Come e perché il Governo Letta ci sta portando a picco, d’accordo con la CISL

Cristo pantoCome mai, cari amici, in testa a questo post, c’è l’immagine di Gesù Cristo, anziché la foto di Letta e Bonanni, come vi aspettereste?… se avessi fatto nell’altro modo, quando poi, dopo, vado a ragionare di sussidiarietà, Dottrina sociale e società partecipativa, voi giustamente avreste potuto pensare che qui si faccia uno dei consueti discorsi tecnico-economico-intellettuali.

Mi piaceva invece, se ci riesco, porgervi il senso compiuto del discorso. Che è sì, anche, tecnico-intellettuale, ma in buona sostanza, a monte di questo, è fondato sulla centralità della persona di Cristo. In tal modo, spero sia più comprensibile l’approccio alla crisi che si adotta in questo blog. Tutta la realtà, globalmente, il senso della vita di ciascuno di noi e della società, l’economia, la politica, ruota attorno alla presenza e all’azione del Cristo che è Dio, persona trinitaria, creatore e redentore.

Quindi, anche l’approccio alla politica e all’economia non può che essere, in ultima analisi, una nostra scelta di come porre noi stessi, la nostra azione e le nostre scelte quotidiane, in rapporto a Cristo, in relazione alla quotidianità nella quale Cristo è  ovunque immanente, e all’eternità nella quale Egli ci attende. Qui, nella nostra piena libertà personale, si gioca il nostro destino. La scelta tra il bene e il male, tra il corrispondere all’amore di Cristo per noi, oppure no, il ripetere – inevitabilmente – l’amore che Cristo ha avuto, per me, verso il mio prossimo, e perciò fare anche scelte politiche ed economiche conseguenti. Non di astratte teorie economiche si parla, dunque, ma della nostra carne e della Carne di Cristo.

Spero, allora, di essere riuscito a fare un po’ di luce nel contesto nel quale ci muoviamo!…

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 Dunque, ciò premesso, si diceva, come e perché Letta & C. ci stanno portando a picco?… e, solo perché a metterlo nel titolo sarebbe stato troppo lungo, perché lo stanno facendo secondo la linea seguita, in modo bi-partizan, dai loro predecessori di destra, di sinistra e “tecnici”? Letta è di sinistra. Per quanto riguarda l’esperienza montiana, potete, se volete approfondire, sfogliare in questo blog gli articoli alla categoria Mario Monti. Anche Silvio Berlusconi ha, in questo sito, una categoria di post a lui dedicata. E anche lui – come è risaputo – affronta la realtà sociale nel modo politicamente disastroso che fan tutti. Esempio recente, la sua dichiarazione, circa i conti pubblici e i rapporti con la UE, di

andare oltre il 3% di deficit, tanto non ci cacciano.

Cari amici, è importante capirlo: perché questa posizione catastrofica è condivisa, in sostanza, da tutti?… Il motivo è che questi personaggi ci vogliono far credere – e finora ci sono riusciti molto bene – che l’economia di uno Stato funzioni in modo differente da quella di una famiglia, o di una singola azienda. Ovvero, ci vogliono far credere che, mentre una famiglia o una azienda che spendono e e spandono senza costrutto sono destinate alla bancarotta, per quella realtà complessa che è uno Stato, invece non sia così. E invece è proprio così!… Tutto questo blog è sostanzialmente dedicato a spiegare in dettaglio le ragioni di questo fatto, come ad esempio qui e qui, ma anche a promuovere l’unica soluzione possibile, che è questa. Dunque, anche le economie statali decotte come la nostra sono destinate a un doloroso fallimento, con noi dentro, purtroppo.

Come dico nel titolo, tutto questo avviene anche con l’appoggio e la collaborazione del sindacato confederale, in questo caso specificamente la CISL.

Niente di nuovo sotto il sole, quindi.

Però ogni tanto è bene ridirlo, e fare il punto della situazione sulla discesa agli inferi del nostro sventurato Paese. E anche se siamo in numerosa compagnia: è infatti tutto un modello di crescita ad essere ormai decotto. C’è tutto un mondo, dall’Oriente all’Occidente, da Nord a Sud, ad essere in ebollizione. Il popolo è scontento ovunque. E ha ragione, poiché la crisi è antropologica, e le sue guide – come nel caso di Letta & C., in Italia – non vengono incontro – per limiti propri o per precisa scelta politica – all’esigenza di risolverla in quel medesimo senso antropologico.

Diamo, ancora una volta, le ragioni di questa affermazione.

Prendiamo spunto dall’energico abbraccio e dal “braccio alzato” che Letta ha tributato a Raffaele Bonanni, segretario CISL, alla fine del’intervento di quest’ultimo al congresso CISL, il 12 giugno scorso. In quella circostanza Bonanni ha auspicato uno “choc fiscale” di ribassamento della pressione fiscale in favore di nuovi investimenti per la “ripresa” e la “crescita”. D’obbligo le virgolette. Di questa posizione, parlavo recentemente in questo post.

Ma perché quelli di Bonanni, appoggiati da Letta, sono solo discorsi vuoti, che non ci salveranno dal tonfo finale? E sono, certo, quelli di Letta e Bonanni, slogan ampiamente condivisi anche dal resto del parterre della politica, vedi Berlusconi, e del sindacato. Mentre il M5S si attesta su posizioni diverse e dissenzienti ma, con la sua ideologia improntata ad una gnosi 2.0, di sicuro non ha in mano la soluzione del problema.

Rispondiamo, ancora una volta, agganciandoci a una precedente affermazione di Bonanni, dove il segretario CISL  auspicava esplicitamente un “New Deal” (vedi Avvenire del 25 aprile scorso, pag. 7) , questa la parola esatta, per meno tasse e nuovi investimenti, appunto per fare crescita, lavoro & sviluppo. Perché le parole di Bonanni, avallate da Letta, sono solo slogan vuoti di contenuto?…

Anzitutto, è impossibile che questo Stato faccia meno tasse. Abbiamo probabilmente un 2300 mld di debito di euro reali, fra debito pubblico nazionale e locale, da contabilizzare (quei 100 mld da pagare ancora ai fornitori!) e contabilizzato, palese e nascosto (i debiti delle SpA di proprietà pubblica). Questo debito pregresso matura, già da solo, la somma stratosferica di minimo ulteriori altri 100 mld di euro l’anno. Quindi, lo Stato, questo Stato follemente e lucidamente keynesiano, che in pratica è già fallito, eppure insiste a voler fare la TAV (questa la perversione del keynesismo), non ha la più pallida idea di come fare a trovare ulteriori risorse. Come fa, dunque, a fare meno tasse?…

Cari amici, il problema risiede, giustappunto, proprio in quel New Deal evocato non solo da Bonanni e da Letta, ma anche da Obama negli USA. In pratica, l’attività di questo blog è principalmente dedicata a smascherare la perversione bancarottiera di quel sistema di pensiero. Che è, giustappunto, antropologicamente sbagliato. Di questo parlano in modo puntuale le pagine principali del blog, quelle cliccabili in alto a destra.

Quindi, per brevità, oltre a rimandarvi ad esse – che trattano della TAV come esempio perfetto del keynesismo, del nodo della violenza in Val di Susa, di come risolvere il problema del lavoro con la “società partecipativa”, ne citerò brevemente qualche stralcio:

Partiamo da un nome: John Maynard Keynes. Il famoso economista che ispirò il “New Deal” rooseveltiano, col quale il presidente USA dell’epoca intendeva risolvere la “grande crisi” degli anni ’20 del secolo scorso. Cosa recitava il famoso motto keynesiano? Diceva sostanzialmente che, per risolvere la crisi, bisognava “fare buche in terra con i soldi pubblici, per poi riempirle nuovamente, sempre con i soldi pubblici”. Il problema di “far bere il cavallo”, cioè di spingere a forza un’economia stagnante per eccesso di capacità produttiva, veniva risolto (apparentemente!) mettendo in buona misura la “crescita” a carico dello Stato, attraverso i due strumenti della progressione crescente del debito pubblico e dell’uso dell’inflazione programmata come strumento di governo. Quest’ultimo sacrificava sistematicamente il risparmio attraverso la stampa di carta moneta, da parte dello Stato, senza che alle nuove emissioni corrispondesse un aumento del valore da essa rappresentato. E’ il famoso “esproprio invisibile”. Tale maggior circolo monetario, dal valore virtuale, veniva impiegato per la “redistribuzione del reddito”. Vale a dire, siccome i grandi capitalisti non si fidavano a investire i loro soldi in un sistema economico da loro ritenuto non affidabile, i posti di lavoro si incrementavano dunque primariamente ad opera dello Stato, creando occupazione anche fittizia, e anche tramite la realizzazione di opere pubbliche (onde la tendenza alla crescita incontrollata del debito pubblico), anche a prescindere dalla loro effettiva utilità e, soprattutto, a prescindere dal quantomeno pareggio di bilancio fra le entrate e le uscite dello Stato (deficit spending). Vale a dire può accadere che, a prescindere dall’utilità e dalla convenienza alla fattibilità di una certa infrastruttura, io Stato rinuncio a valutare se me la posso permettere o no, e procedo senz’altro. In taluni casi la finalità dell’opera non è più dunque correlata al suo scopo teorico, bensì al “far girare l’economia”, pur indebitandosi massicciamente lo Stato per sostenere questa politica. In teoria tale approccio avrebbe dovuto fungere da “volano”, per poi far muovere successivamente i capitali dei grandi investitori riluttanti. In pratica, si è visto – ad esempio – che casomai le grandi aziende costruttrici trovavano molto più conveniente, al posto di un project-financing nel quale avrebbero dovuto mettere i loro soldi in progetti dal ritorno economico incerto o negativo, fare direttamente l’opera con i soldi pubblici, e – come è successo con la TAV in Italia con la figura del “general contractor” – ancor meglio, senza l’impegno di doverla gestire e tentare di trarne un reddito.  Si tratta di un modo di governare poi diffuso in tutto il mondo, ovviamente anche in Italia si sa che si è premuto il piede sul pedale.  I soldi “virtuali” degli stipendi distribuiti ai cittadini-occupati-consumatori cominciavano dunque ad alimentare la grande macchina della “società dei consumi”. Questa, che penalizza il risparmio – a favore dei consumi – appunto grazie all’inflazione sistematica, cioè alla diminuzione del potere reale d’acquisto della carta moneta, è definita dall’economista cattolico Pier Luigi Zampetti (non a caso ostracizzato in vita sua, come Sturzo), nei coloriti ma efficaci termini di un “mostro corruttore”. Nella “società dei consumi”, separando la proprietà dal lavoro, poiché la remunerazione del lavoratore non è più concepita nei termini di compenso per un lavoro da lui ben fatto, bensì in quelli di una assegnazione strumentale affinchè egli possa spendere e consumare, alimentando la macchina consumistica, si disincentiva infatti il lavoro medesimo. La perdita del senso del lavoro, dice ancora Zampetti, genera a sua volta la corruzione dell’anima del popolo, dando luogo alla disgregazione dei valori personali e familiari. Si tratta dell’ideologia del “materialismo edonistico” che, col tempo, ha dato luogo alle “dipendenze” di vario genere. Così lo studioso:

“…Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberalcapitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo  che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività. Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto,  della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione. (…) Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo. Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto. L’uomo viene disincentivato, scoraggiato…L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui…L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita  sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003. estratti da pag. 23 e seguenti).

Questo era dalla pagina “la filosofia della TAV”, punto 1.  E ancora, al punto 6. della pagina sul “nodo della violenza”:

Ancora sul n. 48/2012 di TEMPI, a pagina 27, il settimanale diretto da Luigi Amicone presenta un virgolettato attribuito al sindaco di Torino,  Piero Fassino:

La Valle è ostaggio dei facinorosi che hanno militarizzato la protesta. Vanno fermati.

Così si esprime l’autorevole esponente del partito che ha avuto la maggiore responsabilità (non la sola, però la maggiore) nella mega-débacle della banca più antica del mondo, nominando i responsabili della sua peggiore gestione. Che ha imperversato, inarrestata, per anni (vedi, in questo blog, i post alla categoria MONTE DEI PASCHI). In realtà, erano in diversi a dover essere fermati, e non è stato fatto. Anzi, dopo l’emersione del marcio nel Monte, e il relativo scarico sulle casse dello Stato per circa 4 miliardi di euro con i Monti-MPS-Junk bond, nel partito si sono molto impegnati a cercarsi degli alibi. Constatiamo che anche Fassino condivide quella estesa voglia di manganello da assestare sulle schiene dei valsusini, evitando però accuratamente di farsi troppe domande sulla bontà dell’impresa TAV. Anche per quanto riguarda la teoria dell’ostaggio, non è dunque prudente fidarsi acriticamente di Fassino. Anzi, è necessario andare a veder bene “chi è in ostaggio di chi”. Così si esprime Pier Luigi Zampetti:

…E veniamo così al ruolo esercitato dallo Stato, senza il quale non avremmo il quadro esatto del New Deal italiano. Lo Stato ha applicato integralmente il principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio. Senza lo Stato la società italiana non si sarebbe certo costituita nel modo che abbiamo descritto. Il contratto unico di lavoro, lo Statuto dei lavoratori e la teoria del salario come variabile indipendente postulano l’intervento dello Stato non solo nel caso che vengano trasferite nell’area pubblica le imprese decotte dell’area privata, bensì anche per le trasformazioni o meglio deformazioni cui è stato sottoposto l’intero sistema bancario italiano. Lo Stato ha provveduto a favorire lo sbilancio di tutti gli Enti autonomi territoriali: Comuni, Province, Regioni. L’intera macchina burocratica dello Stato è così piegata alle esigenze del New Deal italiano.  (La società partecipativa, p. 68)

Ecco dunque individuato il vero ostaggio: lo Stato italiano, sequestrato dagli abili manovratori del New Deal nazionale.  In effetti, uno degli argomenti addotti – in modo categorico e ultimativo – da coloro che riducono la vicenda della TAV in Val di Susa ad una questione di ordine pubblico, è che, certo, si può essere dissenzienti dall’opera. E però, si dice, dal momento che siamo in democrazia, e che la maggioranza dei rappresentanti eletti dal popolo ha deliberato di procedere, lo Stato deve  agire con la forza per attuare la volontà di quanto è stato deliberato – sia pur indirettamente – dalla maggioranza dei cittadini. Sembra così che lo Stato-apparato possa, esso sì, auto-legittimarsi a procedere con l’uso della forza, senza alcuno scrupolo o  limite. In realtà, la cosa non è così semplice. Questo sarebbe il famoso Stato etico, che trae la propria legittimazione dal suo proprio essersi costituito in struttura, anziché dal diritto naturale, che gli pre-esiste. Questo non va bene.  E’ per tale motivo che la vicenda TAV in Valle è esemplare circa i limiti della democrazia rappresentativa, dei quali si ragiona estesamente in questo blog, e in modo specifico nella sua pagina principale.

Letta e BonanniCapito, cari Amici, perché Letta, Bonanni e il resto della compagnia cantante ci stanno raccontando un sacco di balle, ci stanno facendo promesse impossibili?… In realtà, sono proprio loro, con l’approccio ideologico alla realtà che li contraddistingue, ad averci portato nel bel mezzo della crisi.

D’altronde, era logico e inevitabile che finisse così. Diceva infatti Pier Luigi Zampetti, il mio maestro prediletto, che nelle “stanze dei bottoni” dello Stato-apparato,  in regime di democrazia rappresentativa, è fisiologico che arrivino gli oligarchi. I quali fanno il loro proprio interesse. Si tratta di una realtà, certo spiacevole, che tendiamo costantemente a rimuovere. Questo non ci fa bene. Cito ancora una volta questa indicazione fondamentale del   grande e misconosciuto  intellettuale del ’900:

L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002).

einsteinD’altronde, mi pare fosse Einstein, a dire che un problema non può essere risolto con lo stesso sistema di pensiero che lo ha generato.

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