Perché sono inevitabili le malefatte in certe “opere grandi”. A meno che…

molfettaRiporto la notizia recente dell’inchiesta della magistratura sui lavori al porto, anzi al NON-porto, si dovrebbe dire, perché poi non l’hanno fatto, di Molfetta. La notizia, che vi giro come mi è pervenuta, assieme a un “prequel” del luglio 2011, è citata da “Ravenna & dintorni.it”, perchè la ditta affidataria dei lavori è la romagnola CMC, appunto di quelle parti.

Non è un gran momento, sembra, per le COOP edilizie emiliano-romagnole. infatti è recente la grossa mina dell’altra inchiesta della magistratura sulla TAV a Firenze, come dicevo in questo post, su una vasta serie di ipotesi di reato, che stavolta vede coinvolta l’altro colosso cooperativo “rosso”, COOPSETTE, assieme a vari livelli politici e istituzionali, fino al più alto grado.  A proposito, sapete che secondo me i magistrati NON sono tutti uguali?… Lo dicevo in quest’altro post. Sapete che mi piace essere preciso…

Ovviamente, la dinamica dei fatti, come le responsabilità degli indagati, saranno chiarite in sede processuale. Per quanto riguarda Firenze, però, la patata bollente è davvero grossa… e ce ne eravamo accorti già ben prima che si avesse notizia dell’inchiesta, come dicevamo qui.

Qui, volevo solo osservare brevemente come si appalesa in modo palmare che nel regime politico-istituzionale corrente, nessuna legge, come immagino ben si vedrà al processo nel caso Firenze, che ho seguito da più vicino, potrà mai far sì che certe “grandi opere” possano essere ben fatte. E questo per la semplice ragione che, talora, e troppo spesso, – come nel caso della TAV -accade che sia viziata l’intenzione con la quale l’opera si vuole realizzare: non certo il bene comune, o il miglior funzionamento dei trasporti, ma semplicemente e kynesianamente il voler approfittare di posizioni istituzionali, acquisite tramite canali oligarchici, per far lavorare le “imprese grandi” del capitalismo assistito, con i soldi del contribuente. Tutto qui, è semplicissimo.

Che il sistema sia totalmente NON-riformabile, e quindi abbia portato l’Italia alla bancarotta, con  2300 miliardi di euro di debito, lo dimostra il fatto, nei due casi citati, che lo Stato, l’Ente pubblico, ha tirato fuori di tasca delle cifre spropositate, senza minimamente controllare come fossero stati spesi quei soldi. Questo avviene, ovviamente, a motivo della strutturale concordanza di interessi tra “controllori” e “controllati”.

E questo fatto, non c’è legge che lo possa sanare. Allora, ancora una volta, e chissà quante volte ancora lo dovremo fare, diciamo forte e chiaro che questa situazione non la può sanare se non un popolo educato al principio di sussidiarietà e di partecipazione, anche nel campo del lavoro, come dico meglio qui:

http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.8%20-%20LA%20SOCIETA%20PARTECIPATIVA%20secondo%20Pierluigi%20Zampetti.pdf

e qui:

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/

L’inchiesta        da ravenna&dintorni.it      7 ottobre 2013

Molfetta, truffa da 150 milioni al porto
Arrestato il procuratore speciale di Cmc

Ai domiciliari Giorgio Calderoni, responsabile dei lavori marittimi
della coop ravennate, e un dirigente comunale. Cinquanta indagati

noname

Il nuovo porto commerciale di Molfetta, per il quale sono stati erogati quasi 150 milioni di euro di fondi pubblici, è stato sequestrato dai militari del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza e del corpo forestale dello Stato di Bari su disposizione del tribunale di Trani, Francesco Zecchillo. Sequestrati anche 33 milioni di finanziamenti pubblici non ancora erogati. Due persone sono finite agli arresti domiciliari: l’ex dirigente comunale dei Lavori pubblici, Vincenzo Balducci, e il procuratore speciale della Cmc (l’azienda che si è aggiudicata i lavori del porto) e direttore del cantiere, Giorgio Calderoni. Sono indagati per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, reati contro la fede pubblica, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti e violazioni ambientali. Per gli stessi reati indagata a piede libero una cinquantina di altre persone.

 

I provvedimenti cautelari sono stati richiesti dai pm Antonio Savasta e Giuseppe Maralfa della procura di Trani dopo oltre tre anni di indagini, partite da una segnalazione dell’autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Secondo le indagini, a Molfetta sarebbe stata messa in piedi una maxi truffa che ha permesso di ottenere, in oltre un decennio, finanziamenti per 147 milioni destinati al nuovo porto. Ma questi sono stati usati per mettere a posto i conti del Comune e far risultare come rispettato il patto di stabilità. I finanziamenti finora ottenuti ammontano a 82 milioni di euro e sarebbero arrivati grazie a una serie di atti illeciti e interferenze amministrative, a fronte di un’opera che doveva costare solo 72 milioni. Eppure i lavori del porto, appaltati nel 2008, sono ancora in alto mare e difficilmente potranno essere portati a termine a causa della presenza in mare di bombe della seconda guerra mondiale la cui bonifica non è mai stata conclusa. Tra gli indagati figura anche l’ex sindaco e presidente della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini (PdL). A suo carico non risulta la richiesta e tanto meno l’emissione di alcuna misura cautelare.

Oltre all’utilizzo improprio di una parte dei finanziamenti, l’inchiesta della procura di Trani riguarda anche aspetti di natura ambientale. Gli accertamenti hanno stabilito che i lavori sono andati avanti nonostante non fosse stata mai completata la bonifica delle aree minate. Proprio questo ha provocato un rallentamento dei lavori e consentito all’associazione temporanea di imprese di ottenere 7,8 milioni in virtù di una transazione con il Comune per un risarcimento dovuto proprio all’impossibilità di portare avanti i lavori. Secondo gli inquirenti, invece, l’azienda appaltatrice non avrebbe dovuto accettare la consegna dei lavori. Ma, avendoli accettati, non poteva avanzare alcuna richiesta di maggiori oneri dovuti all’allungamento dei tempi. Anche perché la presenza di bombe nell’area era stata ampiamente accertata da indagini preliminari. L’azienda ne era a conoscenza già prima di accettare la consegna dei lavori. Inoltre, diversamente da quanto attestato dai progettisti, l’area di espansione del porto ricadeva nella perimetrazione del sito di interesse comunitario “Posidonio San Vito”, tutelato per la presenza della Posidonia. I materiali di risulta del dragaggio, poi, non sono mai stati smaltiti in maniera regolare ma riversati in una colmata. In questa finivano anche ordigni e proiettili.

Contestata anche la frode in pubbliche forniture per la realizzazione via mare del molo Sperone. La ditta incaricata dei lavori avrebbe fornito, anziché i più costosi massi naturali del peso singolo da 300 a 1.000 chili (massi da scogliera di prima categoria) e massi naturali del peso unitario da 3 a 7 tonnellate ciascuno (di terza categoria), semplice materiale inerte e della semplice terra derivante da attività di scavo.

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