Alitalia & NTV: il mistero insoluto dell’harakiri delle banche

AlitaliaLeggendo, sull’Avvenire, l’articolo di domenica scorsa 27 ottobre, dal titolo “Alitalia, Air France è pronta a scendere”, facevo alcune riflessioni.

1. La cosa che più mi colpisce è i soldi, la montagna di soldi che le banche  hanno messo in Alitalia. Tra l’altro, sembra far parte di una serie. Scrivevo infatti, nel post precedente, della valanga di quattrini che a suo tempo la Banca Intesa di Corrado Passera aveva investito nella poco profittevole impresa che è NTV. Citavo Dagospia:

Chi ha fatto un affare enorme sono sicuramente i fondatori della Nuovo Trasporto Viaggiatori, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle e Giovanni Punzo, che hanno investito solo 316 mila euro a testa, eppure continuano ad avere il 35 per cento di un’attività che impegna oltre un miliardo.

…chi viaggia sui treni ad alta velocità sa bene che fuori dei giorni e delle ore di punta è difficile vederli occupati anche a metà. La preoccupazione è soprattutto di Intesa Sanpaolo. Nel 2008 la banca milanese, sotto la regia dell’allora ad Corrado Passera, ha investito 60 milioni per diventare azionista di Ntv, e poi ha erogato prestiti per 650 milioni per dotare la società di treni e quant’altro”.

Quindi, Banca Intesa ha investito la somma mostruosa di oltre 700 milioni di euro in una operazione che si rivela, al momento, disastrosa: NTV nel 2012 ha perso 70 mln di euro. Penso proprio che a breve questa grossa mina, che al momento tutti fanno finta di non vedere,  verrà fuori con un sonorissimo schianto.

Ma, appunto, questo, paradossalmente,  non basta!… Leggo che, anche in Alitalia, Banca Intesa ci ha messo dei soldi – certo, spiccioli rispetto a quelli in NTV – come ci ha messo dei soldi pure Unicredit… cito ancora da Dagospia:

A generare attrito tra Roma e Parigi, il cui Cda oggi ha esaminato un’informativa sugli sviluppi della vicenda Alitalia, ci sono divergenze sia sul Piano industriale (il gruppo franco-olandese insiste per il mantenimento dello «status quo» anziché puntare sul lungo raggio), sia sulla rimodulazione del debito (per i francesi ci sono poche chances che le banche accettino di rinunciare a gran parte dei loro crediti non ipotecari, considerato che le stesse banche devono partecipare all’aumento e garantire le linee di credito per 200 milioni). Parigi, tuttavia, contattata dallo stesso sito del quotidiano, non commenta.

Carlo-Messina-Intesa-SanpaoloCARLO-MESSINA-INTESA-SANPAOLO

Prende intanto corpo anche un’altra ipotesi, e cioè che l’attesa di Air France sia limitata solo fino allo scadere del termine per aderire all’aumento di capitale, cioè il 16 novembre. In attesa anche di capire l’esito delle due diligence in atto: dopodiché i francesi potrebbero comunque rientrare in gioco sfruttando l’ulteriore periodo fino a fine anno per partecipare all’acquisto dell’inoptato. Al momento hanno sottoscritto l’operazione Intesa (26 milioni), Atlantia (26), Immsi (13) e Mancuso (6): 71 milioni che, aggiunti ai 100 milioni garantiti dalle banche e ai 75 milioni che è pronta a mettere Poste superano i 240 milioni fissati come tetto minimo per la riuscita dell’operazione.

NAPOLETANO E GHIZZONI A BAGNAIANAPOLETANO E GHIZZONI A BAGNAIA

Spinge per i francesi Intesa SanPaolo, che è uno dei maggiori azionisti (8,9%) italiani oltre che banca creditrice della compagnia italiana. Per Alitalia «si deve arrivare a un accordo con un partner industriale che deve essere Air France», sostiene l’ad dell’istituto Carlo Messina precisando che «oggi siamo concentrati su Air France, se poi non sarà così si valuterà una soluzione diversa con un partner forte».

MASSIMO SARMI PIPPO CORIGLIANOMASSIMO SARMI PIPPO CORIGLIANO

Mentre Unicredit ribadisce che il proprio intervento nell’operazione di aumento di capitale non è finalizzato a diventare soci della compagnia: Unicredit garantirà per l’inoptato nell’aumento ma «l’obiettivo è creare le condizioni perché i soci lo sottoscrivano e abbia successo», afferma l’ad Federico Ghizzoni, sottolineando che l’obiettivo di Unicredit «è uscire dall’equity».

Tra l’altro, ci sono anche i 75 milioni di Poste Italiane, fatti mettere dal Governo Letta, intervento per il quale si è molto esposto il Ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi. Che ha dichiarato che NON sono aiuti di Stato, quando invece è palese che lo sono, perché PI sono partecipate al 100% dal Ministero dell’Economia. Anche su questo c’è già maretta in Europa, per indebite sovvenzioni statali che alterano il mercato, e vedremo gli sviluppi.

Al momento, la situazione è che AIR FRANCE, quale che sia il vero motivo, ha azzerato, in bilancio, il valore della sua partecipazione in ALITALIA. E i c.d. “capitani coraggiosi”, Colaninno padre & c., che a suo tempo avevano preso in mano le redini della compagnia di bandiera, col già sentito intento di preservarne l’italianità (ricordate l’Antonveneta di Fazio e Fiorani?), auspice il Governo Berlusconi, ora si sono elegantemente chiamati fuori, come dice qui, in dettaglio, ancora Dagospia. Ora si parla, per Alitalia, di un possibile interesse della russa Aeroflot, e staremo a vedere i prossimi sviluppi di questa tragicomica storia infinita.

2. A questo punto la domanda, ovvia, è: perché mai Banca Intesa e Unicredit – Poste Italiane  è ovviamente stata coartata dallo Stato – hanno investito decine e decine di milioni di euro in una impresa strutturalmente fallimentare come Alitalia?… E’ infatti arcinoto a tutti che la gestione della compagnia di bandiera rappresenta storicamente un esempio classico del peggio del peggio, in fatto di sprechi e ruberie, dello statalismo aziendale italico. Scendendo in dettaglio, questo fatto è testimoniato dal rinvio a giudizio (fondato questo, non come il caso Ruby & affini), sotto l’ipotesi di reato di bancarotta per distrazione e dissipazione, nel febbraio di quest’anno, degli ex AD di Alitalia Mengozzi e Cimoli (quest’ultimo non a caso è stato anche Presidente di TAV Spa) e di altri alti dirigenti della compagnia. Vedere qui.  Con l’occasione, su Alitalia vi segnalo questa interessante analisi di Michele Magno sul ruolo che il sindacato confederale ha avuto nella crisi dell’azienda. Chiaramente, gestioni di questo tipo sono sempre sanzionate solo ex-post. Mai prevenute. E’ un classico danno collaterale da mancanza di sussidiarietà e di società partecipativaAltrimenti detto: cosa spinge questi importanti Istituti a compiere un sicuro harakiri finanziario?… Quali intrecci perversi di potere, quali scambi di favori tra oligarchi ci saranno dietro?… Nessun azionista, nessun collegio sindacale che abbia qualcosa da eccepire?… Del caso, ancor più eclatante, Intesa-Passera-NTV, che potrebbe ancora disvelarsi in tutta la sua mega-portata, se non viene insabbiato, abbiamo già detto.

3. Forse non lo sapremo mai. Forse tutte queste vicende verranno coperte, occultate, oppure sono destinate a perdersi nel marasma prossimo venturo della bancarotta dell’italico Stato, che si avvicina inesorabilmente. Visto che a fine anno il debito pubblico ammonterà alla cifra palesemente impossibile a rimborsare,  di 2300 miliardi di euro… lo dicevo in questo post.

4. downloadHo aperto con Avvenire, e chiudo con Avvenire. Una cosa, al momento, è certa: al genere di domanda di cui sopra, non risponde mai nemmeno il quotidiano di ispirazione cattolica. Dio, vita umana e famiglia, certo –  e vorrei vedere – ma in queste vicende dove corrono tanti soldi, specialmente soldi pubblici, & potere, come nel caso della TAV Torino-Lione, anche il quotidiano della CEI riferisce le notizie, ma evita accuratamente, nelle sue “inchieste”, come dicevo nel post precedente,  di approfondire la parte più interessante, evita di guardarsi intorno, per spiegarcene i meccanismi… che però, guarda caso, a vita umana, famiglia, lavoro e società, sono strettamente collegati. Tutto si tiene. La débacle del bene comune, la penalizzazione infinita del pubblico erario non può che ribaltarsi negativamente sul popolo delle famiglie, tanto stimato da tutti, a parole, quanto neglettato nei fatti. Pazienza. I tempi non sono ancora maturi.

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2 pensieri su “Alitalia & NTV: il mistero insoluto dell’harakiri delle banche

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