TAV: IL “NODO DELLA VIOLENZA” IN VAL DI SUSA. SCIOGLIERLO E’ POSSIBILE. Nel mentre, cosa accade a Firenze?…

Nota: questo testo è leggibile, meglio formattato, in questa pagina del blog.

Cari Amici, dopo lunga pezza ho finalmente terminato il testo sul tema spinoso del “nodo della violenza in val di Susa”, costantemente richiamato dal settimanale Tempi circa le vicende della TAV (o TAC, non si sa mai come chiamarla, cosa o chi dovrebbe trasportare!…) Torino-Lione, come qui in questo articolo, che mi ha dato lo spunto di scrivere questa ponderata  riflessione. Lo pubblico all’indomani dell’assalto, da parte di un folto gruppo di manifestanti, al cantiere TAV di Chiomonte (13 maggio 2013), ennesimo episodio di confronto di forza in Valle. Per conoscere il mio parere sull’episodio, Vi invito però, se siete  davvero interessati all’argomento, a inoltrarvi nella lettura di questo testo.  Ho caricato questo testo sul blog, nella  forma di pagina fissa, in costante evidenza. Questo, sia a motivo della sua lunghezza e articolazione, che supera di parecchio quella di un normale post, che per la rilevanza del tema. E’ possibile  che, data la complessità della materia, debba fare qualche integrazione, in futuro. Questa pagina è aggiornata al 15 maggio 2013. Il testo è però presente anche nella forma di post propriamente detto, facente capo a diverse categorie, fra le quali quella denominata ZERI IN LIBERTA’. E’ infatti il terzo e ultimo di una serie. Ricordo che gli “zeri in libertà” (trovate la parte/2 qui) sono quelli di Tempi, dove, nell’editoriale del n. 48/2012, il settimanale diretto da Luigi Amicone dava la cifra del costo della TAV Torino-Lione, moltiplicata per dieci (20 miliardi di euro x10=200 miliardi). Insomma, quel pezzo su Tempi si è rivelato una miniera, per le riflessioni che mi ha suggerito sull’Alta Velocità. La cosa paradossale non è che a Tempi avessero messo una cifra per un’altra. Un errore – se tale era – può capitare a tutti, non è certo questo il problema. L’assurdo – spiace dirlo – è che al settimanale diretto da Luigi Amicone si rallegravano che quella TAV costasse potenzialmente, al contribuente, dieci volte la cifra mediamente preventivata!… Come la dobbiamo prendere?…ha ragione Roberto Ceré, allenatore mentale, quando dice che è facile e comodo spendere i soldi, quando sono degli altri. Come dico spesso, quello della prodigalità con i soldi altrui, nella fattispecie quelli del contribuente, è un fisiologico danno collaterale del pensiero keynesiano. Al quale Tempi ha sempre aderito con entusiasmo. Quello della violenza è anche il tema degli “spaccatutto” della Val di Susa, così qualificati dal settimanale, nell’editoriale già citato. Ora, è noto che la protesta in Valle per un’alternativa costruttiva alla TAV ha sempre raccolto, in modo singolarmente coeso, una parte significativa dell’intera comunità locale. La quale ha espresso il proprio dissenso alla politica fallimentare sottesa a questa ennesima grande opera inutile,  attraverso presenze trasversali di ruoli sociali, fasce d’età, categorie economiche, professioni e ceti. Tanto che si è creata in Valle persino una rete di imprese che si muovono nella convinzione di poter meglio esistere e prosperare senza questa TAV. Si chiama Etinomia,  e  sul suo sito web  si presenta così:

Etinomia prende corpo in Valsusa nel corso della profonda crisi economica e finanziaria che caratterizza con evidenza la seconda parte dell’anno 2011. Per opera di un centinaio di realtà imprenditoriali non solo Valsusine, Etinomia assurge a concetto concreto con l’obiettivo di superare la storica contrapposizione tra Etica ed Economia, valorizzando la centralità dell’uomo nel contesto territoriale in cui vive e lavora. Accanto agli imprenditori, ai commercianti, ai professionisti, agli agricoltori e agli artigiani operano comuni cittadini nella volontà di affermare che la ricerca di trasparenza, onestà e rispetto sia in grado di superare qualsiasi distinzione di classe. La Valle di Susa, per conformazione geografica, è da sempre interessata da fenomeni di traffico che l’hanno resa via privilegiata di transito verso i territori francesi oltralpe. Nel corso degli ultimi decenni la concentrazione di opere infrastrutturali straordinarie per dimensione ed impatto ha invitato la popolazione ad un confronto critico e preparato con chi propone attività ed azioni in grado di ledere potenzialmente il benessere e la stabilità degli abitanti…(segue)

Dunque, oltre a essere variegata e diversificata, l’opposizione popolare alla TAV in Valle è anche numericamente significativa. Alla pacifica manifestazione di massa del 23 marzo 2013, della quale scrivevo in questo post, hanno partecipato diverse decine di migliaia di persone.  Quindi, a latere di una presenza popolare così imponente, voi capite che l’affrontare questo tema  è maggiormente importante, nella misura in cui da più parti – come fa sistematicamente Tempi – si riduce  sistematicamente la vicenda a una questione di ordine pubblico. E’ importante anche perché sul progetto TAV Torino-Lione i promotori dell’opera forniscono, ancora sistematicamente e strumentalmente, dati non plausibili. E’ una cosa grave. Ed è cosa che, purtroppo, abbiamo dovuto riscontrare anche su Tempi. Comunque, nonostante la larghissima presenza popolare di cui sopra, è ben noto che la vicenda ha registrato, nel tempo – si parla ormai di ben vent’anni – episodi anche duri di scontro fisico, tra alcune frange di oppositori all’opera e forze di polizia. Si tratta quindi di una storia esemplare, emblematica, che merita tutta la nostra attenzione.

Allo scontro fisico si è arrivati in più di una occasione.

E’ noto che in Valle, in questa vicenda ventennale,  sono state costantemente e oggettivamente respinte le istanze di ascolto sugli argomenti “veri”. A quel punto non tutti, purtroppo, hanno evitato di ricorrere a comportamenti di confronto fisico di forza, oppure ad atti come quelli commessi a Chiomonte il 13 maggio 2013: lancio di razzi e fumogeni all’interno del cantiere.

In realtà, il preteso “dialogo” che le Istituzioni hanno affermato di voler intraprendere con la popolazione dissenziente, non ha mai seriamente voluto prendere in considerazione i reali dati di fatto della questione. Troppo forti gli interessi particulari che gravavano sulla vicenda.  Con tali metodi, però, non si fa molta strada. In tale contesto oggettivamente al limite del proibitivo, d’acchito si sarebbe tentati a qualche esitazione ad ascrivere senz’altro alla categoria della ‘violenza’, e dunque a censurare, comportamenti collettivi da parte di settori di manifestanti che abbiano comportato, ad esempio, abbattimenti di recinzioni e perfino l’interruzione,  con barricate di fuoco, di sedi di vie di comunicazione. Ma, appunto, è una tentazione. Una simile conclusione si potrebbe trarre anche quando comunità organizzate in ordine a una protesta pacifica, nel contesto di manifestazioni di dissenso con modalità pacifiche, come è avvenuto in quella imponente dello scorso 23 marzo 2013, si trovino a convivere spalla a spalla con componenti più o meno numerose di soggetti che invece danno corso ad azioni  ‘extra legali’ come quelle appena descritte, e a tollerarle, a non censurarle in modo esplicito. Ma, chiaramente, le conclusioni le trarremo a tempo debito. Si diceva che questo testo  è nato dal fatto che Tempi, settimanale che seguo da anni, ha ridotto sistematicamente la vicenda della TAV To-Ly a una questione di ordine pubblico.  Così facendo,  su questo argomento Tempi  ha  espresso  una capacità – o una volontà – di indagine e di analisi, quantomeno assai ridotta. Qui, a la filosofia della TAV, ci sentiamo invece in dovere di procedere all’approfondimento. Si tratta di un percorso che ci porterà lontano e, prima di tornare alla questione di partenza, dovrà necessariamente passare per la considerazione dei limiti della nostra democrazia. A vedere se e come è possibile farla evolvere verso un modello più soddisfacente. Cominciamo,  dunque, dalla posizione della Valle. Grassetti, colore e sottolineature sono per una più immediata leggibilità.

1. LA POSIZIONE DELLA VALLE

Si diceva che l’opposizione della Valle alla TAV, da sempre visibilmente caratterizzata da presenze popolari dell’ordine di decine di migliaia di persone, è stata ciò nonostante accusata da più parti di rappresentare una ridotta di pochi estremisti facinorosi, anarchici e violenti. Si è detto che, in effetti, confronti fisici tra gruppi di manifestanti e forze di polizia, atti come quello del 13 maggio a Chiomonte,  ci sono stati. Con questa generalizzazione strumentale si è, però, voluta attizzare la voglia di manganello sulle schiene di tutti indistintamente quei valsusini pacifici – e sono la stragrande maggioranza – che, pur cittadini responsabili, non hanno però acconsentito a portare il cervello all’ammasso. E seguitano a dissentire dalla “filosofia della TAV”. In Valle, in sostanza da sempre hanno capito il pur semplice trucco keynesiano – progresso & sviluppo fittizi, a carico del debito pubblico – che è peraltro quello che in tante altre sedi si fa finta di non capire, o forse proprio culturalmente non ci si arriva. I valsusini, quindi, non ci stanno a subirlo passivamente. In Valle hanno studiato la questione, lavorando seriamente, e ne hanno tratto le logiche conclusioni. La Comunità Montana della Val di Susa e Val Sangone ha prodotto, ad esempio, in relazione al confronto sull’opera con il precedente Governo Monti, le puntuali “osservazioni” critiche ai 14 punti PRO-TAV a suo tempo messi in rete da quel Governo. E le  ha doverosamente trasmesse a quel Presidente del Consiglio. Si tratta di un testo sintetico ma davvero completo, che quindi ho linkato spesso agli articoli di questo blog. Comunque, per chi si fosse messo in contatto solo ora, le trovate qui. Solo per portare un altro esempio di tutte le buone ragioni alternative al modello TAV prodotte nel tempo, è interessante, al livello di quanto realizzato dai corpi intermedi della società,  anche questa precisa sintesi su tutti i motivi non tanto di un NO alla TAV, quanto di un SI’ a una politica infrastrutturale ragionevole e sostenibile. Poiché, in ultima analisi, di questo si tratta. La sintesi, per la precisione,  è stata realizzata da “Pro-natura Torino”. Al momento però, è purtroppo quasi proibitivo far passare le ragioni di un SI’ a una politica infrastrutturale ispirata al buon senso. E ciò, a motivo delle dinamiche politiche che tratto in maggior dettaglio sul blog, nella sua pagina principale. Dunque, come dico nel motto del blog, per capire a fondo la questione è necessario comprendere come funzionano i meccanismi socio-politici che producono lo “spreco istituzionalizzato della cosa pubblica” (Luigi Sturzo dixit), del quale la TAV è un esempio eclatante. Diversamente, quei meccanismi non si potranno disinnescare. E’ quindi una questione di coscienza e di auto-coscienza. Ed è cosa che si può fare solo pacificamente, non c’è altra via. In generale, il ricorso al confronto fisico – nella ricerca dell’affermazione del diritto – non solo va contro le naturali aspirazioni dell’uomo alla pace, ma si rivela controproducente. Per chiarezza, tuttavia, a giudicare da quello che si è visto in Valle  da parte dei manifestanti –  in un contesto peraltro difficile, come si è detto – va opportunamente inquadrato, ai fini della valutazione, e senza voler attenuare le responsabilità di alcuno, il gesto, ad esempio,  da parte  di qualcuno di lanciare pietre e oggetti contundenti verso le forze di polizia. E ciò, pur  mentre tutt’intorno si affrontano in modo non violento, sul territorio interessato dai lavori TAV e con la semplice interposizione fisica delle persone, gli uomini della forza pubblica. Ebbene, pur considerato il difficile contesto, pare cosa scontata, ma, con l’aria che tira, mettiamo intanto in chiaro che l’atto di lanciare pietre all’indirizzo di altri è sempre censurabile. Prima di andare oltre nel giudizio sulle forme di resistenza alla TAV storicamente praticate in Valle, andiamo ora – per acquisire altri elementi di valutazione – a considerare il comportamento dello Stato.

2. LA POSIZIONE DELLO STATO

Ho illustrato nelle prime nove puntate de lafilosofiadellatav.wordpress.com/testo-integrale-de-la-filosofia-della-tav-la-serie-completa-dei-post-fb-su-tempi/, citando testimoni qualificati, come l’esperienza insegni che, in assenza di sussidiarietà, il che significa in assenza di partecipazione autentica ed integrale dell’uomo-persona alla gestione della cosa pubblica, lo Stato non è credibile. Questo è il limite della democrazia SOLO rappresentativa. Ed è cosa manifesta, sotto gli occhi di tutti. E’ palese infatti che allo stato dell’arte il cittadino contribuente, nonostante la propria dignità di persona, dopo il voto alle consultazioni elettorali, non decide nulla,  nulla controlla, e su nulla ha dignità di soggetto politico, circa l’amministrazione della cosa pubblica. Tutto è demandato ai rappresentanti.  Questo accade a ogni livello, dove si intrecciano il mondo dell’economia e quello della finanza. Esempi eclatanti sono i casi Parmalat e Cirio, nonché quello recente e macroscopico, tuttora in piena evoluzione, del Monte dei Paschi di Siena. D’altro canto, la cronaca riporta quotidianamente il malfunzionamento strutturale dello Stato-apparato, sia nella sua amministrazione centrale che in quelle periferiche, che nei rapporti tra le diverse amministrazioni. Il problema è che il cittadino, nel presente regime di democrazia rappresentativa, in sostanza può solo votare i propri rappresentanti,  scegliendo sulla base di programmi politici e liste di candidati già stabilite dai partiti.  Ma questo, è ormai chiaro, non basta più. Non è mai bastato.  Maggiormente non è sufficiente in questo momento storico, nel quale i nodi sono arrivati al pettine, e  l’incapacità amministrativa dei rappresentanti sta ormai finendo di affossare lo Stato. E’ un fatto che, a tutt’oggi, i corpi intermedi della società – quelli che nel tempo l’uomo ha creato spontaneamente per soddisfare al meglio i suoi bisogni sociali, nella sua lunga storia – non hanno più spazio significativo. Questo degrado politico viene da lontano, e cioè dall’esaurirsi del tutt’altro che “buio” medioevo, innervato di proto-sussidiarietà, e dal graduale sopravvento del  Rinascimento prima e dell’Illuminismo poi, che hanno gradatamente sancito il dominio delle oligarchie. Oggi, siamo nella situazione per cui gli interessi autentici del popolo delle famiglie (definizione di Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 1994) non trovano una concreta rappresentanza politica. In tale contesto, la “sovranità popolare”, che secondo alcuni verrebbe espressa al momento del voto, è un mito. Poiché a quella denominazione non corrisponde alcun potere reale. Ho già avuto  occasione di citare l’attuale Arcivescovo di Milano, Angelo Scola, il quale il 16 maggio 2006, ancora Patriarca di Venezia, in occasione dell’inaugurazione della “Scuola Euromediterranea”, riferendosi al sistema dei partiti ebbe a dire che

…non è più pensabile questo rinnovamento nei termini di una dialettica di partiti, che, nel migliore dei casi, sono diventati delle oligarchie, come anche le recenti vicende del nostro Paese ci hanno abbondantemente dimostrato.

Tra l’altro, i programmi dei partiti, in questo particolare momento, sono  particolarmente generici e insoddisfacenti. Pensiamo, per fare un solo esempio ma importantissimo, alla libertà di educazione. Il buono-scuola.  Non c’è un partito, nemmeno fra quelli che in teoria dovrebbero promuoverlo, che lo proponga. Seriamente, intendo. Il precedente Presidente del Consiglio, Mario Monti, si è addirittura prodigato per dare il colpo di grazia alle scuole paritarie e al settore del non-profit in generale, con l’IMU. Gli ultimi sviluppi in merito sono che, siccome il mondo del volontariato e del non-profit si è lamentato, prima delle elezioni politiche  del febbraio scorso Monti ha fatto una modifica. Però in peggio!… Infatti, in base al regolamento attuativo della nuova tassa, l’Ente non profit l’IMU può anche chiedere di non pagarla. A condizione però di sottoscrivere l’impegno, in caso di suo scioglimento – per qualunque causa – a devolvere il suo patrimonio secondo quanto disporrà lo Stato. Il quale resta in posizione di avvoltoio, pronto in ogni momento a divorare le spoglie del malcapitato Ente. E’ quello che si chiama un ricatto. Vedremo cosa farà – o  non farà – in merito, l’attuale Governo Letta, appena entrato in carica. Interessante, sul tema del severo confronto a tutto tondo tra democraziaoligarchia e partecipazione, del quale stiamo ragionando, la posizione del Movimento 5 Stelle, che così tanti consensi di protesta ha raccolto nelle ultime elezioni politiche. Abbiamo visto molti giovani, in apparenza entusiasti e volenterosi, spesso dotati di esperienze di lavoro (rispetto a tanti politici di mestiere del passato) eletti in Parlamento nella fila del M5S. In quella occasione, abbiamo sentito alcuni appartenenti al movimento manifestare il desiderio e prospettare l’idea di “democrazia partecipativa”. Ebbene, non possiamo che fare a loro, e al Movimento, i nostri migliori auguri. Purtroppo, le prime evidenze sono decisamente sconfortanti. M5S esprime nei fatti una posizione per molti versi ideologica, statalista e severamente avversa alla sussidiarietà, assimilabile ad una sorta di gnosi 2.0. Vedremo gli ulteriori sviluppi. Quella del bisogno della persona di una partecipazione attiva alla responsabilità politica, in senso lato, è una realtà vera, ontologica, incontrovertibile. Così Juliàn Carròn, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, in un suo recente intervento di discernimento sull’ultimo  momento elettorale, di cui questo è il testo integrale:

più il soggetto è sostituito da altro, più si deprime, si rattrappisce. Invece, meno viene sostituito, più viene fuori come soggetto.

Pare un’affermazione ovvia, ma nella realtà non è per nulla scontata. E’ questo l’insanabile limite antropologico di fondo della società dei consumi. Che, come il mostro di Alien, che opera all’interno, si articola, celata nel corpo della democrazia rappresentativa. Muovendolo come un fantoccio. Del funzionamento di tali meccanismi parlo in dettaglio nella pagina principale del blog. In tale società, tutti tendiamo a venire  sistematicamente e più o meno sottilmente, sostituiti, nel momento in cui vengono prese le decisioni. In politica, in economia, nel lavoro, in tutto. La cosa non ci piace. Ci sentiamo a disagio, perché non siamo stupidi, ed essere manovrati come marionette non rientra nelle nostre aspirazioni più profonde. Non riusciamo però a elaborare un’alternativa a questa situazione. E però produrre e consumare, senza senso, non ci basta. Ci sentiamo sempre più vuoti. Per pigrizia vorremmo in qualche modo rassegnarci a questo limite, “adattarci” ad esso, poiché non vediamo nessuna via d’uscita, nessuna alternativa. E però una forza più grande di noi, perché non ce la siamo data da soli, ma è stata posta dentro di noi nel momento in cui siamo stati creati, ce lo impedisce. Ora quell’equilibrio instabile si sta alterando. Accade che nel momento in cui questo modello di sviluppo – fondato sulla crescita esponenziale del debito pubblico, sullo spreco istituzionalizzato delle risorse, sull’inflazione programmata come strumento di governo e sulla corruzione dell’anima del popolo indotta dal materialismo edonistico  – sta grippando, anche il solo sopravvivere, il solo produrre e consumare è sempre più difficile per quote crescenti della popolazione. Il giocattolo si sta rompendo. Beninteso, quello della libertà possibile/impossibile è un discorso, oltre che a livello politico, e anche riferito alla dimensione più intima, quella dell’anima. Esempio, il cristiano dentro di sé, nella misura della sua fede, è sempre libero. Anche nelle  circostanze più estreme di costrizione fisica e coercizione psichica. Però, affinché vi sia nella Storia il desiderato progresso della società, non c’è da rassegnarsi fatalisticamente al peggio, ma vi è piuttosto da tradurre pacificamente nel consesso umano questa libertà interiore, per mezzo della Dottrina sociale, affinché possa espandersi ed essere condivisa, in prospettiva, da tutti. In altre parole, non possiamo accontentarci di uno status quo insoddisfacente, ma è nostra esigenza interiore che ci adoperiamo per farlo evolvere, tramite il principio di sussidiarietà. In questo senso, non vogliamo generalizzare: su questo, in Italia non partiamo certo da zero. C’è, nel nostro Paese, tutta una antica tradizione di sussidiarietà, della cui pratica attuale mi limito a citare qui un solo esempio: la Compagnia delle Opere. Purtroppo, però, è un fatto che il bisogno partecipativo dell’uomo, che ovviamente si traduce in opere e imprese partecipative, viene sistematicamente compresso dallo Stato, in modo politicamente bi-partizan. Storicamente, cito l’esempio dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, a Siena. Una realtà medievale (nata prima dell’anno mille) non-profit, ricchissima grazie alle ampie donazioni del popolo, il quale percepiva la struttura come sua, e perciò la finanziava largamente. Una struttura al servizio del territorio, dei pellegrini, degli ammalati e dei poveri. Ottimamente gestita per secoli, finché la responsabilità dell’impresa è rimasta nella mani di coloro che vi erano direttamente impegnati. Nelle corsie, i ricoverati potevano trarre consolazione alla vista delle storie edificanti, narrate dai soffitti affrescati anche dai migliori artisti senesi. Roba che, oggi, nemmeno nella migliore clinica privata.  L’opera ha poi cominciato a decadere man mano che il potere politico ha preteso di controllarla in prima persona, nel millequattrocento, riducendo i precedenti responsabili allo status di lavoratori dipendenti. Più modernamente, circa le vessazioni sul mondo dei corpi intermedi da parte dello Stato, ho appena portato l’esempio del Governo Monti con la perfida stangata dell’IMU sul mondo no-profit, sotto l’alibi (altro non era) che “ce lo impone l’Europa”. Interessante notare che il buono-scuola, lo strumento per il quale si esprimerebbe massimamente la sussidiarietà, in favore della libertà di educazione, sia totalmente osteggiato dalla sinistra, ma anche – al livello dell’amministrazione centrale,  che è quello che più conta – dai liberali berlusconiani, che si rivelano così collateralmente statalisti. La politica sussidiaria di Formigoni in Lombardia è stata, ad oggi, un’eccezione. Dicevamo del M5S, dal quale erano venute promesse di “democrazia partecipativa”. In realtà, per come si è vista esprimere la filosofia di quel movimento, la partecipazione viene riferita primariamente e limitatamente ad una dimensione di comunicazione, condivisione e dibattito in rete delle notizie e dell’attività che si progetta e che si realizza. Il che, in effetti, ricorda un po’ la soluzione al problema del “totalitarismo nella democrazia”, prospettata a suo tempo da quella pur grande figura che è stata Hannah Arendt. E che però, non funziona. Nell’era di internet e dei social network,  si è visto infatti che nelle democrazie liberali il compimento del concetto di “spazio pubblico” di discussione auspicato dalla Arendt,  spazio – specie virtuale – pur saturato a dismisura dalla protesta specie giovanile, dal dibattito culturale e politico, anche se purtroppo generalmente asfittico in quanto a buona prospettiva politica, nonché dal capillare scambio, nei blog e sui social network, delle reciproche opinioni e dei rispettivi punti di vista, non ha minimamente intaccato il potere oligarchico. La tecnica, più che rimuovere il totalitarismo mascherato in forme soft, sembra averlo favorito. In realtà, basta scavare appena un poco per vedere che un tratto caratteristico del M5S-pensiero pare essere quello di un superomismo prometeico di matrice gnostica. Ancora una volta, quindi,  siamo nella direzione opposta rispetto al principio di sussidiarietà. La controprova è facile, perfino elementare: tra alcune proposte programmatiche del M5S, stravaganti sia nella sostanza che nel modo in cui vengono espresse, sono però già emerse, in modo chiaro, posizioni stataliste e puntualmente, decisamente avverse alla libertà di educazione. Avverse alla scuola paritaria pubblica non statale. Niente di nuovo sotto il sole. Si tratta di una posizione liberticida, ultima di una lunga serie. Il voto di protesta verso un establishment  politico ormai decotto, si è dunque purtroppo incanalato, anche questa volta, in un versante politico razionalista e neo-illuminista, piuttosto che verso la Dottrina sociale e i princìpi non negoziabili. E’ chiaro che  i tempi non sono ancora maturi. Dicevo prima dei programmi dei partiti. Essi tendono a ridursi a buone intenzioni, puntualmente smentite dai fatti. Ho accennato più volte sulle colonne di questo blog come, anche dal punto di vista etico, la soluzione democrat di sinistra e quella liberal di centro-destra tendano, infine, ad equivalersi.  Tempo fa abbiamo infatti visto i panzer liberal/laicisti del PdL, Bondi e Galan, dare una bella strigliata a quei cattolici che, nel partito, intendevano promuovere i valori umani autenticamente intesi. E’ ancora più recente l’apertura dello stesso Silvio Berlusconi alla istituzionalizzazione, in qualche modo, delle coppie omosessuali. Abbiamo cioè visto parificare, anche nell’ambito della penalizzazione della famiglia naturale, il centro-destra alla sinistra. Ora, con Governo Letta, ci è toccato di vedere una figura pericolosissima come quella di Emma Bonino  chiamata, in modo bi-partizan, al Ministero degli Esteri. Sede nella quale la storica esponente radicale non mancherà di fare tutto il danno possibile. Il debito pubblico, anche grazie in non poca misura ai quasi 100 miliardi di euro già spesi finora nella TAV anch’essa bipartizan, quando sarebbero stati ben altri gli investimenti infrastrutturali da fare, è cresciuto – in modo abnorme e inarrestabile – sotto tutti i governi precedenti. Sia di destra che di sinistra, nelle diverse varianti di centro. Nella gestione del precedente governo tecnico di Mario Monti, sedicente “salvatore dell’Italia” e da molti accreditato come tale,  il debito ha infine  sfondato la soglia record-simbolo (ufficiale, quella reale è piuttosto più alta) dei 2.000 mld di euro. Potete vederlo qui. Quindi, l’Italia NON è stata, e non è tuttora, ben amministrata. Questo è un dato di fatto. Questo non deve stupire, anzi. E’ normale. Diceva Pier Luigi Zampetti che nelle “stanze dei bottoni” dello Stato-apparato,  in regime di democrazia rappresentativa, è fisiologico che arrivino gli oligarchi. I quali fanno il loro proprio interesse. Si tratta di una realtà, certo spiacevole, che tendiamo costantemente a rimuovere. Questo non ci fa bene. Cito ancora una volta questa indicazione fondamentale del   grande e misconosciuto  intellettuale del ‘900:

L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002).

Quando, tempo addietro, Roberto Benigni ha letto la Costituzione della Repubblica in TV, ho ricordato, in un articolo sul blog, che in un suo lavoro Zampetti aveva segnalato l’esistenza della “Costituzione parallela” della nostra Repubblica. Cioè di quella realmente vigente, a dispetto della lettera della Carta. Questo il  confronto sinottico dell’articolo 1:

Art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”. Art.1 Costituzione parallela: “L’Italia è una Repubblica oligarchica fondata sul consumo. La sovranità appartiene ai partiti e ai sindacati, che la esercitano al di fuori delle forme e dei limiti previsti dalla Costituzione”.

Si tratta di espressioni politicamente molto scorrette. Questa lezione non è corrente, e qualcuno potrebbe dubitare dell’affidabilità di tali giudizi tranchant, ipotizzare che essi siano viziati da preconcetti ideologici di matrice anarchizzante.  Sta di fatto che, quanto a credibilità,  Zampetti godeva della fiducia di Giovanni Paolo II. Al punto da essere da lui nominato, nel 1994, membro della appena costituita Pontificia Accademia delle Scienze sociali. Credo di essermi spiegato a sufficienza. Se dunque lo Stato è tendenzialmente oligarchico, non è credibile. Se non è credibile, non è nemmeno autorevole. E se non è autorevole, allora è costretto a diventare autoritario. Dicevo che la vicenda TAV in Val di Susa dimostra come tale modo di procedere si sia rivelato sommamente infruttuoso. Questo è il motivo per cui la protesta popolare, quando è fondata, alla lunga non è comprimibile né sopprimibile, in nessuna parte del mondo. Gli esempi sono innumerevoli. Dalla “primavera di Praga” a piazza Tien-an-Men. Dalle proteste in Birmania, che hanno visto la liberazione di quella grande figura umana e politica che è Aung San Suu Ky, al Tibet che non si rassegna all’invasione cinese. Qui, si è purtroppo visto ricorrere estesamente al suicidio di protesta dei bonzi, per mezzo del fuoco. Questa è una forma di dissenso inumana e totalmente aliena alla nostra cultura. Perciò, con tutta la compassione e la solidarietà possibili per il popolo tibetano, la rigettiamo con fermezza. Per il bene di tutti. Dunque, è fisiologico che una motivata protesta pop0lare sia incontenibile. A questo punto sorge la domanda: quand’è che la protesta è fondata?… E’ fondata quando reclama i diritti umani, secondo i princìpi del diritto naturale. Tra l’altro, ragionando io da cattolico, è bene che osservi che, in tema di diritto, fede e ragione, lungi dall’essere incompatibili, sono invece complementari l’una all’altra. Quindi il diritto naturale in quanto tale, secondo il retto sentire dell’uomo, è patrimonio condivisibile anche dai non credenti. Così Benedetto XVI, nel Discorso al Parlamento tedesco del 23 settembre 2011:

 (…) Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”.

3. PROTESTE GIUSTE,  PROTESTE SBAGLIATE

La protesta, quindi, può anche essere sbagliata. Un caso esemplare  di protesta sbagliata  è  quello dei tanti giovani manipolati da forze politiche stataliste, mandati in piazza a manifestare in favore della “scuola pubblica”, in alternativa alla “scuola privata”, quella “dei ricchi”. Trattasi in questo caso di doppia mistificazione. 1. In questo senso, è ormai un classico l’uso dell’antilingua da parte degli statalisti, specie la sinistra, quando si riferiscono alla scuola di Stato come alla “scuola pubblica”. La scuola paritaria non statale non è “dei ricchi”, ma è pure essa “pubblica”, come attesta anche la riforma Berlinguer. Quindi essa dovrebbe godere delle medesime condizioni di sostegno finanziario di quella statale. Questo, se vi fosse nel nostro Paese la concreta libertà di scelta educativa da parte dei genitori, come da Costituzione,  art. 33, comma 4, e art. 34.  Ma così non è, perché il buono-scuola ancora non c’è. 2. Inducendo i giovani a manifestare contro la libertà di educazione, si contribuisce a mantenere, a carico del contribuente, la posizione privilegiata della scuola statale rispetto a quella non statale – e però anch’essa pubblica. In tal modo si dà una mazzata alla salutare concorrenza educativa fra i due sistemi, e si nega allo Stato la possibilità di poter risparmiare, sulla scuola, minimo il 30% di risorse finanziarie. Perché, grosso modo di tanto, la scuola non statale costa meno di quella statale (Fondazione Agnelli dixit). Quindi, molto abilmente, gli statalisti fanno scendere i giovani in piazza, riuscendo a farli mobilitare contro i loro propri interessi! Chapeau. Un altro esempio classico di protesta sbagliata: Carlo Giuliani, solitamente ricordato come “ragazzo”. Ragazzo a 23 anni, quando è morto.  In teoria, doveva essere maggiorenne e vaccinato da ben 5 anni. Imbevuto d’odio da cattivi maestri, sceso in piazza e, nei famosi giorni del G8 di Genova 2001, fatalmente ucciso dal militare che lui, fuori da ogni auto-controllo,  stava per ammazzare a sua volta, lanciandogli addosso un estintore. I giorni di fuoco di Genova, che videro la morte di Giuliani, meritano qualche ulteriore considerazione. Utile, mi auguro, a far sì che tali infausti eventi non abbiano a ripetersi.

4. UN CASO-STUDIO: IL G8 DI GENOVA 2001

Dunque, le proteste di Genova erano fondate, nel merito e nel metodo? Quanto al merito, richiamo le citazioni di Scola e Zampetti fatte poco sopra, circa la degenerazione oligarchica delle nostre democrazie. A queste ne aggiungo un’altra, dal noto economista  Stefano Zamagni, esperto del terzo settore. Egli afferma, in un’intervista a Tempi(n.26/2010) che:

Oggi chi governa la finanza è la massoneria, non è un segreto.

Allora, la conseguenza puntuale dei dati politici, economici e finanziari che abbiamo messo insieme (e che sono sotto gli occhi di tutti!…) è il fatto che – come spesso leggiamo anche su Tempi – tante delle nostre democrazie occidentali, fra cui le più importanti, sono giunte a essere governate da parti politiche e/o élites tecnocratiche di stampo fortemente radicale, razionalista, laicista, antireligioso in generale e anticattolico in particolare. Tali élites, avverse ai valori umani secondo il diritto naturale, e  forti del loro potere oligarchico, promuovono, con determinazione e dovizia di mezzi, disvalori umani e sociali quali l’aborto, l’eutanasia, la c.d. identità di genere e l’esercizio consumistico della sessualità al di fuori dalla sua sede naturale ed esclusiva che è il matrimonio. Il motivo di quest’ultimo punto, lo ricordo, è l’evidente delicatezza e intimità della materia, che quando è esercitata al di fuori di quell’ambito ne viene inflazionata e sciupata. L’integrità della persona ne viene quindi sacrificata.

Dio ha creato l’uomo e la donna complementari e ha messo in ambedue la forza di un’attrazione reciproca. Ma ha anche creato il senso del pudore, per custodire l’origine della vita nella sacralità e quindi nel mistero, che si svela appunto solo nel matrimonio”. (Piero Gheddo, in questo articolo)

D’altronde, non è sempre stato forse – politicamente – l’incoraggiamento al libero amore, uno degli strumenti privilegiati dai sovvertitori del diritto naturale?  E’ noto che il famoso marchese De Sade, nel suo pamphlet dal titolo  “Francesi, ancora uno sforzo se volete essere Repubblicani” (1795), portando alle estreme conseguenze  il cosiddetto Illuminismo radicale, esplicitamente anticristiano e iper-materialista, esortava appunto i rivoluzionari alle peggiori perversioni sessuali –  ovviamente a spese altrui. Il suggerimento politico era quello di liberarsi dai vincoli morali, poiché tali vincoli, secondo il marchese rivoluzionario, sarebbero stati imposti all’uomo dalla Chiesa cattolica, che l’avrebbe così spiritualmente imprigionato. E’ noto però che tali vincoli sono, in realtà, costitutivi della natura stessa dell’uomo. Seguendo questa linea di pensiero, De Sade giungeva a conclusioni del tutto paradossali. Per cui, ad esempio, difendeva l’omicidio, mentre al tempo stesso condannava la pena di morte. Quindi, lo sguaiato invito a usare il preservativo, fatto dall’esponente di una band al concerto dei sindacati a Roma per il primo maggio 2013, si pone su una linea che viene da lontano. Tra l’altro, all’uso sistematico del preservativo in un contesto di promiscuità sessuale, nonostante quanto irresponsabilmente se ne dicesse al Ministero della Sanità sotto il Governo Monti,  è associato il reale pericolo di contrarre l’AIDS. Ne parlavo più approfonditamente in questo post. Dunque, nel senso che dicevamo, oggi i poteri forti si muovono esattamente come nel 1795.  Essi ci esortano ossessivamente al consumo per il consumo, ovviamente anche nella sfera sessuale. Tentando in specie di plagiare sistematicamente, a questo fine, le nuove generazioni. Nulla è cambiato, se non il fatto che oggi esistono tecniche di persuasione assai più sofisticate che al tempo della Rivoluzione. Al tema del “libero esercizio” della sessualità sono ovviamente collegati quei fattori, causa di sofferenza grande anche se non sempre consapevole, che sono l’aborto chirurgico e la contraccezione abortiva. Quest’ultima è oggi in forte espansione. Sono molte le  vite umane perse con le pillole del giorno dopo, prodotti cripto-abortivi il cui impiego sta diventando sempre più esteso. Siamo giunti a pianificare e attuare su vasta scala, anche con mezzi chimici, la strage sull’ultima frontiera. Il luogo più appartato e invisibile nel quale si genera e si sviluppa la vita umana: il corpo della donna. Le vite umane perse in tali circostanze sono, ontologicamente, assolutamente identiche a quelle eliminate nella guerra visibile. E sono molte. Si parla di un ordine di grandezza  di 200.000 aborti annui, in Italia, fra chirurgici e chimici. Antonio Socci, in un suo libro, ha riferito di un ragionevole stima di 50 milioni di aborti annui, a livello mondiale. Doverosamente ricordo qui che, per chi – padre e/o madre del concepito – ricorre a tali pratiche devastanti, io credo il più delle volte inconsapevolmente circa la vera essenza dell’atto, a motivo della manipolazione culturale dei pervasivi cattivi maestri che la nascondono scientemente,  c’è l’infinito abbraccio misericordioso del perdono di Cristo. Però, certo, è necessario rendersi conto di quello che si  è fatto, per poter elaborare il lutto. Con l’occasione – per restare sul concreto – mi permetto di ricordare qui il Logo SOS VitaNUMERO VERDE SOS-Vita, 8008-13000, gestito dal Movimento per la Vita italiano, attivo 24/H/24, al quale può rivolgersi in qualunque momento la donna – o anche l’uomo – che si trovi in frangenti difficili, in relazione non solo al pre-, ma anche a quel momento ugualmente devastante che resta il post-aborto. Ricordiamo qui anche le numerose, invisibili ma concrete perdite umane registrate nella fase embrionale, in conseguenza delle pratiche di fecondazione artificiale. In relazione a questa metodica, per la sola Gran Bretagna si parla di cifre, riferite all’ultimo decennio, dell’ordine di ben tre milioni e trecentomila vite andate perdute, nelle bianche stanze dei “centri di riproduzione assistita”. Sono cifre spaventose. Le forze che hanno scatenato l’odio e la paura reciproca tra i popoli, la lotta di classe e le guerre mondiali, agiscono  nelle nostre democrazie, all’interno delle comunità nazionali, in modo analogo contro il popolo. Tanto è vero che, ad esempio, le politiche eugenetiche ed eutanasiche che vigono e si praticano oggi nei civili e borghesissimi Paesi Bassi, piuttosto che nel Regno Unito, sono assai affini a quelle messe in atto a suo tempo nel terzo Reich. Last but not least, è noto che in questo tempo le oligarchie stanno promuovendo massicciamente a livello mondiale quel fattore destabilizzante non solo della personalità umana, ma anche per la stessa sopravvivenza della società e dello Stato, che è l’omosessualità. Ovviamente non esprimo una critica verso le persone, ma a quello stile di vita antropologicamente distorto e disordinato, portato come valore e artificiosamente equiparato alla sessualità. La quale per sua stessa natura – fin nella radice della parola medesima – implica la complementare alterità e diversità dei sessi, nell’ambito della coppia. La breccia aperta nei princìpi non negoziabili sembra allargarsi a dismisura. E’ recente la notizia che nella nuova edizione del DSM, il famoso manuale dei disturbi psichiatrici, parametro a livello mondiale, sarà scritto che, sotto certe condizioni, la pedofilia verrà derubricata da patologia a disordine. Anche lo sdoganamento politico dell’omosessualità fu preceduto, a suo tempo, da analogo passo nel DSM. D’altronde, per avere conferma di tale disegno perverso, non abbiamo da andare molto lontano, tutt’altro: segnalo infatti questo articolo dell’agenzia la Nuova Bussola quotidiana, nel quale si riferisce di una iniziativa politica di sdoganamento della pedofilia, in concerto con il Consiglio d’Europa, a cura di Elsa Maria Fornero, già ministro del Lavoro (con deleghe per le Pari opportunità) nel precedente Governo Monti.  Dunque, il disegno è chiaro.  Con le azioni suddette, le élites oligarchiche osteggiano nei fatti il matrimonio naturale e la famiglia naturale. I casi più eclatanti sono quelli degli Stati Uniti di Obama, della Gran Bretagna di Cameron e della Francia di Hollande. In taluni casi, si è giunti non solo alla distorsione antropologica di istituzionalizzare il matrimonio omosessuale, ma addirittura a quella ancor più perversa di consentire l’adozione di minori senza famiglia alle coppie omosessuali. In casi ancora più estremi, come nel Regno Unito, tale possibilità è stata addirittura articolata nei termini di un obbligo giuridico, nei confronti degli Enti che di adozioni appunto si occupano. Per questo motivo, istituti cattolici che si impegnavano nel settore delle adozioni, sono stati costretti a chiudere.  Tutte queste iniziative minano la famiglia nella sua essenza costitutiva, ontologica. E poiché la famiglia è la cellula costitutiva della società, facendola implodere, tali atti fanno collassare anche la società, lo Stato. Negli USA, sappiamo della riforma sanitaria di Obama, il quale, in stile soft-totalitario, vorrebbe imporre a tutti gli Enti e a tutte le aziende, pena sanzioni, l’obbligo di assicurare i propri dipendenti con una polizza che garantisca i “diritti riproduttivi” di carattere contraccettivo-abortivo. Qui, la partita con la Chiesa cattolica, che in sostanza si è fatta unico baluardo della vita umana, della libertà e del diritto naturale, è ancora aperta. Anzi, è già in atto un confronto durissimo, del quale i grandi media allineati al mainstream prevalente si guardano bene dal dare conto. La Chiesa cattolica americana si è dovuta levare, davanti al diktat di Obama, allo stesso modo in cui, ancora nel terzo Reich, si alzò, in difesa dei diritti dell’uomo, il “leone di Munster”, Clemens August Von Galen. Su questo punto, sviluppi recenti segnalano che l’amministrazione Obama avrebbe annunciato un ritiro parziale dalle precedenti posizioni. Le donne potranno accedere a contraccezione e aborto, ma le istituzioni religiose  non sarebbero più costrette, per legge, a pagare alle loro dipendenti una assicurazione sanitaria che copra questi servizi. In tal caso, toccherà a una terza organizzazione fornire questa assistenza. La questione, ancora in via di evoluzione, è ancora lungi dall’essere conclusa. Anche perché quella vastissima area rappresentata dalle aziende private resterebbe sotto il tallone del soft-totalitarismo obamiano, per nulla disposto a mollare la presa sulla società. Nella più grande democrazia del mondo, la battaglia per la libertà continua. Abbiamo letto a suo tempo, proprio sul settimanale diretto da Luigi Amicone, che sui valori umani correttamente intesi anche il Canada è andatissimo. Sappiamo che pure la Germania non sembra stare molto meglio. E’ noto che le politiche di stampo radicale sono prevalenti anche nell’area dei Paesi Bassi e in quella scandinava. Un pensiero va anche alla Svizzera di “Exit” e alla Spagna di ieri, quella iper-radicale di Zapatero, che sembra in qualche misura ben resistere anche sotto la nuova amministrazione di centro. Pessime  notizie giungono recentemente anche dalla Croazia, dove un Governo di sinistra sta imponendo alle famiglie,  con metodi altamente coercitivi, il giogo dell’identità di genere, tramite politiche scolastiche appositamente dedicate. Si è detto che era questa, peraltro, anche l’intenzione del Ministro Elsa Maria Fornero, sotto il Governo Monti. Come si vede, il tema dell’utilizzo della scuola a fini strumentali da parte dello Stato, è ricorrente. Le politiche radicali, cablate su uno stampo statalista di ispirazione illuministica, e perciò stesso fiero avversario della sussidiarietà e dei princìpi non negoziabili, hanno potuto conquistarsi un consenso elettorale grazie al sistematico, persuasivo indottrinamento delle nuove generazioni. Si è detto che il processo, di norma, salvo eccezioni, viene più o meno sottilmente praticato nelle scuole statali. Pensiamo alla “educacìon alla ciudadiania”  zapaterista. Da che lo spirito della rivoluzione è lo spirito della rivoluzione, come insegnano Danton e Calamandrei, plasmare le menti dei giovani nella scuola di Stato è sempre stato il pilastro per mantenere saldo il potere delle oligarchie. Non dimentichiamo, poi, un altro fattore importantissimo. E cioè che la società dei consumi che detta legge in tutto il mondo, e tutti gli ambiti della vita pervade – economia, finanza, cultura – è fondata, lo dice  il nome stesso, sui princìpi radicali. Ed è essa a riempire scrupolosamente tutti i vuoti educativi, intenzionali o meno, lasciati dalla scuola e dalla famiglia. D’obbligo annotare ancora una volta come le politiche radicali siano, idealmente, bipartizan: esse oggi vengono infatti energicamente promosse sia dal democratico Obama negli USA, come dal conservatore-liberale Cameron in Gran Bretagna. Abbiamo recentemente visto come, anche in Italia, esse non siano, come è tradizione, patrimonio prevalente della sinistra, ma si siano estese trasversalmente anche nell’area parlamentare di centro-destra, nonché in quella tecnocratica montiana. Si è detto che in questo tempo, col nuovo Governo Letta, abbiamo anche avuto, ancora in modo bi-partizan, la scandalosa nomina della campionessa abortista Emma Bonino all’importante Ministero degli Esteri. Il passo successivo è quello sovranazionale. Come è naturale, i poteri forti social/liberal/tecnocrat che gestiscono le nostre democrazie, coordinano poi anche le entità sovranazionali.  Vedi l’Unione Europea,  che per quanto può si industria per condizionare gli Stati membri nel  senso che abbiamo detto. E’ noto che nella medesima direzione si muovono anche importanti agenzie dell’ONU. Pensiamo alla sistematica tendenza impositiva, da parte dell’UNFPA, di quei diritti riproduttivi, che sono identità di genere, contraccezione eaborto, specie nei confronti dei Paesi più poveri e ricattabili del pianeta. Ma abbiamo visto anche la censura UE abbattersi su Polonia e Ungheria, sempre perché non allineate in fatto di aborto. Quest’ultima, poi, è nel mirino dei vertici comunitari anche per aver inserito le radici cristiane nella propria Carta Costituzionale.  La new entry Slovacchia è riuscita, fortunosamente, a salvare le effigi dei santi Cirillo e Metodio sulla moneta da due euro da lei coniata. Anch’esse erano entrate infatti nel mirino delle euroburocrazie laiciste. Quindi è sotto gli occhi di tutti, anche se ovviamente non ce lo vengono a raccontare ai TG, come vi sia una casta di illuminati che si adopera per instaurare un nuovo ordine mondiale (come è scritto esplicitamente in questa famosa banconota, sotto la piramide) sia etico, come ho dettagliato,  ma – attenzione! – anche finanziario ed economico. E’ chiaro che il controllo oligarchico tende ad essere globale. Teniamo ben presente questa sinergia. Abbiamo detto che, in pratica, l’unica realtà che si oppone a questa egemonia, ancor prima culturale ed etica che economica e politica, è la Chiesa cattolica. In relazione a ciò, abbiamo ben presenti gli interventi dei Papi e dei loro portavoce nelle assise internazionali oltre che nazionali, a esortare i reggitori del potere a desistere dalla tendenza descritta, per volgersi al vero bene dei popoli. E’ noto che questo fa la Chiesa, prendendo le difese dell’uomo, e della dignità speciale che gli deriva dall’essere creatura a immagine di Dio. La buona notizia è che all’iniziativa della Chiesa cattolica in difesa dell’umanità vediamo aggregarsi, non poche volte, anche Paesi, in genere dell’oriente e dell’Africa,  che esprimono una maggioranza religiosa non cristiana. E’ un fatto oggettivo che, nella modernità, noi cattolici attraversiamo una lunga crisi di lucidità di pensiero politico. Ed anche di energia politica. E’ per tale insufficienza che, nel secolo scorso, non siamo stati in grado di opporci efficacemente ai nazionalismi materialisti di stampo illuminista, che hanno generato i due conflitti mondiali, facendo cataste di cadaveri. E però la guerra, che prima era ad extra, oggi è divenuta ad intra. Vale a dire, lo scontro perversamente promosso ad arte tra il medesimo, identico popolo delle famiglie presente nelle diverse nazioni, si è anche prepotentemente trasferito all’interno delle nazioni medesime, per il tramite delle politiche distruttive della persona, della famiglia e della società alle quali mi sono riferito. Non per questo, sfugge a un occhio attento che la guerra sia meno cruenta. Se, infatti, prima i cadaveri erano visibilmente esposti al sole dei campi di battaglia, o fra le macerie delle città bombardate, adesso si “producono” massicciamente fuori vista, nelle stanze dove si operano la riproduzione assistita, in quelle degli aborti o nel luogo dove questi si fanno  più sbrigativamente, senza il ricorso a costose stanze di supporto: direttamente nei corpi femminili, per via chimica e farmacologica. Ovviamente, oltre alle gravi ferite invisibili incise primariamente dall’aborto nell’anima di chi lo ha vissuto, vi sono poi le lesioni che la società dei consumi infligge al popolo, con una vasta gamma di altre modalità. Concludendo su questo tema, se questo è lo stato dell’arte, è effettivamente comprensibile che vi fossero fondati motivi di scontento e contestazione, al G8 di Genova, verso i rappresentanti ultimi di quel potere mondiale in apparenza democratico, ma in sostanza oligarchico, che abbiamo descritto. Le gravi problematiche che affliggono l’umanità, e delle quali, comunque, in qualche modo gli elettori chiedono conto agli eletti loro rappresentanti – siamo infatti in regime di democrazia rappresentativa – sono ben note. Vi è da dire, peraltro, che è presumibile che ben pochi tra i manifestanti di Genova fossero consapevoli – e soprattutto concordi! – con questa analisi. A questo punto, prima di chiederci quale possa essere il modo giusto e costruttivo di porsi nei confronti di tale potere oligarchico, abbiamo da fare due importanti osservazioni preliminari.

5. LIMITI ATTUALI NELL’APPROCCIO AL CONFRONTO TRA CITTADINO E STATO

a) La prima osservazione ha a che fare con le modalità dell’approccio di chi protesta. Che è generalmente caratterizzato da passività politica e subordinazione intellettuale nei confronti dell’autorità contestata. Questo è un chiaro danno collaterale da democrazia rappresentativa, e da mancanza di educazione alla sussidiarietà. Vale a dire, similmente a quanto avviene nel conflitto tra capitale e lavoro, come può essere quello di un confronto  tra prestatori d’0pera e datori di lavoro, la parte lavoratrice che protesta, di norma concepisce sé stessa solo in termini di dipendente dalla parte datoriale. Cioè, in linea di massima la classe lavoratrice chiede idealmente di essere in certo modo occupata e stipendiata, senza doversi impegnare a pensare e progettare il lavoro in prima persona. Questo accade, ovviamente, perché è così che, in generale, il sistema ci ha plasmati. Potremmo parlare, invece che di e-ducazione, di ducazione  del popolo secondo la volontà di chi comanda. Correntemente il popolo chiede che gli sia dato lavoro ad opera di una entità “altra”, tagliando corto. Questo lo vediamo benissimo nella vicenda TAV. Il popolo tende a  evitare la fatica di porsi delle domande circa il senso del lavoro medesimo, del mercato, degli investimenti pubblici che sono finanziati con le tasse pagate da tutti, di quella pur possibile positiva e desiderabile relazione sinergica tra capitale e lavoro, che solo nella società partecipativa si può instaurare. Queste cose, in sostanza, non interessano. Al lavoro devono provvedere i padroni e/o lo Stato. Del problema del lavoro che non c’è, e della sua soluzione secondo la lezione di Pier Luigi Zampetti, parlo estesamente in questa nuova pagina del blog.  Vediamo bene a Firenze, proprio in questi giorni particolari in cui la TAV fiorentina è in grande crisi (ne dirò più compiutamente al termine di questo testo, al punto 11), come i sindacati confederali siano sempre stati completamente appiattiti sulla linea di approccio passivo appena descritta. Disposti a tutto purché sia “dato lavoro”, anche al costo di sacrificare la città alla “grande opera”. Questo modo di procedere NON è nell’interesse dei lavoratori. Non è questo il modo di promuovere crescita e sviluppo autentici. E’ un approccio, quello passivo, che vediamo spesso riportato nei TG. Mi sia concesso, col massimo rispetto per chi è disperato perché non ha lavoro o sta per perderlo: ci muriamo dentro una galleria, saliamo in cima una gru, sul tetto di una fabbrica, ci tagliamo un polso. Bisogna che guardiamo in faccia la realtà. Non è così che risolviamo il problema. E nemmeno lo risolviamo tentando – ormai invano! – di rilanciare i consumi, come i media, i politici e i sindacati invocano ossessivamente a ogni piè sospinto. Zampetti spiega come tale prospettiva, quella della società dei consumi keynesiana, sia ormai storicamente esaurita. La spinta propulsiva del consumismo si spegne sotto il peso dei debiti pubblici che deflagrano, dell’inflazione programmata che erode implacabilmente il risparmio, e della corruzione dell’anima del popolo operata dalla perdita del senso del lavoro, finalizzato non alla missione pro-creativa dell’uomo assegnatagli da Dio, ma ai consumi. Non funziona così, non si può andare avanti in questo modo. L’esempio perfetto di questa politica disastrosa è giustappunto la TAV, e specialmente quella più inutile e più costosa di tutte, la Torino-Lione. Anche se la TAV a Firenze non scherza. Tenendo l’esempio della Torino-Lione, nel post ZERI IN LIBERTA’/2, segnalavo come Tempi scrivesse che l’opera avrebbe creato “migliaia” di posti di lavoro. Troppo facile, troppo bello. Da parte mia osservavo, a parte gli eccessi sui numeri, ai quali – in materia di TAV – Tempi ci ha ormai abituati,  come quel lavoro fosse drogato. E che comunque i massicci quantitativi di denaro relativi ai massicci investimenti pompati nelle grandi opere inutili, provenissero NON dai promotori dell’opera, magari in una prospettiva di project-financing, bensì tutti rigorosamente dal pubblico erario. E cioè, paradossalmente, dai soldi delle tasse usciti dalle tasche dei lavoratori medesimi! Gli oligarchi danno sì lavoro, ma finto. Lo danno non con i loro soldi, ma con quelli dei contribuenti. Così facendo, è chiaro che il Paese va in bancarotta. Questo il pur evidente inganno, che però tutti si rifiutano di vedere. Oppure, come fa Tempi, addirittura sostengono entusiasti, con una determinazione degna di miglior causa. Di più: l’Avvenire del 28 aprile 2013, a pag, 8, dice che

1. sono 40 i mld di euro di debito dello Stato verso fornitori, da sbloccare in due anni. Il totale del debito, secondo Bankitalia, ammonterebbe a più del doppio. 2. sono 60mila i posti di lavoro persi nel 2012 a causa dei mancati pagamenti da parte dello Stato. 3. 114% è l’aumento dei fallimenti delle imprese fra il 2008 e il 2012: la principale ragione di chiusura è dovuta al mancato rispetto degli impegni, da parte della PA.

Secondo CGIA Mestre, i mld di euro di debito pubblico ancora insoluto verso i fornitori, sarebbero forse 120-130. Che fine faranno, tra due anni, gli imprudenti creditori dello Stato, rimasti in fondo alla lista?… lascio a voi la risposta. Evidentemente, sono dati di realtà che dovrebbero suggerire, prima di buttare un 100 o 200 (secondo TEMPI) miliardi di euro, tutti rigorosamente pubblici, in un keynesiano buco in terra che non serve a nulla, come la TAV Torino-Lione, solo per fare un piacere ai costruttori ed avere un po’ di ricaduta di consenso per il “lavoro drogato” che gli oligarchi bancarottieri dicono di voler creare, mentre in realtà – dicono i dati riportati da Avvenire –  il lavoro lo fanno perdere, dicevo, dovrebbero suggerire allo Stato di avere un minimo, dico proprio un minimo, di rispetto per i più elementari princìpi di sana amministrazione. Purtroppo, così non è. Consapevolizziamo questo dato di realtà, in vista della predisposizione di adeguate contromisure. All’approccio al lavoro in stile dipendente vi sono, già adesso, molte e lodevoli eccezioni. Ciò avviene nelle aziende, generalmente PMI, nelle quali gli imprenditori hanno scelto di creare relazioni con i lavoratori improntate al coinvolgimento operativo e al carattere partecipativo. Pur se tali relazioni non sono formalizzate con quel passaggio, certo non indifferente, che è la partecipazione del lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa. Non siamo ancora pronti. Per questo passo decisivo è ovviamente necessaria una educazione previa. Comunque, è evidente che un imprenditore che oggi si muove in questa direzione, precorrendo  i tempi, deve avere qualità umane non indifferenti. Oggi, generalmente, in una grande azienda – io ho lavorato per molto tempo in una di quelle – si è una figura il cui compito è eseguire fedelmente il programma, che comunque di solito è  rigorosamente al servizio della malsana società dei consumi, di cui parlo estesamente nella già citata pagina centrale de “La filosofia della TAV”. Ma anche in questo ulteriore testo, nel quale tratto il tema del keynesismo facendo una lettura critica del pensiero politico di Giorgio La Pira alla luce della lezione di Pier Luigi Zampetti. Quindi quello dipendente è un approccio poco costruttivo, perdente. Per esso, il lavoratore  non riesce a concepirsi come creatore del proprio lavoro.  Tale approccio, inoltre,  generalmente non riesce a creare coinvolgimento da parte del lavoratore,  in spirito di determinata e attiva collaborazione, per il raggiungimento della mission aziendale. Questo perché il lavoratore, anche magari inconsciamente – ma giustamente, perché l’uomo non è stupido –  non sente quella mission come sua propria. Anzi, in taluni casi egli percepisce che, in quanto asservita alla società dei consumi, gli è esplicitamente  avversa. L’approccio dipendente, anche a prescindere dalle caratteristiche della mission aziendale, può facilmente condurre anche a una forte e persistente conflittualità fra capitale e lavoro all’interno stesso dell’impresa, come si è ben visto non  molto tempo fa nelle vicende contrattuali della  FIAT (vedi la pagina del blog sul lavoro). Credo che ci rendiamo tutti conto che non può essere questa, la dimensione ideale di vivere la dimensione del lavoro e dell’impresa. Questo della piena partecipazione del lavoratore alla vita dell’impresa, è bene precisarlo a scanso di equivoci, è il tema – per noi centrale in questo momento storico – della società partecipativa zampettiana. E’ la turbo-sussidiarietà secondo la Dottrina sociale, che approfondisco, fra l’altro, in un testo a parte, dove faccio sintesi del pensiero di Zampetti. Lo trovate qui, sul raffinato sito web del “Covile”, diretto dall’amico Stefano Borselli, che lo ha ospitato a suo tempo. Ora, è molto interessante notare che, alle ultime elezioni politiche, sia nel programma del M5S che in quello del PD, il tema della partecipazione dei lavoratori all’impresa, si è affacciato, seppure in termini più o meno generici, più o meno concretamente e immediatamente attuabili. Nell’agenda elettorale di Bersani si parlava dei  diritti dei lavoratori a partecipare al meccanismo delle imprese. La dico come l’ho sentita riportare, un po’ generica, ma sempre una bomba. Se chi mi legge ha avuto modo di sfogliare questo blog, avrà visto che sono uso far rientrare il discorso del problema TAV nell’ambito della Dottrina sociale. Uno dei pilastri pacificamente rivoluzionari della Dottrina sociale è, in prospettiva, la partecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa. Una cosa non nuova, per la Dottrina. Rimasta però sepolta sotto la polvere della Storia, e rispolverata solo in tempi recenti da quel grande intellettuale del ’900 che è stato Pier Luigi Zampetti. Che poi è morto, nel 2003. In effetti, credevo di avere il non invidiabile privilegio di essere il solo a ragionarne, finché non è spuntata l’agenda del segretario del PD. Che dunque il PD si sia convertito alla Dottrina sociale?… in realtà, la questione è ben diversa. Così scriveva Zampetti:

…Solo con la partecipazione si comprende perché il diritto al lavoro è indissolubilmente congiunto al diritto politico. Devo rilevare che non ci può essere una vera sovranità popolare, come meglio vedremo in seguito, senza un capitalismo popolare inteso come un capitalismo che assicuri a tutti i lavoratori la comproprietà dei mezzi di produzione, la quale richiede un cambiamento sia nel sistema sociale sia nel sistema politico-istituzionale. Questa è la ragione che mi induce a parlare di partecipazione popolare al potere come un’alternativa al capitalismo individualistico e al socialismo collettivistico…” (Partecipazione e democrazia completa, Rubbettino, 2002 pag. 39)

Dunque, a scanso di equivoci, bisogna stare attenti a come si intende la “partecipazione” autentica. Che non si dà secondo il materialismo storico proprio della sinistra, né per il materialismo edonistico tipico del pensiero liberale, bensì tramite lo spiritualismo storico zampettiano, secondo le linee della Dottrina sociale. Cito dalla nota di copertina del libro di Zampetti “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione economica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani. Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Chi fosse interessato ad approfondire il tema, ricordo costantemente che può riferirsi a questo testo riassuntivo del pensiero di Zampetti, da me curato, dove la partecipazione del lavoratore al capitale d’impresa è trattata a pag. 7. Comunque, benissimo che se ne parli, così si cominciano a smuovere le acque stagnanti. Questo fa parte della nuova dimensione che va impressa al dibattito politico, per cui è ormai irrimediabilmente superata – dichiarata fallita dall’esperienza storica – la stessa cornice antropologica materialista, nell’ambito della quale si sono sempre considerati i temi dell’economia e del lavoro. Ciò premesso, l’auspicio di Bersani e del M5S, visti i pulpiti dal quale proviene, evoca piuttosto la presa di potere sulle aziende, da parte di lavoratori ideologizzati. Ciò non avverrà, naturalmente. In questo senso quella di Bersani e di M5S è una finta. Poiché si tratte di forze, al loro fondo, stataliste e dirigiste. E la partecipazione, senza lo “spiritualismo storico” che è alieno a quelle culture, non può funzionare, come la Storia ha ampiamente dimostrato. Non è così che funziona il principio di sussidiarietà, secondo la Dottrina sociale, al quale l’autentica partecipazione del lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa si ispira. Lo scopo della partecipazione non è la “presa del potere” sulle aziende da parte dei lavoratori, ma è il pieno sviluppo della vocazione e della dignità della persona umana  (che intanto non è – per certo – compatibile con l’omosessualismo piddino) e la vera, potente crescita in progresso della società, grazie all’accrescimento delle “centrali energetiche” umane indotto dalla dinamica partecipativa. La dinamica che ho descritto in relazione al tema del lavoro si ripete a livello politico. Chi scende in piazza a protestare chiede che in certo modo gli sia resa giustizia sociale e buon governo, da parte di un un potere “altro”.  Ma questo non è possibile! Per il semplice fatto basilare, mai abbastanza richiamato, della fisiologica deriva oligarchica della democrazia rappresentativa. Gira e rigira, torniamo sempre a questo punto essenziale, che sottolineo nuovamente, poiché viene rigorosamente rimosso dal dibattito politico. Fino ad oggi i tempi non erano ancora maturi. Ora però la situazione è di tale gravità, che è giunto il momento di portare alla luce quella scomoda verità che i maestri avevano già individuato, e che, per ovvi motivi, era stata celata. “L’oligarchia”, dice Zampetti, “è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti”. Inevitabile. Non c’è da scandalizzarsi, né da restare sterilmente frustrati da questo pur spiacevole dato di fatto. C’è, casomai, da consapevolizzare. Questa realtà è confermata, pragmaticamente, dal rosso profondo nel quale versano i conti pubblici della maggior parte delle nostre democrazie. Nelle quali non si fanno gli interessi del cittadino, ma si fa piuttosto demagogia e bancarottismo. E gli scandali come MPS, Parmalat, Cirio, eccetera, e gli sprechi istituzionali come Alitalia e TAV, nonché il malgoverno di tanti Enti locali sono fisiologici e ricorrenti. In tale ingarbugliata situazione, lo ripeto, c’è una sola via d’uscita, quella della “società partecipativa” secondo il principio di sussidiarietà, appena citata.  Questa la sola soluzione, antropologicamente corretta, agli annosi e ormai cronicizzati problemi dell’economia e del lavoro, come quelli della politica, del conflitto tra i poteri dello Stato, e delle istituzioni nel loro complesso. Cito largamente Zampetti, che ha individuato la positiva soluzione al problema, nelle linee della Dottrina sociale:

…Per ottenere questo risultato (la vera sovranità popolare, NdR) bisogna prima costruire una società in grado di organizzarsi per poter assorbire una parte dei compiti esercitati dallo Stato, che oggi non può più assolvere. Io chiamo tale società società partecipativa, di cui occorre delineare le strutture. Tale società è destinata a sostituire la società dei consumi che ha causato la caduta dei valori in tutto l’Occidente industrializzato, cioè nel primo mondo influenzando altresì l’intera economia mondiale… …Il momento centrale attorno al quale ruota il sistema politico democratico è costituito dal concetto di proprietà privata. La società dei consumi ha scomposto l’istituto della proprietà nei suoi elementi costitutivi e, successivamente, li ha ricomposti artificialmente. La scomposizione del diritto sociale di proprietà è stata causata dalla scomposizione del lavoro in lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Le due nozioni fanno capo al concetto di occupazione, comprensivo di entrambe. In luogo del binomio lavoratore-elettore, si è creato il binomio del tutto diverso consumatore-elettore. La crisi della società dei consumi ci costringe a ricomporre i diritti sociali scomposti. Si può ricomporre il diritto di proprietà se si ricompone la nozione di lavoro. Ed infatti unicamente il lavoro produttivo è la fonte della proprietà  e, in quanto tale, è il fondamento del sistema democratico. Soltanto il proprietario è un uomo veramente libero, perché la proprietà gli assicura un’indipendenza che non  può avere colui che non è proprietario, in quanto è subordinato e condizionato dal proprietario… (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” Rubbettino, 2002, estratti da pag. 39 e seguenti)

Un programma ambizioso, dunque. Che, come si vede, presenta significativi, fondamentali e non accantonabili risvolti filosofici, circa la precisa visione della persona e della società ad esso sottesa. Questa non è fantascienza. E’ Dottrina sociale della Chiesa cattolica, che si sviluppa, modernamente, fin dalla fine dell’800. Quella preconizzata di Zampetti è la logica evoluzione del “tutti proprietari, non tutti proletari” di don Sturzo. Ricordo costantemente che approfondisco il tema in questo testo, poco sopra citato.
Segnalo un dettaglio importantissimo. Zampetti scrive che

unicamente il lavoro produttivo è la fonte della proprietà  e, in quanto tale, è il fondamento del sistema democratico.

Questo è esattamente il senso dell’articolo 1 della nostra Costituzione, il quale infatti recita che

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Abbiamo però visto prima, al punto 2. di questo testo, come Zampetti avesse impietosamente evidenziato una realtà diametralmente opposta a quanto affermato dalla lettera della Carta. Il grande intellettuale lombardo aveva cioè individuato la “Costituzione parallela” della nostra Repubblica, dove la sostanza dell’articolo 1  è che

L’Italia è una Repubblica oligarchica fondata sul consumo. La sovranità appartiene ai partiti e ai sindacati, che la esercitano al di fuori delle forme e dei limiti previsti dalla Costituzione.

Dunque, se l’asserzione di Zampetti è fondata, alla base del sistema in cui viviamo c’è un falso mito. Che, nel dibattito politico, viene costantemente rimosso. Questo è un fatto di enorme portata. Gli  uomini di buona volontà, il popolo delle famiglie, hanno la mission di consapevolizzare questa spiacevole realtà, lavorarci sopra, elaborarla. In modo da farla evolvere – pacificamente! – verso il modello di società partecipativa ispirato al principio di sussidiarietà, nel quale potrà dispiegarsi la sua piena sovranità (Giovanni Paolo II, “Lettera alle famiglie”, 1994). La via regia per andare in questa direzione è l’educazione del popolo. “Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio” (da www.appelloeducazione.it)  O, se preferite,

mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare. (Luigi Giussani)

Suggerisco caldamente di leggere i libri di Zampetti. Io ho cercato di fare una sintesi, ma la ricchezza della lezione del maestro la sfruttate appieno leggendo le sue opere. Molte di esse, ormai fuori catalogo, sono fortunosamente reperibili solo sul mercato librario dell’usato, in rete. Meriterebbero ampiamente di essere ristampate. Un giorno, certamente, lo saranno. Prima la preziosa lezione di Zampetti torna in auge – e certamente questo accadrà – meglio sarà per l’umanità intera. Appena possibile inserirò la bibliografia di Zampetti completa in una pagina del blog. Come ho accennato altre volte, è da tempo che mi adopero, per ora purtroppo in solitudine, in questa opera divulgativa.

b)  Prima di chiederci  quale può essere il modo più fecondo di porci nei confronti delle istituzioni che non ci fanno giustizia né buona amministrazione, dicevo che vi sono due considerazioni da fare. La seconda è che, come abbiamo visto a suo tempo anche fra i manifestanti pacifici al G8 di Genova, il secondo errore che si può fare, oltre a quello appena escusso dell’approccio passivo-dipendente di chi protesta, è quello di porsi dal medesimo punto di vista razionalista e materialista, di stampo radicale, di chi regge il potere oligarchico. E magari anche un po’ più in là.  Si tratta cioè dell’errore di protestare per chiedere una dose ancora maggiore di quel radicalismo materialista e anti-sussidiario che lo Stato sta già abbondantemente erogando di suo. In una parola, chiedere ancora più diritti libertari. Più aborto, più pillole, più eutanasia, più omosessualità. Oppure anche, è possibile l’errore ancora più eclatante di porsi – nel protestare – dal punto di vista anarchico-sfasciatutto, generalmente purtroppo frutto di mancanza di amore autentico e di sana educazione nella famiglia di provenienza: i famosi black-bloc. Anche in questi due casi torneremmo alla  casella di partenza, poiché il principio di sussidiarietà, risolutivo del problema sociale, è sviluppabile solo nel contesto dell’uomo-persona-integrale, corpo e anima.  Si tratta dello “spiritualismo storico” zampettiano. Per i dettagli, rimando ancora al “Quaderno del Covile” sopra citato. Ovvero, non è accrescendo fallaci diritti civili o statalizzando che risolviamo i problemi, anzi! Abbiamo visto come il nocciolo della questione risieda appunto nella natura stessa dello Stato, nella palese insufficienza della democrazia rappresentativa. Secondo quanto suggerito da Zampetti, è necessario scendere alla radice della titolarità del diritto di proprietà. La dimensione economica, quella del lavoro e quella politica sono, quindi, strettamente intrecciate. Dal che si evince anche una ulteriore, preziosa indicazione: e cioè che in buona sostanza, è inutile “indignarsi”, manifestare, scendere in corteo (contro le banche, ma anche contro la mafia!…), protestare rumorosamente, fare dichiarazioni sdegnate davanti alle telecamere, se al tempo stesso non si hanno ben chiare le idee sulla sussidiarietà e sulla partecipazione autentica. Serve a  poco campeggiare a Zuccotti park, fare “Occupy Wall Street”,  “, “essere  il 99%”. Finché ci si limiterà a questo, nei palazzi delle banche e in quelli del potere saranno contentoni. Perché, una volta levate le tende, i rapporti di subordinazione del cittadino-persona allo Stato, come quelli del lavoro rispetto al capitale, rimarranno esattamente quelli ex-ante. Abbiamo dunque visto che a Genova, nel 2001, se i motivi della protesta erano ampiamente fondati nel merito, non lo erano però nel metodo, quando si andava a cercare lo scontro fisico. Si è detto che un altro fattore primario di inadeguatezza era il fatto che non si avesse, in quella sede, una idea chiara e corretta di come far evolvere la società per risolvere il problema alla radice. Addirittura, l’istanza protestataria statalizzante, che abbiamo riscontrato non solo fra i contestatori di Genova, ma che è sempre ricorrente, si rivela un rimedio peggiore del male, nel contesto democratico solo rappresentativo attuale. A Genova si sono visti bene gli effetti micidiali del muro contro muro, del ricorso al confronto fisico fra dimostranti e Stato.  Tra l’altro, in quella circostanza, nemmeno  lo Stato si è rivelato in grado di controllarsi, di gestire quella infelice dinamica in modo adeguato. E ora, passiamo ad una panoramica su come, nella Storia, si è ragionato, dal punto di vista del diritto, sui rapporti tra Stato e cittadino in merito ad eventi analoghi a quelli occorsi in Val di Susa.

6. IL DIRITTO DI RESISTENZA NELLA STORIA

Ancora sul n. 48/2012 di TEMPI, a pagina 27, il settimanale diretto da Luigi Amicone presenta un virgolettato attribuito al sindaco di Torino,  Piero Fassino:

La Valle è ostaggio dei facinorosi che hanno militarizzato la protesta. Vanno fermati.

Così si esprime l’autorevole esponente del partito che ha avuto la maggiore responsabilità (non la sola, però la maggiore) nella mega-débacle della banca più antica del mondo, nominando i responsabili della sua peggiore gestione. Che ha imperversato, inarrestata, per anni (vedi, in questo blog, i post alla categoria MONTE DEI PASCHI). In realtà, erano in diversi a dover essere fermati, e non è stato fatto. Anzi, dopo l’emersione del marcio nel Monte, e il relativo scarico sulle casse dello Stato per circa 4 miliardi di euro con i Monti-MPS-Junk bonds, nel partito si sono molto impegnati a cercarsi degli alibi. Constatiamo che anche Fassino condivide quella estesa voglia di manganello da assestare sulle schiene dei valsusini, evitando però accuratamente di farsi troppe domande sulla bontà dell’impresa TAV. Anche per quanto riguarda la teoria dell’ostaggio, non è dunque prudente fidarsi acriticamente di Fassino. Anzi, è necessario andare a veder bene “chi è in ostaggio di chi”. Così si esprime Pier Luigi Zampetti:

…E veniamo così al ruolo esercitato dallo Stato, senza il quale non avremmo il quadro esatto del New Deal italiano. Lo Stato ha applicato integralmente il principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio. Senza lo Stato la società italiana non si sarebbe certo costituita nel modo che abbiamo descritto. Il contratto unico di lavoro, lo Statuto dei lavoratori e la teoria del salario come variabile indipendente postulano l’intervento dello Stato non solo nel caso che vengano trasferite nell’area pubblica le imprese decotte dell’area privata, bensì anche per le trasformazioni o meglio deformazioni cui è stato sottoposto l’intero sistema bancario italiano. Lo Stato ha provveduto a favorire lo sbilancio di tutti gli Enti autonomi territoriali: Comuni, Province, Regioni. L’intera macchina burocratica dello Stato è così piegata alle esigenze del New Deal italiano.  (La società partecipativa, p. 68)

Ecco dunque individuato il vero ostaggio: lo Stato italiano, sequestrato dagli abili manovratori del New Deal nazionale.  In effetti, uno degli argomenti addotti – in modo categorico e ultimativo – da coloro che riducono la vicenda della TAV in Val di Susa ad una questione di ordine pubblico, è che, certo, si può essere dissenzienti dall’opera. E però, si dice, dal momento che siamo in democrazia, e che la maggioranza dei rappresentanti eletti dal popolo ha deliberato di procedere, lo Stato deve  agire con la forza per attuare la volontà di quanto è stato deliberato – sia pur indirettamente – dalla maggioranza dei cittadini. Sembra così che lo Stato-apparato possa, esso sì, auto-legittimarsi a procedere con l’uso della forza, senza alcuno scrupolo o  limite. In realtà, la cosa non è così semplice. Questo sarebbe il famoso Stato etico, che trae la propria legittimazione dal suo proprio essersi costituito in struttura, anziché dal diritto naturale, che gli pre-esiste. Questo non va bene.  E’ per tale motivo che la vicenda TAV in Valle è esemplare circa i limiti della democrazia rappresentativa, dei quali si ragiona estesamente in questo blog, e in modo specifico nella sua pagina principale. Ribadisco che la materia va trattata responsabilmente, con la massima ponderazione e cautela, per ovvi motivi.  E’ però doverosa, oltreché logica, qualche considerazione specifica sui limiti oggettivi della democrazia, in quanto esperienza umana e perciò stesso imperfetta. Questa problematica, ovviamente, non è nuova. E’ chiaro che, nel corso della Storia, l’uomo si è dovuto confrontare continuamente con i limiti imposti dalla convivenza sociale, in un faticoso e spesso accidentato cammino di aggiustamento. Le derive della democrazia, e la loro origine puntuale, sono ben note. Anche se in realtà – non a caso – di questo non si parla spesso, nel dibattito pubblico. Anzi, l’evidenza è che l’origine delle derive si tenda piuttosto a celarla. E a dare per scontato che, nonostante tutto, la democrazia rappresentativa sia, secondo quanto suggerito a suo tempo da Winston Churchill, il migliore dei mondi possibili. Anzi, forse l’unico dei mondi possibili e auspicabili, pur con tutti i suoi difetti. Le cose, fortunatamente per noi, non stanno così. Nel senso che, grazie alla sussidiarietà, abbiamo una concreta prospettiva di sensibile miglioramento. Di quei limiti, delle politiche aberranti che vengono istituzionalmente intraprese oggi in tanti – forse nella maggioranza! – dei Paesi formalmente “democratici”, abbiamo già riferito al punto 4 di questo testo, e avremo occasione di  ritornarvi. Ora, nel corso della Storia, le derive autoritarie dei sistemi di potere – fra i quali quelli democratici – oppure le derive causate dalla disgregazione, per vari motivi, dei sistemi democratici e dalla loro involuzione in senso autoritario, sono state ricorrenti. Anzi, sono state tali e tante che i drammatici rivolgimenti sociali connessi a quelle fasi hanno dato luogo, fra l’altro, a una produzione giuridica specifica, nell’ambito degli Stati medesimi, circa il diritto di resistenza dei cittadini alle possibili derive. Ovviamente ciò è avvenuto sulla base del relativo, previo dibattito politico e culturale. A latere del quale è maturata anche una riflessione intellettuale specifica sul suddetto diritto di resistenza. Riflessione alla quale conviene, in questa sede, prestare attenzione. A questo scopo ci avvarremo di un testo dal titolo “Il diritto di resistenza nella Costituzione italiana”, scritto da Giorgio Giannini. Giannini è ricercatore e storico, autore di numerose pubblicazioni sull’opposizione popolare al fascismo, sulla Resistenza e sull’obiezione di coscienza, socio fondatore del Centro Studi Difesa Civile. Il testo è disponibile in rete, all’indirizzo http://www.pacedifesa.org/documenti/Diritto%20di%20Resistenza.pdf. Chiariamo che non è nostra intenzione esprimere una particolare condivisione con il suddetto testo, e men che meno prenderlo per oro colato. Maggiormente in quanto il testo, in realtà, non propone una soluzione vera e propria al problema della conflittualità sociale, come invece tentiamo di fare qui a la filosofia della TAV. Esso si limita, infatti, ad un pur interessante excursus storico sul diritto di resistenza.  Noi intendiamo piuttosto servirci del testo come strumento di riflessione, esponendone una sintesi virgolettata, nel corpo della quale inseriremo qualche considerazione aggiuntiva.

IL DIRITTO DI RESISTENZA  NELLA COSTITUZIONE ITALIANA di Giorgio Giannini Nell’era moderna, il problema dell’obbedienza o meno all’Autorità ed al potere costituito si pone con il Cristianesimo, per il quale l’obbedienza a Dio viene prima di quella alle leggi dello Stato (Obedire oportet Deo, magis quam hominibus- Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini- Atti 5,9). In base a questo principio, i cristiani dei primi due secoli disobbediscono alle leggi romane che essi considerano contrarie ai comandamenti divini, in primo luogo la legge che impone di prestare il servizio militare, perchè è contrario al comandamento di “non uccidere”, ed affrontano serenamente le pene, compreso il martirio, per rimanere fedeli alla propria religione ed alla propria coscienza (i cristiani sono infatti i primi obiettori di coscienza al servizio militare). Tutto cambia nel 313, quando l’imperatore Costantino riconosce come Religione il Cristianesimo, che successivamente diventerà addirittura l’unica e vera Religione dello Stato romano. Nel 380, con un provvedimento dell’imperatore Teodosio, solo i cristiani saranno considerati meritevoli di prestare il servizio militare nelle truppe imperiali. Dal Medio Evo, vari filosofi e teologi elaborano dottrine sul diritto di resistenza. Ricordiamo S. Tommaso d’Aquino che afferma: “Chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio”.

Ovviamente, non è questo il nostro caso!

Secondo autorevoli costituzionalisti, il riconoscimento giuridico del diritto di resistenza risale alla Bolla d’oro di Andrè II del 1222 ed al Capitolo 61 della Magna Charta inglese del 1225. Il diritto–dovere di resistenza è riconosciuto espressamente nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 5 luglio 1776: “Noi riteniamo che… tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti… che ogni qualvolta una determinata forma di governo giunga a negare tali fini, sia diritto del popolo il modificarla o l’abolirla, istituendo un nuovo governo che ponga le basi su questi principi… Allorché una lunga serie di abusi e di torti… tradisce il disegno di ridurre l’umanità ad uno stato di completa sottomissione, diviene allora suo dovere, oltre che suo diritto, rovesciare un tale governo…”.

Ovviamente, non è nemmeno questa la soluzione al nostro caso. E però, la Dichiarazione fa riferimento a “una lunga serie di abusi e di torti…”. In effetti, in apertura di questo testo abbiamo detto che la vicenda TAV in Val di Susa è ormai ventennale. E’ lo Stato rappresentativo, in effetti,  non innervato dal principio di sussidiarietà, preso in ostaggio dai manovratori del New Deal de noantri, ad aver abusato della propria posizione dominante. E ad aver già commesso continuativamente e sistematicamente il non piccolo torto di bruciare – senza costrutto – una quantità industriale di risorse finanziarie pubbliche, portando le casse dell’erario in condizione di dissesto non facilmente rimediabile. Il meccanismo è talmente perverso che, nonostante la palese evidenza di ciò, lo Stato manovrato dai keynesiani ancora insisterebbe a voler bruciare altri probabili 100 miliardi di euro, nella TAV Torino-Lione. E però, stante questa tragica situazione, è chiaro che la soluzione, per noi, oggi,  non può essere del genere di quella proposta dalla Dichiarazione di Indipendenza americana. E’ per questo che ometto la citazione che Giannini fa della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che promana quindi dalla Rivoluzione Francese. Anche quella Carta si esprime in toni molto accesi, ma si sa che di quanto viene dall’89 non c’è da fidarsi: è, infatti, proprio dalla concezione filosofica espressa dall’89 che vengono i nostri problemi di oggi. Anche quello che emana dalla Rivoluzione, infatti, è uno Stato etico. Quindi, non tagliamo nessuna testa. Piuttosto, consapevolizziamo.

Negli anni seguenti, con l’affermarsi degli Ordinamenti democratico-liberali, si affievolisce l’interesse per il diritto-dovere di resistenza all’oppressione, che diventa l’extrema ratio per la difesa dell’Ordinamento democratico dello Stato. Così, anche in Italia, dopo l’emanazione dello Statuto Albertino del 1848, la resistenza, soprattutto quella collettiva, finisce con l’essere legittimata solo entro i limiti del rispetto della Costituzione vigente. Il problema del riconoscimento giuridico del diritto-dovere di Resistenza si ripropone alla fine della Seconda Guerra mondiale, dopo le tragiche vicende dello sterminio di milioni di esseri umani, soprattutto ebrei, nei Lager nazisti. Così, nello Statuto del Tribunale di Norimberga, definito nell’accordo di Londra dell’8.8.1945 da parte delle potenze alleate, viene stabilito il principio della responsabilità penale personale di coloro che hanno commesso “crimini di guerra” o “crimini contro l’umanità”, anche se in esecuzione di ordini emanati da un’autorità superiore. Questo principio è stato riconosciuto dall’Ordinamento Internazionale ed il diritto di resistenza è stato inserito in numerose Costituzioni del secondo dopoguerra, soprattutto nella Repubblica Federale Tedesca, che aveva dato origine all’orrore nazista. Così, la Costituzione del Land dell’Assia del 1.12.1946, all’art.147 afferma: “La resistenza contro l’esercizio contrario alla Costituzione del potere costituito è diritto e dovere di ciascuno”. La Costituzione del Land di Brema del 21.10.1947, all’art. 19 afferma:” Se i diritti dell’uomo stabiliti dalla Costituzione sono violati dal potere pubblico in contrasto con la Costituzione, la resistenza di ciascuno è diritto e dovere”. La Costituzione del Land di Brandeburgo del 31.1.1947, all’art. 6 afferma: ”Contro le leggi in contrasto con la morale e l’umanità sussiste un diritto di resistenza”. Anche la Costituzione della Repubblica Federale Tedesca, all’art.20, 4° comma, afferma:” Tutti i tedeschi hanno diritto alla resistenza contro chiunque intraprenda a rimuovere l’ordinamento vigente, se non sia possibile alcun altro rimedio”. Recentemente, una importante sentenza del Conseil Constitutionnel francese (equivalente alla nostra Corte Costituzionale) ha riaffermato la resistenza “come diritto positivo di valore costituzionale” che “potrà servire da parametro di costituzionalità per la valutazione di leggi repressive che tendano ad impedire al popolo sovrano alcune forme di esercizio”.

Questo è chiaro. Passato il tempo del sovrano assoluto, al quale si potevano comodamente imputare tutte le magagne dello Stato, nella democrazia rappresentativa che si afferma (e nella quale però sono già presenti gli stigmi dell’oligarchia pratica), la classe dominante disinnesca il pericolo formale dell’ammutinamento dei cittadini esasperati, quando le condizioni di vita diventano intollerabili.

Il DIRITTO DI RESISTENZA NEL DIBATTITO PER L’APPROVAZIONE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA Il 5.12.1946, la Sottocommissione, incaricata all’interno della Commissione dei 75 ( cosiddetta dal numero dei componenti) di elaborare la prima parte della Costituzione, inserisce nel Progetto di Costituzione, al 2° comma dell’art.50, la seguente disposizione, “Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”. La norma è proposta dall’On. democristiano Giuseppe Dossetti e dall’On. demolaburista Cevolotto, che si sono ispirati ad altre Carte Costituzionali, in particolare all’art.21 della Costituzione francese del 1946, che stabilisce: ”Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti ed il più imperioso dei doveri”. Nel maggio 1947, quando il Progetto di Costituzione è discusso nel plenum dell’Assemblea Costituente, alcuni Deputati, appartenenti soprattutto al Partito Liberale e al Partito Repubblicano, pur non dichiarandosi, in linea di principio, contrari al riconoscimento costituzionale del diritto di resistenza, sollevano dei dubbi sull’opportunità del suo inserimento nella Costituzione. Nel dicembre 1947, quando si esamina l’art.50 del Progetto di Costituzione, anche i democristiani si oppongono all’inserimento del diritto di resistenza nel testo definitivo della Costituzione. Così, quando si vota il testo dell’art.54, che ha sostituito l’art.50 del Progetto, il diritto di resistenza è soppresso, nonostante il voto favorevole dei comunisti, dei socialisti e degli autonomisti. Molto probabilmente sull’esito del voto influirono motivazioni di opportunità politica ed anche una certa confusione di interpretazione tra il concetto di resistenza e quello di rivoluzione. Invece tra i due termini c’è una profonda differenza: la rivoluzione tende al rovesciamento del regime politico; invece, la resistenza mira alla conservazione del regime politico (purchè sia, naturalmente, democratico) e quindi è uno strumento di garanzia per la sua esistenza.

Segnalate en passant le rilevanti criticità di pensiero del proto-cattocomunista Dossetti, osserviamo però che anche quanto appena detto è comprensibile. In questa pagina dal sito “Teoria e storia del Diritto Privato”, nella quale si parla dell’azione popolare nel Diritto romano, giustamente si osserva, al punto 2, che

Da sempre, in dottrina, si è avvertita la difficoltà di identificare l’interesse che guidava quivis de populo, e di comprendere quali finalità questi si proponeva e quali finalità l’azione in sé era volta a raggiungere, in un’oscillazione tra interessi privati e interessi pubblici. Le diverse e, talora, contrastanti posizioni degli interpreti, basate su ciascuna di queste possibili prospettive, non sono state in grado, talvolta, di fornire un adeguato supporto teorico alla circostanza per la quale in alcuni casi fosse ammesso che il singolo cittadino potesse intervenire nel settore pubblico.

Giannini esamina poi, nel suo testo, la

SOVRANITA’ POPOLARE FONTE DEL DIRITTO DI RESISTENZA Secondo autorevoli costituzionalisti, anche se non è espressamente stabilito dalla nostra Carta Costituzionale, il “diritto di resistenza all’oppressione” è implicitamente legittimato, essendo una delle garanzie di difesa della Costituzione, in caso di violazione dei principi fondamentali in essa stabiliti. Infatti, il diritto di resistenza trova la sua legittimazione nel principio della “sovranità popolare”, sancito nell’art. 1 della nostra Costituzione, che quindi rappresenta la legittimazione all’intero Ordinamento giuridico. La “sovranità”, peraltro, è attribuita ad ogni singolo cittadino, come membro del popolo, e non solo al popolo nel suo insieme. Nel nostro Ordinamento giuridico, comunque, ci sono varie norme che stabiliscono la legittimità della resistenza individuale (cioè del singolo individuo) di fronte al provvedimento illegittimo (anche se apparentemente legittimo) dell’Autorità e/ o al comportamento arbitrario di un pubblico funzionario. Ricordiamo, l’art. 4 del DLL n. 288 del 1944, che legittima la resistenza attiva (non solo passiva) ad un pubblico ufficiale o ad un corpo politico. Al riguardo l’On. liberale Condorelli afferma: ”Bisogna riconoscere che questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica… Sono fatti logicamente anteriori al diritto”. L’On. democristiano Mortati, nella sua dichiarazione di voto afferma: “Non è al principio che ci opponiam0, ma all’inserzione nella Costituzione di esso, e ciò perché a nostro avviso il principio stesso riveste carattere metagiuridico e mancano nel congegno costituzionale i mezzi e le possibilità di accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima”.

E di questo, molto ben esposto da Mortati, si è già detto.

Al riguardo, il prof. Paolo Barile scrive: “Anche qualora il diritto positivo vietasse espressamente la resistenza, essa sarebbe perfettamente legittima in quanto la violazione della costituzione materiale compiuta da un soggetto legittimerebbe la conseguente violazione delle norme che vietano la resistenza da parte di un altro soggetto interessato al mantenimento delle basi dell’ordinamento violato.” Infatti, dai lavori preparatori si ha la sensazione che l’Assemblea Costituente non abbia voluto costituzionalizzare un tale principio, ma che non abbia neppure voluto prendere la esplicita posizione di vietarlo”. (Il soggetto privato nella Costituzione italiana, Cedam, 1953). Al riguardo, l’On. Costantino Mortati, anche lui eminente costituzionalista, nella sua dichiarazione di voto sul 2°comma dell’ art 50 del Progetto di Costituzione, afferma: ”La resistenza trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa e reintegrazione quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti”. Inoltre, nel suo commento all’art.1 della Costituzione, nel Commentario della Costituzione del 1975, afferma: ”Per contestare l’ammissibilità del diritto di resistenza non vale richiamarsi alla decisione della Costituente di eliminare la norma del progetto che lo prevedeva. In realtà dalla discussione non emergono chiaramente i motivi del rigetto, molto contestato, ma prevalente sembra essere stata l’opinione dell’inutilità di una norma che disciplini i modi di esercizio di un diritto che, per sua stessa natura, sfugge ad astratte predisposizioni”. Per i militari, inoltre, il dovere di disobbedire all’ordine manifestamente illegittimo è previsto dalla legge 11.7.1978 n. 382 (Norme di principio sulla disciplina militare), che all’art. 4 stabilisce: ”Il militare al quale viene impartito un ordine manifestamente rivolto contro le istituzioni dello Stato o la cui esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il dovere di non eseguire l’ordine e di informare al più presto i superiori”. La norma è ribadita nell’art.25 del Regolamento di disciplina delle Forze Armate, varato con il DPR n. 545 del 1986. Questa norma è una chiara esecuzione dell’art. 52 , 2 comma della Costituzione, che stabilisce che “l’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”.

A questo proposito, gran brutta cosa si è fatta in Val di Susa, a mettere il popolo che è nelle forze dell’ordine contro i cittadini-contribuenti della Valle che si sono esposti in prima persona contro la TAV, proponendo alternative costruttive, in tutela dell’interesse pubblico. In realtà, si constata che le buone intenzioni delle Carte costituzionali dei diversi Paesi, perlopiù restano virtuali. E’ evidente che le Carte, di per sé, e per quanto ben redatte, non sono rilevanti più di tanto. La dura realtà è che esse rimangono spesso lettera morta, contraddette e stravolte nei fatti. Quello che conta davvero sono i rapporti di forza e di sovranità tra lo Stato-apparato e i cittadini. In mancanza di sussidiarietà, il primo è fatalmente destinato a prevalere. Solo nella misura in cui prenderà pacificamente piede la società partecipativa, si potrà ridurre il dualismo tra Stato e cittadino, fino al pieno raggiungimento di quella “sovranità del popolo delle famiglie” preconizzata dal pontefice Giovanni Paolo II (Lettera alle famiglie, 2004).

Allo stesso modo è perfettamente legittima la resistenza collettiva contro ordini, decisioni o comportamenti, in contrasto con i principi costituzionali, adottati non solo da pubblici funzionari o dalle Autorità, ma anche da Organi Costituzionali, quali Governo e Parlamento, che rappresentano lo Stato-apparato. La resistenza collettiva si esercita attraverso l’esercizio dei diritti di libertà, previsti e tutelati espressamente dalla nostra Costituzione, come il diritto di manifestazione del pensiero (art. 21) ed il diritto di sciopero (art.40), anche politico. In verità, l’art. 54 della Costituzione sancisce: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini, cui sono affidate le funzioni pubbliche, hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento”.

L’impegno di questo blog è quello di spiegare serenamente le ragioni oggettive per cui, se i doveri dei cittadini a cui sono state affidate le funzioni pubbliche sono stati sistematicamente disattesi – ne è prova il fatto che il Paese è sull’orlo della bancarotta – a prescindere dalle responsabilità personali, che pure sussistono, la causa primaria è semplicemente… l’inadeguatezza della democrazia rappresentativa.

Non si deve però confondere il dovere di fedeltà con quello di obbedienza. Sono infatti due concetti diversi: la fedeltà alla Repubblica precede, logicamente e concettualmente, l’osservanza delle leggi dello Stato. Pertanto, il dovere di fedeltà alla Repubblica, e quindi alla Costituzione ed in particolare ai principi fondamentali in essa stabiliti, prevale sul dovere di obbedienza. Riguardo alla resistenza collettiva, il Prof. Giuliano Amato, un costituzionalista molto acuto (chiamato il “dottor sottile” ed in seguito diventato Presidente del Consiglio dei Ministri), commentando le due sentenze di condanna emesse dai tribunali penali di Palermo e di Catania in seguito ai gravi moti di piazza del luglio 1960 contro il Governo dell’On. Tambroni, sostenuto dal partito di destra Movimento Sociale Italiano (peraltro i moti popolari portarono alla caduta del Governo), nel 1961 scriveva che i poteri che sono esercitati dallo Stato-governo “non fanno capo originariamente ad esso, ma gli sono trasferiti, magari in via permanente, dal popolo”. Pertanto, “l’esercizio di quei poteri deve svolgersi, per chiaro dettato costituzionale, in guisa tale da realizzare una permanente conformità dell’azione governativa agli interessi in senso lato della collettività popolare: si che, quando tale conformità non sia perseguita da quell’azione, è perfettamente conforme al sistema, cioè legittimo, il comportamento del popolo sovrano che ponga fine alla situazione costituzionalmente abnorme”.

Il che è molto ben detto, da parte di una figura che fino a poche settimane fa era data probabile prima per la Presidenza della Repubblica, e poi per quella del Consiglio dei Ministri. Di come in Val di Susa sia mancata la “permanente conformità dell’azione governativa agli interessi in senso lato della collettività popolare”, si è già largamente detto in questa pagina, e in tutto questo blog.

Sostiene (ancora Amato, NdR) inoltre che “la resistenza collettiva può indirizzarsi anche contro il Parlamento” qualora la sua azione sia illegittima. Pertanto, “potrebbe il popolo, nel mancato funzionamento dei meccanismi di garanzia predisposti all’interno dello Stato-governo, ripristinare con altri mezzi il rispetto del suo sovrano volere, che nella Costituzione trova la sua massima espressione”.

Sempre molto ben detto, ma anche questo resta un caso del tutto teorico. Attenzione: questo, però, è un punto molto critico. Non tanto, purtroppo, perché non possa darsi la prima parte dell’enunciato del Dottor sottile. Anzi, si è detto che le oggettive condizioni miserande in cui oggi versa in Italia la cosa pubblica, dipendono dal malgoverno sistemico che il Parlamento ha, storicamente, espresso. Quella che è del tutto improbabile è la seconda parte della ipotesi di Amato, ove egli prospetta una azione consapevole e compatta di un popolo non educato alla sussidiarietà, finalizzata al ristabilimento della giustizia. Il che è praticamente assai improbabile. Anzi, diciamo ancor meglio: tale consapevolezza è, in linea teorica, anche possibile. Effettivamente, essa si è già manifestata al nostro tempo, in Francia, con una vastissima presenza di popolo che si è spontaneamente mobilitata – del tutto pacificamente! – con le famose Manif pour tous contro il lucido, nichilista disegno di legge del socialista Governo Hollande, per il matrimonio omosessuale e per l’apertura all’adozione da parte delle coppie omosessuali. A questa pur imponente mobilitazione di popolo, però, lo Stato-apparato francese ha risposto picche. Utilizzando, senza risparmio e senza alcuna remora, la maggioranza parlamentare e i mezzi di repressione poliziesca contro le famiglie che si sono mobilitate per protestare – pacificamente! – in merito. La legge di Hollande è stata approvata, anche se su di essa pendono ricorsi di incostituzionalità. In ogni caso, la certezza del diritto è  già stata seriamente pregiudicata. Questo è il fatto: l’alta onda mortifera del radicalismo oligarchico si è alzata da tempo in tutto il mondo, estesamente, anche in quella culla di civiltà che è stata l’Europa. Lo vediamo benissimo anche qui in Italia, dove gli attacchi politici e giudiziari alla vita umana e alla famiglia, in una parola al diritto naturale, sono all’ordine del giorno. Si diceva che in Italia abbiamo visto anche la campionessa abortista Emma Bonino, chiamata in modo bi-partizan a far parte del nuovo Governo Letta. Mala tempora currunt. Per concludere su questo punto, volevo evidenziare il punto centrale per cui gli “altri mezzi” a cui si riferisce Giuliano Amato, in certo modo evocano il ricorso alla forza, da parte del popolo, a rimedio di una situazione di intollerabile ingiustizia. Ebbene, per ovvi motivi, l’esempio della Francia dimostra che, benché la più grande delle ingiustizie istituzionali sia stata consumata, non è però  assolutamente pensabile, nel modo più categorico, che ad essa il popolo possa rimediare con l’uso della forza. Dio ce ne scampi in tutti i modi, ne abbiamo viste – e ne stiamo vedendo in tutto il mondo – fin troppe. Una battaglia sacrosanta, come quella dei cittadini della manif pour tous che hanno giustamente contestato il loro Governo sui princìpi antropologici primari, è in primo luogo una battaglia culturale, ancor prima che politica. Ed è solo su quei terreni che deve essere combattuta e vinta. Lo stesso, preparando le conclusioni della presente riflessione, credo si possa e si debba dire circa il nodo della violenza nella Val di Susa.

Inoltre, Giuliano Amato scrive nel 1962, in La sovranità popolare nell’ordinamento italiano, che in caso di non funzionamento degli organi di controllo e di garanzia, se cioè lo stesso Stato-apparato fosse “partecipe dell’azione eversiva”, compiendo “atti difformi dai valori e dalle finalità fatti propri dalla coscienza collettiva ed indicati nella Costituzione”, allora sarebbe legittimo il ricorso alla resistenza, individuale o collettiva. Afferma inoltre: ” ove circostanze particolari lo impongano, come può disconoscersi al popolo, che della sovranità è titolare e che ne controlla l’esercizio… da parte dello Stato-governo, il potere di ricondurre alla legittimità, con mezzi anche non previsti, questo esercizio, ove irrimediabilmente se ne discosti”.

Ancora casi teorici. Tali anche perché, allo stato dell’arte, manca quasi totalmente nel popolo la coscienza della dignità della persona. Solo l’esperienza di una sussidiarietà correttamente intesa può svelare tale dignità alla persona medesima. In un contesto privo di sussidiarietà, qual è il presente, il ricorso a “mezzi anche non previsti” sarebbe di certo un rimedio peggiore del male.

Peraltro, la semplice obbedienza alle leggi non esaurisce l’obbligo di fedeltà alle Istituzioni, che richiede un comportamento concreto in sintonia con i principi fondamentali sanciti dalla Carta Costituzionale. Non a caso il diritto di resistenza è stato concepito nel 1946 (quando viene inserito nell’art.50 del Progetto di Costituzione) come collegato al dovere di fedeltà, stabilito dall’art. 54 ( già art. 50 del Progetto), anche se in un primo momento era stato collegato al principio della sovranità popolare. Naturalmente, la resistenza non può essere esercitata in forma violenta, perché, per difendere un diritto fondamentale, leso dall’esercizio arbitrario di pubbliche funzioni, non si può ledere e sacrificare altri diritti fondamentali, di pari o maggiore rilevanza, quale quello alla vita ed alla sicurezza delle persone.

Come si diceva, è ovvio che, con lo scontro fisico, non si va da nessuna parte. Ometto la parte del testo sulla “pace”, in quanto essa si riferisce maggiormente ai conflitti tra Stati, mentre in questa sede il tema verte sule ipotesi di conflitto interno tra Stato-istituzione  e cittadini. Di Giannini, riporto invece le sue CONCLUSIONI

Il diritto di resistenza è sostanzialmente (ed implicitamente) accolto dalla nostra Costituzione, in quanto rappresenta una estrinsecazione del principio della sovranità popolare, sancita dall’art. 1 della Costituzione e che quindi informa tutto il nostro Ordinamento giuridico. La sovranità è esercitata in modo diretto attraverso i fondamentali diritti di libertà, garantiti espressamente dalla Costituzione, ed in modo indiretto attraverso lo Stato-apparato (la Pubblica Amministrazione), la cui attività non può comunque essere in contrasto con la sovranità popolare. Pertanto, quando lo Stato esprime una volontà contraria a quella del popolo, spetta a questo (e quindi ai cittadini, singolarmente o collettivamente) riappropriarsi della sovranità per ripristinare la legalità (ad esempio difendere le Istituzioni democratiche). In pratica, quando il Governo, pur instauratosi legalmente (con le elezioni) agisce al di fuori della propria legittimazione (che deriva dalla sovranità popolare espressa con le elezioni), i cittadini, che sono gli effettivi titolari della sovranità possono, anzi devono, attivarsi (appunto con la resistenza) per ripristinare la legalità violata. Se non fosse consentito ai cittadini di ricorrere alla resistenza, quale estremo rimedio per ripristinare la legalità violata, il principio della sovranità popolare sarebbe di fatto privo di significato. Al riguardo il Prof. Vezio Crisafulli, eminente costituzionalista, scrive che, negli ordinamenti nei quali è accolto il principio della sovranità popolare, il popolo “è sempre in grado di far valere la propria volontà, a tutela dei propri interessi, nei confronti di quella, eventualmente contrastante, manifestata dalla persona statale attraverso i suoi organi”. Pertanto, la resistenza dei cittadini è uno strumento fondamentale, seppure eccezionale, di garanzia dell’Ordinamento Costituzionale, anche se non è espressamente stabilita. Inoltre, il dovere di fedeltà alla Costituzione, sancito dall’art.54, comporta il dovere di non obbedire alle leggi che sono in contrasto con essa. Pertanto, quando si compiono, da parte di qualunque Organo Costituzionale, anche il Governo o il Parlamento, atti di eversione dell’ordine costituzionale, c’è non il diritto, ma il dovere di resistenza (individuale o collettiva ed anche “attiva”, purchè attuata in modo nonviolento per non ledere i diritti fondamentali di altri individui), al fine di salvaguardare le Istituzioni democratiche. Così, quando lo Stato-apparato realizza materialmente un’attività contraria ai principi fondamentali della Costituzione, come ad esempio fare una guerra “offensiva” o illegittima, quale è quella decisa al di fuori degli Organismi Internazionali, nasce il dovere di resistenza, anche collettiva, quale “extrema ratio” per il ripristino della legalità costituzionale, e che può essere praticata anche nella forma della disobbedienza civile, nonviolenta.

Sul contributo di Giannini abbiamo dunque concluso. Ma la riflessione sul ricorso reciproco al confronto fisico, nel rapporto tra lo Stato e i cittadini dissenzienti, non è certo esaurita. In proposito, è di qualche interesse anche questo abstract che ho reperito sul sito web “Teoria e storia del diritto privato”,  dal titolo Brevi note in tema di azioni popolari, in riferimento a problematiche affini a quelle in argomento,  già trattate perfino nel Diritto romano:

Il presente contributo è diretto ad illustrare la natura delle azioni popolari nell’esperienza giuridica romana, alla luce delle principali teorie formulate in dottrina nel XIX e nel XX secolo. L’aspetto sul quale si è maggiormente concentrato il dibattito dottrinale ha riguardato la determinazione della qualità dell’interesse del querelante nell’esercizio di un’actio popularis, in altri termini ci si è interrogati se il quivis de populo facesse valere anche un diritto personale o si limitasse ad agire per la tutela di un interesse pubblico. Dall’analisi di alcune fattispecie in ordine alle quali veniva concessa un’azione popolare, si è potuto constatare che attraverso la stessa venivano sanzionati comportamenti che, oltre ad incidere direttamente nella sfera giuridica di un soggetto, coinvolgevano l’intera comunità dei cittadini, pertanto si rendeva necessario ampliare il profilo della legittimazione attiva, attribuendo a chiunque altro la facoltà di agire, qualora l’is cuius interest fosse rimasto inerte. L’azione popolare non era, dunque, soltanto diretta a tutelare l’interesse di chi la faceva valere in giudizio, ma rappresentava il frutto della scomposizione dell’interesse generale in una molteplicità di interessi individuali. La natura dell’azione popolare può essere compresa se si parte dal presupposto che nell’esperienza giuridica romana prevale il concetto di individuo rispetto a quello di Stato, che non era inteso, secondo la moderna concezione, come un ente a sé, bensì si identificava con l’insieme dei cittadini; di conseguenza il privato, agendo a tutela di un interesse generale, tutelava anche il suo personale interesse.

Consideriamo ora in modo più puntuale, per poter giudicare la vicenda nel modo più ponderato possibile, i termini sui quali verte lo scollamento tra Istituzioni e cittadini, in Valle.

7. LO SCONTRO IN VAL DI SUSA

Prima di trarre le conclusioni, prescindiamo, al momento, dalla auspicabile visione ideale di società partecipativa che abbiamo enunciato in questo e negli altri testi del presente blog. Come pure prescindiamo dalla sovranità del popolo delle famiglie (Giovanni Paolo II, “Lettera alle famiglie”, 1994), che è un altro punto di vista concreto, ma ancora oggettivamente assai lontano, dal quale consideriamo  i benefici di una sussidiarietà già pienamente attuata. Abbiamo accennato al fatto assolutamente innovativo che, tramite una sussidiarietà compiuta,  addirittura si supera finalmente il dualismo tra Stato e cittadino, e,  in sostanza, le famiglie “diventano” lo Stato. Una cosa nuova, nella storia.  Per gli approfondimenti anche su questo punto, rimando costantemente al testo già citato “La Società partecipativa secondo Pier Luigi Zampetti”, scaricabile in rete. Restiamo invece alla situazione odierna concreta, e consideriamo come si qualifica lo Stato, in Italia, oggi, sulla TAV. Ebbene, dicevo che oggi, in Italia,  sulla TAV  lo Stato non è credibile. Ho portato ragioni per dimostrarlo, nei materiali linkati alle sezioni 8 e 9 de https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/testo-integrale-de-la-filosofia-della-tav-la-serie-completa-dei-post-fb-su-tempi/. Lo Stato, nel voler far passare un progetto come la TAV Torino-Lione,  non ha argomenti che possano convincere i cittadini attenti. I quali, per l’appunto, è capitato in Valle che non si siano lasciati suggestionare dalla propaganda. Non gli va, ai valsusini, di farsi menare per il naso.  Si è infatti detto, al punto 1. di questo testo, come quella Istituzione intercomunale che è la Comunità Montana della Val di Susa e Val Sangone  abbia prodotto l’argomentato documento di risposta ai 14 punti PRO-TAV del Governo Monti. C’è poi tutta una vasta documentazione pregressa, prodotta sia a livello istituzionale che a livello popolare-associativo,  reperibile in rete, che conferma tale consapevolezza. A questo punto non c’ è da stupirsi che lo Stato, insistendo col metodo coercitivo, si trovi a fronteggiare un contesto di ribellione. Tanto vero che si ritrova costretto a militarizzare il territorio, tra l’altro con costi ingentissimi a carico del solito contribuente. Qui,  ribadisco anche l’altro danno collaterale dell’impresa, per il quale vengono messi i capifamiglia che sono nelle forze di polizia, contro il popolo delle famiglie rappresentato dai manifestanti. Non è credibile, lo Stato, perché – senza alcun  ritegno – non si perita minimamente di andare perfino contro le indicazioni dei suoi stessi organi di controllo contabile – la Corte dei Conti.  E questo avviene, esemplarmente, sia in Italia (anche con l’Autorità di Vigilanza dei Contratti pubblici!) che in Francia. Poiché gli interessi forti sono palesemente transnazionali. Il fatto di ridurre a mera foglia di fico le Corti dei Conti è una ulteriore conferma della finzione della democrazia rappresentativa. Nella quale, come osservava Sturzo, “l’istituzionalizzazione dello spreco della cosa pubblica” si fa regola costante. Questo progetto della TAV/TAC Torino-Lione è inattendibile da ogni punto di vista. Non risponde a verità nemmeno lo slogan sempre ricorrente, per il quale la TAV “ce la impone l’Europa”. Si tratta di uno  dei tanti argomenti propagandistici che hanno contrassegnato la vicenda, e che potete vedere smentito a pag. 4 di questo studio approfondito, che trovate in rete a http://associazioni.comune.firenze.it/idra/AutoriVari_Valutazione_progetto_AV_in_Italia.pdf. Si rivela una bufala colossale e strumentale persino il famoso “Corridoio 5”, anche questo propagandato come fattore di progresso e sviluppo da “Tempi”, a pag. 26 del n. 48/2012. Ciascuno si assume le sue responsabilità. L’argomento è smontato dal prof. Marco Ponti del Politecnico di Milano, in queste due paginette. Avviene allora fatalmente che, quando lo Stato si è delegittimato da solo, e la protesta è dunque fondata, vi siano dei cittadini che non si rassegnano a essere presi in giro. Cittadini che non si contentano di essere oggetti della politica e di consumare passivamente. Cittadini che non si accontentano del panettone o dell’auto nuova, piuttosto che del viaggio ai tropici. Persone che, stanche della società dei consumi – che, si sa, alla fine annoia – maturano piuttosto l’esigenza primaria di divenire soggetti politici a pieno titolo.  Queste persone pretendono il buon governo.  E, se non lo ottengono, visto che nessuno le prende sul serio, inevitabilmente tendono – magari in modi imperfetti – a ritagliarsi uno spazio di soggettività  politica dove conquistarselo da sé. A latere  di questa insopprimibile esigenza civile e pacifica, che questo Stato, purtroppo tendenzialmente oligarchico, si rifiuta pervicacemente di soddisfare – d’altronde è questa la sua natura – abbiamo visto, purtroppo, anche l’escalation della violenza. Che si rivela dunque un fisiologico danno collaterale del rifiuto di accordare sussidiarietà da parte dello Stato. Non tutti, infatti, sono purtroppo in grado di elaborare in modo non-violento la posizione – in questo caso vessatoria – dello Stato. Qui, è pertinente e attuale una osservazione sul sistema dei partiti, quelli che, ricordiamolo, una figura notoriamente equilibrata come S.E. mons. Scola aveva a suo tempo qualificato come “oligarchie”. E cioè che nel caso della TAV, esempio perfetto di politica keynesiana, vale a dire di grande opera inutile a totale carico dell’erario, che si fa a esclusivo beneficio dei realizzatori, i quali sono in grado di esprimere la classe politica a loro favorevole… ebbene, è anche evidente che non esistono partiti “moderati”. Questa politica s’ha da fare con le buone, cioè con la propaganda e la disinformazione (e qui, anche “Tempi” dovrebbe/potrebbe porsi qualche domanda) oppure – quando queste non bastano – con le maniere forti. Non esistono, quindi, keynesiani “moderati”. Giacche e cravatte dai colori rassicuranti sono il paravento della forza di uno Stato che, pur di servire interessi forti, ha scelto di auto-delegittimarsi. In tale contesto, infine, la confusione diviene totale. La ragionevole causa per un’alternativa infrastrutturale possibile all’Alta Velocità viene fatta propria, oltre che da un popolo consapevole in Val di Susa, anche dagli anarchici, e magari anche dai post-comunisti del “Fatto Quotidiano”. I quali ultimi però sono fieri avversari della sussidiarietà e della libertà di educazione,  nonché convinti sostenitori dello statalismo. Col che si ritorna, ancora una volta, al punto di partenza. Tra l’altro, abbiamo visto nel tempo che tanta parte della sinistra che si proclama radicalmente e ambientalmente “verde”, lo fa a fini strumentali. Talvolta anche a corrente alternata, secondo le opportunità e le circostanze, allo scopo di intercettare il dissenso elettorale. Salvo poi trovare immancabilmente accordi pre- o post-elettorali con la sinistra istituzionale, che è rigorosamente altavelocista. Negli anni abbiamo visto e stiamo ancora vedendo di tutto, in fatto di giri di valzer. Sull’altro fronte, coloro che si dichiarano convinti fautori della sussidiarietà, della Dottrina sociale  e fieri avversari dello statalismo,  coloro che si richiamano in modo più o meno credibile ai noti princìpi non negoziabili,  invece difendono e promuovono a spada tratta – anche con argomenti impresentabili, come abbiamo dimostrato – quella TAV che è propriamente emanazione diretta e puntuale di quel keynesismo oligarchico e bancarottiero,  corruttore dell’anima del popolo. E perciò stesso antitetico alla Dottrina sociale, per chi ha deciso di professarla. Ne parlavo in maggior dettaglio in questo post.  E’ perfettamente logico e coerente che la posizione altavelocista sia sostenuta dai liberali. Ma colpisce che tale posizione possa essere mantenuta, contro ogni evidenza, da coloro che, mi si passi l’espressione, vediamo talvolta dipingersi come i buoni di  “The Road”. Essi, invece, in tal modo esprimono una inopinata subordinazione, culturale ancor prima che politica, nei confronti di quel keynesismo che è ontologicamente avverso agli interessi del popolo, nonché corruttore sotto ogni punto di vista. Il motivo puntuale per cui questo avviene, risiede nelle pesanti infiltrazioni e contaminazioni liberali nel mondo cattolico, fino a livelli anche elevati. Sappiamo che fra i cattolici vi sono anche importanti infiltrazioni di sinistra, ad ogni livello. Ma direi che nel caso in argomento quelle liberal giocano il ruolo più rilevante. Quanti sono, infatti, fino ai livelli politici più importanti, i cattolici che auspicano convintamente una “rivoluzione liberale”!…

Coloro che, nonostante gli argomenti che ho portato, fossero ancora dubbiosi su questo punto, possono farsi un giro sul sito www.rivoluzione-liberale.it. Possono inserire chiavi di ricerca adeguate, e vedere cosa dicono i liberali medesimi, circa la Chiesa cattolica, la Dottrina sociale e i princìpi non negoziabili. Un esempio lo trovate qui.

Per non scontentare nessuno, su questo punto ritengo opportuno citare S.E. mons. Luigi Negri, ora Vescovo della Diocesi di Ferrara. Negri, nella rivista “Studi cattolici” (n. 609, novembre 2011), scriveva:

II grande filosofo Augusto Del Noce affermava che  l’aggettivo cattolico unito a una qualsiasi espressione ideologica (liberalismo, nazionalismo, comunismo, modernismo…) dava un risultato devastante. Il cattolicesimo infatti tendeva, da un lato, a sacralizzare la visione ideologica cui si univa e, dall’altro, ad accrescere il rigore dell’ideologia con il rigore morale proprio di un certo cattolicesimo.
Quindi, nel complesso, un bel ginepraio. Come se ne esce?

8. CONCLUSIONI SULLA VALLE. QUALE APPROCCIO POSSIBILE AL “NODO DELLA VIOLENZA”

Ebbene, in questa lunga disamina abbiamo visto come, infine, la realtà dei fatti riservi, diciamo, ampi margini di miglioramento. Si è visto – nell’eclatante esempio Hollande – come la struttura della moderna democrazia rappresentativa, con la sua maggioranza parlamentare e le sue forze di polizia (come è scritto in questo articolo), sia stata messa a servizio della peggior distruzione pianificata e ontologica della società, tramite l’istituzione del matrimonio omosessuale e della possibilità di adottare concessa alle coppie omosessuali. Analogamente, in linea di metodo, ci sentiamo di affermare che il medesimo procedimento politico si è adottato in Italia, con la tentata coercizione ideologica e politica di imporre la TAV in Val di Susa. Mentre a Firenze (per i dettagli, vedi al capitolo successivo) non è nemmeno stata necessaria la benché minima forza. Poiché, come altrove, si è preventivamente, accuratamente disinnescata la consapevolezza del popolo circa quanto stava effettivamente accadendo. In ambedue i casi, quello della Val di Susa e quello di Firenze, si è portato qui più di un argomento per dimostrare come i promotori della TAV abbiano fomentato il crack del pubblico erario, evidentemente a pro di interessi privati. Ed abbiano, al tempo stesso, operato in modo da penalizzare l’integrità del territorio e la qualità del servizio complessivo di trasporto. Alla luce di quanto abbiamo detto al paragrafo precedente, ci troviamo però davanti ad un paradosso. Abbiamo constatato, infatti, come – in una situazione come quella data in Valle – nel Diritto Costituzionale italiano si troverebbero spazi per adire al “diritto di resistenza”, a condizione però che esso sia esercitato in modo non violento. Ma dirò di più: se anche, in pura ipotesi di studio, quel diritto di resistenza non fosse formalmente soggetto a tale limitazione, non converrebbe assolutamente, da parte di alcun manifestante, ricorrere al confronto di forza con le forze di polizia. Questo, per due rilevanti ordini di motivi: per la prima, come dimostra l’esempio francese, non è concepibile opporsi con la forza allo Stato-apparato. Le lesioni alla autentica sovranità popolare sono state gravissime, sia in Francia che in Italia, ma non è nemmeno lontanamente pensabile che si possano risolvere innescando una rivolta civile. Il secondo motivo è ancora più decisivo. Nessun bene può venire, al popolo, dal ricorso alla forza. Ancora in pura ipotesi di studio, a meno che nulla servirebbe intraprendere quella strada rovinosa, in mancanza della consapevolezza che situazioni critiche come quelle di cui stiamo ragionando possono essere risolte, in modo definitivo, solo e soltanto nella misura in cui potranno crescere l’elaborazione e la piena applicazione del principio di sussidiarietà, attraverso la società partecipativa. Ripeteremo pazientemente, senza stancarci, che la soluzione del problema politico è un fatto, in prima istanza, culturale. che risiede principalmente nell’educazione del popolo alla consapevolezza, alla responsabilità politica, alla libertà. Per non restare nel vago, faccio una proposta semplice e concreta: oltre a basta-TAV, sì alla libertà  effettiva di educazione da subito. SI’ al buono-scuola per la libertà di educazione, da subito. Anche per il relativo congruo risparmio, da subito, di massicce risorse pubbliche. Quindi, questo è il suggerimento che mi permetto di indirizzare, da questo remoto angolo del web, ai manifestanti: No all’uso della forza, no all’abbattimento delle recinzioni, no ai blocchi stradali con barricate in fiamme.    Sì, invece, alla consapevolezza dei termini della questione e alla difesa e alla promozione, in primis, dei princìpi non negoziabili – vita, famiglia naturale, libertà di educazione – dai quali tutto il resto discende. Scorciatoie non ce ne sono. Il tema non è però esaurito. Poiché il problema pratico resta, almeno per il momento. Facciamo dunque il punto su cosa è possibile e legittimo fare per opporsi a questa TAV. Da integrare con quanto appena detto, vi è infatti, ovviamente, l’opzione della resistenza non violenta. Questa, in Valle, è già stata largamente e fruttuosamente percorsa. Ricordiamo, per chi valligiano non è, che gli strumenti della protesta civile non violenta sono molteplici. Informazione, picchettaggi, veglie, volantinaggi, arte e canzoni di protesta, gruppi di pressione, resistenza fiscale,  boicottaggi, scioperi e digiuni. La resistenza nonviolenta ha storicamente avuto sostenitori autorevoli, come Gandhi, Andrej Sacharov, Martin Luther King, Václav Havel e Lech Wałęsa. Credo che l’interposizione fisica pacifica, ove praticabile, resti un fattore primario del diritto di resistenza. Pensiamo solo alla potenza che ha un gruppo di cittadini, che in silenzio, compostamente, consapevolmente, presidia – col suo solo sguardo e la sua presenza – una qualsivoglia realtà istituzionale, o un’area di cantiere della TAV.  E’ successo in Francia nell’ambito della Manif pour tous. La sola vista di un gruppo tali cittadini, che silenziosamente  avevano posto un presidio contro l’insano progetto del “mariage pour tous”, era talmente intollerabile al potere, che quei cittadini sono stati sgomberati a forza, e perfino imprigionati.   Ma torneranno. Sempre più, in Francia, diversi settori della società civile, che magari fino a ieri  non dialogavano l’uno con l’altro, hanno preso coscienza dell’iniquità di quanto legiferato dal Governo Hollande. Hanno cominciato a parlarsi, a riscontrare quanto li unisse il fattore della semplice comune umanità, a cercare sinergie sempre più efficienti per raggiungere il loro obiettivo: il ristabilimento del diritto e della giustizia. D’altronde, mi pare che ciò che avviene sia quello che dice la Bibbia nel Libro della Sapienza, 2,1.12-22:

Dicono [gli empi] fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e chiama se stesso figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile.

Quindi, in effetti, il campo d’azione – facendo la scelta di evitare il confronto fisico  di forza – resta sempre assai vasto.  Naturalmente, c’è sempre un impegno da mantenere, un prezzo da pagare. Libertà e diritto non sono gratis – come taluni pretenderebbero – ed è giusto che sia così. Stare in pantofole davanti alla TV, o comunque rinchiudersi nel privato, non risolve nulla. Certo, assai meglio sarebbe non  dover ricorrere nemmeno ai mezzi sopra indicati.  Purtroppo però la realtà è quella che abbiamo descritto. La posta in gioco è alta, e farsi opprimere restando inerti non piace a nessuno. Siamo in quella situazione così ben sintetizzata dal poeta Czeslaw Miłosz, che coniò l’efficacissima e molto citata frase

Si è riusciti a far credere all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti. Pensi dunque a bere il caffè e a dare la caccia alle farfalle: chi ama la res publica avrà la mano mozzata.

A livello politico, cosa può fare quella comunità? In passato, essa si è mossa a livello locale, per lungo tempo, appoggiandosi ai rappresentanti locali della sinistra istituzionale. Alcuni di essi, infatti, erano più o meno in contrasto con i  livelli superiori del partito, convintamente altavelocisti. Fino a ieri, in qualche modo, questa tattica ha tenuto. E’ noto che l’alternativa alla TAV non ha mai trovato nessuna sponda col centro-destra,  keynesiano al pari della sinistra, e però almeno coerente con se stesso, orgoglioso di esserlo. Alle ultime elezioni politiche gli elettori della Valle si sono invece appoggiati al M5S, che ha ottenuto ampissimi consensi anche a  livello nazionale, a motivo della grave crisi dei partiti tradizionali. M5S esprime infatti una chiara posizione  NO-TAV.  Non è dato sapere quali prospettive di durata e di rappresentanza riservi il futuro alla formazione guidata da Beppe Grillo, scarsamente affidabile per molti versi. D’altronde, la scelta della Valle è anche una scelta di opportunità, in merito specifico alla vicenda TAV.  Se il vento della politica dovesse cambiare, è chiaro che in Valle rifarebbero il punto della situazione e si guarderebbero nuovamente intorno. Quella comunità potrebbe creare, localmente, una lista civica “di scopo”. E’ però evidente che tale lista assai difficilmente potrebbe farsi spazio a livello nazionale. Quindi il versante politico resta in fluida evoluzione. A questo punto… questo è tutto quello che possiamo fare?…

9. L’OPZIONE “ALTRA”

Per la verità, vi è anche un’altra opzione, che vi propongo citando alcuni brani di  questo articolo, firmato dal giovane e brillante intellettuale pugliese Valerio Capasa, che traggo da Ilsussidiario.net. «Non resta che far torto, o patirlo», ammette amaramente, in punto di morte, Adelchi, il protagonista dell’omonima tragedia di Manzoni. Coinvolto in una guerra che non avrebbe voluto, sperimenta la contraddizione insanabile fra le circostanze in cui si trova a vivere e il nobile slancio del suo cuore: «ei mi comanda / alte e nobili cose; e la fortuna / mi condanna ad inique».

Viviamo in un tempo in cui sembra non esista alternativa: se non ti riconosci nella maggioranza, ti viene il dubbio di aver sbagliato pianeta; se non stai dalla parte dei vincitori del momento, non ti resta che lamentarti e cercare di far sentire la tua voce. E la rabbia sale:  sei costretto a subire o sei chiamato a reagire. A sfogare almeno la tua indignazione davanti al supremo tribunale dell’opinione pubblica, che sui media imperversa fino alla nausea. E tuttavia, dopo che ti sei infuriato, cosa risolvi? A questo punto «non resta che far torto, o patirlo»? è davvero tutto qui? Cosa può fare allora un uomo che voglia affrontare un’ingiustizia? Renzo ci ha provato con la legge, andando dall’Azzeccagarbugli: «vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia». Ma siccome la legge non lo tutela (anzi, «quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori»), si fa un’idea ben precisa: «La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo». Sarebbe stato un buon grillino, perfino nella forma, che ricalca sintatticamente il vecchio “te la do io, l’America”. Siamo a questo punto, mi pare: protestare contro tutto, sognare una giustizia fai da te: «Sì, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà» (e qui il tono, più che grillino, appare berlusconiano). Dove sta il punto debole della posizione di Renzo? Nella sua natura reattiva. Che infatti replica il meccanismo del potere che vorrebbe combattere e, soprattutto, ha il difetto di dimenticare il motivo bruciante dell’ingiustizia, cioè Lucia. Così che quando lei prova a placare l’istinto omicida del promesso sposo, viene fulminata da un «io non v’avrò; ma non v’avrà né anche lui». Bella giustizia, quella che si dimentica di lei! «a questo mondo c’è giustizia, finalmente! – Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica». L’impeto caratteriale di quanti (come me) vorrebbero controbattere punto su punto alle ingiustizie viene messo in discussione da uno che ha compiuto davvero quell’omicidio che Renzo immagina o minaccia soltanto. È fra Cristoforo: «non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia?». Non si tratta di una posizione rinunciataria, che sposta in una dimensione ultraterrena un problema storico. Tutt’altro: è il ribaltamento di una logica incentrata sulla rivendicazione dei diritti e dunque sul “cosa dobbiamo fare concretamente”, che sempre si deteriora in una lotta per l’egemonia; è un orizzonte non soltanto più profondo, ma anche più concreto. Lo dimostra un fatto solare: quando fra’ Cristoforo cerca invano di far ragionare don Rodrigo, la sconfitta che subisce stranamente non lo distrugge: «Il padre Cristoforo arrivava nell’attitudine d’un buon capitano che, perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non scoraggiato, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, si porta dove il bisogno lo chiede». Com’è possibile non essere sconfitti dentro una sconfitta? Com’è possibile, cioè, rompere l’aut aut del «non resta che far torto, o patirlo»? L’inizio della risposta sta nell’incontro con un uomo concreto che torna «afflitto ma non scoraggiato». Combatte, non sottovaluta i problemi concreti, tanto da rimanere «afflitto», ma è indomito. Cammina, in un mondo che va storto e in direzione opposta, da uomo vittorioso. Da dove gli verrà l’energia per correre ancora una volta «dove il bisogno lo chiede»? Nello sfacelo del mondo, da dove ripartiamo? Non dal progetto di cambiarlo, che trascina inesorabilmente con sé la rabbia per quello che non va come ce l’abbiamo in testa, ma da quegli uomini già cambiati, che ci inchiodano a una provocazione: ma fra’ Cristoforo come fa a essere così? I Promessi sposi ci offrono un’ipotesi insolita, che non si riduce allo scontro tra vincitori e sconfitti, tra prepotenti e delusi, tra cialtroni e delusi. Qui vibra una prospettiva diversa dall’unica a cui sarei in grado di arrivare, cioè quella di Renzo. «Credi pure, ch’io so mettermi ne’ tuoi panni, ch’io sento quello che passa nel tuo cuore»: fra’ Cristoforo lo disse a lui come lo dice oggi a me. Che occasione, per chi è ferito dalle battaglie che il mondo ci impone di combattere, incontrare, leggendo il romanzo, un’amicizia così tenace e contemporanea! Che non ha lo scopo di calmarmi, non mi chiede con una pacca sulla spalla di smussare gli spigoli, rassegnarmi ed essere più buono. Almeno Manzoni non confondiamolo con i cori melensi che invitano a sforzarsi a Natale di essere tutti più buoni. Manzoni non era un imbonitore; era cristiano. Cioè sapeva cosa succede a Natale: «Ecco ci è nato un Pargolo, / ci fu largito un Figlio». Uno che patì torti dalla mangiatoia alla croce, e che pure continua a vincere. Anche se «i popoli / chi nato sia non sanno» e si ostinano ad alzare la voce per conquistare un breve spazio di potere, da duemila anni c’è un uomo in carne e ossa – ci sono uomini in carne e ossa – a testimoniare, dentro la guerra (quasi sempre persa) di questi giorni, quella «pace, che il mondo irride / ma che rapir non può».

 10. ANCORA SULL’APPROCCIO POLITICO ALLA QUESTIONE

Siamo quasi al termine di questa lunga ma, come si è constatato, indispensabile disamina, vista la portata del tema. Con questa riflessione spero di aver portato un pur modesto contributo  allo scioglimento  del “nodo della violenza”.  Concludo su questo punto, dopo aver trattato della gestione ottimale del nodo della violenza, con alcune considerazioni aggiuntive di carattere politico. Auspico, in primo luogo, un atteggiamento di chiarezza da parte dei diversi “attori” della vicenda. Quindi, a) dal punto di vista politico-partitico, esprimo la speranza che, come mi è capitato di scrivere spesso nei commenti facebook su Tempi,  i cattolici “facciano” la Dottrina sociale e la sussidiarietà. considerino attentamente la natura perversa della filosofia della TAV.  Guardino finalmente in faccia la realtà, e  prendano atto delle micidiali implicazioni della politica che, alla TAV, è sottesa. Le decisioni che prenderanno, in merito, restano loro piena responsabilità.  Soprattutto, politicamente e in linea di principio, coloro che si dicono cattolici non lascino spazio alle micidiali infiltrazioni liberali – oltre che a quelle di sinistra, questo è ampiamente sottinteso – nelle loro file. Ragione suggerisce che, se questo sarà l’orientamento, una delle molte conseguenze positive sarà la dismissione delle politiche infelici e irrazionali che hanno generato la TAV.  Al tempo stesso, tale posizione di chiarezza dovrebbe dare luogo alla contestuale intrapresa di progetti infrastrutturali realmente utili all’utenza, nonché ragionevoli dal punto di vista realizzativo e da quello della sostenibilità finanziaria. Tali da disinnescare ogni fomito di violenza contestataria, e anzi suscettibili di generare il lavoro vero e “produttivo” al quale si riferiva Zampetti, nonché un fondato consenso politico all’azione di governo. Dismettendo le pratiche ispirate a la filosofia della TAV si andrebbero a soddisfare le vere esigenze dell’utenza, a un costo equo per  lo Stato, in luogo di servire interessi finanziari e partitici particulari, che con il buon funzionamento dei trasporti nulla hanno a che vedere. Su tutto quanto sopra, sarà davvero molto interessante vedere come si muoverà il nuovo Ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi. Mentre il sistema-Italia sta collassando, per l’insipienza dei suoi reggitori, vedremo presto come, in concreto, il neo-ministro – che il 21 maggio prossimo visiterà la Valle – si rapporterà alla filosofia della TAV.  I  liberali, come giustamente e orgogliosamente hanno fatto Bondi e Galan, rivendicando la dimensione “laicista” del PdL, e i comunisti e i post-comunisti, ciascuno dalla sua parte, faranno le loro scelte. Con tutto quel che ne consegue. Ora, sappiamo bene che – purtroppo – la probabilità che tale chiarezza si faccia in tempi brevi, e che tali decisioni virtuose vengano prese, è purtroppo remota. Detto questo, si sarà capito che uno dei punti centrali dell’approccio critico alla filosofia della TAV, è che tutto si tiene.  Quindi è totalmente illusorio pensare che, sulla base di tali presupposti, delle iniquità che sistematicamente commettiamo – di cui ho trattato estesamente al punto 4. –  e che sono costantemente rimosse dal dibattito politico, vi possa essere la ovunque invocata, messianicamente attesa “crescita” economica. Anzi! Le cose non possono che peggiorare. Vi è uno stretta relazione tra l’insufficienza della democrazia rappresentativa  (che quindi, contrariamente a quanto sosteneva Churchill, non è “il migliore dei mondi possibili”), gli effetti nefasti del capitalismo liberalsocialista keynesiano corruttore e bancarottiero, e la politica altavelocista.  Il tutto avviene in grave nocumento dell’interesse del “popolo delle famiglie”. Purtroppo in questo momento storico, questo nesso, gli “uomini di buona volontà”, fra i quali dovremmo essere noi cattolici, non riescono proprio a coglierlo. Quindi, allo stato dell’arte, l’elettore italiano che sta dalla parte della vita, della famiglia, della libertà e perciò stesso della libertà di educazione e della sussidiarietà, l’elettore che sta dalla parte del buon governo ed è quindi per una ragionevole, economica e funzionale alternativa infrastrutturale alla TAV, non trova rappresentanza politica. Non c’è nessun partito politico, tra le formazioni  numericamente più importanti, che tuteli e promuova, congiuntamente – e nemmeno disgiuntamente! – tutti questi valori. Per la precisione, si è anche constatato che, se tra le formazioni al momento minoritarie  ve ne sono alcune critiche verso il modello TAV (con coerenza però insufficiente  o ancora da mettere alla prova), esse sono però nel contempo anche espressamente avverse ai princìpi non negoziabili. Questa la spiacevole situazione. b) Dal punto di vista del dibattito politico-democratico, in questo testo, e ancora più estesamente nella pagina centrale di questo blog, ho portato le indicazioni di alcuni maestri che, già da tempi non sospetti, segnalavano il germe totalitario presente nelle nostre democrazie. Quindi, tornando alla possibile deriva autoritaria, in questo caso potrei evocare il rischio di un imminente ritorno del “ventennio”. Ma sarebbe troppo facile,  poiché, e rimando per questo ai testimoni, le cui parole ho riportato alle sezioni 2,3 e 4 de la filosofia della tav, quella spiacevole realtà autoritaria che temevamo, in effetti è già presente ora, qui,  in forme subdole, ben più raffinate ed efficaci di quelle esplicite. Di questo, infine, stiamo parlando: della crisi, ormai palese, della “democrazia rappresentativa”. Che va integrata con la “democrazia partecipativa”. Dobbiamo avere il coraggio di portare questa cosa nel dibattito politico. Chi dovrebbe essere in prima linea a farlo, se non noi cattolici? E’ chiaro che, altrove, su questa pietra d’inciampo vi è interesse a mantenere il più rigoroso silenzio. Anzi, c’è da presumere che su chi volesse evocare la questione cadrebbe facilmente l’accusa di anarchismo, se non quella di tentata eversione. Al punto in cui siamo, solo un Governo credibile, che pratichi la sussidiarietà, potrebbe salvarci. Ma non è che un esecutivo del genere si possa improvvisare. Tutt’altro. Lo dimostra il passaggio del testimone dal Governo Monti al Governo Letta. Temo quindi che dovremo passare attraverso il doloroso schianto del vecchio sistema, che a mio parere è alle porte. Non potremo andare avanti in questo modo ancora per molto. c) se la realtà è questa, che fare, allora? Circa il “nodo della violenza”, non ci sono scorciatoie. Se lo Stato, le cui effettive caratteristiche auto-delegittimanti abbiamo largamente descritto, nonostante tutto vorrà mantenere la sua decisione di imporre a ogni costo la TAV in Val di Susa,  non potrà comunque esservi pace. L’esperienza storica universale lo insegna. Se anche, per ipotesi, tutta la popolazione dismettesse ogni azione di protesta visibile e attiva, resterebbe, a covare sotto la cenere, una silente coltre di rabbia e frustrazione. Non è pensabile “pacificare” un consapevole e fondato dissenso di decine di migliaia di persone, rimuovendo la realtà dei fatti e seguitando a bancarottare un Paese. Ancora una cosa: si è detto e ridetto che la strada del confronto fisico di forza non è assolutamente praticabile né conveniente, da parte di chi dissente dalla TAV. Ma, al fondo di questa esacrabile vicenda, si è visto in questo testo quali siano le ragioni di fondo del clamoroso, grave gap di credibilità, affidabilità e legittimità di cui – a motivo dei limiti strutturali della democrazia rappresentativa – soffre lo Stato italiano. Sarà allora saggio e opportuno, specie in questo momento storico nel quale sta fragorosamente venendo giù tutto, ed è ormai evidente che siamo alla fine di un modello di sviluppo e di un modello di civiltà, che per il bene di tutti anche questo Stato faccia una profonda riflessione sulla vicenda TAV, e scenda a più miti consigli.  E’ pura illusione che questo progetto TAV To-Ly abbia un futuro. L’uso della forza da parte dello Stato, per imporlo al di là di ogni ragionevolezza, non porterebbe a nulla di buono.  La questione, pertanto, rimane totalmente aperta. Vi sarà dunque un ripensamento verso la pacificazione, da parte di tutti coloro che ancora insistono a ricorrere al confronto fisico di forza?… Ce lo auguriamo caldamente. Per quanto riguarda lo Stato, ho da fare una ulteriore, necessaria precisazione ontologica. Infine, dal momento che ragioniamo di un confronto tra parti, dobbiamo porci la domanda: “Chi è lo Stato…?” Fatto è, diceva Pier Luigi Zampetti, che in regime di democrazia rappresentativa, stante la mancanza di sussidiarietà, il controllo delle stanze dei bottoni dello Stato-apparato viene assunto da una classe unica dirigenziale, una MONOCLASSE (suo il termine) che lega in modo verticistico  e oligarchico le classi dirigenti dell’economia, della finanza, dell’industria, della politica e financo del sindacato. Tale associazione ha carattere politicamente trasversale, tanto che vediamo convivervi destra e sinistra, liberali e socialisti, ateo-razionalisti dichiarati e orgogliosi di esserlo, assieme a coloro che rivendicano l’appartenenza cattolica. Ebbene, bisogna dire che tale ferrea associazione non è, in quanto tale, molto malleabile. Dunque, nonostante tutto, speriamo che la vicenda non debba volgere nuovamente al peggio. Abbiamo detto che la strada del ricorso al confronto di forza non solo non è praticabile per motivi etici, ma che anzi essa è anche controproducente dal punto di vista pratico. Quello che è davvero importante, a mio parere, è consapevolizzare la lezione dei diversi, autorevoli e però ad oggi sostanzialmente inascoltati maestri, che ci hanno linearmente e serenamente spiegato i motivi della deriva oligarchica delle nostre democrazie. La buona notizia è che, grazie alla sussidiarietà, ai noti princìpi non negoziabili e ai princìpi sottesi alla “società partecipativa”, abbiamo una via percorribile per la soluzione integrale ai problemi sociali e, ancor più compiutamente, anche una risposta univoca alle nostre domande esistenziali. Capisco che, per qualcuno, questo possa sembrare perfino troppo. Intraprendere ed esplorare questa strada dipende comunque dalla nostra scelta, dalla nostra libertà.

11. IL NODO DELLA VIOLENZA: LA TAV A FIRENZE

E Firenze?… dopo aver estesamente ragionato del nodo della violenza in Val di Susa, come non spendere parole per la cara Città del fiore, dalla quale sto scrivendo? Qui la situazione, in merito al nodo della violenza, è totalmente diversa dalla Valle. Ne vado a trattare per esteso, poiché anche qui il tema è scottante, e non mi posso permettere di sintetizzare più di tanto. Nei punti precedenti, per articolare la genesi del suddetto nodo,  ho ripreso per sommi capi le linee del sistema keynesiano, che sono trattate anche nel testo centrale di questo blog, vicino alla cui pagina web troverà posto anche questo lungo articolo. In futuro, forse integrerò le due cose. Dunque, è stato necessario mettere a fuoco il pur spiacevole dato di fatto che, in regime di democrazia solo rappresentativa, senza sussidiarietà, lo Stato viene fatalmente preso in ostaggio dalle oligarchie politiche, che sono in sinergia con quelle economiche. Don Luigi Sturzo, ancor prima di Zampetti, inascoltato e ostracizzato come più tardi lo sarebbe stato Zampetti, a suo tempo aveva raccomandato di guardarsi dalle tre malebestie, sua la definizione, che stavano portando a fondo lo Stato. Il pro-sindaco di Caltagirone si riferiva allo statalismo, alla partitocrazia, e allo sperpero del denaro pubblico. Sono concetti che possiamo associare a pieno titolo alla pratica del keynesismo. La TAV è un frutto esemplare dello stato di cose descritto. Per inquadrare compiutamente la questione fiorentina, premetto una breve cronistoria della TAV italiana, a partire dai secondi anni ’90 del secolo scorso. Abbiamo detto che, per far girare l’economia, gli oligarchi che siedono nei gangli decisionali dello Stato si inventano – fra l’altro – anche grandi opere inutili pagate con i soldi pubblici. Vengono, così, fatte “lavorare” (d’obbligo le virgolette)  grandi aziende costruttrici. Esse fanno lucrosi utili in quanto, nel caso della TAV italiana, dietro l’alibi iniziale che l’impresa si farà in prevalenza con capitali di rischio “privati”, i lavori vengono affidati, a differenza di quanto logica e legge vorrebbero,  non attraverso una gara d’appalto internazionale, ma piuttosto tramite assegnazione diretta. A prezzi concordati a livello politico. In corso d’opera, tali prezzi aumentano poi fino al 500 per cento rispetto ai preventivi iniziali. I costi dell’investimento, che fin dall’inizio e per molti anni  erano stati mendacemente promessi per il 60% a carico di investitori privati, sono sempre stati, in realtà, a totale carico del contribuente. Ciò è confermato anche formalmente nel 1998, quando la TAV viene ufficialmente tutta statalizzata. Circa il costo, si parla di cifre dell’ordine di 200.000 miliardi delle vecchie lire (poco meno di 100 miliardi di euro), per quella parte dell’opera già realizzata a livello nazionale.  Quando, è bene ricordarlo, ed è scritto qui, sarebbero stati ben altri gli investimenti infrastrutturali da fare, mirati all’efficientamento complessivo della rete, con molta minor spesa e migliori risultati. Si farà in modo che anche i costi di gestione del servizio, elevatissimi, restino a carico del contribuente. Si metterà appositamente in piedi, come ha acutamente osservato l’ing. Ivan Cicconi (uno dei maggiori esperti nazionali in appalti, infrastrutture e lavori pubblici, già Capo della Segreteria Tecnica del Ministro dei Lavori Pubblici nella XIII legislatura e membro del CdA dell’ANAS nel 1980-81), una figura contrattuale del tutto abnorme, quella del general contractor (GC). Sarà lui a realizzare l’opera, e  godrà, al tempo stesso, i vantaggi del concessionario e dell’appaltante, poiché:

  • sarà il GC a costruire l’opera nei tempi e ai costi da lui stesso determinati, ma non dovrà investire in essa un centesimo dei propri capitali, mentre invece la partecipazione del concessionario all’investimento è tipica del contratto di concessione.
  • saranno in capo al GC, e non allo Stato committente, le funzioni di progettazione e controllo sulla realizzazione dell’opera. E ciò differentemente dal contratto di appalto, nel quale le suddette funzioni fanno capo al committente.

Dal momento che la gestione dell’opera medesima, una volta completata, non sarà di competenza del GC, bensì dello Stato, ben poco interessa al general contractor, che assume al tempo stesso le vesti di progettista, di controllore e di controllato nelle fasi di realizzazione dell’infrastruttura, circa il relativo costo, l’utilità, l’efficienza e i tempi di realizzazione. In pratica, lo Stato fa un maxi-harakiri: contrattuale, finanziario e infrastrutturale. Ho parlato di “grande opera inutile” in riferimento alla TAV italiana, poiché i massicci investimenti pubblici in essa convogliati interessano, dicono le statistiche, circa il 5% dell’utenza ferroviaria complessiva. La cosa è perfettamente logica, nell’Italia delle “cento città” relativamente vicine l’una all’altra. Il nostro è un Paese nel quale, ancora statisticamente, l’80% dei viaggi avviene su una distanza non superiore a 100 chilometri. Dove quindi, più che quello della elevata velocità del viaggio, i parametri da perseguire sarebbero piuttosto quelli della frequenza e qualità del servizio, della puntualità, e – specie in questi tempi di crisi – della  economicità di investimento e di esercizio per il gestore pubblico, nonché di economicità per l’utente. Il discorso, riferito al traffico passeggeri, presenta significative analogie con quello del trasporto delle merci. In Italia anche il traffico merci, infatti, si caratterizza per spostamenti prevalentemente su distanze medio-brevi. Quindi, per evidenti motivi di opportunità e convenienza logistica (doppio carico/scarico fabbrica o magazzino/ferrovia alla partenza e all’arrivo, tempi lunghi di composizione del convoglio), è molto fisiologicamente resistente ad essere deviato dalla gomma al ferro. In pratica, in relazione agli investimenti da fare, niente di quanto dettato anche dal semplice buon senso avviene. Si realizza una nuova galleria ferroviaria lunga quasi 80 km, priva di tunnel parallelo di soccorso, tra Firenze e Bologna, al costo di oltre 10.000 miliardi (tutti pubblici) delle vecchie lire (pari a circa 50 mld di euro, valuta non ancora in vigore all’inizio di quei lavori). Questo,  senza che i decisori vogliano considerare il  progetto dell’ingegnere  ferroviario bolognese Ivan Beltramba, di potenziamento al 100%  della linea direttissima storica Bologna-Prato-Firenze. Nel progetto Beltramba, si parla di raddoppio di capacità: fino a 400 treni di ogni tipo al giorno,  e dell’incremento della velocità media di percorrenza dei treni veloci. Ciò sarebbe stato possibile grazie al rinnovo- potenziamento della stazione di montagna di San Benedetto Val di Sambro,  che sarebbe divenuta un grande nodo scambiatore, e all’adozione di moderni adeguamenti tecnologici che avrebbero garantito, oltre all’incremento di capacità (grazie al principio di omotachicità, molti treni che viaggiano relativamente vicini l’uno al’altro, a velocità non troppo diverse), anche la totale sicurezza. Il tutto al costo irrisorio di meno di 200 miliardi di lire (pari a 100 milioni – non miliardi – di euro), e con impatti ambientali irrisori. L’ordine di grandezza della spesa è di circa 50 VOLTE inferiore alla soluzione poi effettivamente intrapresa. Che, tra l’altro, era stata prevista e si è effettivamente rivelata ambientalmente  disastrosa per il territorio mugellano e appenninico, nonché assai pregiudizievole dal punto di vista della sicurezza, a motivo della mancanza della galleria di soccorso. Tale è dunque la potenza degli scavatori di gallerie con i soldi pubblici, che la soluzione più razionale, più economica e meno impattante per il territorio viene scartata. Ciliegina sulla torta, una volta realizzata la mega-infrastruttura con l’impiego di abbondanti denari del contribuente, in nome del “mercato” e della “concorrenza”,  se ne è infine ceduta parte importante dell’uso ai privati veri  (società NTV), a prezzo stracciato. Per chi vuole approfondire questo argomento, ne parla l’ing. Ivan Cicconi di Bologna, nel video che trovate qui, postato su Youtube da Ambiente Valsusa. Dopo la débacle finanziaria e ambientale della zona collinare e appenninica del Mugello, causata dai lavori, col vantaggio dichiarato di guadagnare una manciata di minuti fra le stazioni di Bologna e Firenze – vantaggio che sarebbe stato comunque ugualmente possibile con la soluzione Beltramba – ora tocca alla città di Firenze. Per il nodo fiorentino, la filosofia è la medesima sottesa all’intera opera. E’ noto che i treni ad alta velocità stanno già passando attraverso la città di Firenze.  Nonostante ciò, le Ferrovie dello Stato, a loro dire per lasciare spazio in superficie al traffico locale, ed in accordo blindato bipartizan destra-centro-sinistra fra le amministrazioni locali e il Governo centrale, hanno già fatto partire i lavori per le fondamenta della nuova stazione sotterranea, che è situata in zona assai scomodamente decentrata rispetto alla stazione storica. E’ già stata montata la “talpa” destinata a scavare un doppio tunnel sotterraneo, che dovrebbe attraversare la  città da sud-est a nord-ovest, per una lunghezza di circa 7 km. L’Associazione di volontariato Idra, che si occupa prevalentemente di questa tematica infrastrutturale, e della quale sono vicepresidente, hanno lanciato documentati allarmi. Si è denunciato alle amministrazioni e ai cittadini il costo spropositato dell’opera, al momento variamente stimato tra gli 1,5 e i 3 miliardi di euro, che dovrebbe teoricamente risolvere il nodo fiorentino.  In alternativa alla soluzione in sotterranea esiste peraltro un progetto di potenziamento con passaggio in superficie, che si prospettava infinitamente meno costoso e impattante sull’area urbana. A tale  progetto ha anche collaborato l’Università di Firenze. Comunque, l’Associazione Idra non sponsorizzava una soluzione piuttosto che un’altra. Piuttosto, ha sempre interpellato gli Enti decisori, chiedendo urgentemente che si facesse una seria gara di confronto costi/benefici tra le diverse ipotesi possibili. Nel tempo, l’Associazione ha più e più volte segnalato al sindaco  Matteo Renzi la fattibilità e la convenienza di tale modo di procedere, anche dal punto di vista dell’architettura finanziaria dell’opera e dei rapporti contrattuali con le imprese affidatarie dei lavori. Per questo aveva messo a sua disposizione la consulenza dei già citati ing. Ivan Cicconi e prof. Marco Ponti. Nessuna risposta motivata, in questo senso, è pervenuta da parte degli Enti decisori. Idra, pur nel quadro di una costante, complessiva  critica concettuale alla filosofia TAV,  ha dunque anche denunciato la clamorosa inutilità logistica del sottoattraversamento, cercando, per quanto era il suo ruolo, di porvi rimedio. Si tratta infatti indubitabilmente di una soluzione peggiorativa rispetto a quella di superficie. Essa  metterebbe il tunnel a servizio di una nuova stazione sotterranea, irragionevolmente decentrata di oltre 500 metri in linea d’aria  rispetto alla testata di quella storica, centralissima, di Santa Maria Novella, presso la quale gravita il  resto del trasporto ferroviario, e alla quale sono contigue le stazioni delle autolinee interurbane e i capolinea principali del trasporto urbano su gomma. Sarebbe quindi peggiorata la inter-operabilità del traffico veloce con il resto del sistema di trasporto. Soprattutto, l’associazione ha denunciato i gravissimi danni che lo scavo della doppia galleria verrebbe estesamente a provocare, sia nel corso dei lavori che in tempi successivi, a motivo della pesante interferenza con la falda acquifera, sul tessuto urbano soprastante. Ciò è stato documentato da appositi studi, anch’essi effettuati nell’ambito dell’Università di Firenze, che si sono pure riferiti ad esperienze analoghe verificatesi all’estero. I cittadini si sono dunque presi la responsabilità di farsi carico di questa tematica. Si sono documentati sulla materia investendo tempo e risorse, realizzando studi appositi come questo, curato da Idra. Svolgendo in pratica una funzione di supplenza al livello politico che, come abbiamo visto, quando non ha latitato, si è visto che in pratica strutturalmente assisteva gli interessi forti a scapito del bene comune. A oggi, l’esito degli sforzi di coloro che hanno tentato di salvare Firenze dalla TAV è incerto. Sono infatti assai  potenti gli interessi particulari che gravitano sul progetto, secondo i canoni più rigorosi dell’economia keynesiana. I promotori dell’operazione sono disposti a tutto. Le grandi aziende  devono “lavorare”, a qualunque costo, con i soldi pubblici. La locomotiva non può rallentare o fermarsi, pena il collasso del sistema. Nonostante questo il sistema, lo stiamo vedendo tutti, scricchiola paurosamente. Si è detto che anche i sindacati confederali sono della partita. Anch’essi hanno sollecitato energicamente l’avvio dell’operazione, affinché “sia dato lavoro”. Nemmeno a loro è finora interessato, per evidenti motivi di consenso verso i loro iscritti, che Firenze sia devastata – presumibilmente molto più di quanto è già accaduto a Bologna (è disponibile presso l’Associazione di volontariato Idra il DVD “Questa è la TAV a Bologna… e se succedesse a Firenze?” prodotto nell’aprile 2009), città nella quale da anni sono in corso lavori analoghi. Nel capoluogo toscano l’area interessata dagli scavi è infatti assai più vasta e più centrale che a Bologna. A oggi, nemmeno i rappresentanti dei lavoratori sembrano preoccuparsi che la severa penalizzazione a cui si starebbe per sottomettere, inutilmente, la Città del fiore, sia pagata a caro prezzo con i soldi dei lavoratori medesimi, in veste di contribuenti. Anche per il sindacato questi sembrano dettagli irrilevanti, ed esso procede senz’altro a farsi dipendente dalla necessità del consenso. Questa subordinazione sindacale ai poteri forti è un altro dei danni collaterali  della mancanza di sussidiarietà. L’ultimo, scandaloso episodio correlato alla TAV fiorentina, ma anche alle “grandi opere” a livello nazionale, e anch’esso caduto in una diffusa indifferenza, è stato il varo, da parte del Governo Monti, del D.L. 161/2012. Per esso si sono  derubricate per legge,  da rifiuto a “non-rifiuto”, cioè sottoprodotto, quelle “terre di scavo” pesantemente inquinate da pericolosi additivi aggiunti nel corso dei processi di produzione.  Ciò, in relazione alla realizzazione di “grandi opere”. Si è voluto far questo in massimo dispregio della salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini. Di più, si è voluto legiferare in tal senso, senza alcun timore di contraddire palesemente la Direttiva Europea 98/2012/CE, che  disciplina correttamente il trattamento di quel genere di “rifiuti”. Su questo punto l’Associazione Idra ha interpellato urgentemente  la Commissione Ambiente dell’Unione Europea, chiedendone il parere  in merito alla conformità della legislazione italiana rispetto a quella comunitaria. Una censura a livello comunitario metterebbe in serio pregiudizio il progetto del nodo di Firenze, nel quale lo smaltimento di quantità industriali di terre di scavo inquinate è già preventivato da farsi in modo semplificato, in relazione al Decreto libera-rifiuti del Governo Monti. Ci auguriamo che, nonostante le prevedibili pressioni politiche da parte italiana nel senso di poter mantenere il libero smaltimento,  l’Europa riporti il nostro Governo alla ragione. C’è da dire che, in questi ultimi tempi, le novità per i promotori e i realizzatori dell’infelice progetto TAV di Firenze, per quanto già irresponsabilmente avviato, non paiono essere brillantissime. Oltre alla spada di Damocle europea che gli pende sul capo, circa il giudizio sulla derubricazione delle terre di scavo inquinate (talmente inquinate che è emerso recentemente che, più che terra, in certi passaggi  i processi di lavorazione hanno fatto uscire dal ventre di Firenze quantità industriali di fanghi inquinati), per la TAV fiorentina vi sono infatti ben altri due fattori, importantissimi, di destabilizzazione. Il primo è che Coopsette, la società aggiudicataria dell’appalto dei lavori del nodo, è venuta a trovarsi in gravissime difficoltà finanziarie. Sembra che il motivo vada ricercato in importanti investimenti, fatti a suo tempo, nel settore delle nuove costruzioni, poi rimaste invendute  a causa della crisi. Le difficoltà di Coopsette sono gravi, al punto che si è avuta notizia che la società è stata costretta a chiedere al giudice lo stato di concordato preventivo. Potete trovare un approfondimento su questo post. Il secondo fattore che ha squassato recentemente la TAV fiorentina, è la notizia di una inchiesta della Magistratura sui lavori del nodo (nella quale è coinvolta anche Coopsette). Lavori circa i quali, come scrive l’Associazione Idra in questo comunicato stampa,

…Se le cose stanno davvero così, le carte (dell’inchiesta, ndr) disvelerebbero un’osmosi perversa, poco meno che terrificante, fra potere politico, committenza pubblica, appaltatori privati e criminalità organizzata.

Ho scritto in apertura di quest’ultimo punto che, a prescindere in questa sede dalle pregiudizievoli vicende collegate ai lavori, a Firenze, il tema del  “nodo della violenza” circa la TAV, si pone in modo assai diverso che in Val di Susa. E’ stato così a suo tempo anche nel Mugello, territorio che ha già subìto il passaggio dell’opera. Sangue come in Valle non ne è scorso, e questo è certamente un bene. Era legittimo sperare, invece, in un dissenso pacifico, consapevole e argomentato, da parte dei cittadini. Non c’è stato. In Toscana, circa la TAV, si è vista piuttosto una estesa, rassegnata indifferenza. Un consegnarsi più o meno acritico e consapevole a quanto disposto dalle istituzioni apparentemente “regolari” della democrazia rappresentativa, della quale ai punti precedenti ho però indicato i gravi limiti. Se all’inizio, in Mugello, qualche sindaco ha protestato – per poi allinearsi al successivo aut-aut della Regione Toscana: o l’assenso all’opera, oppure la cancellazione delle c.d. opere compensative, nel capoluogo il silenzio dei cittadini è quasi tombale. Mi sembra particolarmente preoccupante il fatto che, prima in Mugello e ora a Firenze, noi cattolici  si abbia totalmente rinunciato alla difesa del bene comune. Accettando supinamente i guasti di quella politica infrastrutturale della quale l’Alta Velocità si è  rivelata l’espressione più compiuta. In questa vicenda emblematica di stampo socio-economico, la cultura cattolica, usualmente chiara ed esplicita sui valori etici della vita umana e della famiglia, si è invece completamente appiattita sugli interessi dei poteri forti.  Ciò è avvenuto sia a livello dei fedeli laici, anche di quelli impegnati in politica e nella stampa cattolica, che al livello della gerarchia ecclesiastica. Nessuno sembra essersi fatto qualche domanda. Nessuno ha manifestato una qualche pur flebile voce di perplessità, circa il pur prevedibilissimo sfregio che la TAV si apprestava a compiere su Firenze.   Quando non c’è stato un fragoroso silenzio, vi è stato un assenso esplicito. Nella maggior parte dei casi, si è rinunciato ad esprimere un giudizio, e ci si è messi nelle mani dei poteri forti. Accennavo che la stessa cosa si è verificata in quell’ambito politico nel quale ci si richiama all’esperienza cristiana. Tutto ciò è accaduto nonostante si disponesse di validi strumenti di verifica e giudizio, come quelli forniti  dalla Dottrina sociale della Chiesa. Sostanzialmente sembra che, con la TAV, i cattolici abbiano deliberatamente scelto di  non informarsi dei fatti,  come il classico struzzo che, davanti al pericolo, nasconde la testa nella sabbia. Sembra che i cattolici abbiano scelto di non verificare l’attendibilità di quanto proclamato a gran voce dai “pochi e sovente neppure proprietari” (Pio XI, Enciclica “Quadragesimo Anno”, 1931) dei capitali, in questo caso pubblici, investiti nella “grande opera”, dei quali essi dispongono a loro piacimento. I cattolici fiorentini e italiani non si sono fatti domande sulla credibilità di quanto affermato  dal sistema dei media. Hanno preferito credere alla propaganda della lobby del cemento e tondino pagati con i denari del contribuente, e disinteressarsi del buon governo della cosa pubblica. Non solo in questo caso, certo. La cosa vale anche per i capitali gestiti dalle banche.  E’ infatti inevitabile non pensare, collateralmente, anche alla recente vicenda del Monte dei Paschi di Siena. E a tante, di tenore analogo, che l’hanno preceduta. Purtroppo, in mancanza di sussidiarietà, altre certamente ne seguiranno. Un domani, la Storia darà il suo giudizio su questo. Alta velocità a parte, è doveroso accennare a quanto di clamorosamente disinformante viene largamente propagandato sui media e nelle altre sedi di potere , e purtroppo viene largamente creduto, anche sul tema dei princìpi non negoziabili. Questo è un altro nesso importante che, inesorabilmente, ci sfugge. Può infatti, un medesimo albero, produrre frutti buoni e cattivi allo stesso tempo?… E’ ragionevole pensare che il sistema che si dimostra fermamente avverso ai princìpi non negoziabili, alla sussidiarietà e al buon governo, stia invece facendo bene in campo infrastrutturale? Si tratterebbe di una contraddizione in termini. Eppure, è così che stiamo considerando la vicenda.  Chi mi legge comprenderà, ora, come fosse irrinunciabile questa lunga premessa, sull’Italia, sul Mugello e su Firenze. Era necessaria per arrivare alla pesante conclusione che, in Toscana, la responsabilità del nodo della violenza, che si materializza in lavori pubblici inutili e distruttivi del bene comune, e che viene politicamente e mediaticamente esercitato in modo subdolo, anche se non per questo meno invasivo della coercizione fisica esplicita, sia da ascrivere in toto al sistema in apparenza democratico ma sostanzialmente oligarchico, dal quale nella pratica politica tutti dipendiamo. Come in Val di Susa, la domanda allora è: come porsi nei confronti di questa spiacevole realtà? Intanto, certo, vale tutto ciò che si è detto circa la Val di Susa. A Firenze però, di resistenza non violenta, vista la estesa condizione di ignavia, non mette certo conto di ragionare. Resta importante consapevolizzare la deficienza della democrazia rappresentativa, e l’indispensabilità della sua integrazione con la democrazia partecipativa, da parte di chi ha avuto in dono la lucidità di poterlo fare. Riflettendo sul senso dei suddetti eventi che stanno già  interessando drammaticamente Firenze, che se ne scampa è solo per miracolo, mi viene da fare una considerazione, come direbbe il buon teologo pratese Antonio Livi,  di ordine estremamente concreto. E cioè metafisico. Ho ripensato alla vicenda del popolo ebraico. Esso, paternamente prescelto da Jahvè,  nel fiume della Storia, per manifestare più compiutamente all’uomo la Sua presenza, è stato ripetutamente castigato dal Creatore, a motivo dei ricorrenti tradimenti idolatrici della vera fede. Mi sono dunque chiesto se, anche per la nostra Firenze, la dura ma giusta pedagogia divina non stia contemplando una bruciante correzione, per scuotere e crettare – servendosi della TAV – assieme alle case e ai monumenti, la nostra abulia spirituale e le nostre ostinate sicurezze borghesi. Se così fosse, la doverosa preghiera di misericordia per la salvezza della città da una triste sorte, dovrebbe prima essere urgentemente indirizzata alla conversione del nostro popolo fiorentino, che verso la salvaguardia del suo patrimonio abitativo e monumentale. L’Associazione Idra scriveva, nel gennaio 2010, evocando i tragici avvenimenti dell’agosto del 1944, che quella che i responsabili della cosa pubblica hanno predisposto per la Città del fiore , all’insegna dello slogan “progresso = sviluppo”, ha le caratteristiche di una vera e propria battaglia. Se l’attuale progetto di sottoattraversamento urbano per la TAV dovesse inopinatamente riprendere e  fosse portato avanti, le conseguenze sarebbero drammatiche. Nel ‘44, figure autorevoli come l’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, il direttore d’orchestra Igor Markevitch e il console onorario di Svizzera Carlo Steinhauslin, si adoperarono per una mediazione con i comandi militari germanici, affinché il ripiegamento di quelle truppe si facesse senza sacrificare l’intera città e senza sfregiare i suoi tesori più importanti. Ma, concludeva Idra, dove sono oggi i Dalla Costa, i Markevitch, gli Steinhauslin? Anche Gerhard Wolf, console tedesco a Firenze nel 1944, intervenne per la salvezza del Ponte Vecchio, e la sua azione fu determinante per il rilascio di ebrei e di perseguitati politici. Si cercano dunque, oggi, gli eredi di quei grandi, friulano, francese, svizzero e tedesco, che seppero difendere Firenze. Al momento non c’è nessuno in vista, né italiano né straniero. Quindi, quando si è fatto tutto il possibile, non resta altro che far penitenza, e pregare. Io, personalmente, mi sento di rivolgermi specialmente a sant’Antonino Pierozzi (1389-1459), grande vescovo riformatore e massimo operatore di carità. Compatrono di Firenze, il suo corpo incorrotto si venera nella basilica domenicana di San Marco. E anche a don Giulio Facibeni (1884-1958), fondatore dell’Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa, annoverato tra i giusti tra le nazioni per la sua opera a favore degli ebrei a Firenze durante l’Olocausto. A questi fiorentini di valore, in modo particolare, rivolgo la mia preghiera di intercessione per Firenze, presso il Dio Uno e Trino e  presso la Madre del Salvatore, che con la città del Fiore ha una speciale e antica relazione. Sarà per questi interventi sovrumani che, non molto tempo addietro, l’inchiesta della Procura di Firenze, di cui riferivo poco sopra, ha bloccato i lavori, sulla base di gravissime ipotesi di reato? Non è dato sapere. Nemmeno, comunque, a ciascuno di noi è dato sapere cosa ci porterà il futuro, quali prove riserverà a ciascuno e a Firenze. Biblicamente parlando, può essere che non vi siano, in città, quei dieci giusti  la cui presenza avrebbe salvato la città di Sodoma dalla punizione divina. Possiamo, in ogni caso, stare sereni. Una persona intelligente come Juliàn Carròn, in un momento di particolare sofferenza per il movimento ecclesiale di cui è presidente, a motivo di una persecuzione strumentale subìta da quel movimento, ha detto recentemente che ogni cosa della quale possiamo essere eventualmente privati, non può costituire per noi un mezzo motivo in meno per testimoniare Gesù Cristo, e stare quindi fiduciosi del Suo disegno imperscrutabile. Cito anche Pierluigi Murgioni, sacerdote della Diocesi di Brescia morto nel 1993, già missionario in Uruguay fino dal 1968. Come dice Avvenire in questo articolo, “incarcerato per cinque anni dal regime militare che pratico’ una repressione spietata sia dei guerriglieri, sia di quelli che aiutavano i poveri”. Così scrive Murgioni, in una delle prime lettere alla famiglia dall’Uruguay:

L’America ha bisogno anche di questo: di testimonianze di un dono grande e disinteressato, che provengono tutte da una sola grande forza rivoluzionaria, l’Amore. Ne ha bisogno proprio ora in cui sono troppi coloro che fanno appello ad un’altra forza rivoluzionaria, la violenza, per risolvere i grandissimi problemi di mancanza di libertà e di giustizia».

Mi sembrano parole pertinenti alla circostanza di cui stiamo trattando, e non solo. La libertà umana di come porsi rispetto al “nodo della violenza”, ha certamente a che fare, citando un’altra persona che della vita ne capisce, il padre Aldo Trento, con il desiderio del giusto, del buono e del bello che è inscritto nel fondo di ogni essere umano. Il padre Aldo si riferisce a quando le cose non vanno nel senso della giustizia che pur contraddittoriamente vorremmo, e ci troviamo a subire impoverimento e umiliazioni. A quel punto ci troviamo interpellati in modo perentorio su che cosa poniamo la nostra consistenza umana, prendendo sul serio la nostra vita e la nostra umanità, senza censurare nulla. Ed è allora che, dopo aver fatto tutto il possibile, il padre Aldo dice che la posizione che può essere da noi liberamente scelta è quella di

offrire, chiedere e attendere.

E così, nel faticoso cammino dell’umanità, dopo innumerevoli tentativi ideologici e prove fallite, ancora una volta la soluzione del problema politico, economico, sociale e del lavoro appare univoca, integrata con quella del problema spirituale ed esistenziale: coscienza di sé e della propria filiazione da Cristo, Persona trinitaria. Metabolizzazione del principio di sussidiarietà e sua pacifica e graduale messa in pratica, secondo la Dottrina sociale, attraverso il capitalismo popolare e la società partecipativa.

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,1-8) “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori”. (Salmo 126- o127)

Un pensiero su “TAV: IL “NODO DELLA VIOLENZA” IN VAL DI SUSA. SCIOGLIERLO E’ POSSIBILE. Nel mentre, cosa accade a Firenze?…

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