Leonardo Becchetti su Avvenire: le mezze verità sul P.A.D.R.E.

downloadSe l’economista Leonardo Becchetti, abituale editorialista del quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, fosse il gestore del mio portafoglio finanziario, non dormirei tranquillo.

Lo deduco, oltre che da quanto ho già recentemente osservato in questo post, anche da questo suo recente intervento, giustappunto sul quotidiano della  Conferenza Episcopale Italiana, per il quale rimando a questo link. E che, salvo disposizione contraria dei responsabili del quotidiano, per quanto attiene al copyright, copio in calce e commento.

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20 febbraio 2014

 Una proposta a partire dalle banche centrali

Abbattere il debito come dice il P.A.D.R.E.

 Le Banche Centrali hanno un potere enorme che non abbiamo forse ancora imparato a sfruttare appieno. La loro attività produttiva è in pratica automaticamente in utile, grazie ai proventi da signoraggio che derivano dall’emissione di moneta. E ha l’ulteriore pregio di avere un valore controciclico: in caso di crisi finanziaria che distrugge moneta il suo valore aumenta.

Questo discorso non è per nulla chiaro. Parrebbe che le Banche Centrali operassero una sorta di benefico “magheggio” finanziario globale. Ma, appunto, il concetto non quadra. Non si capisce come fa ad “aumentare il valore della moneta”, quando la crisi imperversa.

Le Banche Centrali sono i Superman dell’economia, capaci di sopportare perdite potenzialmente enormi (come avvenuto quando si sono caricate di titoli tossici nei bilanci),

Anche questo concetto mi pare discutibile. Becchetti sembra voler separare le sorti delle finanze delle nazioni da quelle delle Banche Centrali. Mentre invece, come è ovvio, le  due componenti sono strettamente connesse.

mentre l’unica kriptonite che può arrestare il loro potere di stampare moneta illimitatamente è l’inflazione, un pericolo più remoto per i Paesi ad alto reddito in tempi di globalizzazione per via della pressione competitiva sui mercati reali esercitata dai Paesi poveri ed emergenti. 

L’inflazione, in realtà, è uno strumento politico che è sempre vigente. In quanto, diceva in tempi non sospetti quel grande intellettuale cattolico del ‘900, che è stato Pier Luigi Zampetti, noi viviamo giustappunto nella società dei consumi e dell’inflazione. Il cui meccanismo è costantemente in azione. Cito Zampetti:

“Che cos’è l’inflazione?
È uno strumento per redistribuire i redditi e quindi per elevare
i livelli di consumo che consentano l’assorbimento dei beni
continuamente prodotti. Questo strumento viola gravemente i
princìpi morali.
…L’inflazione espropria in maniera illegittima i lavoratori di
una parte della loro retribuzione, togliendo loro la libertà con
cui provvedere a destinare i propri redditi. In questo caso la
destinazione è sollecitata ad orientarsi verso i consumi, anziché
verso gli investimenti od il risparmio.
…Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai
cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo
Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberal-
capitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo che potremo
denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla
proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la
redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato,
che riguarda l’intera collettività.
Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto
profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del
reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso
esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo
che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società
dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove
cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della
violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto, della
dissacrazione familiare, della criminalità economica e della
criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una
conseguenza del consumismo e dell’inflazione.
…Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per
ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di
persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo.
Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha
precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il
lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie
lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa
misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto.
L’uomo viene disincentivato, scoraggiato…L’importante è che
consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal
maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo
persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot
che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo
prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui…L’uomo è una
macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita sempre
meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente
all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più
controllati gli istinti deteriori dell’uomo”.
(La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003, estratti da pag. 23 e seguenti).
Ciò significa che quello che eventualmente paghiamo di meno di inflazione adesso, andremo probabilmente a recuperarlo tutto d’un botto, esempio, quando sarà manifesta l’insolvibilità  del nostro debito pubblico – 2300 miliardi di euro!… Ma è appunto qui che va a parare Becchetti:    

Una riflessione aperta da tempo è legata alla possibilità di sfruttare questo immenso “potere”, per liberarci dal macigno del debito pubblico. Appartengono a questo dibattito il progetto di Alberto Quadrio Curzio di trasformare le riserve auree di Bankitalia in garanzia per eurobond, o la recente polemica sul decreto­Bankitalia e sull’uso delle risorse da signoraggio dell’istituto. Un nuovo stimolo al dibattito arriva dal P.A.D.R.E., il progetto di ristrutturazione politicamente sostenibile del debito dell’eurozona (Politically Acceptable Debt Restructuring in the Eurozone). Il progetto, lanciato da uno dei più noti economisti europei, Charles Wyplosz, attraverso l’autorevole vox.eu

(http://www.voxeu.org/article/padre­plan­politically­

acceptable­debt­restructuring­eurozone

(http://www.voxeu.org/article/padre­plan­politically­acceptable­debt­restructuring­eurozone) merita una riflessione approfondita. Per capirne qualcosa partiamo da quella misura che avevamo concepito come estrema ratio all’apice della crisi dello spread del debito italiano. Allora si pensava che, se i mercati esteri ci avessero completamente abbandonato, sarebbe stato possibile “costringere” gli italiani a utilizzare la loro ricchezza liquida (largamente superiore in volume all’intero ammontare del nostro debito pubblico) per acquistare l’intero debito ristrutturato in titoli con tassi d’interesse moderati, ma comunque in grado di far crescere il valore della loro ricchezza.

E‘ un classico. Lo Stato è in bancarotta, e quindi che si fa?… Semplice, si travasa il risparmio privato nel debito pubblico. Ma Becchetti indora la pillola, perché mette le virgolette a “costringere”. Poteva levarle. D’altronde il tonfo, quando verrà, non si verificherà in questo modo. Semplicemente, la carta moneta si rivelerà per quello che è: carta. Con tutto quel che ne consegue.
Comunque, è chiaro che tutto (o quasi, secondo Becchetti) il loro risparmio gli italiani, di loro sponte, nell’intero debito pubblico attuale, non ce lo metteranno mai. Sia perché tutti quei liquidi, a differenza di quanto dice Becchetti, non ce li hanno. E’, infatti, una certa cifra: saranno un 37.000 euro a persona, contando ogni singola testa di cittadino. Vedere il contatore del debito pubblico, qui. Considero la quota capitaria del debito più alta di quella indicata dal contatore, perché il il debito complessivo reale è  più elevato di quello contabile, come dico qui
Ma gli italiani, se potessero scegliere, comunque non investirebbero massicciamente i loro risparmi in quei titoli, perché sanno bene che essi NON “accrescerebbero il valore della loro ricchezza”, al contrario di quanto sostiene Becchetti.  Ho già detto infatti che lo Stato è praticamente insolvente. Tale mala gestio dei conti pubblici si è verificata per via dei meccanismi dell’economia keynesiana, in sinergia con le caratteristiche della democrazia rappresentativa. Cito ancora Zampetti:
L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

images

Non solo: c’è anche il fatto determinante per il quale gli amministratori della cosa pubblica, nonostante il “macigno” pericolante del debito sulle nostre teste, ancora per dirla con Becchetti, sono prigionieri del diabolico meccanismo keynesiano – “crescita & sviluppo” fittizi, a carico dello Stato – e non possono e/o non vogliono fermarlo.

imagesQuesto il senso di operazioni fallimentari come i MPS-bond, il caso Alitalia e il caso images (2)TAV. La TAV Torino-Lione è forse l’esempio più eclatante di questo harakiri globale dello Stato. Per i dettagli rimando a questo semplice testo: http://www.brunoleonimedia.it/public/BP/IBL_BP_41_TAV.pdf. Si tratta della ferrovia forse la più inutile e più costosa del mondo. Lo Stato è praticamente in bancarotta, quella TAV costerebbe probabilmente una cifra dell’ordine di un altri 100 miliardi di euro, ovviamente pubblici… eppure lo Stato ha militarizzato, ancora con i soldi del contribuente, la dissenziente Val di Susa, e séguita a voler fare quella ferrovia a tutti i costi.
images (1)Quindi, i soldi degli italiani costretti, senza virgolette, a investire nella totalità del debito pubblico, non verrebbero utilizzati per risanare i conti. Bensì sarebbero destinati a venir gettati nei consueti pozzi senza fondo. Per ricavarne, di ritorno,  consenso politico a favore dei dispensatori di “crescita” drogata, a spese del contribuente . Becchetti, nel suo articolo, non dà un avallo esplicito a questo progetto P.A.D.R.E. Ma non profferisce parola per metterne in luce gli inquietanti lati oscuri e le pericolose controindicazioni.
Chiudiamo le citazioni di Becchetti:

…Il progetto P.A.D.R.E. si basa su di un ragionamento simile, ma sostituendo alla ricchezza liquida degli italiani le spalle larghe della Bce. In sostanza l’Istituto di Francoforte potrebbe finanziarsi a tassi moderati, emettendo obbligazioni sui mercati, per acquistare l’intero debito pubblico dei Paesi dell’eurozona e trasformarlo in una perpetuity senza interessi. In tal senso la Bce si assumerebbe l’intero onere della ristrutturazione, ma potrebbe farlo in base proprio alla sua capacità di assumere perdite potenzialmente enormi. Gli Stati sarebbero così chiamati ad estinguere il loro debito soft con la Bce nel tempo, semplicemente rinunciando alle risorse da signoraggio. E in questo starebbe la sostenibilità politica del progetto: non vi sarebbe alcuna mutualizzazione dei debiti né trasferimento di risorse tra Paesi. Il progetto, inoltre, non implicherebbe la monetizzazione del debito e quindi il rischio di creare inflazione sarebbe scongiurato. Il rischio di scatenare il cosiddetto “azzardo morale” degli Stati (ovvero il ritorno di una gestione “allegra” della finanza pubblica) sarebbe scongiurato da meccanismi di garanzia che implicherebbero il ritorno al vecchio regime del debito qualora gli Stati nazionali violassero le severe regole di spesa a cui dovrebbero vincolarsi accettando il piano. Insomma, ci sarebbe sempre un Fiscal Compact da rispettare, ma con pesi molto più leggeri sulle spalle dei Paesi. Tra la versione drastica dove gli Stati sono immediatamente sollevati dalle spese per interessi e le risorse da signoraggio progressivamente estinguono il loro debito con la Bce (per noi ci vorrebbero più di 200 anni!) fino a versioni più soft dove ci si incontra a metà tra questo estremo e la situazione attuale, sono possibili tante modalità diverse di realizzare il piano. Si tratta di un’idea da valutare attentamente in tutti i possibili risvolti (accoglienza sui mercati, effetti sul tasso di cambio, fattibilità tecnica e praticabilità politica, effetti sull’”azzardo morale”). Vale pertanto la pena di continuare a riflettere sulla sua sostenibilità tecnica data l’importanza della posta in gioco e l’effetto incredibile che sollevare il macigno potrebbe avere sul rilancio delle economie europee e sul bene comune.

In pratica, il progetto P.A.D.R.E. ripeterebbe, a livello europeo, il meccanismo che abbiamo descritto a livello nazionale. Consideriamo attentamente il concetto:
“Il progetto P.A.D.R.E. si basa su di un ragionamento simile, ma
sostituendo alla ricchezza liquida degli italiani le spalle larghe
della Bce. In sostanza l’Istituto di Francoforte potrebbe
finanziarsi a tassi moderati, emettendo obbligazioni sui mercati,
per acquistare l’intero debito pubblico dei Paesi dell’eurozona e
trasformarlo in una perpetuity senza interessi”.
“Spalle larghe”?…  “In tal senso la Bce si assumerebbe l’intero onere della ristrutturazione, ma potrebbe farlo in base proprio alla sua capacità di assumere perdite potenzialmente enormi”?!?… E perché mai la BCE dovrebbe essere così resiliente?… la crisi dei debiti sovrani investe non solo l’Europa, ma tutto l’Occidente, e non solo. Perfino la Cina ne sa qualcosa. Non credo che sia sufficiente, per risolverlo, la rinuncia alle commissioni di signoraggio da parte della BCE, prospettata dall’editorialista di Avvenire. Le banche centrali non possono che riflettere la crisi della politica che ha fatto esplodere i debiti sovrani.
Comunque, sono del parere che il fatto che “la Bce… potrebbe finanziarsi a tassi moderati, emettendo obbligazioni sui mercati, per acquistare l’intero debito pubblico dei Paesi dell’eurozona”, resti fantascientifico.
Ma anche, come dicevo, il meccanismo della de-responsabilizzazione degli Stati keynesiamente spendaccioni è incontenibile. Non ci riusciranno di certo gli arzigogolati meccanismi che Becchetti ci ha prospettato.
In merito, la pensava diversamente Pier Luigi Zampetti:
“Un’affermazione è sulla bocca di tutti, quasi è divenuta un ritornello: «occorre diminuire la spesa pubblica!» Nessuno, finora, è riuscito ad indicare la strada. E non ci si riesce perché non si vuole guardare in faccia il mostro che il New Deal ha prodotto e che, se non l’abbatteremo a tempo, finirà con il divorarci tutti.” (La società partecipativa, Dino Editore, 1982, p. 156)
Pensiamo al caso della Grecia, che ha fatto carte false nel suo bilancio pubblico, ed è tuttora sull’orlo del default conclamato. E pensiamo anche alla nostra Italia, che, pur Paese più grande della Grecia, ha un debito pubblico all’incirca otto volte superiore. Ed è costantemente a rischio di procedura di infrazione per debito eccessivo, da parte della UE.
Quindi, sembra proprio un P.A.D.R.E. snaturato, quello proposto, in modo ambiguo, sulle colonne di Avvenire.
E poca chiarezza e grande confusione sembrano continuare a dominare il campo dell’analisi in materia economica, nell’area cattolica.
Dicevo infatti in questo recente post dell’altalenante posizione del banchiere cattolico Ettore Gotti Tedeschi. Il quale, da una parte, lanciava strali contro il trasferimento del risparmio privato nel debito pubblico. Giungendo però incredibilmente a proporre, a rimedio alla crisi, la “pubblicizzazione dei debiti privati”.
downloadD’altronde, non era stato lo stesso Becchetti, a scrivere recentemente, ancora sulle colonne di Avvenire, che in Italia “i conti sono sostanzialmente in ordine”? Lo dicevo qui.
I paradossi sembrano non finire mai, mentre la crisi si avvita sempre di più. In quanto su tutto si discute, meno che sull’unica proposta di soluzione valida: la “società partecipativa”.
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5 pensieri su “Leonardo Becchetti su Avvenire: le mezze verità sul P.A.D.R.E.

  1. Pingback: PAOLO VIANA SU “AVVENIRE”: IL QUOTIDIANO E’ ATTENDIBILE SU INFRASTRUTTURE E PROJECT-FINANCING BREBEMI/TEEM?… | lafilosofiadellatav

  2. Sveglia!!! Negli anni ’70, quando scriveva Zampetti, il problema era l’inflazione (da costi – studiati qualcosa sulla endogenità della moneta! – e non da aumento della massa monetaria che era solo una conseguenza). Oggi il problema è la deflazione connessa alla contrazione della domanda aggregata. Il debito pubblico è esploso a partire dal 1981 quando fu consacrato il “divorzio” tra Tesoro, ossia lo Stato, e la Banca d’Italia, come itinerario per giungere, attraverso il cambio fisso dello Sme, alla moneta unica, l’euro, una moneta senza Stato per Stati senza moneta. In tale contesto il debito pubblico è esploso come debito estero e vincolo esterno in quanto lo Stato non più monetizzato dalla sua ex-Banca Centrale è stato costretto ad indebitarsi con i “mercati finanziari” ossia gli strozzini e speculatori globali. Pagando interessi esosi ed abnormi che prima non pagava alla sua ex Banca Centrale, cosa che aveva in precedenza reso possibile una economia di Stato sociale (che è del tutto conforme alla Dottrina Sociale Cattolica laddove ci si riporta allo Stato come aristotelica e tomista Comunità Politica naturale: Communitas perfecta nel cui alveo vivono libere, coordinate e tutelate le communitates imperfecte, i corpi intermedi, ad iniziare dalla famiglia). Becchetti è un economista cattolico (si veda di lui, scritto insieme ad un biblista, “Dio e mammona”) molto critico sullo strapotere della finanza in economia. Il beato Toniolo era dello stesso parere e chiedeva che la finanza fosse posta al servizio dell’economia reale e sottoposta all’impero dello Stato affinché non diventasse autoreferenziale, come è oggi accaduto. Zampetti è un buon filosofo del diritto ma non ci si può fermare monisticamente al suo pensiero senza guardarsi in giro e, come diceva san Paolo, esaminare tutto per prendere ciò che è buono. Il debito pubblico, così “cattivo” per i liberisti , è stato, contro i dogmi liberali, utilizzato, da governi succubi del potere globale di Mammona, per salvare le banche private speculatrici dalla crisi iniziata nel 2008 a causa dei titoli tossici americani. Gli Stati dell’UE, compresa l’Italia, fino al 2007 stavano gradualmente rientrando dal loro debito come previsto dal trattato di Maastricht (vai a studiarti un po’ le analisi economiche e statistiche di quel periodo) ma poi, grazie agli strumenti idioti imposti dai tedeschi a tutta l’Europa come il fiscal compact ed il pareggio di bilancio ossia l’austerità, hanno visto riaumentare il loro debito pubblico: sia per il salvataggio delle banche in crisi (lo chiamano “fondo salva Stati” ma in realtà è un “fondo salva banche” che usa il pubblico denaro versato dagli Stati, già indebitati, per salvare le banche private dai disastri speculativi da esse stesse innescati), sia per la contrazione della domanda interna che ha fatto innalzare, nel rapporto Pil/Debito pubblico, il denominatore per contrazione del numeratore. Mentre ti preoccupi di qualcosa che ormai non è più all’ordine del giorno, ossia l’inflazione da spinta ai consumi (in realtà spinta alla domanda aggregata ed all’occupazione) da parte della spesa pubblica, non ti sei accorto che i rigoristi teutonici dell’euro e tutori dell’indipendenza della BCE hanno ormai demolito ogni possibile politica di spesa pubblica di investimento monetizzata da una Banca Centrale coordinata con lo Stato o la Federazione di Stati – mi pare che il tuo Zampetti non distingueva troppo tra spesa pubblica corrente, da tenere sotto controllo, e spesa pubblica di investimento, che è invece fondamentale per la stessa economia di mercato – con il risultato del deserto produttivo e della disoccupazione di massa. Come dicevo all’inizio: sveglia!!!

    Luigi

  3. caro Luigi,

    grazie del tuo contributo, molto bene che ci sia dibattito. La questione, infatti, è cruciale. Mi pare di poter esordire con l’affermazione che, o si è keynesiani, o non lo si è. Nel primo caso, come tu dici:

    ” i rigoristi teutonici dell’euro e tutori dell’indipendenza della BCE hanno ormai demolito ogni possibile politica di spesa pubblica di investimento monetizzata da una Banca Centrale coordinata con lo Stato o la Federazione di Stati – mi pare che il tuo Zampetti non distingueva troppo tra spesa pubblica corrente, da tenere sotto controllo, e spesa pubblica di investimento, che è invece fondamentale per la stessa economia di mercato.”

    …che è il discorso keynesiano che fa Renzi. E lo faceva anche Berlusconi, e anche altri, di scorporare le spese per gli investimenti dal rapporto deficit/PIL del 3%, circa il patto di stabilità.

    Questa è propriamente la teoria keynesiana: fare “crescita e sviluppo” a carico del debito pubblico. Ma se lo Stato italiano ha 2.300 miliardi di euro di debito pubblico, e ora anche di più, come dicevo qui

    https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/09/09/governo-lettaberlusconi-la-realta-romanzata/

    vuol dire che, in pratica, è già fallito. E quindi, spesa corrente o per investimenti, se i soldi son finiti, anzi, c’è un megadebito! – son finiti. E’ bene prendere atto di questa pur spiacevole realtà.
    Ancora. “Quali investimenti”, dovremmo anche chiederci. Non più tardi di stamani scrivevo qui, sulla pagina FB del ministro Lupi,

    https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/09/17/riunione-dei-ministri-alle-infrastrutture-ue-a-milano-per-litalia-e-il-solito-keynesismo/,

    “Prima il popolo capisce cos’è il keynesismo, meglio è. E’ semplicissimo: crearsi consenso politico dando a intendere di fare “crescita & sviluppo” con “opere grandi” anche inutilissime, rigorosamente pagate con i soldi dello Stato. Però, così facendo, lo Stato finisce in bancarotta.

    Esempio, la TAV Torino-Lione, approvata da tutta la classe politica, per beccare i voti degli elettori che ancora NON hanno capito che la bancarotta dello Stato, lungi dal “portare lavoro” e “fare crescita”, travolgerà anche loro: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/04/10/senato-si-tav-la-prova-del-fallimento-del-bicameralismo-perfetto-manca-la-riforma-perfetta/ (…)”. Eccetera eccetera…
    Vedi tu, caro Luigi, se sia il caso di perseverare su tale strada. Prenditela tu, questa responsabilità.

    Quanto a Becchetti, mi son permesso di criticare la sua posizione, poiché è contraddittoria in sé stessa. Non si può essere keynesiani e, al tempo stesso, dirsi fautori della Dottrina sociale. Questa è una confusione molto estesa nel mondo cattolico, e assai nociva al bene comune, che – nel mio piccolo, con i miei modesti mezzi – cerco di portare in luce.

    Quanto a Zampetti, la cosa più importante della sua lezione, è che egli propone una teoria organica, completa. Ovvero egli considera l’uomo nella sua completezza ontologica, non solo nella dimensione dell'”homo oeconomicus”. Se avrai tempo e voglia ti invito, su questo punto, a rileggere le citazioni di Zampetti che – non a caso – ho inserito in questo articolo.

    Caro Luigi, la crisi è, in prima istanza, antropologica, assai prima che economica e finanziaria. Quindi, non può essere affrontata – se davvero vogliamo risolverla! – che a livello antropologico. Onde, la spettacolare idea zampettiana della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale, che affronta il problema alla radice… Tratteggio la prospettiva di fondo dell’idea del grande intellettuale del ‘900, trascrivendo la nota di copertina del suo libro “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

    “Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?

    È la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
    La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili “centrali energetiche”.
    La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
    Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

    Se hai piacere di saperne di più su Zampetti, ti segnalo la pagina del blog a lui dedicata:

    https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/

    Un cordiale saluto

    Pier Luigi Tossani

  4. Caro Pier Luigi,
    sfondi una porta aperta circa Zampetti, le cui idee conosco (vedi l’altro mio post sul pezzo della soluzione del conflitto tra capitale e lavoro), ed anche circa il fondamento etico ed antropologico dell’economia come di tutto ciò che è afferente all’uomo, in prospettiva cattolica. Che la fede cattolica sia non compatibile con una prospettiva keynesiana può dirsi solo nel caso del radicalismo di tale prospettiva, come anche nel caso del radicalismo del mercatismo. Il ruolo dell’Autorità politica, dunque dello Stato, nel Magistero Sociale Cattolico non è, come vogliono i catto-liberali, puramente regolatore ma, in una certa misura, anche interventore. A meno che tu non voglia sposare la prospettiva “austriaca” di Hayek e soci che ritengono il mercato capace di autoregolamentazione ed autogestione, sicché la mano invisibile lasciata a sé stessa alla fine tutto aggiusta. L’esperienza storica insegna, al contrario, che ciò non è vero e che il mercato lasciato a sé stesso è sempre asimmetrico producendo una conflittualità sociale elevata e socialmente distruttiva. Ecco perché è del tutto contradditorio, e ritengo risalga ad un momento storico che non è più il nostro e nel quale l’inflazione era il problema primario, prendersela, come giustamente fai, con i catto-liberali alla Flavio Felice, che cercano di inquinare le idee, e poi ripetere gli stessi luoghi comuni dei, appunto, liberali sulla spesa pubblica e farsi promotori di un rigorismo come neanche Lutero e Calvino farebbero! L’obiezione sull’attuale ammontare gigantesco della spesa pubblica è inconsistente sul piano teoretico perché, come già ti ho spiegato, esso è il risultato del “divorzio” tra Tesoro e Banca Centrale e dell’imposizione del vincolo esterno. In altri termini il debito pubblico è principalmente debito estero (approfondisci cosa è il “ciclo di Frenkel” o magari le analisi di Minsky sulla finanziarizzazione dell’economia resa possibile dalla liberalizzazione del movimento dei capitali, iniziata con Reagan). Quando la Banca Centrale era pubblica (oggi è privata) e non era indipendente dal Tesoro, essa prestava allo Stato, per gli investimenti, a tassi bassissimi o addirittura negativi. Questo significava che il debito pubblico non sussisteva (lo Stato si indebitava con sé stesso, stando la natura pubblica della sua ex Banca Centrale). Fino agli anni ’70 il debito pubblico era del 40% sul Pil. Poi, con i giusti aumenti salariali ottenuti dai lavoratori negli anni ’70, salì al 60%, ossia ad un livello che, stando oggi a Maastricht, sarebbe del tutto legittimo. L’inflazione era, in quegli anni, determinata dai costi delle materie prime (o forse ci siamo dimenticati che essa esplose negli anni ’70 a causa delle due crisi petrolifere indotte dalle guerre arabo-israeliane?). Giocando sulla confusione che quell’inflazione, che sembrava incontrollabile, aveva creato anche tra gli economisti, i monetaristi di Milton Friedman riuscirono, grazie alla svolta reganiana in America ed a quella tatcheriana in Inghilterra, a far passare l’idea che la soluzione era nel ritorno al laissez faire più assoluto, ossia compressione della spinta salariale, contrazione della spesa pubblica, dissoluzione del Welfare. Questo perché secondo i monetaristi, che seguivano la “teoria quantitativa della moneta”, l’inflazione era determinata dall’eccesso di offerta monetaria da parte della Banche Centrali che monetizzavano la spesa pubblica. Ma l’esperimento monetarista si concluse in un disastro sociale ed economico perché, nonostante le ricette dei monetaristi, le quali tuttavia nel frattempo avevano di nuovo riportato il potere esclusivo nella mani del capitale ed in particolare di quello finanziario distruggendo il faticoso cammino interclassista che si era stato fin lì percorso grazie anche al Magistero Sociale Cattolico, non riuscirono a far scendere l’inflazione (la presidenza Reagan oltretutto si chiuse, causa spese militari, con un aumento della spesa pubblica). Questo perché, come dimostrò Nicholas Kaldor, un economista inglese di origini ungheresi, la moneta è creata dal nulla, ed in misura superiore alla stessa riserva legale che non esiste tra l’altro in tutti i Paesi, in forma di “promesse di pagamento” dalle banche commerciali ogni qual volta esse aprono un fido (visto che sei stato un bancario dovresti saperlo o essertene accorto). La moneta in altri termini è endogena al sistema non esogena. Pertanto la Banca Centrale non potrà mai controllarla attraverso l’obbligo di riserva legale ma tutt’alpiù solo attraverso la fissazione del tasso di sconto che influenza la richiesta di fidi da parte di famiglie ed imprese alle banche. La massa monetaria, infatti, non è costituita solo dalla moneta legale emessa dalla Banca Centrale, come credevano i monetaristi, ma anche e sopratutto dalla moneta scritturale, ossia da quella creata dalle banche con i presti bancari che precedono in realtà i depositi. Moneta scritturale che poi ad ogni restituzione del prestito, in moneta scritturale (come gli assegni), viene distrutta esattamente come fu creata dal nulla, sicché essa non può spiegare alcuna pinta inflattiva. Ecco perché le cause dell’inflazione, che è tecnicamente l’aumento dei prezzi e non la svalutazione del potere di acquisto della moneta che ne è solo la rappresentazione dal lato della domanda e solo una conseguenza dell’aumento dei prezzi, sono da ricercarsi altrove ossia nell’aumento dei costi di produzione o nell’eccesso di domanda rispetto alla possibilità dell’offerta di soddisfarla. Una buona politica dei redditi, ad esempio, mediante la concertazione tra le parti sociali (cosa molto “corporativista” e “partecipativa”) si è sempre dimostrata utile per contenere l’inflazione senza cadere monetaristicamente nella deflazione e nella distruzione del Welfare. E’ sempre la “domanda a creare l’offerta” – non il contrario, come sin dai tempi settecenteschi di Jean Baptiste Say, ritengono i liberisti di ogni specie – ed infatti nessuno si metta a produrre qualcosa se non c’è domanda di quel genere di produzione. Questo vale anche per la moneta: è la domanda di moneta da parte di famiglie ed imprese che induce il sistema bancario, mediante la moneta scritturale di origine bancaria, a offrirla. Ecco pertanto che quando il mercato si dimostra – e succede spesso – incapace di sostenere la domanda e va in recessione, l’intervento dello Stato, intervento come vedi sussidiario anche se strutturale, con la spesa di investimento è cattolicamente del tutto legittimo, anche al fine di salvaguardare i livelli occupazionali. L’idea corporativista di Zampetti (leggi il mio post, circa la tradizione corporativista dalla quale trae Zampetti, all’altro articolo) di riunire nelle stesse mani capitale e lavoro – idea che sottoscrivo in pieno – e la conseguente “programmazione partecipata” nell’ambito di uno Stato Organico, che anche lo scrivente auspica, non risolve però la questione, sotto il profilo economico (ogni scienza ha le sue leggi: anch’io, come era Zampetti, sono cultore di filosofia del diritto ma quando si parla di economia bisogna informarsi presso gli economisti e non i filosofi, pur nell’auspicabile interdisciplinarietà), della priorità della domanda sull’offerta. Sicché quando dici che in una azienda partecipativa quale prospettata da Zampetti e prima di lui da Toniolo (che, lo dico non in senso critico, è molto simile a quella che la “socializzazione” prevista dal Manifesto di Verona della RSI del 1943 contemplava ed avrebbe voluto realizzare) sarebbero i lavoratori, sulla base della programmazione nazionale, a decidere come e soprattutto cosa produrre la cosa è solo molto parzialmente vera. Infatti, benché l’offerta ossia il capitale ha sempre fatto di tutto per sollecitare la domanda con strumenti come la pubblicità o la creazione di bisogni artificiali (da qui il consumismo, giustamente deprecato da Zampetti, non dall’inflazione che come detto ha altre cause) rimane sempre vero che è la domanda a creare l’offerta sicché gli auspicabili lavoratori-capitalisti di una azienda socializzata e partecipativa non potrebbero decidere cosa produrre, a meno di non continuare come fa l’attuale capitalismo non partecipativo a “drogare” artificialmente la domanda che per sua natura sarebbe molto più modesta, limitandosi a chiedere i soli beni necessari ai bisogni primari ed ad una buona e dignitosa vita senza eccessi consumistici). Carissimo, come vedi le cose sono sempre più complesse di come un unico punto di vista, pur apprezzabile come quello di Zampetti, può rappresentarle.
    Scusami ma mi fermo qui perché non mi possibile continuare nel dibattito, non per scortesia ma per mancanza di tempo (a differenza di te non sono ancora pensionato).
    Cari saluti.

    Luigi

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