Flavio Felice su Avvenire: insiste a proporre l’impossibile connubio tra cattolicesimo e liberalismo

il prof. Flavio Felice, intellettuale liberale

il prof. Flavio Felice, intellettuale liberale

E’ suscettibile di severa critica, nel merito e nel metodo, la linea di pensiero del prof. Flavio Felice, intellettuale liberale, che persiste pervicacemente nel voler far stare insieme ciò che Dio NON ha unito.

A tale ambigua operazione sembra cooperare, purtroppo, anche il quotidiano di ispirazione cattolica, l’Avvenire. Che ospita regolarmente – senza chiosarli, quindi dandoli per validi! – gli interventi del Felice, responsabile per l’Italia dell’Acton Institute for the study of Religion and Liberty, e presidente del Centro Tocqueville-Acton. Il Felice è docente di “Dottrine Economiche-Scienza Economica e Dottrina Sociale della Chiesa” nientemeno che alla Pontificia Università Lateranense!  Mi sembra, in proposito, che vi sia il rischio di un grave pregiudizio che gli insegnamenti del Felice possano recare ai suoi allievi, a motivo della loro assai dubbia corrispondenza all’ortodossia cattolica.

Qui il link http://www.formiche.net/2014/03/28/la-giustizia-sociale-il-possibile-incontro-cattolici-liberali/ a un recente intervento del prof. Felice, che vado a commentare, inserendomi direttamente nel corpo del testo. Esso è apparso in identica forma sull’edizione cartacea di Avvenire, pur sotto il diverso titolo “L’economia per l’uomo sta fra Rosmini e Hayek”, in data 26 marzo 2014.

Ciclicamente si ripropone il dibattito tra cristianesimo e liberalismo e c’è sempre chi brandisce la nozione di “giustizia sociale” come motivo della loro incomunicabilità ed inconciliabilità. Crediamo invece che sia proprio quella nozione ad esprimere le ragioni di un incontro fin troppo ritardato.
E’ dunque impellente, per il prof. Felice, far quantomeno fidanzare, in vista del matrimonio che s’ha da fare prima possibile, in quanto a suo dire già fin troppo procrastinato, il cristianesimo e il liberalismo.
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Jean Ousset, storico

Se ci si interpella sulla bontà delle intenzioni del Felice, docente di Dottrina sociale presso l’Università del Papa, direi che una risposta chiara e univoca ce la può dare Pio IX, citato dallo storico Jean Ousset (1914-1994), il quale ne “Le quinte colonne della secolarizzazione” (1972), ne riferisce le parole :

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San Pio IX

“…Ugualmente, rivolgendosi alla Federazione dei Circoli Cattolici del Belgio, Pio IX tornerà sulla stessa idea: «Ciò che più lodiamo nella vostra impresa religiosa è che siete – si dice – pieni di avversione contro i principi cattolico liberali, i quali cercate di cancellare dagli intelletti tanto quanto vi è possibile. Quanti sono imbevuti di tali principi fanno professione, è vero, di amore e rispetto alla Chiesa e sembrano consacrarsi alla sua difesa con l’intelligenza e le opere; tuttavia non lavorano meno a pervertire il suo spirito e la sua dottrina: ciascuno di costoro, a seconda della particolare modo d’essere del suo spirito, propende a mettersi al servizio di Cesare o di quanti inventano diritti in favore della falsa libertà. Questo errore insidioso è più pericoloso di un’aperta inimicizia, perché si copre col velo ingannevole dello zelo e della carità e, sforzandovi di combatterlo e ponendo un’attenta cura nell’allontanare da esso gli ingenui, estirperete la fatale radice delle discordie e lavorerete efficacemente a produrre e mantenere una stretta unità nelle anime …»”.

Ne leggete più approfonditamente qui, sul pregevole sito web cattolico totustuus, che con l’occasione ringrazio caldamente per l’ottimo servizio formativo. Seguita il Felice:

…Un incontro che ci consentirebbe di andare oltre la contrapposizione “Stato-mercato”, evidenziando la cifra del “civile” come la dimensione includente nella quale i processi di mercato, lungi dall’essere negati ovvero guidati dallo Stato e dalla politica, assumono il carattere autentico del vivere con l’altro e non contro l’altro. E’ l’idea del mercato come processo relazionale, nutrito dalla sympathy, piuttosto che dall’interessata benevolenza del sovrano ovvero dal cieco disinteresse per le aspettative altrui.

Il mercato nutrito dalla “sympathy”, al tempo della spietata e totalitarizzante società dei consumi e dell’inflazione, di stampo keynesiano?… A mio parere, è una tesi irrealistica. Non c’è “sympathy” nel mercato, come oggi lo sperimentiamo, ma, al di sopra di tutto, prevale la logica del potere oligarchico. Ciò è causato dalla sinergia tra l’insufficienza della democrazia rappresentativa, quando non è innervata di sussidiarietà, e la brama totalitaria dei potentati economici. Siamo, cioè, in una dimensione di mercato antropologicamente distorta. Così scriveva quel grande intellettuale cattolico del ‘900, che è stato Pier Luigi Zampetti:

“L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002).

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Pier Luigi Zampetti

Quali sono gli effetti di tale regime?… Sentiamo ancora Zampetti:

“Che cos’è l’inflazione?

È uno strumento per redistribuire i redditi e quindi per elevare i livelli di consumo che consentano l’assorbimento dei beni continuamente prodotti. Questo strumento viola gravemente i princìpi morali.

…L’inflazione espropria in maniera illegittima i lavoratori di una parte della loro retribuzione, togliendo loro la libertà con cui provvedere a destinare i propri redditi. In questo caso la destinazione è sollecitata ad orientarsi verso i consumi, anziché verso gli investimenti od il risparmio. …Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberal-capitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività. Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto, della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione. (…)Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo. Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto. L’uomo viene disincentivato, scoraggiato…L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui…L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003, estratti da pag. 23 e seguenti)
Quindi, vi è chi, pur lodevolmente, esplora i campi dell’economia di comunione e dell’economia civile. Ma tali ambiti paiono destinati a restare di nicchia. Poiché, al di sopra di tutto, vige un sistema potente che, in pratica, ha sottomesso l’umanità intera. Torniamo ora al Felice, il quale, a sostegno della sua tesi, adduce un complesso confronto tra Rosmini e Hayek:

…Per chiarire questo punto, possiamo assumere, come esempio, il confronto critico tra Antonio Rosmini e l’economista austriaco Friedrich August von Hayek, proprio sul tema della “giustizia sociale” e osservare come si possa delineare una sorta di “personalismo liberale” di matrice tipicamente hayekiana e rosminiana, capace di soddisfare tanto le istanze autenticamente liberali, quanto la sua portata morale-religiosa. Rosmini riesce ad integrare questi due momenti, che in Hayek rimangono volutamente e metodologicamente distinti. Anticostruttivismo ed antirazionalismo sono senz’altro le due prospettive teoriche nelle quali le posizioni dei nostri autori individuano un possibile punto di incontro. Nel confronto con Hayek, si evince la fondamentale importanza del costituzionalismo rosminiano, in quanto è tramite il costituzionalismo che il roveretano riesce ad inserire il principio della “giustizia sociale” come criterio normativo a livello sociale. Hayek, come sappiamo, rifiuta tale concetto, in quanto gli appare “atavico”, figlio di una società tribale, ovvero “onirico”, in quanto prodotto di un “miraggio” nel quale la “great society”, la popperiana “società aperta”, non può permettersi di perdersi, pena il risucchio nella dimensione sociale clanica e tribale che nell’epoca contemporanea ha assunto le tinte fosche e terrificanti del totalitarismo. Secondo Hayek la nozione di giustizia sociale è priva di contenuto, poiché l’apparato governativo è incapace di agire per uno scopo specifico, dal momento che esprime la propria volontà attraverso il diritto che presenta le caratteristiche di astrattezza e di generalità dei fini. Ne consegue che la richiesta verrà raccolta da alcuni membri della società i quali assegneranno particolari quote della produzione a vari individui o gruppi. Per Hayek tale sottomissione, che ha come fine la giustizia sociale, porterà inevitabilmente alla eliminazione di quelle condizioni indispensabili per la crescita e lo sviluppo della libertà personale. Ebbene, Hayek, per ragioni di ordine metodologico, è perciò fortemente intenzionato a ricondurre il principio della “giustizia” alla dimensione personale dell’agire. Effettivamente, il personalismo di Rosmini contempla l’impegno delle singole persone a dar vita ad istituzioni politiche ed economiche nel tentativo di rispondere all’esigenza di risolvere problemi “sociali”; ossia, l’agire individuale si risolve nell’edificazione di istituzioni sociali: è la cosiddetta “via istituzionale della carità”, espressa da Benedetto XVI in “Caritas in veritate”. Ecco, dunque, che la giustizia, in quanto virtù, è praticata dalla persona (e non potrebbe essere diversamente), ma le idee e le azioni individuali se ripetute e sanzionate si risolvono in istituzioni politiche ed economiche che, nella misura in cui rispettano e promuovono la dignità umana, possono essere definite orientate alla “giustizia sociale” ovvero contraddire quest’ultima. In tale senso, Rosmini non cadrebbe nell’“agguato di Hayek”. Egli, in definitiva, non compie l’errore che Hayek imputa ad una parte del pensiero sociale cattolico, spesso incantato dalle sirene dello statalismo e del corporativismo.

Friedrich Von Hayek, filosofo ed economista liberale

Friedrich Von Hayek, filosofo ed economista liberale

In ambito sociale, direi che più che di “giustizia”, o “giustizia sociale” a mio parere sarebbe più corretto ragionare in termini di

Luigi Sturzo

Luigi Sturzo

struttura antropologica della persona, dalla cui diversa concezione discendono idee ben differenti di economia, di Stato e di mercato, di relazione di potere tra Stato e cittadino-persona, a seconda che ci si ponga dal punto di vista liberalsocialista o da quello della Dottrina sociale. A seconda di questa scelta originaria, saranno ben diversi, fino a divergere completamente, anche i risultati in tema di efficacia della giustizia.

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira

In realtà, il “pensiero sociale cattolico, spesso incantato dalle sirene dello statalismo e del corporativismo”, a cui si riferisce il Felice, è casomai tipico di quella distorsione della Dottrina sociale che è il c.d. cattolicesimo democratico, a sua volta ben riassunto nel pensiero politico, di stampo statalista-keynesiano e assistenzialista, di Giorgio La Pira. Mentre, invece, Sturzo e Zampetti si pongono sulla corretta linea della sussidiarietà e della partecipazione. Di questo parlo in ampio dettaglio nel  “Quaderno del Covile n. 11”, che trovate in questa pagina del blog. Procediamo col Felice.

Invero, Rosmini, citato da Hayek nel secondo volume di Legge, legislazione e libertà, intitolato Il miraggio della giustizia sociale, non interpreta il principio della giustizia sociale in modo olistico; in pratica, non trasferisce la responsabilità dell’esercizio della virtù della giustizia allo “Stato” – il criterio interpretativo della nozione di giustizia sociale in Rosmini è e rimane la persona umana. Sulla base del confronto tra Hayek e Rosmini, assumendo il metodo della “via istituzionale della carità”, possiamo ridefinire la nozione di giustizia sociale, sganciandola da una prospettiva statalistica, corporativistica e monistica, ancorandola ai principi di sussidiarietà orizzontale e di poliarchia. Per questa ragione, nelle società libere i cittadini sono portati ad usare la propria tendenza all’associazione per esercitare nuove responsabilità e per indirizzarsi verso fini sociali. La giustizia sociale è la particolare forma assunta al giorno d’oggi dall’antica virtù della giustizia. Pertanto, la giustizia sociale non prevede necessariamente il rafforzamento della presenza statale, quanto, piuttosto, lo sviluppo responsabile della società civile.

L’affermazione del Felice, quando egli accenna alla sussidiarietà, può essere condivisibile. Vi sono però tre pesanti  “ma”: images (2)

1. Infine, cosa ha a che fare tutto questo, con il voler far stare insieme, oserei dire perversamente, liberalismo e cattolicesimo?… Nel voler, oltre ogni ragionevolezza, insistere, come fa il Felice, a “delineare una sorta di “personalismo liberale” di matrice tipicamente hayekiana e rosminiana, capace di soddisfare tanto le istanze autenticamente liberali, quanto la sua portata morale-religiosa”?…
Questo è ontologicamente impossibile. Tanto che il docente della Pontificia Università Lateranense finisce per contraddirsi. Da una parte abbiamo infatti visto che egli indica un supposto “personalismo liberale” di matrice (evidentemente comune!) tipicamente hayekiana e rosminiana. Dall’altra, è egli stesso a porgerci la insanabile, per quanto rispettabile, differenza della cifra di fondo tra le due figure. E’ infatti ovvio e vero che l’impegno personale di ciascun uomo rettamente intenzionato concorre a far evolvere la società. Ma è anche vero che, come disse il Signore Gesù Cristo, “…senza di me non potete far nulla” (Gv. 15, 8). Von Hayek  non è d’accordo su questo punto discriminante. E’ questione di libera scelta. Di von Hayek, tecnocrate liberale (vecchio stampo!) ante litteram, leggo qui, su Wikipedia che, tra l’altro,

“La demarchia[modifica | modifica sorgente]

Von Hayek contrappone gli odierni modelli di ordinamento democratico, che egli reputa oggetto di una degenerazione, ad un ipotetico modello demarchico da lui prefigurato, analizzando quella che secondo lui è una diversità di prospettiva di fondo nell’approccio alla politica sottesa nel significato etimologico dei due termini. La sua proposta, chiamata appunto demarchia, è di carattere minarchico (dal greco potere minimo) in cui il potere dello Stato è ridotto al minimo per evitare ingerenze lesive della libertà del cittadino e la costituzione di caste-gruppi oligarchici al potere. La proposta è descritta in opere quali Legge, legislazione e libertà e Libertà economica e governo rappresentativo”.

Ebbene, abbiamo già visto, con Zampetti – e la realtà quotidiana ce lo ha ampiamente dimostrato! – che la tesi anti-oligarchica di von Hayek NON ha funzionato.

2. E’ vero quanto afferma il Felice che “(nelle società libere) i cittadini sono portati ad usare la propria tendenza all’associazione per esercitare nuove responsabilità e per indirizzarsi verso fini sociali”. Ma è anche vero, come ha spiegato limpidamente Zampetti, e questo il Felice lo dimentica, che, in pratica, la società NON è libera. E che quindi le giuste e naturali aspirazioni dei cittadini, se ben educati, sono sistematicamente frustrate dallo Stato oligarchico. La questione centrale resta, quindi, quella dei rapporti di potere tra Stato e cittadino. Lasciar fuori questo importante tassello rende zoppicante la costruzione della ricerca della “giustizia”.

Circa questo snodo essenziale, eppure così ancora – incredibilmente! – poco esplorato nel dibattito filosofico-politico, Zampetti, anch’egli, come Rosmini, allopposto della visione di von Hayek, ha da dirci una parola chiara e risolutiva. Zampetti, sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II (“Lettera alle famiglie”, 1994), preconizza la sovranità del popolo delle famiglie. Prefigura cioè che, in prospettiva, le famiglie saranno lo Stato. Così egli si esprime, a pag. 46 del “Manifesto della partecipazione” (Dino editore, 1982), testo purtroppo ormai introvabile, che sarebbe cosa molto buona ristampare, nel quale il grande e misconosciuto intellettuale del ’900 fa sintesi della sua proposta:

…La contrapposizione tra governanti e governati, tra partiti ed elettori può essere superata solo con la democrazia partecipativa che unisce e coordina l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere. Senza tale coordinamento gli stessi istituti garantistici del sistema rappresentativo, come l’esperienza dimostra ogni giorno, sono destinati a venir meno.

Resta da risolvere il fondamentale problema proposto, che è poi il vero problema della democrazia in quanto tale. Come unire l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere? Come, in altre parole, operare per dare finalmente al popolo la sovranità sempre promessa e mai concessa, e cioè l’effettivo e concreto esercizio del potere?

La democrazia partecipativa fornisce la soluzione a tale assillante interrogativo. La partecipazione è il momento d’unione fra democrazia economia e democrazia politica. Senza un’effettiva democrazia economica non vi può neppure essere una autentica democrazia politica.

Avremo una democrazia economica quando ciascun lavoratore sarà posto in grado di concorrere alla formazione del capitale e alla condeterminazione delle decisioni nella impresa in cui presta la propria opera. Democrazia economica e capitalismo popolare sono allora due facce della stessa medaglia”. (…)

images (4)Qui, ancora un pur parziale approfondimento della proposta zampettiana di soluzione del problema:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora, sul piano istituzionale, non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano).

La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato.

Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini “popolo” e “democrazia” nella loro accezione completa e integrale. Il popolo non è inteso, infatti, in senso individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa. downloadDalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il “popolo delle famiglie”, che è il vero e autentico popolo. Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova.

È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri”. (La Dottrina Sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta. Sanpaolo, 2003, estratti da pagg. 44-46)

3. Quanto ad Antonio Rosmini, citato dal Felice come testimone a conforto della sua tesi, riporto di seguito un estratto da un pregevole testo informativo sulla figura del filosofo, a firma di Ugo Pozzoli, pubblicato sul sito web della parrocchia di S. Antonio Abate di Rovereto. Dal quale si evince che Rosmini, in quanto fautore del valore-persona, è da ascrivere tra i sostenitori del personalismo cristiano e della sussidiarietà, NON fra quelli del liberalismo.

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Antonio Rosmini

“…Il fine di tutto lo studio rosminiano è eminentemente antropologico. Al centro del suo pensiero è l’uomo, e tutta la sua filosofia deve essere intesa come una vera e propria pedagogia dello spirito umano. Sempre pose bene in chiaro l’inutilità di una filosofia non diretta al miglioramento della condizione umana. In particolare, Rosmini pose l’accento sul concetto di persona, «il pinnacolo della natura umana», il cui valore, dignità e potenzialità indicano il cammino di ricerca della verità che ci può davvero rendere liberi. L’antropologia rosminiana potrebbe trovare la sua collocazione nella valigia del missionario, dando all’apostolo di oggi una comprensione profonda e un grande apprezzamento della persona, dei suoi valori e dei suoi diritti inalienabili. «Salvata la persona è salvato l’uomo». Un secolo prima di Maritain, il filosofo trentino ci presenta una figura di persona integrale, un piccolo microcosmo non riducibile a una parte, che ha in sé il germe della totalità, dovuta al dono della razionalità di cui ogni persona è fornita e che la rende diritto sussistente, essenza stessa del diritto. Non lo stato, quindi, neppure il capitale o la finanza possono pretendere di essere essenza del diritto, ma la stessa persona umana. Un messaggio forte per un’epoca in cui troppe persone non sono più considerate come soggetti di diritto, in cui la loro dignità e offesa dal momento della nascita a quello della morte. E anche per questo suo sempre attuale contributo «personalistico» che nella sua enciclica Fides et ratio, papa Giovanni Paolo II associò il nome di Rosmini a quello di altri significativi autori cristiani, l’attenzione all’itinerario spirituale dei quali «non potrà che giovare al progresso nella ricerca della verità e nell’utilizzo a servizio dell’uomo dei risultati conseguiti» (n 74). (Ugo Pozzoli)

In conclusione, nessuna sintesi, nessuna comunanza di merito e di metodo, quindi, è proponibile tra Rosmini e von Hayek, fra la Dottrina sociale e l’economista viennese, tra cattolicesimo e liberalismo. Chiudiamo anche con l’intervento del Felice.

A questo punto appaiono evidenti le conseguenze pratiche e le ricadute politiche di tali considerazioni rosminiane e hayekiane sull’ordinamento sociale. Un ordinamento osservato nella sua concretezza e contingenza, almeno nella misura in cui si consideri l’ordinamento sociale come un sistema complesso, poliarchico, tutt’altro che omogeneo, all’interno del quale le sue istituzioni – politiche, economiche e culturali – si risolvono in un pluralismo non corporativo che rifiuta la gerarchizzazione istituzionale e, con essa, l’infausto primato del politica.

Non è stato immediato fare sintesi del pensiero del Felice. Che, come è nel suo stile, è esposto – mi si consenta – in un lessico talvolta criptico. Ne avevamo peraltro già individuato il nocciolo programmatico là ove egli affermava di poter

…delineare una sorta di “personalismo liberale” di matrice tipicamente hayekiana e rosminiana, capace di soddisfare tanto le istanze autenticamente liberali, quanto la sua portata morale-religiosa.

Ebbene, si è visto come, in realtà, la sinergia tra liberalismo e cristianesimo, propugnata ormai da lunga pezza dal Felice, e che a suo parere dovrebbe soddisfare le esigenze della buona amministrazione dello Stato e al contempo quelle più personali e metafisiche dell’uomo, non soddisfi né all’una né alle altre, e rappresenti anzi una impossibile quadratura del cerchio . Quello del docente all’Università del Papa è quindi un tentativo infelice quanto insistito, che egli reitera costantemente, perfino dalle pagine del quotidiano di ispirazione cattolica. Questo avevo già segnalato in dettaglio, a suo tempo, nel testo che potete consultare a questa pagina del blog. E’ un fatto grave.

L’ambigua e pericolosa manovra ideologica del responsabile del Centro Tocqueville-Acton sembra procedere indisturbata, ed è per questo che, a maggior ragione, è bene che almeno su queste colonne se ne provveda a fare adeguata segnalazione. Nella speranza che prima o poi qualche responsabile, in alto loco, se ne renda conto e prenda gli adeguati provvedimenti.

il Beato Giuseppe Toniolo

il Beato Giuseppe Toniolo

Intanto, annoto che un’altra critica alle infauste tesi del Felice viene mossa da una nota figura, assai qualificata, il Beato Giuseppe Toniolo. Il quale, nella “Lettera aperta a mons. Bigliani in risposta ad insinuazioni di connivenza con il cattolicesimo democratico” (1894), che leggete più ampiamente qui, ancora sul meritorio sito web totustuus, afferma:

“1. Dico essere contrario alla scienza, la quale è ordine di idee rigorosamente definite e dimostrate; l’indefinito e l’equivoco sorto essenzialmente antiscientifici. Ciò quanto alla forma del pensiero. Quanto poi al contenuto filosofico, è ormai assodato che il socialismo è un sistema dottrinale, attraverso gli anelli di una lunga catena, figliato dal liberalismo. Come si potrebbe lasciar credere che giovi avvicinarsi a quello per meglio atterrar questo? Né basta: la scienza è tanto severa nel definire i suoi concetti che essa, ogniqualvolta tali concetti subiscono al contatto della mutevole opinione pubblica una successiva trasformazione, trova suo dovere di distinguere il senso razionale-etimologico, da quello storico; come il matematico ad una cifra attribuisce un valore proprio ed un valore di posizione. Trascurare questa distinzione coincide col mettersi fuor del campo della verità, corrispondente alla realtà obbiettiva. Così p. e. il regime liberale nella sua espressione propria significherebbe un sistema di rapporti sociali-politici incardinati sul rispetto della libertà. Ma storicamente esso venne ad esprimere un sistema di rapporti sociali emancipati da ogni legge etica, e specialmente dal sovrannaturale cristiano. È per questo che i cattolici, seguendo tale giusto criterio scientifico, sono amanti di libertà, ma rifiutano il liberalismo. E del pari il socialismo potrebbe accennare ad un insieme di rapporti in cui l’individualità nella sua esplicazione si coordina alla socialità, cioè agli interessi generali; ma chi non si fermi a fantasticare su ciò che esprima etimologicamente, o su ciò che potrebbe e dovrebbe essere il socialismo, ma lo assuma per ciò che è attualmente nell’accezione storica della parola e per quello che tende ad essere per intrinseca necessità, deve intendere per esso: un sistema sociale sostanzialmente e definitivamente anticristiano, non meno del liberalismo. Fa pertanto opera seria e scientifica colui il quale, anco colle migliori intenzioni, contribuisce a moltiplicare e continuare simili inesattezze ed equivoci?…”

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3 pensieri su “Flavio Felice su Avvenire: insiste a proporre l’impossibile connubio tra cattolicesimo e liberalismo

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