…E INGIUSTIZIA PER TUTTI!…

Riccardo Cascioli non è il signore rappresentato qui accanto a mezzobusto, bensì il direttore dell’ottimo e consigliabile sito web cattolico “La Nuova Bussola quotidiana”, che cito frequentemente nel blog. Tiene anche una rubrica giornaliera, alle h.14.00 dal lunedì al venerdì, su Radio Maria: “il fatto del giorno”. Lo leggo e lo ascolto spesso, e lo ritengo persona acuta ed equilibrata.

Ieri, sulla Bussola, Cascioli proponeva questo intervento sulla condanna di Berlusconi, in appello, per il caso Mediaset.  Visto che, in buona sostanza, Cascioli (non è il solo,  certo) dice che Houston, abbiamo un problema, vista la portata della questione, ho pensato che possiamo vederla insieme. Vado quindi a chiosare il discorso di Cascioli.

A prescindere dalle idee politiche, sono davvero pochi coloro che credono veramente fino in fondo che la sentenza della Corte d’Appello di Milano – così come il giudizio di primo grado – che ha condannato Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per frode fiscale sia legata all’effettiva trasgressione della legge. I detrattori di Berlusconi brindano a prescindere, qualsiasi condanna – corretta o meno che sia dal punto di vista processuale – è comunque giusta perché il personaggio la merita in ogni caso. I fan di Silvio sono invece convinti che si tratti solo del tentativo della sinistra di eliminare Berlusconi politicamente per via giudiziaria (visto che con il voto non ci riescono).

In ogni caso questo rappresenta una sconfitta per la giustizia, intesa come accertamento della verità, per quanto questo sia possibile agli uomini. Ed è una questione che va ben oltre Berlusconi, questi processi sono soltanto la classica punta dell’iceberg.

A chi amministra la giustizia si chiede almeno la retta intenzione di accertare quanto accaduto e relative responsabilità, non tralasciando nessun particolare e non seguendo tesi precostituite. Troppo spesso invece in questi anni siamo stati testimoni di procedimenti iniziati con grande clamore – carriere distrutte, vite private rovinate da processi condotti sui giornali – che poi finiscono in un nulla di fatto dal punto di vista giudiziario. E giudici invece che su questi clamori ci costruiscono carriere giudiziarie e anche politiche.

L’ultimissimo caso è quello dell’immobiliarista  Danilo Coppola, finito in una bolla di sapone, come dicono a Tempi in questo articolo. Sembra però che nessuno abbia fatto ammenda.

Dall’altra parte l’esperienza di tantissime persone comuni che almeno una volta hanno avuto a che fare con la giustizia, anche per un banale procedimento civile, rafforza la convinzione che fare giustizia non sia esattamente il primo obiettivo che giudici e avvocati hanno in mente.

Anche questo è vero. Citavo recentemente, qui, una prassi che rimane costantemente in un opaco cono d’ombra, quella della c.d. Fallimentopoli. Ricordavo anche, nello specifico, il caso di una persona che, a Firenze, attende ormai da 19 anni una sentenza di primo grado in un processo penale. Qui trovate i dettagli della vicenda. In quel medesimo post, accennavo anche ad un altro caso eclatante, nel quale una quantità presumibilmente industriale di soldi pubblici e risorse pubbliche viene impiegata in modo del tutto abnorme: il caso Ruby.

Così nelle aule dei tribunali prende il sopravvento il tifo, come nel caso dei vari processi a Berlusconi (ma prima ancora era toccato a Craxi, Andreotti e molti altri). In fondo, anche questo è un frutto amaro della società del relativismo. Quando globalmente si afferma una cultura che nega la possibilità di una verità oggettiva, va da sé che il valore affidato a ogni azione umana perde qualsiasi riferimento certo e dipende dal momento, da chi si incontra, dall’umore, dal potere. E non si può pretendere che in tribunale vada diversamente.

Da chi si incontra e dal potere, giusto. Infatti, se c’è un partito ad personam, si è visto che c’è anche una ingiustizia ad personam. Ma non solo: l’ingiustizia è anche erga omnes.

In realtà la questione è vecchia e si pose drammaticamente nel processo a Gesù: “Cosa è la verità?”, chiedeva Pilato, prima che a decidere la sentenza fosse non già l’accertamento dei fatti (“Non trovo colpa in quest’uomo”) ma il tifo della folla (“Crucifige, Crucifige”). La civiltà cristiana, tra le altre cose, aveva anche contribuito a ricostruire un sistema giudiziario che, almeno come tensione, puntava alla verità non dimenticando che al centro di ogni fatto il protagonista è l’uomo, gli uomini, con il suo destino.
La Rivoluzione francese, con il suo giacobinismo, ha invertito quel cammino, cosa che lentamente ci sta riportando alla barbarie, civile e giuridica. E lo dimostra quell’intima convinzione che abbiamo per cui non sapremo mai davvero se gli imputati del giorno sono realmente responsabili di quanto viene loro attribuito, assolti o condannati che siano. E continueremo a dividerci tra opposte tifoserie, tra innocentisti e colpevolisti, a seconda dello schieramento o della convenienza.

In effetti, concordo in pieno sull’analisi di Cascioli: la crisi della giustizia, come d’altronde la crisi in generale, è in primis un fatto filosofico. Dello spirito della Rivoluzione e dei suoi effetti parlo proprio, tra l’altro, nella pagina principale del blog, al punto 6. E’ importante, cari amici: chi non conosce e non capisce la Storia, è condannato a ripeterla. 

Da questo si evince un altro fatto sommamente spiacevole, parafrasando il poeta, ma che ci converrà osservare attentamente, per prendere le adeguate contromisure. Diceva Platone nella graffiante commedia di Aristofane, le Nuvole (circa 2400 anni fa)riferendosi al vecchio sistema degli dei tradizionali, ormai inattendibile e inadatto alle esigenze profonde degli uomini:

E’ tutto finto.

Analogamente, come approfondisco nella suddetta pagina principale, vi è una finzione intrinseca anche nella democrazia rappresentativa che, come diceva Pier Luigi Zampetti, in mancanza di partecipazione autentica, cioè di sussidiarietà, vira inevitabilmente in oligarchia. Altro totem di analogo stampo, argomentava ancora Zampetti, è la Carta Costituzionale. Anch’essa, in assenza di sussidiarietà, si è già tramutata – nell’indifferenza di tutti – nella Costituzione parallela, che vede la sua pratica concreta in senso esattamente contrario alla lettera di quella “ufficiale”.

La soluzione a questo annoso problema, esiste?… Certo, l’abbiamo appena detto, è la sussidiarietà. E come ci si arriva?…

Col BUONO-SCUOLA. E’ solo con la LIBERTA’ di EDUCAZIONE effettiva, e cioè anche economica, riconosciuta in sostanza anche dalla Costituzione, che si potrà – nel tempo, certo! – educare le nuove generazioni ai principi non negoziabili, dai quali dipende l’economia, il lavoro, la finanza, la sanità, la giustizia e TUTTO quanto è politica. Altrimenti detto, c’è da educare le nuove generazioni alla sussidiarietà, e a capire – esempio – la differenza e l’incompatibilità tra Dottrina sociale da una parte, e liberalismo e post-socialismo dall’altra.

Solo in questo modo, dunque, si potrà creare una MASSA CRITICA popolare di consenso positivo che, poco a poco, pacificamente, eroderà la potenza dei “poteri forti” di ogni genere, giudiziari e non, e, mattoncino su mattoncino, cazzuola in una mano e spada della consapevolezza di sé e della realtà nell’altra, edificherà la “società partecipativa”.

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