C’ERA DEL BUONO NEL THATCHER-PENSIERO. MA ORA, URGE ANDARE OLTRE: VERSO LA PARTECIPAZIONE! + UNA NUOVA PAGINA DEL BLOG, SULLA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DEL LAVORO.

…Bene, sembra che oggi avremo il nuovo Presidente della Repubblica. Mentre la politica  annaspa e si sfalda, mentre ciascuno si arrampica come può sugli specchi che ha a disposizione – vedi in questo commento di Riccardo Cascioli – noi cerchiamo, per quanto ci è dato, di chiarirci le idee per preparare al meglio il futuro.

Oggi, abbiamo un pacchetto importante, piuttosto denso, che Vi metterà un po’ alla prova. Andiamo passo per passo.

Dunque, capita spesso che, su questo blog, riprendiamo un tema di attualità già superata. In questo caso, ancorché a esequie avvenute, una riflessione sul pensiero politico di Margaret Thatcher ci offre spunti interessantissimi. Anzi, di importanza vitale. Specie in questo momento storico nel quale la confusione imperversa ai massimi livelli.

Della vicenda politica della “Lady di ferro” avrete già visto abbondantemente sui giornali e sugli altri media. Le umili origini, l’inaspettata ascesa nel partito conservatore, il confronto energico per le privatizzazioni e le dismissioni delle aziende pubbliche. Il duro modo con il quale Maggie affrontò sia la questione dei minatori, dei sindacati in generale, dell’Europa, della crisi delle Falklands. Maggie era un tipo tosto. Più determinata, più decisa  di tanti colleghi politici. La pacata convinzione con la quale portava avanti il suo programma,  scevra da quelle ambiguità e da quelle doppiezze politiche che caratterizzano la scena politica italiana (e non solo), restano fra le sue doti migliori. Anche Papa Francesco ha riconosciuto il valore della Thatcher, in un messaggio di cordoglio che ha inviato al premier britannico, David Cameron.

Quindi, non sto a entrare in dettagli sulle cose che già sapete. Casomai, se volete rimando, per un altro breve commento, a questo articolo su La Nuova Bussola quotidiana. 

Invece, ci offre diversi preziosi spunti  questo articolo sull’Avvenire del 9 aprile scorso, che, a proposito della Thatcher, titola individualismo libertario, eredità pesante. Il giornalista Massimo Calvi chiede al noto economista Stefano Zamagni, specialista del terzo settore, un parere sul thatcherismo. Per comodità, il testo di Avvenire è in blu, i miei commenti sono in nero.

«Margaret Thatcher è stata una figura eponima, ha legato il suo nome a un periodo storico e ha rappresentato la punta più alta del pensiero neoliberale. Merita grandissimo rispetto, ma nel rapporto tra costi e benefici l’impatto della sua azione nel lungo periodo è stato più negativo che positivo – sostiene Stefano Zamagni, economista, neo direttore dell’Osservatorio sulla Famiglia –. La crisi che stiamo attraversando è anche figlia della mentalità che ha introdotto nella società e nell’economia».

E’ interessante notare che Zamagni non dice che, in realtà la crisi nella sua origine viene da ben più lontano: addirittura dal Rinascimento,  come suggerisce la storiografia più accorta. Racconto questo nella pagina principale del blog.

Senza l’umiltà di andare a indagare su questa origine, la crisi non si può né capire, né risolvere.

Più modernamente, sempre nella medesima pagina, ricordo come Pier Luigi Zampetti riveli – e questo ancora nessuno ancora sembra averlo capito – come la crisi provenga dal pensiero keynesiano, che ha ispirato il New Deal rooseveltiano. Non vi spaventino termini e concetti: è tutto molto  semplice. Se volete saperne di più, andate sulla pagina di cui sopra. Insomma, Maggie è venuta molto dopo.

Su che cosa basa questo giudizio?
Penso a tre punti del thatcherismo: l’idea sulla società che «non esiste», l’isolazionismo, l’individualismo libertario.

Partiamo da quella celebre frase…
In opposizione al “comunismo reale”, la Thatcher è passata alla storia per aver realizzato il “neoliberismo reale”. Lo fece partendo da un’idea: quella che, come ebbe a dire, la società non esiste, ma esiste solo una somma di individui. Questa impostazione ha portato alla delegittimazione del welfare State e al suo sostanziale smantellamento, oltre al ridimensionamento del ruolo del sindacato. Ma soprattutto ha messo al centro della società il mercato, non le persone o le istituzioni. Di questa visione è rimasto molto dal punto di vista culturale, ma ben poco da quello politico.

Sì, la Thatcher era orgogliosamente liberale, e certo il liberalismo non è un bene (rimando ancora alla predetta pagina del blog).

Attenzione: il “ruolo del sindacato”, di cui parla Zamagni, è un altro punto chiave della vicenda. Diceva Zampetti che modernamente, nelle democrazie rappresentative, si è coagulata una “monoclasse” dirigente oligarchica, alla quale, per sudditanza culturale ancor prima che politica, si è associata anche la dirigenza sindacale. So che questo è un tema spiacevole, ma se si vuol capire la vicenda, non si può fare a meno di considerarlo. Scrivo nel titolo di questo post che, contemporaneamente, pubblico una nuova pagina del blog (che, in quanto tale, resterà in evidenza permanente nella colonna di destra), appositamente dedicata al tema del lavoro, del fruttuoso rapporto tra capitale e lavoro che – secondo Zampettisi deve instaurare per creare finalmente la desiderata sinergia tra le due componenti,  superare la conflittualità reciproca e  superare la crisi. Quindi non sto a ripetermi qui, ma rimando direttamente a quella pagina. Si tratta di un’articolata riflessione risalente al 2010, che pubblico per la prima volta,  e che prendeva spunto dalle aspre vicende di lavoro in ambito FIAT.

C’è anche un altro punto, molto importante: Zamagni parla di “welfare state”, ma questo resta un termine ambiguo: non è infatti chiarito il ruolo insostenibile dello “stato assistenziale”, che spesso si confonde con lo “stato sociale”. Cosa, secondo Zampetti, ben diversa. In questo senso, mantenere artificialmente  in vita posti di lavoro decotti, con i soldi dello Stato – oppure creare posti di “lavoro drogato”, come si fa con la TAV, è fallimentare. Certo, si devono trovare delle alternative. In questo senso, il conflitto tra la Thatcher e i minatori ricorda inevitabilmente la recente vicenda delle miniere di carbone del Sulcis. Il carbone del Sulcis non ha mercato, perché non è buono. C’è troppo zolfo. Si doveva trovare un’altra soluzione.

Non ci sono scorciatoie: ormai i soldi pubblici son finiti da un pezzo. La crisi del Sulcis è solo rimandata. Ora, siamo costretti dalla Storia a intraprendere la via della sussidiarietà.   

Come è stato superato il thatcherismo?
I conservatori si sono resi conto subito della pericolosità di questa impostazione, ed è anche per questo che oggi il premier David Cameron parli di Big Society, in risposta all’era post-thatcheriana. Si tratta di una presa di distanza importante da quell’impianto economico e filosofico. La Big Society riparte non a caso dalla parola “società” e mira ad applicare il principio di sussidiarietà, per il quale lo Stato delega l’intervento a soggetti della società civile organizzata.

È un modello al quale molti guardano con interesse. Un’evoluzione felice?
L’eredità è evidente. Anche il laburismo, se pensiamo a Tony Blair, è stato influenzato dalla Thatcher. Anche la formula della Big Society resta però distante dall’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, per la quale la sussidiarietà non può essere scissa dalla solidarietà, altrimenti si riduce a privatismo sociale.

C’è una rilevante omissione in quanto afferma Zamagni. E’ cosa che praticamente nessuno sa, e nessuno dice, e per questo urge cominciare a parlarne: la sussidiarietà, oltre che dalla solidarietà, non può prescindere dalla partecipazione del lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa. Che è, come ciascuno ben capisce, un’indicazione della Dottrina sociale decisamente rivoluzionaria. In senso pacifico, intendo. Così Zampetti:

Devo rilevare che non ci può essere una vera sovranità popolare, come meglio vedremo in seguito, senza un capitalismo popolare inteso come un capitalismo che assicuri a tutti i lavoratori la comproprietà dei mezzi di produzione, la quale richiede un cambiamento sia nel sistema sociale sia nel sistema politico- istituzionale.
Questa è la ragione che mi induce a parlare di partecipazione
popolare al potere come un’alternativa al capitalismo
individualistico e al socialismo collettivistico…
…Per ottenere questo risultato bisogna prima costruire una
società in grado di organizzarsi per poter assorbire una parte
dei compiti esercitati dallo Stato, che oggi non può più
assolvere.
Io chiamo tale società società partecipativa, di cui occorre
delineare le strutture. Tale società è destinata a sostituire la
società dei consumi che ha causato la caduta dei valori in tutto
l’Occidente industrializzato, cioè nel primo mondo influenzando
altresì l’intera economia mondiale…

(Partecipazione e democrazia completa, Rubbettino, 2002, estratti da pag. 39)

Comunque, dopo la Thatcher,  nel Regno Unito le derive radicali del modernismo sono dilagate in modo incontenibile, in modo assolutamente bipartizan tra laburisti e conservatori. Il Regno Unito è di punta, fra le nazioni, in fatto di attentati istituzionalizzati alla vita umana. Fra aborto, eutanasia, pianificazione politica dello sfascio della famiglia, principalmente tramite la  banalizzazione della sessualità e la promozione dell’omosessualità . Anche il tory Cameron è un protagonista di primissimo piano in tale azione. La sua Big society si è rivelata solo uno schermo ideologico, una brutta copia della sussidiarietà, al riparo della quale dar corso al peggio del peggio del radicalismo. Maggie queste cose non le ha fatte, né le avrebbe fatte. Ma è ormai chiaro che le suddette politiche sono i logici frutti del capitalismo liberalsocialista (Zampetti dixit), al quale la Thatcher era consenziente.

Veniamo all’”isolazionismo”. Alla luce della crisi dell’euro non è stato un bene?

La Gran Bretagna non ha aderito all’euro e non ha mai accettato una serie di altre regole che si è data l’Europa. È un’impostazione totalmente thatcheriana, per cui l’Inghilterra deve pensare innanzitutto ai propri interessi, e dove l’idea di bene comune non è contemplata.

La Gran Bretagna ha fatto molto bene a non aderire all’Euro, per i motivi che spiego in questo post. Le regole che si è data l’Europa, la sua stessa struttura, sono fallimentari. E di bene comune, in quest’Europa, c’è poco o nulla.

Tutti questi aspetti critici però si possono correggere. Più difficile da intaccare è la cultura dell’individualismo libertario, che si è radicata in profondità.

Da cosa nasce e quali effetti produce?
L’idea di fondo è che le preferenze individuali hanno la precedenza e ogni diritto individuale va riconosciuto. Il problema è che un diritto riconosciuto è la proprietà, ma non il lavoro e il welfare.

Anche un esperto come Zamagni, non riesce a chiarire in modo adeguato l’indispensabile  collegamento tra  proprietà e lavoro. Questo è d’altronde il grosso problema di tutti, e specie di noi cattolici. Come mai?… Beh, gente, siamo indietro. Dobbiamo svegliarci, subito. Così Zampetti, sempre dal testo citato:

…Il momento centrale attorno al quale ruota il sistema politico
democratico è costituito dal concetto di proprietà privata. La
società dei consumi ha scomposto l’istituto della proprietà nei
suoi elementi costitutivi e, successivamente, li ha ricomposti
artificialmente.
La scomposizione del diritto sociale di proprietà è stata causata
dalla scomposizione del lavoro in lavoro produttivo e lavoro
improduttivo. Le due nozioni fanno capo al concetto di
occupazione, comprensivo di entrambe. In luogo del binomio
lavoratore-elettore, si è creato il binomio del tutto diverso
consumatore-elettore.
La crisi della società dei consumi ci costringe a ricomporre i
diritti sociali scomposti. Si può ricomporre il diritto di
proprietà se si ricompone la nozione di lavoro. Ed infatti
unicamente il lavoro produttivo è la fonte della proprietà e, in
quanto tale, è il fondamento del sistema democratico. Soltanto il
proprietario è un uomo veramente libero, perché la proprietà gli
assicura un’indipendenza che non può avere colui che non è
proprietario, in quanto è subordinato e condizionato dal
proprietario…
…Lo schema è il seguente: libertà, lavoro, proprietà…

In un’economia pianificata ha un senso, in un’economia di mercato vuol dire che i furbi possono arricchirsi fino al fondo delle loro possibilità. Un concetto che si rifà a Friedrich Nietzsche quando sostiene che è lecito e auspicabile che ciascuno affermi la propria personalità fino al limite della propria potenza. Ma il liberalismo non è solo questo. John Stuart Mill sosteneva ad esempio che la mia libertà finisce dove inizia quella del prossimo. La Thatcher invece ha tradotto in politica il principio di Nietzsche. La base culturale all’origine di questa crisi.

Non è produttivo lamentarsi, se poi non proponiamo la concreta soluzione al problema. Spiega Zampetti, e per questo Vi rimando alla nuova pagina del blog, che nella società partecipativa anche il mercato sarà diverso, improntato alla “programmazione economica partecipata”.

Quanto ai motti sulla libertà, francamente vanno presi cum grano salis. Anche Voltaire diceva “la penso in modo diverso da te, ma darei la mia vita perché tu possa esprimere liberamente la tua opinione”. In realtà, diceva anche “schiacciate l’infame”, riferendosi alla Chiesa cattolica. Quindi, per opportunismo, mentiva. E’ stato infatti uno dei principali ispiratori dei tagliatori di teste dell’89.

In che senso?
La Gran Bretagna con la Thatcher ha trasformato la propria economia da industriale a finanziaria, nella City di Londra nel 2008 lavoravano oltre 12 milioni di persone, più che a Wall Street. Perché tutta questa finanza? Semplice: la finanza esalta la volontà di potenza. Per questo l’individualismo libertario è l’eredità più preoccupante e difficile da sradicare nella cultura di oggi, genera un liberalismo non amico della persona, che nega la relazionalità, la reciprocità, il dono.

Ho detto che la crisi viene dall’illuminismo, e quindi il dominio della finanza sull’uomo, risale ad allora. Non si può imputare alla Thatcher. La “bolla speculativa” dei tulipani, in Olanda, risale al ‘600. Per i dettagli di questo ragionamento rimando alla pagina citata.

La «Lady di ferro» si afferma in un periodo storico particolare, quello della Cortina di ferro: il muro di Berlino e la Thatcher in fondo cadono insieme…
Il successo della Thatcher si deve anche a questo, al fatto che allora venne vista come interprete di un pensiero nuovo che avrebbe fatto finire il collettivismo. Ma ai giorni nostri non agirebbe allo stesso modo. Anche perché oggi a pagare il conto salato di quella impostazione è anche la sua Gran Bretagna. 

Per non parlare dell’Italia, dove gli scandali finanziari si succedono l’uno all’altro, vedi l’ultimo del MPS, e aspettiamo il prossimo, prevedibile sCOOP. Il Paese è praticamente in bancarotta, con ben oltre 2.000 mld di euro di debito reale.

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Per chi se la sente di approfondire ancora, è giusto dare ora la parola direttamente a Margaret Thatcher.

(in Richard Newbury, “Parla Thatcher Margaret. Tina Detta TINA  – There Is No Alternative”, da Tempi, n.15/2013). Stesso sistema, blu e nero.

“Abbiamo ridotto il deficit governativo e abbiamo ripagato il debito.

Sta di fatto, che, nonostante quanto abbia fatto Maggie, dice  qui che il Regno Unito è uno dei Paesi più indebitati al mondo.

Abbiamo fortemente tagliato la tassa sul reddito di base e anche le

tasse più alte. E per far ciò abbiamo saldamente ridotto la spesa
pubblica. Abbiamo riformato la legge sui sindacati e i regolamenti inutili. Abbiamo creato un circolo virtuoso: tirando
indietro il governo abbiamo lasciato spazio al settore privato e così il settore privato ha generato più crescita, il
che a sua volta ha permesso solide finanze e tasse basse. Tutto ciò si basava su saldi princìpi fondati su una
giusta comprensione della politica, dell’economia e
soprattutto della natura umana.

Certo, la Lady di ferro ha ragione quando si muove per contenere lo statalismo. Questo lo diceva anche Sturzo. Però, fatto è che, in sostanza, non puoi contenere lo statalismo col liberalismo. Come spiego nella pagina principale del blog, ma anche ne ragiono di continuo nei vari articoli, fatto è che è proprio il liberalismo ad avere preso in ostaggio lo Stato, per tramite del keynesismo… vedi l’esemplare caso TAV. So che si tratta di una interpretazione  politicamente scorretta. E’ per questo motivo che, chi lo desidera, può approfondire il tema nella pagina principale del blog.

Ormai è di palmare evidenza che possiamo contenere lo statalismo solo tramite la sussidiarietà partecipativa. Attenzione: oggi la partecipazione sembra divenuta un po’ un business, come certe “pelose” adozioni a distanza. Bisogna quindi diffidare dalle imitazioni.  

Il primo e forse il più importante discernimento
è che il governo può fare poco di buono e molto
che invece fa male, e quindi il campo di azione
del governo dovrebbe essere tenuto al minimo.

Questo, pur con le molte buone cose che ha fatto, l’errore filosofico di fondo della Thatcher. Secondo i maestri della Dottrina sociale, il punto non è ridurre il campo di azione del governo, bensì l’opposto: lungi dall’incrementare lo statalismo, è indispensabile muoversi verso la “sovranità del popolo delle famiglie”. Ne parlo estesamente, oltre che nella pagina principale del blog, anche in altri due testi: questo e questo.

Il secondo è la regola della legge che, posso
aggiungere in qualità di penalista, non è gli
avvocati al potere, e neppure, lo dico con il
più grande rispetto, i giudici al potere.

Lucidissima visione politica, del tutto condivisibile, come scrivevo in questo post.

I nostri grandi giudici in certi periodi si sono rivelati
saggi ed eroici guardiani dei nostri diritti.
Ma sta al Parlamento fare le leggi che danno
forma alla nostra vita. Ora l’invasione da parte
di un sistema alieno di legge della Comunità
europea è ciò che procura più di ogni altra cosa
causa di ansietà. L’autorità è succhiata via dalle
nostre istituzioni nazionali democratiche e giudiziarie verso un’entità burocratica che sempre
di più parla con i toni di un potere imperiale. Questo va fermato – anzi invertito.

Giustissimo anche questo, come ho detto nella prima parte del post. Quest’Europa è un disastro.

Il terzo principio è il possesso di proprietà che ha un effetto psicologico misterioso ma non per questo meno reale: il prendersi cura del proprio offre un addestramento nel divenire
cittadini responsabili. (…) Incoraggiare la gente ad acquistare proprietà e risparmiare era molto di più di un programma economico. Era un programma per porre termine
a una società “basata su una sola generazione” mettendoci al
posto una democrazia fondata sul possesso di capitale».

Giusto. E anche di questo ho già abbondantemente, ma necessariamente (senno’ non si capiva bene il concetto!…) parlato nella prima parte.

Una democrazia fondata sul possesso di capitale. E’ il capitalismo popolare al quale, ancor prima di Zampetti, faceva riferimento anche Sturzo.

Si è detto però che non basta, per il popolo, il possesso del capitale. Se poi tale capitale viene gestito come ha fatto, ad esempio, il Monte dei Paschi di Siena. Si finisce in bancarotta lo stesso. E’ una questione di sistema. Inevitabile. Dopo il Monte, ci sarà un altro schianto. Poi un altro ancora. In tale contesto, nessun teorico cambiamento delle regole sarà mai efficace. E’ semplicemente una questione di titolarità e di esercizio del potere.

La bolla dei tulipani lo dimostra: la linea che porta al MPS, piuttosto che alla Lehman Bros., o alla crisi dei mutui subprime, o, più indietro nel tempo, allo scandalo della Banca Romana nel 1893,  è sempre la medesima. Questo concetto, in sostanza, lo esprimeva già compiutamente il Beato Giuseppe Toniolo, alla fine dell’800. Quindi, niente di nuovo sotto il sole.

Su questa lezione del Toniolo, rimando per ulteriori dettagli all’interessantissimo testo “La genesi storica della presente crisi economica”, scaricabile gratuitamente dal meritorio sito cattolico http://www.totustuus.it/. Se si va a leggerlo, si vede che i nodi irrisolti sono i medesimi denunciati oltre un secolo fa. Val la pena di darci una mossa.

Dunque, perché il sistema evolva in modo decisivo, è anche indispensabile la partecipazione di ogni lavoratore alla gestione dell’impresa. Chiaramente, necessita che il lavoratore sia consapevole e responsabile. E’ tutta questione di educazione del popolo.

In tal modo risolviamo in modo definitivo – fatto salvo il misterioso disegno escatologico, per il quale, come diceva il poeta, non esistono sistemi perfetti – la conflittualità tra capitale e lavoro. Si è visto infatti, anche al momento della sua morte, che il Governo della Thatcher ha lasciato più di un ricordo di severo scontento tra i lavoratori e i sindacati. Certo, dal canto loro, lavoratori e sindacati non hanno voluto far la fatica di lavorare su una soluzione “altra”. Volevano assistenzialismo. Volevano che fossero “altri”, i capitalisti e/o lo Stato, a “procurare lavoro”. E si sbagliavano.

Succede anche, non più tardi di oggi, a Firenze e in val di Susa. Dove i sindacati scalpitano perché partano i lavori per “grandi opere inutili”, devastanti per il territorio e per le casse erariali, pagati anche con i soldi dei medesimi lavoratori, in veste di contribuenti. No ragazzi, non è così che funziona. Non c’è più trippa per gatti. E, oltretutto, non vi conviene. Ma siccome il lavoro è un problema vero, allora questo è il momento buono per cominciare a guardare in faccia la realtà, e cominciare a ragionare di società partecipativa. Oltre tutto, è pure bello!… Essere soggetti responsabili, e liberi, è molto meglio che restare passivi e inconsapevoli, a disposizione del bancarottiere di turno. Perché la fine è quella. Ripeto, per i dettagli rimando alla nuova pagina del blog.      

In conclusione, emerge che potremmo leggere la soluzione impossibile che  Margaret Thatcher teorizzava, nei termini di una una sintesi tra liberalismo e capitalismo popolare. Questo è appunto impossibile, ontologicamente:  i due termini sono incompatibili, antitetici.

Questo è stato il limite della Lady di ferro, della quale restano però i grandi meriti. Margaret Thatcher, rispetto ai politici italiani e europei di oggi, resta sempre un gigante.

R.I.P., Maggie!…

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