Non basta la riforma della legge elettorale: il problema é nei limiti strutturali della democrazia rappresentativa

images (1)L’argomento del giorno, uno degli argomenti scottanti del giorno, è la legge elettorale. O meglio, il dibattito in corso sulla medesima, preferenze o non preferenze, il premio di maggioranza, doppio turno oppure no.

L’agenzia “La Nuova Bussola quotidiana” spiega in questo articolo http://www.lanuovabq.it/it/articoli-parlamentola-riforma-checi-vorrebbe-8256.htm, per la penna di Robi Ronza, che il problema è che

la questione del “premio di maggioranza” – che tanto peso sta assumendo in questi giorni – è una conseguenza dei due diversi ruoli, tra loro in realtà poco compatibili, che il Parlamento riveste in una repubblica parlamentare come la nostra: da un lato quello di esprimere e di eleggere il governo, e dall’altro quello di controllarlo. Storicamente il secondo di questi compiti a lungo fu in effetti il primo e l’unico.

e seguita

I Parlamenti nacquero infatti per stabilire le imposte e controllarne la spesa da parte di governi che erano nominati e revocati dal re; e in tempi in cui, sulla base di principi generali di diritto, si governava per decreti e non, salvo rarissime eccezioni, in forza di leggi elaborate e promulgate ex novo. Oggi, in una repubblica a regime parlamentare come la nostra, il Parlamento non solo è innanzitutto chiamato a formare e sostenere il governo, ma quest’ultimo è di regola composto da parlamentari. Da ciò derivano due importanti conseguenze, entrambe negative: in primo luogo diviene necessario che possa formarsi una forte e stabile maggioranza parlamentare, anche a costo che, in forza di un “premio di maggioranza”, ne risulti deformato il carattere rappresentativo dell’assemblea; in secondo luogo la funzione di controllo del Parlamento viene di molto indebolita dal fatto che i controllati (ossia i membri del governo) sono colleghi dei controllori, e questi ultimi non soltanto aspirano in genere al passaggio nella più ristretta schiera dei controllati ma anche vivono tale passaggio come il culmine della loro carriera politica.

Quando invece, come tipicamente nel caso degli Stati Uniti, i capi dei governi (federale, statale, locale) vengono eletti direttamente dal popolo, e quindi non dipendono dalla fiducia o sfiducia dei Parlamenti, non c’è alcun bisogno di deformare con il “premio di maggioranza” la natura rappresentativa di questi ultimi. Il potere dei capi di governo e quello delle assemblee rappresentative non dipendono l’uno dall’altro, e dunque (come peraltro spesso accade) gli uni e le altre possono essere di diverso orientamento. Starà poi a loro trovare comunque il modo di giungere a ragionevoli compromessi in vista del bene comune. D’altra parte quando, come ancora negli Stati Uniti, gli incarichi di governo sono incompatibili con il mandato di rappresentanza parlamentare e i ministri o simili vengono nominati e revocati dai capi dei governi allora il parlamentare non è più un arrendevole aspirante ministro. La sua fortuna politica dipende infatti dalla misura in cui è un vero controllore di come vengono spesi i denari dei contribuenti nonché un motivato difensore degli interessi dei suoi elettori. Rispetto al nostro ordine costituito sembrano cose rivoluzionarie, ma altrove sono normalissime. Visto che si vuol mettere mano al Titolo V della nostra Costituzione, quello che delinea l’architettura istituzionale della Repubblica, non sarebbe forse il caso di pensarci?

images (3)Quindi, possiamo pensare che il problema sarebbe risolto facendo eleggere i capi di governo, a ogni livello, dal popolo?L’esperienza dimostra di NO. Il caso-studio citato, quello degli USA, ci presenta il quadro di città importanti, come Detroit, in bancarotta, come dice qui, e di uno Stato federale perennemente anch’esso sull’orlo del default, tanto che, per evitare il crack conclamato, è costretto ad alzare di continuo il tetto del debito massimo sostenibile, il famoso fiscal cliff, come dice qui. Per non parlare del metodo totalitario col quale il Presidente Obama, eletto dal popolo, regge il Paese, promuovendo i peggiori disvalori umani, quali omosessualità, aborto e, ultimo, lo spinello libero, anche se a fini – a suo dire, scientificamente infondato – terapeutici.

images (4)Si sa, ovvero, l’ha detto anche papa Francesco, anche se la cosa è passata inosservata, che in realtà la crisi dell’Occidente, con le sue democrazie, è, in prima istanza, antropologica. Cioè ha a che vedere col modo col quale l’uomo guarda a sé stesso, e come quindi modella la società secondo l’immagine che si è fatta di sé. Gli USA insegnano, e anche l’Italia si sta accodando.

Ma, restando nei termini precisi della questione delle riforme istituzionali, in Italia come altrove, il nocciolo del problema sta sempre più a fondo dei limiti del regime parlamentare, risiede cioè nei limiti della democrazia rappresentativa, non innervata dalla sussidiarietà. Diceva infatti il mio maestro Pier Luigi Zampetti:

L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

downloadQuesto sto dicendo fin dalla nascita di questo blog, sulla base della lezione dei maestri della Dottrina sociale. E questo tutti possiamo facilmente constatare. Ora, molti nodi della politica e dell’economia, che sono strettamente collegate, come dico qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/ a proposito della soluzione del problema del lavoro, stanno arrivando al pettine. Qualunque riforma del sistema elettorale sarà dunque insufficiente, se non prendiamo atto che i limiti della democrazia rappresentativa possono essere risolti solo con l’innervamento in essa della “democrazia partecipativa”.

Ne parlo in maggior dettaglio in questo testo: http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.8%20-%20LA%20SOCIETA%20PARTECIPATIVA%20secondo%20Pierluigi%20Zampetti.pdf, dal quale cito direttamente Zampetti, a pag. 33:

…lo stato democratico, per raggiungere i propri fini, può mutuare il regime politico dallo stato liberale? In realtà lo stato democratico ha compiuto tale mutazione, ma senza porsi il problema sul piano costituzionale. Ha creduto, cioè, di poter
realizzare i fini nuovi con le strutture politiche ereditate dallo stato liberale. Le nuove strutture, costituite dai partiti, sono rimaste esterne all’organizzazione dello stato…
Tra i due si è però verificata una sorta di conflitto: il regime di fatto o regime dei partiti acquisisce sempre maggiori poteri, sottraendoli al regime tradizionale…

…E poiché il regime parlamentare è, soprattutto, un regime che, attraverso il parlamento, controlla l’esecutivo di sua emanazione, il graduale rafforzamento del nuovo regime di fatto ha finito col trasformare il parlamento in un organo di
controllo senza potere, perché il vero potere, quello esecutivo, anziché di emanazione del parlamento, è invece divenuto emanazione dei partiti.

Possiamo allora dire che nello stato democratico il regime parlamentare è costituito da organi di controllo svuotati di poteri e di centri di potere non sottoponibili a controllo.
La condanna rivolta ai partiti, così come oggi si presentano, più che al sistema dei partiti è rivolta al regime parlamentare, che ha impedito l’espansione dei partiti sul piano politico-costituzionale.

La crisi dei partiti non si identifica con la crisi del sistema o regime dei partiti, ma è semplicemente effetto della crisi del regime parlamentare, sotteso oggi da una realtà
storico-politica diversa da quella ottocentesca. Per superare la crisi ed eliminare il dualismo non occorre, certo, sostituire semplicisticamente il regime dei partiti al
regime parlamentare. Il parlamento rimane, ma, come avrò occasione di dimostrare, cessa di essere il centro, il fulcro dei poteri dello stato. Anzi esso potrà divenire efficiente organo di controllo solo se, con l’inserimento dei partiti nell’organizzazione dello stato, l’intero sistema di garanzie, proprio del regime parlamentare, verrà esteso al regime dei partiti.

Ecco allora spiegata, in questa nuova prospettiva, la tesi rivoluzionaria da me enunciata nel saggio Programmazione e Strutture Politiche (1968): i dirigenti nazionali dei partiti devono essere eletti dal corpo elettorale e non già dagli iscritti.
Questa tesi darà una nuova configurazione ed articolazione ai poteri dello stato che, in tal modo, riacquisteranno l’autorità perduta: la stabilità governativa, che ne conseguirà, contribuirà a rinsaldare le istituzioni democratiche. Il nuovo regime politico, il regime politico dello stato democratico, non apparirà, allora, come lo spettro di un mondo politico in dissoluzione, ma come la struttura istituzionale nuova in grado di assicurare l’immissione della società civile, ricca di fervore e di opere, nella società politica, rinnovata e adeguata alle sempre crescenti esigenze della comunità odierna.
(DPRI, estratti da pagg. 15-17)

Interessante, e innovativo, no?… la teoria zampettiana, come dicevo, è approfondita nel testo linkato... direi che sarebbe il caso di pensarci…

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Un pensiero su “Non basta la riforma della legge elettorale: il problema é nei limiti strutturali della democrazia rappresentativa

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