magistrato siciliano, ma ne conta tuttora folte schiere.  Scrive Danilo Quinto nel suo articolo che

Chissà cosa ne penserà Ilda Boccassini sulla scelta di Antonio Ingroia, di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio di Amministrazione della Riscossione Sicilia S.p.A.. Il pubblico ministero di Milano non è persona che le manda a dire e già durante la campagna elettorale aveva dichiarato: “Come ha potuto paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra i due la distanza si misura in milioni di anni luce. Si vergogni”.

In realtà, sono in tanti a doversi vergognare,  eppure non ci pensano  nemmeno lontanamente, come scrivevo qui, solo pochi giorni fa.

Fatto è che la potenza del giudiziario  è assolutamente incontenibile e incontrollabile. Nel nostro Paese abbiamo assistito impotenti (noi) al farsi, da parte di certa magistratura, anche potere legislativo, interpretando a suo modo le leggi, ed infine esecutivo, nei molti modi che sapete. C’è abbondanza di casi in ogni ambito della vita sociale: dalla bioetica, al diritto di famiglia, all’eutanasia, alle vicende politiche, patrimoniali e personali di un ex-Presidente del Consiglio, alla vita di aziende anche importanti, alle vicende legate al confronto politico in generale.  Non ci è di molta consolazione il sapere che ciò avvenga non solo in Italia, ma perfino nella prima democrazia del mondo: gli USA. Per il relativo approfondimento, rimando a questo articolo su TEMPI. Quanto sopra, pur con tutti i grandi limiti strutturali che caratterizzano la democrazia rappresentativa, e che sono correntemente trattati in questo blog. Tornando alla casistica di cui sopra, mi corre l’obbligo di ricordare anche, last but not least  seppur praticamente sconosciuto e taciuto, quella annessa alle vicende della c.d. Fallimentopoli.

Si sa che il potere politico, che, sempre con i limiti della democrazia rappresentativa, gode quantomeno della delega elettorale conferitagli dai cittadini, non è stato in grado di intervenire efficacemente nell’ambito della riforma della giustizia. Ciò a motivo della particolare autonomia e indipendenza che, per motivi storici particolari legati a quei tempi drammatici, i fondatori dell’Italia repubblicana hanno costituzionalmente ritenuto di assegnare al potere giudiziario.

Ma, giudico particolarmente grave il fatto che nemmeno la magistratura medesima abbia voluto procedere al contenimento delle clamorose derive al suo interno. Inoltre, mi pare che un appunto particolare in questo senso vada fatto anche al Presidente del CSM, circa l’esercizio effettivo del potere di censura e di raddrizzamento di cui egli disponeva, e che invece  non ha esercitato tempestivamente in questi lunghi anni del suo mandato, nei quali il degrado clamoroso del giudiziario è pur stato sotto gli occhi di tutti.

E d’altronde ancora, come segnalo di continuo in questo blog, parimenti a quanto avviene per altre gravissime disfunzioni dello Stato, che interessano al tempo stesso Istituzioni, democrazia ed economia, anche per la giustizia è del tutto utopistico che vi possano essere riforme efficaci, se non nella misura in cui potrà crescere la massa critica di un popolo educato alla sussidiarietà. Senza di questo, senza libertà di educazione (buono-scuola) del popolo alla partecipazione autentica, a quel principio di partecipazione che vede numerosi contraffattori, non andiamo da nessuna parte. Anzi, la crisi si avviterà fatalmente sempre di più.

Un po’ per volta arriviamo alla importante questione delle Regioni, che ho richiamato nel titolo del post. La voglio introdurre con un aggancio a dove Danilo Quinto, nell’articolo in argomento, del quale consiglio peraltro la lettura integrale, ricorda che

anche un magistrato è soggetto alla legge – in questo caso suprema – che oltre a stabilire la separatezza dei poteri, dice che il Parlamento risponde al popolo sovrano, non al potere giudiziario.

Allora, come scrivevo nel post precedente, facciamo cadere qualche altra goccia d’acqua sulla roccia della democrazia rappresentativa, che pareva tanto solida, eppure già si va sgretolando. Ebbene, osserviamo che in tale regime il popolo, in realtà, NON è sovrano. Ad oggi, dopo che l’elettore ha votato, non decide nulla e non controlla nulla, circa la cosa pubblica. I fatti l’hanno ampiamente dimostrato. Tutto, in pratica, è demandato ad altri. Questo è il problema della democrazia SOLO rappresentativa, già denunciato a suo tempo – dice Zampetti – da Rosseau.

A rimedio di questa grave lacuna, il Beppe Grillo-pensiero, la gnosi 2.0 da lui adottata, è assai sconsigliabile. Però, pur avendo lui torto su quasi tutto – esprimendosi, al fondo, nei termini di uno statalista antisussidiario – come invece ha ragione sulla TAV, si è detto che non ha nemmeno tutti i torti, quando afferma che “la democrazia è finta”.

E’ questa la realtà spiacevole che, lo so che ci fa specie, ma che ancora una volta dobbiamo andare a vedere più da vicino.

Come lente d’ingrandimento ci avvaliamo, ancora una volta, della lezione di quell’ottimo maestro della partecipazione, secondo la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, che è stato Pier Luigi Zampetti. Egli segnalava, in questa citazione che ho ormai consunto dall’uso, come

L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

Dunque in questo senso, Grillo ha ragione: la democrazia è davvero finta. E noi non lo sapevamo. Nessun politico aveva il coraggio, e l’onestà intellettuale, di dircelo. Anche se, siccome proprio locchi non siamo, siccome è un pezzo che le cose vanno molto male, qualcosa avevamo cominciato a sospettare. Certo, poi il leader di M5S sbaglia in pieno sul rimedio a questa situazione, dove egli lo inquadra nella gnosi prometeica online teorizzata dal suo guru Casaleggio. E dove invece la soluzione risiede unicamente nel principio partecipativo, antropologicamente ben inteso.  Questo tema lo potete approfondire nella pagina principale del blog.

Ma, attenzione, circa il deficit di democrazia sostanziale nel moderno Stato liberal-democratico, la critica non viene solo da Zampetti.  Viene, ancor prima anche da Sturzo, come accennavo nel post precedente, riferendomi all’Appello ai liberi e forti:

…Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principi del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi Imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, di fronte a vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici.

In sostanza, nulla è cambiato dal 1919. Infatti, non a caso, dopo la prima Guerra mondiale abbiamo avuto anche il pacchetto della seconda. Le oligarchie hanno prevalso, i tempi non erano ancora maturi perché il popolo riuscisse a metabolizzare l’idea partecipativa, e a metterla in pratica in modo irreversibile. L’idea di Sturzo ha perso. Ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, non riusciamo a posare su di essa l’indispensabile attenzione,  e nemmeno riusciamo – per ora – a trarne le logiche conseguenze.

Ma, ancor prima di Sturzo, è anche il terzo dei miei maestri prediletti (che vedete effigiati nella testata del blog), il beato Giuseppe Toniolo, a metterci anch’egli in guardia circa il dato che, anche in riferimento alle autonomie locali, 

…Politicamente il liberalismo esprime affrancazione dell’individuo, la più completa e sconfinata, ma pure dovunque esso tende a deprimere l’autorità delle famiglie; le associazioni spontanee consente ed anco favoreggia, ma rimane ognora riluttante a riconoscere la loro costituzione permanente in forma di enti giuridici; le autonomie locali vengono affermate negli statuti, ma fondate sopra aggregazioni artificiali, non radicate nella costituzione naturale storica; le rappresentanze popolari sono chiamate al governo, ma non rispondenti alla gerarchia delle varie classi, organo di trasmissione al potere più che dei bisogni collettivi sociali, della volontà smodata delle maggioranze, componendo nell’insieme un assetto politico diretto, più che ad avvalorare la libertà, a preparare l’eguaglianza livellatrice.

Tendenze fatali che si riscontrano del pari fra gli Stati antichi e nuovi del continente e in mezzo alle istituzioni storiche dell’Inghilterra. Anzi, come ai girondini successe in breve la conquista giacobina cioè, al culto entusiasta della libertà, la frenesia dell’eguaglianza, così nella seconda metà del secolo nostro quello stesso spirito informativo che divinizzava l’individuo, trasferendosi di più in più a divinizzare la società tutta intera, fa luogo, dopo il 1860, al processo lento, graduale, universale del socialismo di Stato in nome degl’interessi e della preponderanza numerica delle moltitudini. E così la mania del legiferare in Europa, come in America, (giustificata vieppiù dal bisogno di riannodare i vincoli recisi dal malinteso liberalismo e sospinta dalla organizzazione minacciosa del socialismo) attua, con passo silente ma continuato, la immolazione della libertà in favore di un nuovo assolutismo collettivo.

Né diversamente nei rapporti etico-sociali. L’egoismo inaugurato dalla riforma (protestante, NdR) trova nelle dottrine individualistiche dell’età nostra una più sistematica giustificazione e la solidarietà sociale, più che mai allentata e scossa per l’assenza dei nuclei corporativi e degl’istituti del patronato, ha fatto luogo ad una scissura fra le classi eguale o maggiore che nei tre secoli anteriori; soltanto essa, che prima si schiuse fra principi e popolo poi fra questo e la nobiltà, oggi s’interpone fra le moltitudini e la borghesia.

Economicamente il liberalismo che si affranca dalla legge morale, fomenta e solleva vieppiù l’utilitarismo, e riconduce inaspriti i medesimi effetti. E così, nel conflitto della utilità materiale, eretta a norma sovrana universale, si riproduce in maggiori proporzioni il duplice fenomeno del sacrificio dei piccoli e del sovrapporsi dei potenti e con esso del salariato, del proletariato e infine del pauperismo col riscontro della plutocrazia nell’Europa centrale, nella Russia, nell’Australia, nell’America”.

(da “La genesi storica dell’odierna crisi sociale ed economica, pag. 31 e segg. – Giuseppe Toniolo, 1893, testo scaricabile gratuitamente dal meritorio sito web www.totustuus.it)

 Ebbene, dopo questo lungo ma necessario preambolo, la ragione del titolo di questo post dovrebbe esser già chiara.

Sbandamenti di Ingroia a parte, vorrei porre l’attenzione  sul fatto che il Presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, abbia proposto al magistrato siciliano l’incarico – per lui incompatibile, dopo le sue scelte politiche e considerato il suo status – di responsabile dell’Ente esattoriale dell’isola.

Questo passo è avvenuto dopo altre due mosse totalmente inattendibili di Crocetta, anch’esse paradossali: quelle di nominare Franco Battiato assessore al turismo, e Antonio Zichichi ai beni culturali. Dove il primo aveva detto anticipatamente che non aveva voglia di svolgere l’incarico a tempo pieno, perché intendeva privilegiare l’attività artistica. Mentre il secondo, come Crocetta doveva ben sapere, era già troppo impegnato nella lontana Ginevra, per motivi di ricerca scientifica. I due sono poi stati “licenziati”, ma, a parte questa ennesima boutade, che ha ovviamente ispirato altre salaci battute al noto comico, c’è il fatto sostanziale che la Regione Sicilia è in bancarotta, come tutti sappiamo, e come potete leggere in questo articolo.

E’ infatti noto che la mala amministrazione, fra incapacità, burocrazia, inefficienze,  sprechi e interessi privati vari, è una costante strutturale di tante amministrazioni regionali. Vedi a conferma anche il caso Calabria, dove il Presidente Giuseppe Scopelliti,  in sede di controllo dei bilanci della Regione  da lui amministrata, non molto tempo addietro ha presentato cifre “a voce”. Pare incredibile, ma mancavano i relativi documenti scritti.

La situazione è però generalizzata in tutta italia. E’ noto che i grandi buchi nei bilanci regionali, nel tempo non adeguatamente contenuti dall’amministrazione centrale dello Stato (che, dal canto suo, non è nemmeno in grado di quantificare quanto deve ancora pagare ai fornitori dei vari Enti pubblici!…) hanno concorso in maniera determinante all’esplosione del mega-debito pubblico, ormai fuori controllo.

C’è, credo, una sola eccezione virtuosa: quella della Lombardia amministrata da Roberto Formigoni, che è stata da lui lasciata con i conti in ordine. Questo è accaduto poiché si trattava dell’unica Regione gestita, a fondo, secondo i princìpi di sussidiarietà: dare ai  cittadini la possibilità di scelta tra pubblico e privato, e responsabilizzarli. Renderli protagonisti attivi della politica. Per restare nel tema di questo post, evidentemente la gestione Formigoni era un esempio talmente intollerabile, che i poteri forti  ne hanno decretato lo smantellamento per via mediatica e giudiziaria.

Ora, da più parti, nello stato di confusione generalizzata nel quale è caduta la nostra classe politica, si parla della necessità impellente di “riforme”. Il senso delle quali talvolta non è ben chiaro. Tra di esse, sentiamo prospettare spesso quella del “Senato delle Regioni”, cioè della trasformazione dell’attuale Senato della Repubblica in una camera delle “rappresentanze regionali”.

E’ vero che abbiamo l’esempio della Germania, col Bundesrat che, come si legge su Wikipedia, è uno dei cinque organi costituzionali federali, accanto al Presidente federale, al Governo federale, al Bundestag e alla Corte costituzionale federale. Attraverso il Bundesrat gli Stati membri (Länder) sono rappresentati all’interno della federazione.
Le funzioni del Bundesrat sono stabilite nell’art. 50 della Legge fondamentale, che lo indica  come l’organo attraverso il quale i Länder partecipano al potere legislativo e all’amministrazione dello Stato federale,  e si occupano di questioni relative all’Unione Europea.

Mentre invece Il Bundestag  è il parlamento federale tedesco ed esprime la rappresentanza popolare della Repubblica Federale di Germania.

Il Bundestag, ricorda Wiki,  ha quattro funzioni principali:

  1. È l’organo decisivo per la formazione del governo: qui viene eletto il cancelliere.
  2. È il fulcro del procedimento legislativo: nel Bundestag il testo definitivo di ogni singola legge viene approvata dopo varie discussioni.
  3. È l’organo di controllo del governo e della politica governativa: può chiedere e sollecitare il governo a rendere conto del proprio operato.
  4. È l’organo di rappresentanza di tutto il popolo: il Bundestag ha il compito di occuparsi dei problemi di tutti i gruppi sociali discutendoli pubblicamente.

Qui, le considerazioni da fare sono due. Da una parte, la realtà ci dimostra, e ne ho portato solo qualche esempio, che comunque in Italia non c’è la maturità politica che, qualunque sia la struttura parlamentare, consenta, dopo una eventuale riforma alla tedesca, risultati migliori di quelli disastrosi fino ad oggi conseguiti. E’, ovviamente, una maturità politica che solo la sussidiarietà potrebbe far crescere. Per adesso, siamo ancora molto indietro.

Ma è anche vero che tutto il mondo è paese. E che l’uomo, al fondo della sua anima, è uguale dappertutto, in quanto creatura di Dio. Dunque, come dice il poeta, non esistono sistemi perfetti. La cosa è dimostrata dal fatto che in Germania, benché vi siano rappresentanze politiche territoriali in parlamento, e le condizioni economiche del Paese siano superiori alle nostre, in forza di un sistema produttivo e infrastrutturale  meglio organizzato, quel Paese non è per nulla esente dalle disastrose e distruttive derive antropologiche di stampo radicale, anti-vita e anti-famiglia, che imperversano in tutto il nostro Occidente.

Quindi, premesso che la perfezione non è di questo mondo, anche se Cristo ci suggerisce che è ad essa che è proficuo che l’uomo tenda,  per il suo stesso bene, evidentemente quello che fa la differenza è l’approccio, direi filosofico, alla politica. Vale a dire, qual è il senso che vogliamo dare alla politica.

Ed ecco il secondo punto: la riforma del Senato che si vuol prospettare in questa riflessione, nel senso di “Camera della programmazione economica” anziché di “Camera delle autonomie locali”, ben si intende per quando i tempi saranno maturi (intanto però stoppando quella, inopportuna, del Senato delle Regioni!), è quella che ci permette di avvicinarci maggiormente, pur con tutti i nostri limiti, a quella perfezione di cui di diceva sopra. A quella pienezza alla quale ciascuno di noi, al fondo del suo cuore, aspira.

Quindi, tale riforma parlamentare ha, in questo senso, una sua precisa connotazione antropologica: quella che sottende la partecipazione popolare al potere, secondo il principio di sussidiarietà.  Ancora sulla scorta della lezione di Zampetti, annotavo infatti  in un vecchio articolo mai pubblicato, il cui testo completo non sto a inserire ora sul blog, poichè trattava principalmente di quell’altro vasto tema che è il lavoro, del quale si ragionerà a parte,

 …nella visione personalistica cattolica, l’insufficienza della democrazia rappresentativa viene integrata con la democrazia partecipativa, che è la democrazia della società. Nel piano zampettiano sono previste anche adeguate riforme istituzionali, come la trasformazione del Senato in “camera della programmazione economica”, cioè di fulcro, come vedremo poco oltre, della “programmazione economica partecipata”, punto di forza della “Società partecipativa”. Direi che si tratta dell’evoluzione della proposta originaria di don Luigi Sturzo, quella del Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali” , inclusa, assieme ad altre valide ancora oggi, nel famoso “Appello ai liberi e forti” del 1919.

Non un “Senato delle Regioni”, quindi, come da più parti si auspica oggi nel dibattito politico. Tale organo verrebbe verosimilmente a configurarsi come un pericolosissimo “doppione politico” di quel potere regionale, che storicamente, al di là di rarissime eccezioni virtuose, si è  connotato per clientelismo e irresponsabilità nella gestione della spesa. 

Si è detto che il nostro pur obsoleto bicameralismo perfetto necessita certamente di una revisione. Ma, alla luce degli argomenti che ho portato, allo stato dell’arte, una riforma non sufficientemente meditata, non fondata su basi solide, sarebbe un rimedio peggiore del male.

Teniamo quindi gli occhi bene aperti. Chi può, faccia la sua parte per impedire questo ennesimo disastro.

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2 pensieri su “Il caso Ingroia dimostra -anche! – il fallimento delle Regioni, e del “Senato delle Regioni”

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