Anniversario del terremoto dell’Aquila: ricordando le buone proposte dell’urbanista Ettore Maria Mazzola

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Nota: testo aggiornato nella circostanza dell’ennesimo disastroso sisma in centro Italia del 24 agosto 2016. Mi pare che le considerazioni fatte per il sisma del 2009 siano ancora valide e attuali.


Nel quinto anniversario del terremoto dell’Aquila, 6 aprile 2009, vado a ripescare per voi, cari amici, dagli archivi di quella preziosa rivista culturale web che è Il Covile, diretta dal’amico Stefano Borselli, alcuni estratti di pregevoli interventi dell’architetto e urbanista Ettore Maria Mazzola. Professionista che conosco personalmente, che stimo, e che nel suo lavoro si ispira alla linea antropologica corretta: quella non palazzinara, non-consumistica e non-divoratrice del territorio. Rimando ai link sottostanti per i testi integrali degli articoli.

Questo, http://www.ilcovile.it/news/archivio/00000531.html

“Archistar per la ricostruzione post terremoto in Abruzzo? (di Ettore Maria Mazzola)

Qualche suggerimento per scongiurare un possibile scempio

Una cara persona mi ha pregato di scrivere qualcosa in risposta alle recenti dichiarazioni del sindaco di L’Aquila pubblicate sul Corriere della Sera del 13 maggio u.s. così ho sentito il dovere morale di scrivere il mio pensiero, nella speranza che venga raccolto da chi di dovere.

L’Aquila, Piazza del Duomo prima del terremoto

All’indomani del sisma, gli abitanti di Onna, cittadina totalmente distrutta essendo l’epicentro del terremoto, noncuranti dell’idea di falsificazione della storia né della proposta di costruire altrove, nuove sicure ed efficienti città nuove, hanno chiesto a gran voce di “ricostruire tutto com’era e dov’era”. La loro richiesta ha trovato appoggio nelle parole della Presidentessa della Provincia di L’Aquila, che ha parlato di “recuperare il senso di appartenenza al luogo”.
La notizia, circolata sul Corriere della Sera del 13 maggio u.s., circa il “sogno” del sindaco di L’Aquila, neo-nominato “subcommissario per la ricostruzione del Centro Storico”, di chiamare al capezzale della sua città leArchistar di tutto il mondo: «Affinché L’Aquila risorga più bella di prima», risulta di una gravità inaudita” … (segue)


poi questo: http://www.ilcovile.it/news/archivio/00000524.html

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l’architetto e urbanista Ettore Maria Mazzola

“Considerazioni di un Architetto sul terremoto in Abruzzo (di Ettore Maria Mazzola)

Lunedì 6 aprile, alle 3:32 del mattino il rombo del terremoto ha rotto il silenzio della notte nella provincia di L’Aquila e di tutto il centro Italia. La vita in Abruzzo è stata bruscamente interrotta.

Alla fine delle operazioni di soccorso le vittime sono state 300. In aggiunta alla tragicità delle morti, c’è da aggiungersi la tragedia occorsa agli edifici. L’intero patrimonio della provincia di L’Aquila è stato compromesso.
Le televisioni ci hanno mostrato le immagini in tempo reale, e da ogni possibile angolazione, incluse la riprese dall’elicottero e quelle fatte dai Vigili del Fuoco all’interno degli edifici. I giornalisti hanno riportato ogni tipo di testimonianza, ogni italiano si è così potuto fare un’idea delle possibili ragioni del disastro, giungendo alla conclusione che, probabilmente, ci possa essere qualcosa su cui recriminare.
Molti italiani, come me, si sono chiesti: “ma sarebbe stato possibile prevenire il disastro? Oppure: Come mai edifici secolari sono crollati solo ora, dopo essere sopravvissuti a molti altri terremoti?” I terremoti in Abruzzo sono conosciuti almeno a partire da quello del 2 febbraio 1703, ma ovviamente quello non è stato il primo. Inoltre, cosa più importante, sappiamo che il terremoto del 13 gennaio 1915 – il Terremoto della Marsica – fu ben peggiore di quest’ultimo. Si è dunque trattato di una concomitanza di sfortunati eventi del destino, o possiamo immaginare qualcosa di diverso, magari relazionato alla responsabilità umana?
Come ho detto, molti degli edifici crollati erano sopravvissuti a molti terremoti nei secoli precedenti, questo fa sì che ci si possa legittimamente chiedere quale possa essere la ragione specifica che abbia reso il terremoto del XXI secolo diverso dai precedenti, incluso quello del 1915.

Una prima valutazione

Le immagini e i filmati delle rovine in TV ci aiutano a comprendere alcuni elementi ricorrenti, presenti in quasi tutti gli edifici collassati: strutture orizzontali in cemento armato!
Infatti, analizzando le immagini è possibile comprendere come, in molti degli edifici crollati siano stati realizzati, in tempi più o meno recenti, interventi di sostituzione di solai o coperture. Ovviamente va chiarito subito che questa non è l’unica ragione del crollo degli edifici. Va infatti sottolineato come anche molti edifici “tradizionali” risultino seriamente danneggiati, ma la ragione di ciò va ricercata nel fatto che, spesso, si tratta di edifici mal costruiti! Gli edifici tradizionali non sempre sono da considerarsi eccellenti, e di questo dirò andando avanti. Bisognerebbe inoltre verificare quanti di quegli edifici fossero stati costruiti, o modificati, legalmente. Sfortunatamente, infatti, a partire dalla Legge 47 del 1985, in Italia si sono susseguite, con regolarità decennale, leggi che hanno consentito di “regolarizzare” costruzioni, o trasformazioni di edifici preesistenti, illegalmente eseguite, probabilmente senza alcun ausilio tecnico.
Una delle più veloci ed economiche tecniche costruttive, in quella regione come in molte altre regioni italiane, è quella a blocchi di tufo (cm. 50x25x12,5), una tecnica tradizionale estremamente debole e tossica; a causa delle dimensioni di questi blocchi “soffici”, nonché della loro origine geologica non calcarea, le connessioni di malta non consentono di ottenere un legame forte a sufficienza, specie in una zona sismica. La tossicità del tufo è data dal fatto che, essendo di origine vulcanica, è considerato un materiale radioattivo.

La malta buona

Il quantitativo di polvere rilevabile in molte delle murature rese visibili dal loro crollo, mostra un’altra possibile ragione del cedimento di alcuni edifici tradizionali in occasione del terremoto, e questa ragione non risiede in nessuna delle categorie precedentemente menzionate. Queste murature sono state evidentemente mal eseguite in termini di malta utilizzata. Possiamo riconoscere due tipi di malta di pessima qualità:

  1. per buona parte del XVIII secolo, alcune murature sono state costruite utilizzando come legante non la calce ma il fango. Quest’ultimo, se utilizzato per legare una muratura a blocchi regolari di pietra, sul genere dell’antico opus quadratum, può avere un senso, ma quando viene utilizzato per legare ciottoli o sassi, come quelli visibili nelle murature in oggetto, non apporta nessuna resistenza meccanica alle sollecitazioni che l’edificio può subire;
  2. alcune murature evidenziano la caratteristica dei cosiddetti “edifici che hanno sofferto la sete”. Chiunque abbia un minimo di esperienza nelle tecniche costruttive tradizionali, o abbia avuto l’occasione di parlare con qualche anziano muratore, conosce molto bene come si possa riconoscere un muro costruito – per ragioni economiche – con una malta sbagliata costituita da tanta sabbia, poca (o pochissima) calce, e poca acqua.

Non è quindi un caso se molti degli “edifici patrizi”, e molti “lotti gotici” all’interno degli stessi agglomerati urbani, siano perfettamente sopravvissuti, quasi senza lesioni, al sisma; poiché, a differenza delle categorie di edifici summenzionati, questi ultimi sono stati costruiti con malte che rispettavano le indicazioni Vitruviane (1 volume di calce, 2/3 volumi di sabbia di fiume o vulcanica – pozzolana – e acqua secondo necessità).
Per quanto attiene gli edifici “moderni”, abbiamo potuto constatare che la maggior concentrazione di decessi si è registrata in questo tipo di edifici, per esempio la “Casa dello studente” di L’Aquila, o in altri edifici “moderni” che si supponeva dovessero resistere maggiormente al sisma, specie quegli edifici costruiti dopo la Legge Antisismica. È stato vergognoso conoscere la storia dell’Ospedale di L’Aquila, inaugurato alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, e che è stato necessario evacuare dopo questo terremoto a causa dei gravissimi danni patiti.
L’analisi dell’andamento di crollo degli edifici “moderni” mostra una caratteristica disposizione a strati dei solai implosi su sé stessi. Inoltre è stato possibile verificare come molti edifici fossero stati costruiti con un calcestruzzo scadente e barre in acciaio liscio al posto di quelle ad “aderenza maggiorata”… (segue)


poi questo pdf http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_570.pdf, spettacolare, relativo alla città di Nocera Umbra, vittima del terremoto del ’97, testo che si ricollega all’Aquila per il discorso di una ipotesi di lavoro su come ben ricostruire e riqualificare:

PROGETTO ARABA FENICE
PROJECT PHOENIX
SPECIALE URBANISTICA 5
SPECIAL URBAN EDITION 5

PROGETTO DI RIQUALIFICAZIONE DEI MODERNI “QUARTIERI” DI
NOCERA UMBRA A CURA
DELLA FACOLTÀ DI ARCHITETTURA DELLA UNIVERSITY OF NOTRE DAME DI ROMA
REDEVELOPMENT PROJECT OF THE MODERN “NEIGHBORHOODS” OF NOCERA UMBRA, BY THE
SCHOOL OF ARCHITECTURE (ROME PROGRAM) OF THE UNIVERSITY OF NOTRE DAME.

Presentiamo ai lettori un lavoro studentesco diretto dall’amico Ettore, con i bei disegni degli studenti americani che hanno partecipato a questo progetto a Roma. Normalmente questo tipo di progetti viene pubblicato su quaderni dell’università, con distribuzione interna e per l’interesse di altri studenti e insegnanti, ma il Covile ha deciso di farlo conoscere anche ai non addetti ai lavori perché in questo caso il progetto studentesco contiene una qualità di disegno urbanistico che ormai non si trova più in quasi nessun studio professionale, in nessun progetto archistar di quelli che il governo sta commissionando per costruire e ricostruire le città. Siamo sbalorditi, e pensiamo che lo sarà anche il lettore, dell’incongruenza tra il carattere professionale e umano di questi progetti, e quello veramente povero (e a volte assurdo) di progetti attuali di spicco. Per questo motivo non presentiamo «lavori studenteschi» ma progetti di ricostruzione del tessuto urbano distrutto. La nostra speranza è che la classe politica del nostro paese vedendo questi progetti possa imparare qualcosa, ed essere meno influenzata dai pregiudizi del pensiero unico che tenta di escluderli come «romantici». Il futuro del paese dipende da questo risveglio… (segue)

 

Nocera

Ipotesi di lavoro di ripristino urbanistico, curata da uno degli studenti USA di Ettore Maria Mazzola


poi ancora questo http://www.ilcovile.it/news/archivio/00000516.html, sulle “New towns”:

“Piano Casa e ricostruzione in Abruzzo hanno finalmente riaperto in Italia il dibattito sull’abitare. Per battere il ferro caldo, Ettore Maria Mazzola propone agli amici del Covile un’anticipazione del suo prossimo libro dedicato alla città sostenibile ed a misura umana.

La mia proposta per un nuovo modo di concepire le città (di Ettore Maria Mazzola)

Chiunque abbia visto la puntata di Anno Zero in cui l’avv. Ghedini ha presentato il modello di New Town che il Governo vorrebbe realizzare qua e là in Italia, non può non essere rimasto sconvolto.
Il modello, con la tipica urbanistica a cul de sac che ha caratterizzato le periferie del XX secolo, è stato arditamente presentato come “eco sostenibile”. Ovviamente, il rappresentate parlamentare ha sottolineato più volte il fatto che si tratta di un modello di New Town pensato per coppie giovani. E già, come si può immaginare che una famiglia anziana possa vivere in realtà di quel tipo? … Ma i giovani non sono anche loro destinati ad invecchiare? Oppure insieme alla casa gli viene consegnato l’elisir di lunga vita? … Boh! Come si può immaginare che un anziano o un disabile, o chiunque non abbia a disposizione un’automobile possa sopravvivere in un luogo che ti rende schiavo dell’autotrazione essendo distante da tutto e da tutti? Siamo dunque riprendendo il modello della Ville Radieuse che diceva (o meglio imponeva): «le città saranno parte della campagna; io vivrò a 30 miglia dal mio ufficio, in una direzione, sotto alberi di pino; la mia segretaria vivrà anch’essa a 30 miglia dall’ufficio, ma in direzione opposta e sotto altri alberi di pino. Noi avremo la nostra automobile. Dobbiamo usarla fino a stancarla, consumando strada, superfici e ingranaggi, consumando olio e benzina. Tutto ciò che serve per una grande mole di lavoro […] sufficiente per tutti.» (1) ? Come si può immaginare che i figli di queste “fortunate” coppie giovani possano recarsi autonomamente a scuola, o dai propri amici, senza far uso di pericolosissimi motorini? Come si può immaginare, in una nazione che straparla di sicurezza e di ronde, che possano esistere delle realtà residenziali monofunzionali, e quindi morte, all’interno della quale si possa passeggiare al sicuro? Come si può immaginare di parlare di città, se non v’è luogo (piazze, portici, edifici pubblici, ecc.) che rimandi all’immagine di città, e che svolga un ruolo socializzante? Come, infine, e questo si collega al discorso sulla monofunzionalità, si può ancora immaginare che lungo le strade non debbano esserci esercizi commerciali che rendano queste new towns delle entità vitali ed autosufficienti? Inoltre c’è da chiedersi, perché dobbiamo continuare a consumare del territorio agroforestale piuttosto che ricompattare le nostre città mostruosamente sviluppatesi a macchia d’olio compromettendo il delicatissimo rapporto città-campagna?
Voglio chiarire che non mi diverto a dire queste cose semplicemente per spirito nihilista, sono avverso alle critiche non costruttive, e non condivido una certa forma di iperprotezionismo che caratterizza alcune decisioni “ambientaliste” e che spesso, mentre da un lato si batte per non toccare alcuni centri — anche dove questi sono mostruosamente compromessi e meriterebbero dei completamenti — dall’altra giustifica e consente l’edificazione di zone 167 e di altri abomini periferici. Quel modus operandi mi sembra infatti basato sull’adagio “luntan da l’uocchje, luntano da ‘o core” sempre da evitare.
Quindi, mi rimbocco le maniche e vedo di fare una controproposta, probabilmente più eco-sostenibile e rispettosa del paesaggio e degli esseri umani!”… (segue)


*******

Poi, concludo io, si sa com’è andata… a latere di tragedie come quella del terremoto, i danni collaterali peggiori vengono, come sempre, dalla mancanza di sussidiarietà e di “società partecipativa”:  https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/due-libri-caposaldo-di-pier-luigi-zampetti-da-scaricare-e-leggere/  .

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