don Lorenzo Milani. Maestro buono?…

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In calce, sono presenti aggiornamenti fino al 22 novembre 2015. Testo riveduto al 7 febbraio 2017.

Quale sortilegio grava sulla diocesi di Firenze, e non solo?… Colpiscono, infatti, le recentissime evidenze sulle iniziative di riabilitazione dell’eredità milaniana, che – su disposizione di papa Francesco – hanno visto interpellata, in Vaticano, la Congregazione per la Dottrina della fede.

La notizia è che “Il presidente della Fondazione don Lorenzo Milani, Michele Gesualdi, ha scritto a Papa Francesco per chiedergli, in occasione del 90/o anniversario della nascita del priore di Barbiana, ”di esplicitare la decadenza formale del provvedimento del S.Uffizio contro il libro ‘Esperienze pastorali’ che nel dicembre 1958 ne ordinò il ritiro dal commercio”.

E’ un passo che abbiamo visto considerare positivamente dal settimanale diocesano “Toscana Oggi” http://www.toscanaoggi.it/Vita-Chiesa/ll-Vaticano-ed-Esperienze-pastorali-Gesualdi-Tolta-anche-l-ultima-ombra-si-Don-Milani e dal quotidiano di ispirazione cattolica “‘Avvenire”, fin nella persona del suo Direttore, Marco Tarquinio http://www.avvenire.it/Lettere/Pagine/il-direttore-tarquinio-risponde-don-milani-parole-che-fecero-storia.aspx?utm_content=buffer68fee&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer.

Il problema che però abbiamo oggi, ovviamente non con don Milani come persona, ma con l’eredità del suo pensiero, e ciò ovviamente sussiste specie a Firenze e Toscana (ma don Milani è ormai un’icona internazionale!…), dove egli visse e operò, è che dopo cinquant’anni dalla sua esperienza, ancora sembriamo NON essere in grado di discernere se egli sia stato un buon maestro, un grande educatore, come egli viene correntemente definito, oppure no. 

don Alessandro Santoro

don Alessandro Santoro

Andiamo, come primo passo, a vedere alcuni frutti del pensiero del priore di Barbiana.

Mi riferisco all’esperienza ideologica di don Alessandro Santoro alle Piagge (Firenze) http://www.gaywave.it/articolo/don-santoro-torna-alle-piagge-sposo-transessuale/11009/, il quale alla lezione di don Milani si richiama espressamente http://ecoinformazioni.wordpress.com/2013/04/13/don-alessandro-santoro-e-lattualita-di-don-milani-14-aprile/.

images (1)Mi riferisco anche, sempre in Toscana, alla vicenda del “Forteto“. Il Forteto è una cooperativa sociale mugellana che i suoi responsabili propagandavano come modello di comunità di assistenza ai minori, nel cui ambito però sono finalmente emersi, dopo decenni di omertà, fatti di sistematici abusi sessuali e coercizioni psicologiche a danno dei giovani e malcapitati ospiti. Anche su questa vicenda insistono numerosi richiami e collegamenti alla dimensione culturale milaniana, orgogliosamente rivendicati dai suoi protagonisti, a partire dal fondatore della comunità, Rodolfo Fiesoli. Nessi che vanno dalle responsabilità del tribunale dei minori, a quelle della Regione Toscana e di diversi Comuni dell’area fiorentina che hanno appoggiato il Forteto, incluso quello del capoluogo. Sulla vicenda è in corso un processo penale. In proposito, vi sono notizie recenti secondo le quali, sia a livello giudiziario in Corte di appello di Firenze, che al massimo livello politico nazionale, si stia cercando di insabbiare lo scandalo. Lo scrive qui http://www.lanuovabq.it/it/articoli-chi-tocca-il-forteto-muore-e-renzi-chiude-gli-occhi-9943.htm l‘agenzia web cattolica “La Nuova Bussola quotidiana”, informando che si sarebbe mosso in questo senso perfino il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Per maggiori dettagli sui collegamenti milaniani al Forteto, rimando a questo approfondimento sul sito web denominato “Il Covile”: http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_729_Forteto.pdf.

L’esperienza di don Milani, a prescindere dai suddetti eventi, che ovviamente non sono direttamente imputabili alla sua persona, ma trovano radice nell’approccio classista alla politica, tipico del priore di Barbiana, è sempre stata controversa. Fa riflettere il fatto che, nella nostra diocesi di Firenze, nonostante tali clamorose evidenze, essa non sia mai stata considerata con la prudente attenzione che meritava. Apparentemente nessuno che, per chiarire la contestata questione, vi abbia voluto fare una seria ricognizione, a pro del bene del popolo. La figura di don Milani, nonostante quanto di allarmatamente negativo, direttamente a suo carico, era già stato segnalato in passato da alcune parti, alle quali non si è voluto dare sostanzialmente alcun ascolto, in diocesi è tuttora considerata un’icona intangibile. Eppure, capire don Milani è abbastanza semplice e, soprattutto, diretto. E’ possibile infatti leggere, in modo obiettivo, fra i suoi più celebri scritti.

Cominciamo col considerare la famosa Lettera a Gianni, che porta la data del 30 marzo 1956. Essa è indirizzata al magistrato Giampaolo Meucci, amico del priore di Barbiana.

Per inciso, Meucci, incaricato a Firenze presso il Tribunale dei minori, era fra i magistrati che – ancora ideologicamente – avviavano i minori in difficoltà alla suddetta comunità del Forteto. Nonostante che il responsabile della comunità, Rodolfo Fiesoli, fosse stato arrestato già nel 1978, su richiesta del giudice Carlo Casini. Casini, poi divenuto Presidente del Movimento per la Vita italiano dopo aver lasciato la magistratura, aveva aperto un procedimento per abusi sessuali nei confronti del Fiesoli. Ma al tribunale dei minori si riteneva che le disavventure giudiziarie del Fiesoli fossero dovute ad un accanimento “politico” di stampo conservatore, da parte del giudice Casini. Nel 1985 venne però emessa una sentenza di condanna a carico del Fiesoli: due anni di reclusione per maltrattamenti a una ragazza a lui affidata, atti di libidine violenta e corruzione di minorenne. La sentenza faceva riferimento alla istigazione, da parte dei responsabili e degli operatori del Forteto, alla rottura dei rapporti tra i bambini che erano affidati loro e i genitori biologici, nonché a una pratica diffusa di omosessualità.

Nonostante tali turbolenti trascorsi, il Fiesoli fu nominato membro del CdA della Fondazione don Lorenzo Milani (nota in data 23.12.2015: leggasi “Istituzione”, invece di “Fondazione” don Lorenzo Milani. Si tratta di due realtà istituzionali diverse. Rimando ai commenti in calce a questo testo).

Dunque, nella Lettera a Gianni, il priore di Barbiana censura severamente lo sfruttamento della classe contadina ad opera dei padroni. Il punto critico è che dopo il seguente passaggio

[…] Se no domani, quando tutto il nostro mondo sbagliato sarà stato lavato in un immenso bagno di sangue e quando doman l’altro gli storici inorriditi da tanto sfacelo che avrà travolto insieme tanto bene e tanto male tenteranno di  scriverne le origini e i motivi, non riusciranno a leggere fatti come questi che t’ho detto. Perché gli analfabeti non vengono menzionati dalla storia altro che quando uccidono i letterati. E questo avviene proprio perché sono analfabeti e prima di quel giorno non sanno scrivere né farsi in altro modo valere e così son condannati a scrivere solo colla punta dei loro forconi quando è già troppo tardi per esser conosciuti e onorati dagli uomini per quelli che erano innanzi a quel triste giorno”.

il priore di Barbiana conclude preconizzando quanto segue:

[…] Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti. La testa di Marconi non vale un centesimo di più della testa di Adolfo davanti all’unico Giudice cui ci dovremo presentare”.

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La sentenza che giustifica l’ecatombe classista è già stata stesa:

Se quel Giudice quel giorno griderà « Via da me nel fuoco eterno » per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non esser neanche più uomini.
Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore.

Nella visione milaniana, gli sterminatori di classe hanno dunque diritto all’attenuante specifica dell'”estrema ignoranza”, che li esimerebbe dalla responsabilità degli omicidi da loro commessi, e potrebbe persino aprir loro la porta del Regno dei Cieli. Il priore di Barbiana parla infatti di “assoluzione” divina, si intuisce in via di “misericordia”, per i proletari assassini.   Anzi, secondo lui, essi non sarebbero “neanche più uomini”, e quindi nemmeno perseguibili a termini di legge. Francamente, quella di don Milani mi pare una disistima eccessiva per la classe contadina, che, specie nel 1956, non credo fosse ridotta nello stato di abbrutimento sub-umano da lui evocato.   

images (2)Non sfugge dunque, ad un occhio appena oggettivo, il nocciolo profondo di violenza rivoluzionaria di stampo giacobino – spiace dirlo ma è bene esser chiari – che evidentemente albergava nel  cuore del priore di Barbiana.

Il tutto mi pare eloquente. Il tempo futuro è domani, 31 marzo 1956. Il verbo non è il congiuntivo imperfetto, ma l’indicativo. L’eliminazione fisica della controparte, il prospettato massacro degli intellettuali,  degli uomini di scienza, dei confratelli sacerdoti e perfino degli innocentissimi poeti,  è preconizzato da don Milani come imminente e ineluttabile. Direi che è particolarmente grave il fatto che il priore di Barbiana, in luogo di scongiurare la violenza rivoluzionaria, abbia evocato l’epilogo della lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze,  invece di servirsi, da cattolico ancor prima che da prete, dei princìpi della sussidiarietà e della  partecipazione autentica per risolvere pacificamente i problemi del consesso civile con gli strumenti della Dottrina sociale cattolica.

Non si trattava di un episodio isolato. Don Milani prosegue sulla medesima linea nella Lettera a Ettore Bernabei, datata 23 agosto 1956, citata nel volume “La parola fa eguali”, LEF, Firenze, 2005, pag. 21. In quella sede il priore di Barbiana critica severamente il Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca, Paolo Rossi, il quale aveva manifestato in una conferenza stampa la sua intenzione di esentare dall’insegnamento della lingua latina gli alunni delle scuole medie inferiori destinati a frequentare successivamente le scuole tecniche. Così il priore, sarcasticamente:

[…] Vedrai che da quel giorno [il Ministro, NdR] non concederà più interviste sull’abolizione del latino. C’è il caso anzi che bandisca un concorso per un testo di greco da adottarsi nelle quinte elementari. E per la riforma del programma dell’Avviamento Industriale penso che si rivolgerà ad uno studioso di ebraico per non defraudare i poveri dall’incontro diretto col testo sacro. Dio lo voglia davvero”.

per poi però chiudere di netto, subito dopo, nel modo seguente:

…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte”.

downloadIl ricorso allo spargimento di sangue è dunque ricorrente nel pensiero milaniano. La giustificazione, l’alibi per l’eliminazione fisica delle oppressive classi intellettuali, borghesi e capitaliste, ad opera del proletariato esasperato dai soprusi, è già pronto. Gli esiti infausti della Rivoluzione d’ottobre non sembrano aver detto nulla al priore di Barbiana.

Don Milani dunque prefigura e anticipa con precisione la Rivoluzione culturale maoista che sarebbe iniziata dieci anni dopo. E, oltre i successivi killing fields cambogiani, anticipa anche, molto più geograficamente vicino a noi, gli anni di piombo del terrorismo italiano: i ’70 del secolo scorso.images (4)

Nella visione milaniana lo scontro fisico fra classi è fatale, imminente. Questa tensione non sembra colta, né compresa, da Michele Gesualdi, già presidente della Provincia di Firenze e allievo di don Lorenzo. Nonché, come si è detto, presidente della Fondazione don Lorenzo Milani. Gesualdi è colui che ha scritto a Papa Francesco chiedendogli lo sdoganamento ecclesiale di “Esperienze pastorali”. L’allievo di don Milani non ha remore a pubblicare le parole del suo maestro nel volume sopra citato, ove egli preconizza l’ineluttabile spargimento del sangue. Il libro, del quale il presidente della Fondazione  è fra i curatori, è peraltro solo uno dei numerosi saggi celebrativi stampati sul pensiero del priore di Barbiana.

Le parole di don Milani dimostrano anche un senso della Storia incredibilmente povero. Quando mai, nella storia, il sangue che è scorso a fiumi nelle guerre e nelle rivoluzioni non è stato quello dei poveri, del popolo? E quale vantaggio è mai venuto al popolo dallo scorrere del sangue, da qualunque uomo il prezioso liquido della vita uscisse? Ma il priore di Barbiana è abbagliato dall’ideologia. Egli non è quindi in grado di recepire questa elementare evidenza storica. Nemmeno riesce a metabolizzare il fatto elementare che il ricorso sistematico all’eliminazione fisica della controparte, nulla ha a che vedere con la Dottrina cattolica.

Nonostante le suddette palmari evidenze, la potenza della disinformazione è tale che la figura di don Milani è  tuttora estesamente impiegata come icona del pacifismo e della non-violenza, anche nel nostro mondo cattolico. A tal punto siamo giunti.

Ma, oltre che ispirata alla violenza rivoluzionaria, era anche drammaticamente riduttiva la visione socio-politica che il priore di Barbiana ha espresso nei suoi scritti. Lo possiamo facilmente desumere anche da un altro suo famoso testo, la “Lettera a Pipetta”. Pipetta è figura di un giovane, di convinzioni comuniste, al quale il priore idealmente si rivolge. E’ datata 1950.

[…] Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio.

È solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. È la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile [si riferisce alle prime elezioni repubblicane del 1948 che hanno visto la vittoria della DC e la sconfitta del Partito Comunista, NdR]  che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.

Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco.

Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.

E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi.

Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.

Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.

Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: «Hai ragione». Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: «Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro».

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.

Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” […].

Va accreditato a don Milani il fatto di dichiarare di volersi andare finalmente a inginocchiare davanti a Cristo, sia pure con scarso tatto per il suo interlocutore (…”nella tua casuccia piovosa e puzzolente…”), dopo ripetute dichiarazioni socio-politiche di stampo giacobino. Ma l’idea di andare con il suo amico a installare “la casa dei poveri nella reggia del ricco”, ha lo spessore politico di una ragazzata proto-sessantottina. Dopo aver fatto questo, vien da chiedersi cosa mai immaginasse, don Milani, che avrebbero fatto in quella casa, i poveri, se nessuno li aveva preventivamente educati alla sussidiarietà e alla pacifica partecipazione autentica nell’economia e nella società. Come a suo tempo aveva tentato di fare, restando purtroppo isolato, don Luigi Sturzo.

Di tutto questo potremmo perfino sorridere, e compatire il priore. Se non fosse per il fatto che le armi, le armi da impugnare per il combattimento contro “il ricco”, combattimento al quale il priore medesimo – pur in dichiarata, costante e macerata contraddizione con sé stesso – ritiene di doversi associare in prima persona, ritornano sempre. Inesorabili:

…Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione”.

downloadE’ accaduto  poi, vent’anni dopo le parole di don Milani, nel nostro Paese e non solo, che qualcuno le armi le ha imbracciate per davvero. Non soltanto a motivo delle suggestioni del priore di Barbiana, certo. Ma dovremmo essere consapevoli che certi messaggi incendiari possono avere effetti pericolosi, anche a distanza di tempo. Specie se chi li lancia viene costantemente e correntemente portato ad esempio di virtù civili.

In realtà, nella valutazione della figura milaniana, va tenuto conto di un elemento che viene sistematicamente accantonato. E cioè del disagio psichico che manifestamente affliggeva il priore di Barbiana. Di tale malessere, facilmente leggibile nella filigrana del  pensiero milaniano, però nessuno correntemente parla.

Giustamente a mio parere l’intellettuale fiorentino Armando Ermini, riferendosi alla  personalità di don Milani, vi legge una tendenza alla demolizione della figura del pater familias fin nel profondo dei suoi simboli (ne “il Quaderno del Covile n. 7 – Su don Milani e il donmilanismo”, monografia sulla rivista web “Il Covile”, 3.9.’07, scaricabile a  http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.7%20-%20Su%20don%20Milani%20e%20il%20donmilanismo.pdf, pag. 48):

[…] In sintonia con Lenzen, Claudio Risè indica a sua volta nel processo di secolarizzazione della società e nella rottura del legame fra paternità terrena e Paternità divina, la causa dell’eclisse del padre. Al quale, non più “custode familiare per conto dell’ordine naturale simbolico e divino, e…. neppure rappresentante sociale della legge del Padre”, restano solo le funzioni economiche mentre l’antica autorità, svuotata di senso, finisce per essere percepita come arbitrio e oppressione, e spesso a ragione.

In questo lungo processo storico il ‘68 rappresenta un punto di passaggio, in cui si confrontano ancora, spesso nei medesimi soggetti, spinte al “nuovo” e riflessi antichi. Don Milani e il donmilanismo, non diversamente da una parte dell’allora PCI e della sinistra extraparlamentare, ne sono, mi sembra, un esempio. Il Don Milani della scuola senza bocciature è in sintonia con la spinta culturale (ed anche economica, altro argomento da prendere in considerazione ) che vuole eliminare il codice paterno, mentre il Don Milani insegnante severo tale codice, peraltro già svuotato nella sua essenza, lo usa tranquillamente. Non è un caso allora, come Stefano [Borselli, altro interlocutore nel dibattito, NdR.] sottolinea, che i seguaci di Don Milani oggi si riconoscano tutti in certe posizioni, come gli eredi del PCI. L’unico che già allora ebbe coscienza del vero significato del 68 fu Pier Paolo Pasolini, lucido testimone del suo tempo fra denuncia della sclerotizzazione di un potere culturalmente delegittimato e visione del disastro antropologico e sociale che ci aspettava.

Credo che non si possa riesaminare quel momento della nostra storia e fare operazione di verità senza tenere conto delle contraddizioni che lo attraversarono, soprattutto pensando al futuro. Perché qualsiasi ritorno del concetto di autorità, di dovere, di merito (nella scuola e fuori), che non riprenda in considerazione il padre ed il suo codice o non avrà effetti o dovrà essere imposto da uno Stato che assumerà caratteri autoritari”.

Il suddetto “Quaderno” è un testo interessante,  per chi voglia comprendere le criticità involutive del pensiero milaniano.

Direi che, facendo riferimento a casistiche psicologiche oggi ormai piuttosto note, è ragionevole supporre che il risentimento interiore di cui soffriva don Milani possa essere stato indotto da dinamiche familiari non equilibrate, da lui vissute al tempo della fanciullezza, che avessero generato una forte avversione verso la figura paterna. Di questo non possiamo che dispiacerci. Ma, certo, dovremmo essere ben consapevoli delle controindicazioni dell’approccio milaniano al processo educativo.

Non è difficile, a questo punto, leggere in filigrana a chi appartenesse la mano destinata a compiere l’ecatombe di cui sopra, nei confronti di “pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti”. Questa doveva essere una ragione aggiuntiva per isolare, con decisione e chiarezza di motivazioni, la lezione del priore di Barbiana. Ciò purtroppo non è avvenuto. Anzi, è successo il contrario.

Riepilogando, quale che ne sia stata la ragione, don Milani si fece alfiere non solo della lotta di classe, ma anche della lotta armata. In luogo di servirsi pacificamente, da cattolico, del principio di sussidiarietà e di quello di partecipazione, della pacifica soggettività del lavoratore in partecipazione, per risolvere i problemi del lavoro con gli strumenti della Dottrina sociale.

Il priore di Barbiana si vantava di far scuola 365 giorni all’anno, comprese le domeniche. Aveva abolito le vacanze estive. Non è cosa normale. A mio parere,  la ragione di ciò va attribuita ad un suo horror vacui, alla paura di restare solo. Quello di don Milani non era un servizio ai ragazzi, che egli plasmava in piccoli sindacalisti classisti, polemicamente rivendicativi e perciò culturalmente sottomessi alla logica della contrapposizione col “padrone”. Quello di don Milani si configura, piuttosto, come un atto egoistico.

Per rilevare i perniciosi errori milaniani, non era dunque necessaria alcuna interpretazione soggettiva. Bastava andare alla fonte: le inequivocabili dichiarazioni di intenti del priore di Barbiana medesimo. Oggi, sarebbe bene parlare sì di don Milani, ma, sia pure con la massima carità per la sua persona, per fare chiarezza sulle sue scelte. D’altronde, si sa, l’equivoco ha avuto vita facile. Poiché nella nostra città, Firenze, e nella nostra regione, domina incontrastata da lunga pezza, prima culturalmente e poi, di logica conseguenza, anche politicamente, e di riflesso anche con influenze sull’ambiente ecclesiale, quella sinistra di stampo neo-radicale che di don Milani si è fatta una comoda bandiera. 

D’altronde, stessa cosa è accaduta con l’esperienza di Giorgio La Pira!… ma non è questa la sede per ragionarne approfonditamente. Magari, un’altra volta. Anticipo soltanto che per maggiori dettagli sulle incongruenze del pensiero politico lapiriano è possibile vedere qui:

http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.11%20-%20Giorgio%20La%20Pira%20-%20Una%20riflessione%20critica.pdf

e per la corretta alternativa, secondo Dottrina sociale, al pensiero del già Sindaco di Firenze, ora ben più compiutamente anche qui:

http://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/?p=26847

in un testo magistrale di Zampetti medesimo, dal titolo “La società partecipativa”, recentemente caricato online dal Centro di documentazione cattolica di Marina di Pisa. Cliccate sulla copertina e si apre il PDF.

A scanso di equivoci, per non esser preso come un fautore delle “destre”, è bene che io precisi qui che, d’altronde, nemmeno il liberalismo è la soluzione del problema sociale, che pure  marcatamente sussisteva, allora come oggi, e che don Milani pensava di risolvere con la lotta di classe. Anzi, viste le comuni origini razional-materialiste di stampo illuminista che il liberalismo condivide col socialismo,  anch’esso è parte integrante di quel problema. Il Beato Giuseppe Toniolo, nella “Lettera aperta a mons. Bigliani in risposta ad insinuazioni di connivenza con il cattolicesimo democratico” (1894), che leggete più ampiamente qui, sul meritorio sito web http://www.totustuus.it/, afferma:

(…) Quanto poi al contenuto filosofico, è ormai assodato che il socialismo è un sistema dottrinale, attraverso gli anelli di una lunga catena, figliato dal liberalismo. Come si potrebbe lasciar credere che giovi avvicinarsi a quello per meglio atterrar questo?

il Beato Giuseppe Toniolo

il Beato Giuseppe Toniolo

(…) Così p. e. il regime liberale nella sua espressione propria significherebbe un sistema di rapporti sociali-politici incardinati sul rispetto della libertà. Ma storicamente esso venne ad esprimere un sistema di rapporti sociali emancipati da ogni legge etica, e specialmente dal sovrannaturale cristiano. È per questo che i cattolici, seguendo tale giusto criterio scientifico, sono amanti di libertà, ma rifiutano il liberalismo. E del pari il socialismo potrebbe accennare ad un insieme di rapporti in cui l’individualità nella sua esplicazione si coordina alla socialità, cioè agli interessi generali; ma chi non si fermi a fantasticare su ciò che esprima etimologicamente, su ciò che potrebbe e dovrebbe essere il socialismo, ma lo assuma per ciò che è attualmente nell’accezione storica della parola e per quello che tende ad essere per intrinseca necessità, deve intendere per esso: un sistema sociale sostanzialmente e definitivamente anticristiano, non meno del liberalismo.

Al tema dell’inconciliabilità tra cattolicesimo e liberalismo è comunque dedicata questa pagina de “la filosofia della TAV”. Ove invece, abbiamo detto che la soluzione del grave problema sociale e politico, che effettivamente sussiste, risiede nella Dottrina sociale cattolica. La quale può ben concretamente esplicarsi nell’intuizione della “Società partecipativa”, ad opera del grande quanto purtroppo misconosciuto intellettuale lombardo del ‘900, Pier Luigi Zampetti. Ne potete leggere più approfonditamente, lo ricordo ancora una volta, in questa pagina del blog: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/.

Ma torniamo, dopo questo inciso, al priore di Barbiana.

Vi erano profonde contraddizioni insite nel pensiero di don Milani. Oltre alla lotta di classe,  egli predicava l’egualitarismo indifferenziato, il “non bocciare!”ispirato non al principio di inclusione, ma piuttosto a quelli del livellamento verso in basso della qualità educativa, e alla mancata verifica pubblica della stessa. Princìpi poi pienamente assunti dal ’68, e in buona sostanza vigenti ancora oggi nella scuola di Stato. Si tratta di linee pedagogiche in profondo contrasto con la visione antropologica della Chiesa cattolica. È vero che poi in vita sua don Milani è stato anche critico verso il comunismo “ugualitario”. Questa è una posizione che i suoi estimatori non amano ricordare. In ogni caso sta di fatto che la scelta classista di don Lorenzo ha fatto storicamente di lui una bandiera storica della sinistra.

Date queste premesse è più che logico che la Chiesa, in primis a livello di diocesi fiorentina, abbia cercato a suo tempo di contenere in qualche modo l’azione ideologicamente eversiva di don Milani, confinandolo a Barbiana. Evidentemente la carica di aggressività dirompente che egli portava nel suo animo era però talmente forte che nessuno, all’epoca, è riuscito a fargli capire dove sbagliava. E nemmeno a fermarlo. Anzi. Don Lorenzo ha avuto, anche in ambito ecclesiale, dei sostenitori, come il suo mentore don Raffaele Bensi, che in pratica ha addirittura svolto il ruolo di fiancheggiatore della sua azione inarrestabile di deviazione delle coscienze, come vedremo più avanti. Anche se la “scuola” di don Milani è cessata con lui, a differenza di altre esperienze ecclesiali che si sono accresciute e sviluppate dopo la scomparsa dei loro fondatori, il portato negativo del pensiero del priore di Barbiana è perdurato nel tempo a livello sociale. Amplificato strumentalmente a dismisura dalla sinistra, sia pur nella sola parte che le faceva comodo.

Dopo quarant’anni il bilancio del pensiero milaniano sembra dunque pesantemente in rosso. Come ho cercato di sintetizzare, le parole stesse del protagonista più che sulla dimensione democratica tendono a fondare quella esperienza nel totalitarismo. Dove la cultura viene sostituita dall’ideologia, e in luogo del preteso pacifismo e della nonviolenza si mostrano, palesemente esibite, la violenza rivoluzionaria di stampo giacobino, la lotta di classe e finanche la lotta armata nei tempi moderni.

Se il riconoscimento del merito dello studente e l’importanza dei contenuti dell’insegnamento hanno da essere considerati dei valori, essi sono stati spazzati via dall’eguaglianza sociale dell’istruzione e dal livellamento in basso del non bocciare. Se l’obbedienza non è più una virtù, il suo posto viene preso dall’anarchia, passando, come ha osservato acutamente Armando Ermini, attraverso la demolizione della figura del pater familias fin nel profondo dei suoi simboli.

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In merito poi alla pubblicazione di “Esperienze pastorali”, testo sul quale verteva la richiesta di riabilitazione indirizzata da Michele Gesualdi a papa Francesco, raccomando anche un interessante e-book,  scaricabile gratuitamente, previa iscrizione, dall’ottimo sito web http://www.totustuus.it/index.phpIl titolo del libro è “Incontri e scontri con don Milani“, l’autore il padre Tito Centi, O.P.

il Padre Tito Centi, O.P.

Padre Tito Centi, O.P.

E’ illuminante la testimonianza dell’incontro diretto che il religioso domenicano ebbe col Priore di Barbiana. E’ chiaro e univoco il suo giudizio sul pensiero milaniano. Ed è prezioso anche il resoconto storico – che riserva passaggi chiarificatori, alcuni dei quali rattristano non poco – circa il temperamento e il modus agendi del priore. Vedere specialmente, per quanto attiene a “Esperienze pastorali”, il capitolo 4. Da quale cito, a pag. 32:

(…) La mia, purtroppo, doveva risolversi in una impressione tutt’altro che soggettiva. Il libro di don Milani si rivelò deleterio per molti cristiani e per non pochi sacerdoti, giovani e non più giovani. Fu il primo focolaio di un pericoloso contagio che, dal classismo, li avrebbe portati addirittura al marxismo. Non per nulla i marxisti furono pressoché unanimi nell’esaltare le idee del Priore di Barbiana. Si potrà, forse, denunziare l’appropriazione indebita, perché contraria alla volontà del legittimo proprietario; ma, in casi del genere, le intenzioni non contano. Idee e fatti hanno la loro logica inesorabile. (…)

Volendo scendere ancora in maggior dettaglio, cito, dal medesimo testo, la “correzione” alla recensione del libro di don Milani,  apparsa a suo tempo a firma del p. Centi sulla Settimana del Clero, rivista che a quell’epoca, scrive il domenicano, “seguiva ancora scrupolosamente la tradizione cattolica e alla quale collaboravo con una certa frequenza”.
La pur amichevole correzione è firmata dal direttore della rivista, Mons. Fausto Vallainc, all’epoca Vescovo di Alba (Cuneo):

«Caro Padre Centi,

ho creduto opportuno pubblicare integralmente la Sua recensione, benché non sia totalmente d’accordo con Lei nelle premesse. Il Suo nome ben noto, la Sua esperienza dei problemi religiosi in Toscana, la serenità del Suo giudizio nel condannare alcuni punti e motivi insistenti del libro di don Milani, sono tutte ragioni più che sufficienti per presentare col dovuto rilievo su “Settimana del Clero” il Suo articolo di critica meditata. Spero che, a sua volta, vorrà consentirmi alcune osservazioni dettate unicamente dalla mia coscienza di sacerdote, poiché so di avere non poche responsabilità nei confronti dei lettori miei Confratelli.

«Ho accuratamente evitato di essere “un critico sbrigativo”, come dice Lei: perciò, con profonda convinzione – dopo aver attentamente letto il libro e confortato dalla mia modesta esperienza del mondo ecclesiastico – affermo che il libro di don Milani non solo “non è un libro di edificazione” ma è un libro che può fare molto più male che bene. Soprattutto ai sacerdoti giovani che sono, per natura, facilmente indotti da episodi marginali alla critica demolitrice e sono spesso sprovvisti di quelle informazioni esatte che assicurano una visione ampia e totale dei problemi.

«A questo punto, so benissimo di essere ormai catalogabile senza appello tra i “conservatori” e i “retrogradi”, non da Lei che è persona aperta e comprensiva, ma da quei critici veramente “sbrigativi” che hanno elogiato le Esperienze Pastorali su La Stampa di Torino, Il Popolo di Roma, Adesso di Milano, Coscienza di Roma, Il Nostro Tempo di Torino, ed hanno lanciato accuse in anticipo a quanti non sarebbero stati del loro parere. Citerò, dunque, anch’io il mio bravo testo latino e dirò: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”! Ma veniamo al sodo.

«Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che vi siano, nel libro di don Milani, molte e belle e grandi verità degne di meditazione. Ma, purtroppo, anche le verità sono presentate in una forma paradossale e a volte caricaturale, che le diminuisce e le ridicolizza. In ogni cosa umana, anche in quelle che hanno attinenze con la religione ed il culto, vi possono essere degli errori e dei difetti. È certo che molti aspetti della vita delle nostre parrocchie devono essere riveduti e riformati; ma, da questa ovvia constatazione, all’“iconoclastismo” totale di don Milani, parecchio ci corre! Che cosa resiste, infatti, al ciclone che egli vorrebbe far irrompere sulle parrocchie? Nulla! «Ecco, a scanso di equivoci, le sue idee: le feste, le processioni, le quarantore et similia devono essere abolite, perché inutili e perché permeate di superstizione e di profano. L’Azione Cattolica è la prima a dover essere soppressa, perché causa di divisioni. Gli oratori, i campi sportivi, i cinema parrocchiali, ecc., sono da considerarsi strumenti di satana. I giornali cattolici fanno il paio con quelli comunisti per le bugie di cui sono saturi. Tutti i parroci suoi vicini sono dei poveri uomini che pestano l’acqua nel mortaio, quando non cooperano alla rovina della Chiesa; la Democrazia Cristiana e il Governo sono le bestie nere contro cui ogni parroco deve lanciare anatemi. Tutti i poveri sono buoni o almeno giustificabili anche nei loro difetti, mentre tutti i ricchi sono usurai, sfruttatori, pezzi da galera. Un giovane, solo perché studente, appartiene già alla categoria dei ricchi e, quindi, il parroco può benissimo lasciarlo perdere.

«Le sembra poco tutto questo, caro Padre? Crede che possa fare del bene in un momento in cui molti valori sono messi in discussione anche in casa nostra, un libro che demolisce tutto, che critica tutti, che riconosce una sola autorità, quella di don Milani, e che esalta le capacità intellettive ed organizzative di un solo uomo, che è ancora don Milani?

«Perché, penso, che abbia riportato anche Lei, dalla Sua attenta lettura di Esperienze Pastorali, l’impressione che, dall’età apostolica ai nostri giorni, non vi sia mai stato alcuno che abbia fatto qualche po’ di bene nella Chiesa; né che il Papa, i Vescovi, il Clero e il Laicato cattolico abbiano, oggi, un minimo di sensibilità circa i mali che angustiano il nostro tempo e tanto meno abbiano il desiderio di porvi rimedio.

«C’è, per don Milani, un solo porto di salvezza per ripararci dall’uragano che farà presto dell’Italia un paese di missione, ed è, naturalmente, uno porto scoperto e attrezzato da lui: la scuola popolare. È questo il toccasana di ogni male, a cui finora le Gerarchie ecclesiastiche non avevano pensato; ma le vie di Dio non sono impreviste e misteriose? Lungi da me il voler negare l’utilità grandissima di un tale mezzo per l’approccio dei giovani, per suscitare la loro confidenza, per penetrare nella loro anima e nel loro mondo. Ma, e gli adulti? e il settore femminile? e gli studenti? Sono domande che, nel libro, non hanno risposta. E gli operai stessi che non frequentano la scuola popolare? «Don Milani li “infama” e li “fa verdi” alla prima occasione… Né si dimentichi che, per fare una scuola popolare efficiente, ci vogliono doti non comuni e personalissime.

«La parte migliore del libro è quella che riguarda la sociologia religiosa della parrocchia di S. Donato, nella quale l’Autore ha fatto le sue brevi esperienze pastorali.

Lo studio dell’ambiente rurale è buono, come è pure la descrizione della mentalità degli operai; sono pure da approvarsi le critiche a metodi e sistemi padronali e le reazioni nei confronti di una vita abbrutita, condotta ancora oggi da troppi contadini.

«E finisco: le Esperienze Pastorali sanno di troppa foga e di troppa “inesperienza” giovanile per poter portare un positivo contributo alla soluzione della crisi della parrocchia. Il libro ha il merito di aver toccato alcuni problemi e di aver buttato all’aria alcuni cenci; ma è inquinato di troppa superbia ed è viziato di troppa sicurezza di sé e disprezzo degli altri per poter recare un messaggio validamente costruttivo ai sacerdoti che, con uguale generosità, anche se con maggiore silenzio e modestia, lavorano nelle ventiquattro mila parrocchie d’Italia.

«E non mi richiami, caro Padre, ai doveri della carità cristiana, perché è proprio pensando ad essa, ma in forma universale, verso tutti i Confratelli nel Sacerdozio, che ho scritto queste righe, non già in polemica con Lei, ma a complemento – se permette – di quanto Lei ha così bene scritto nei quattro punti sottolineati.

«Mi perdoni la franchezza che non ho mai sentito, come in questo caso, così doverosa e nello stesso tempo così ingrata per me; e mi creda Suo devotissimo

don FAUSTO VALLAINC»

Ancora. E’ cosa poco nota che vi siano stati passaggi non limpidi nel’iter di autorizzazione alla pubblicazione di “Esperienze pastorali”,  l’Imprimatur, normale prassi alla quale il Priore di Barbiana era tenuto a sottoporsi, nei confronti del suo Vescovo, il Card. Elia Dalla Costa. Così ne riferisce il Padre Centi, da pag. 36 del suo libro:

il Card. Elia Dalla Costa

il Card. Elia Dalla Costa

(…) La linea difensiva, scelta da don Milani, era di una logica e di una ortodossia esemplari; ma era ben lungi dal possedere un minimo di consistenza, come lui sapeva meglio di ogni altro. In sostanza, egli si faceva forte della licenza che l’autorità legittima aveva accordato alla stampa del suo libro. Alle pregiudiziali di Mons. Vallainc contrapponeva le sue. Sarebbe stato per noi troppo facile ribattere, elencando una caterva di libri, i quali erano stati condannati come eretici dopo essere stati regolarmente muniti dell’Imprimatur da parte dei rispettivi Vescovi. Ma, nel caso specifico, c’era di peggio: l’Imprimatur della Curia fiorentina era stato ottenuto mediante veri sotterfugi. Dal P. Santilli era stato ottenuto un giudizio personale, sostanzialmente favorevole, ma non un «Nulla Osta» regolamentare. Mons. Bensi aveva approfittato delle vacanze del Cancelliere, cioè di Mons. Bartalesi, per sorprendere la buona fede del vecchio Cardinale Dalla Costa (83 anni), presentandogli il manoscritto anonimo, o truccato con uno pseudonimo e, per di più, con un titolo strano, in cui era ben difficile ravvisare a colpo il suo reale contenuto. Il Cardinale aveva apposto la firma senza esitare, appena i richiedenti gli ebbero assicurato il bene stare del P. Santilli. Mai più egli pensava di firmare l’imprimatur per un libro di don Milani.

Il P. Reginaldo Santilli, anche lui domenicano nonché mio concittadino, ha chiarito definitivamente la sua posizione, ossia la parte che egli ebbe nella presunta concessione dell’imprimatur. Egli afferma di aver ricevuto il manoscritto da Don Lorenzo in persona, e non dalla Curia Arcivescovile di Firenze, impegnandosi per una revisione soltanto amichevole e non ufficiale dell’opera, che allora portava il semplice titolo «San Donato» (vedi: SANTILLI R., O.P., «La vicenda di “Esperienze Pastorali” di Don Lorenzo Milani. Memoria», in «Vita Sociale», pp. 245-264 ). Verso la fine di quel mese di ottobre, le voci relative a codesto imbroglio cominciavano a circolare a Firenze. Stando così le cose, non avrei potuto certo impostare una discussione sui contenuti del libro, accettando per buone le pregiudiziali del Priore di Barbiana. Perciò, gli scrissi con tutta franchezza, esortandolo a smentire quelle voci, se era in condizioni di farlo. La risposta non si fece attendere.

Barbiana, 3 novembre 1958

«Caro Padre, le rispondo senza entrare nel merito del suo 99 % di preti urtati dal mio libro. A me risulta esattamente il contrario. Perché di urtati ne ho trovati tre soli (Centi, Perego, Vallainc) mentre di commossi e grati ricevo ogni giorni visite e innumerevoli lettere. Ma può darsi che quelli urtati, che ha visto lei, esistano davvero e si siano solo dimenticati del loro dovere di correggermi fraternamente. Non le faccio elenchi di preti commossi perché la sua lettera era troppo cattiva e non si merita questa risposta. «Se le scrivo, è solo perché lei mi ha invitato a smentire le brutte calunnie che ella ha riportato nella sua lettera. «Certo che il Cardinale ha letto il mio libro! Non solo, ma ha colto ogni occasione per dire ai preti che egli non ci vede nulla di male. Mons. D’Avack non ha scritto la prefazione per aver visto l’imprimatur, perché è anzi lui che, per primo, ha letto il libro (gliel’ho mandato nel 1956) ed è lui che, con una commovente lettera, ha chiesto al Cardinale che lo approvasse. E neanche conosceva il nulla osta del P. Santilli. Perché il P. Santilli stava leggendolo (in altra copia) contemporaneamente a lui. E neanche è vero che il P. Santilli abbia dato il nulla osta in forma amichevole e privata, perché la sua lettera è qui in mia mano ed è un nulla osta dato come nulla osta, cioè precisamente per l’imprimatur. E neanche è vera l’altra volgarità che ella ha aggiunto per coronare la serie e cioè che io non abbia fatto le correzioni suggerite da P. Santilli. Le ho fatte tutte scrupolosamente ed erano del resto inezie, cioè una decina di espressioni di cui consiglia l’addolcimento. E neppure posso credere che circolino, con insistenza, voci del genere, perché se fosse vero, bisognerebbe dire che nel clero c’è della gran disonestà. Possibile che nessuno di questi calunniatori si sia degnato di venire dai principali interessati a chiedere schiarimenti, cioè da me o da don Bensi? «Nessuno è venuto. Nessuno ha scritto. A chi, dunque, dovrei smentire? Ho smentito a lei, ora, perché lei è il primo che mi abbia raccolto e inviato questa fondata di fogna per buttarmela in faccia. «L’altra volta, le scrissi per dirle che non è con tono di superiorità che si iniziano le discussioni. Ora, le dico che le discussioni non vanno iniziate nemmeno con insinuazioni volgari e infondate come le sue e assolutamente indegne d’un sacerdote a un sacerdote. «Cordiali saluti suo LORENZO MILANI»

***

Questa faccenda dell’Imprimatur merita di essere chiarita definitivamente, tanto più che i documenti già stampati offrono i dati essenziali per farlo. Principale documento rimane, per ora, l’articolo già citato del P. Reginaldo Santilli. Confrontando la data delle lettere autografe di Don Milani a detto Padre (10 e 14 ottobre 1958), con la lettera d’indignazione a me diretta (3 novembre 1958), ho avuto la riprova che il povero don Lorenzo, con quello scritto, aveva tentato di spaventarmi, accusandomi di falsità e di calunnia, pur avendo già saputo da altri quali voci corressero a proposito dell’approvazione ecclesiastica, ottenuta in modo surrettizio, per la pubblicazione del suo libro (Cfr. Art. cit., pp. 262, 264.). Il P. Santilli esclude formalmente di aver mai scritto la lettera che don Lorenzo allora mi sbandierava come un nulla osta regolare. E attribuisce quell’uscita a una semplice escandescenza polemica (Ibid., p. 261). Lo penso anch’io; però, il fatto di ricorrere a espedienti del genere, nel corso di una corrispondenza privata, dà la misura dell’uomo. Purtroppo, questi aveva già travalicato anche codesta misura, come avremo subito modo di constatare: forse perché mal consigliato; egli aveva persino superato se stesso! Pochi giorni dopo la lettera autografa, che abbiamo riferito sopra, don Lorenzo così scrive alla mamma:

«…Sabato sera è arrivato un prete veneto che fa da segretario al Cardinale. Io non lo conoscevo. Dice che il Cardinale, prima del Conclave, era tranquillissimo, ma che, tornato da Roma, è tutto agitato e riceve anche lettere anonime e non anonime che lo coprono d’insulti per avermi dato l’imprimatur. Ora lui si intesta a dire che lui l’imprimatur non l’ha dato. E allora questo don Alba è venuto per sapere come si sono svolte le cose e anche per impedire al Cardinale di rispondere in questo senso alle lettere e obiezioni che riceve. Gli ho fatto vedere i miei documenti; gli ho dato una breve cronistoria, firmata, di come si sono succeduti i fatti; gli ho copiato a macchina i documenti che non gli ho voluto dare e poi gli ho consegnato la famosa lettera di D’Avack, che non avevo mai consegnata perché mi arrivò quando l’imprimatur era ottenuto. Quest’ultima gli ha fatto molto piacere. Credo che giudicasse che avrebbe tranquillizzato il Cardinale. È stato gentilissimo, rispettosissimo; ha ripetuto più volte che, in Curia, si sa che io sono completamente estraneo alla vicenda dell’imprimatur e perfettamente in regola personalmente» (Lettere alla mamma, cit., p. 152).

***

Secondo l’interessato, don Alba si sarebbe persuaso che, personalmente, don Milani non era responsabile dell’agguato teso al vecchio cardinale arcivescovo. Per risolvere codesto dubbio, bisognerebbe interpellare il suddetto prete veneto, segretario del cardinale. Ma per noi è più importante a sapersi se, di fatto, don Milani era rimasto estraneo a quella manovra. Mi pare impossibile che non ne sia venuto a conoscenza, data la sua intimità con i diretti responsabili. Comunque, sta il fatto che egli si guardò bene dall’inoltrare, in tempo utile, la lettera di Mons. D’Avack, cui si accenna. Eccone il testo:

Camerino, 21 agosto 1951

«Eminenza Reverendissima, per interessamento di un amico, ho letto il lavoro di un buon sacerdote di codesta Ven.le Arcidiocesi, don Lorenzo Milani. «Tale lavoro mi ha interessato profondamente (e quasi quasi ho invidiato a V. E. rev.ma quel buon sacerdote…!) e ne ho scritto allo stesso don Milani le mie impressioni, affinché egli sottoponesse anche queste, insieme col suo scritto, all’esame e alla decisione di V. E. per una eventuale pubblicazione.  «Certo i problemi che don Milani tocca e quello che egli segnala in proposito, mi sembrano cose estremamente importanti e urgenti. E io sarei assai contento se così potessi metter fuori qualche cosa delle preoccupazioni che sempre più mi tormentano. «Anch’io, con soggezione filiale, sottopongo il mio povero scritto all’esame, alle correzioni, e… se occorresse anche alla soppressione da parte di V. E. «Mi perdoni, intanto, se così Le porto anch’io lavoro e preoccupazioni: e, piuttosto, veda anche in questo, un segno della mia profonda filiale devozione. «Con animo assai grato, bacio con devota venerazione la Sacra Porpora e imploro una speciale benedizione anche per la Diocesi, mentre mi onoro ripetermi dell’Eminenza Vostra Rev.ma, divotissimo servo in Cristo. GIUSEPPE D’AVACK Arcivescovo di Camerino» (Ibid., p. 143, nota 2)

***

Lo scopo dell’epistola era evidente: chiedeva una attenta revisione ecclesiastica in materia particolarmente delicata. Elogiando senza riserve l’Autore, l’Arcivescovo di Camerino intendeva anche saggiare con garbo gli umori della Curia Fiorentina verso di lui. Ebbene, per più di un anno, don Milani ha trattenuto presso di sé quella missiva, che aveva per destinatario il proprio Arcivescovo. Penso che nessuno possa riconoscergli il diritto di farlo. Che cosa, dunque, lo ha spinto a trattenere quel documento? È lecito supporre un motivo di profonda umiltà, dal momento che codesto scritto era un inno di lode in suo onore? Noi non siamo tanto ingenui dal crederlo. È, invece, troppo più logico pensare che egli ha inteso impedire così quella revisione ecclesiastica seria e responsabile che appunto quella lettera sollecitava. Don Milani dice di non averla consegnata prima, «perché gli arrivò quando ormai l’imprimatur era ottenuto». Ma egli ben sapeva che quella richiesta formale di un Vescovo a un altro Vescovo avrebbe messo in allarme la Curia Arcivescovile di Firenze, prima che fosse troppo tardi, cioè prima della pubblicazione dell’opera. Il lettore vorrà comprendermi e compatirmi se, qui, sono costretto a confessare che la somma degli elogi tributati al Priore di Barbiana non è riuscita ancora a cancellare la dolorosa impressione, provocata in me dal cumulo di scorrettezze da lui collezionate in questa vicenda.  

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Peraltro, la richiesta di riabilitazione di “Esperienze Pastorali”, prima dell’appello di Michele Gesualdi a Papa Francesco, al quale mi riferivo in apertura, era stata in precedenza rifiutata da ben tre suoi predecessori sul Soglio di Pietro: Giovanni XXIII, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dai media si evince pure che fu di segno negativo anche la valutazione del pensiero milaniano, da parte di Pio XII. In questa pagina internet http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2007/10/10/gli-omissis-del-professor-melloni-sul-don-milani-di-papa-giovanni/ il vaticanista Sandro Magister riferiva che

Il libro che procura guai a don Milani, “Esperienze pastorali”, esce nell’aprile del 1958. Ha l’imprimatur del cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, e la prefazione del vescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack. Le prime recensioni sono favorevoli. Ma poi arriva la stroncatura della “Civiltà Cattolica”, stampata con l’assenso del papa che a quella data è Pio XII.
Angelo Giuseppe Roncalli, all’epoca, è patriarca di Venezia. Ed ecco che cosa scrive in una lettera del 1 ottobre al vescovo della sua Bergamo, Giuseppe Piazzi:
“Ha letto, eccellenza, La Civiltà Cattolica del 20 settembre circa il volume Esperienze pastorali? L’autore del libro deve essere un pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con un confratello della sua specie! Ho veduto anche il libro. Cose incredibili!”.
Il 9 ottobre Pio XII muore. Il 28 gli succede Roncalli col nome di Giovanni XXIII. E il 18 dicembre, sotto il regno del “papa buono”, il Sant’Offizio ordina il ritiro dal commercio di “Esperienze pastorali”.

Ebbene, mi pare dunque che, dopo attento esame, la risposta alla domanda iniziale, circa la raccomandabilità del messaggio milaniano, sia stata infine data. Certo, dopo le pesanti evidenze di cui sopra, preoccupa vedere, sul “quotidiano di ispirazione cattolica” Avvenire, il suo direttore Marco Tarquinio affermare che

Oggi, dopo una provvidenziale iniziativa presso Papa Francesco dell’attuale arcivescovo, cardinal Betori, la Congregazione per la dottrina della fede, investita della questione, ha usato nuove «parole» indirizzate anche stavolta al pastore della diocesi fiorentina per comunicare che quella misura prudenziale per quanto riguarda la Chiesa «non ha più ragione di sussistere». La Congregazione ha anche sottolineato un particolare tutt’altro che irrilevante e cioè «che non c’è mai stato alcun decreto di condanna dell’opera e dell’autore». Il cardinal Betori ha dichiarato a sua volta – Andrea Fagioli ne ha scritto proprio ieri sulle nostre pagine, citando la sua intervista a “Toscana Oggi” – che, dunque, “Esperienze pastorali” «non ha nessuna proibizione da parte della Chiesa» e che torna a pieno titolo «un patrimonio del cattolicesimo italiano e, in particolare, della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi». C’è da esserne lieti, serenamente lieti. Personalmente lo sono davvero molto. Ma persino di più, se possibile, lo sono da direttore di un giornale che già trentasette anni fa, nel 1977, sotto la guida del grande Angelo Narducci, dedicò paginate e titoli di rilievo al priore di Barbiana, al suo «messaggio da riscoprire» e alla sua «passione per una Chiesa presente tra gli uomini».

“Provvidenziale iniziativa”? In effetti, la Provvidenza opera per vie misteriose, talvolta apparentemente indecifrabili. Ci sta che, una volta mosse le acque, prima o poi la realtà dei fatti venga inopinatamente a galla. Intanto, mi duole dire che quelle che ho narrato non mi sono sembrate prove esemplari di assunzione di responsabilità, da parte dei vertici della diocesi di Firenze. In diocesi, nel corso degli ultimi tre mandati vescovili – incluso quello corrente – non solo non si son voluti considerare attentamente i pericolosi contenuti del pensiero ideologico milaniano, e men che meno smantellarli. Ma si è voluta addirittura promuovere convintamente la lezione del priore di Barbiana. E’ perciò logico che poi tali contenuti abbiano dato il loro significativo contributo alla confusione delle menti e delle anime del popolo, ed infine abbiano avuto l’esito di causare la prevalenza politica di forze anticattoliche, e perciò stesso antipopolari. Nello specifico, più o meno direttamente, abbiano anche avuto l’effetto di dare luogo ad eventi come il “caso don Santoro” e quello del Forteto. Su quest’ultimo tema, per sgombrare il campo dagli equivoci, si è già detto che nessun addebito diretto ha da esser fatto nei confronti di don Milani, anche minimamente, su questioni di pedofilia. Il punto è un altro. E cioè che, come giustamente osserva il padre Centi, l’infausto approccio pastorale e politico adottato dal priore di Barbiana ha lasciato larghi spazi a chi di lui si è voluto fare strumento per crearsi un alibi “cattolico” per disegni di stampo radicale, fino a giungere alla perversione sessuale rivendicata nei termini di una legittima conquista politica di libertà.

Tali passaggi a mio parere si inscrivono, oltre che in una tendenza ad una deviazione ideologica, anche a quella al rifugio nello spiritualismo, in atto già da tempo. Io ho più di sessant’anni, e praticamente ho sempre vissuto a Firenze. Non ho francamente ricordanza, da lunga pezza, di una presenza di qualche rilievo e incisività della comunità cristiana fiorentina, nella vita della polis.

C’è stata, in tempi abbastanza recenti, l’energica giustissima presa di posizione critica dell’arcivescovo Betori avverso l’amministrazione comunale, quando questa ha voluto concedere la cittadinanza onoraria a Giuseppe Englaro, il padre di Eluana, protagonista del noto caso di eutanasia. Temo però che la pur tempestiva censura espressa dal vescovo sia rimasta un fatto isolato. Assai lodevole ma almeno apparentemente non influente sulla politica radicale anti-vita e anti-famiglia, materialista e severamente avversa alla vera libertà e alla sussidiarietà, praticata con una determinazione abilmente mascherata da proclami democratici di stampo progressista, sia dal Comune di Firenze che dalla Regione Toscana.

D’altronde, quello che è mancato alla Firenze cattolica (non solo ad essa, certo!…) è stato un progetto culturale attendibile e, per quanto riguarda i laici, un progetto politico complessivo, organico,  improntato alla sussidiarietà. Visti i limiti concettuali e progettuali della comunità cristiana fiorentina, come li ho esposti innanzi, considerata la mancanza di una puntuale proposta partecipativa improntata al principio di sussidiarietà, al di là di davvero numerose ma sempre generiche e quindi inefficaci dichiarazioni di intenti e affermazioni di principio, era logico che gli eventi prendessero la piega descritta. Dal punto di vista politico, a mio parere la comunità cristiana fiorentina ha scelto di restare in posizione passiva rispetto alla Storia. Ha scelto di mettersi nelle mani dei poteri forti e  di restarci.

Sul priore di Barbiana, d’altronde, i giudizi positivi sono largamente estesi, nella Chiesa italiana, fino ad alti livelli. Porto una pur ristretta e datata casistica, raccolta a suo tempo. Di don Milani parla bene il quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, in data 13 aprile 2011, unendo con l’occasione al mito milaniano anche il “mito costituzionale” della Repubblica italiana. E ciò anche nel relativo inserto settimanale per i fanciulli, “Popotus”, nel quale si ricorda con ammirazione che don Milani  “faceva lezione 365 giorni l’anno, dieci ore al giorno: eppure nessuno degli alunni si lamentava!…”  Poi ancora in data 25 giugno 2011. Ho riscontrato con stupore convinti apprezzamenti positivi, su don Milani educatore, perfino da parte di S.E. il card. Francesco Ravasi nella sua rubrica “Mattutino”, ancora su Avvenire del 13 maggio e  del 23 giugno 2011.

Ho riscontrato un analogo accenno positivo anche sull’Osservatore Romano.  L’Osservatore cita appunto Roberto Beretta che su Avvenire del 13 aprile illustrava  l’iniziativa del Sentiero della Costituzione che si inaugurava il successivo sabato 16 a Barbiana, alla presenza del Presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo. Beretta scrive che

 …mentre si invoca da più parti una revisione della Costituzione sarebbe utile rammentare come per don Milani «…le leggi degli uomini sono giuste quando sono la forza del debole (…) e non sono giuste quando non sanzionano il sopruso del forte»”.

Abbiamo già ampiamente visto con quali spicci metodi, anche extra-legislativi, il priore di Barbiana intendesse risolvere i problemi sociali.

Concludo. Molto bene che la vicenda del pensiero milaniano sia tornata alla ribalta, e che se ne parli. A mio parere, essa è ancora lontana dell’esser chiusa. D’altronde, questa sembra essere anche l’opinione del card. Betori. Mi auguro infatti che la relativa riflessione ecclesiale, da lui auspicata e sulla quale egli ha affermato sarebbe cosa buona ci fosse un confronto, non resti lettera morta, e che non ci spaventino i “lati oscuri” del pensiero milaniano che ho segnalato in questo post. 

Speriamo dunque che la riflessione ecclesiale sia feconda, e più che a “riabilitare” incondizionatamente don Milani, possa dare un contributo a chiarire prima possibile – beninteso sempre con la massima carità! – il senso di quelle che la consistenza delle parole e dei fatti pare, nonostante tutto, ineluttabilmente indicare come sensibili criticità del suo pensiero. Il tutto, all’evidente scopo di far sì che il popolo cristiano possa guardare con sicurezza e fiducia all’insegnamento delle sue guide, e che – comunque! – anche i non credenti non abbiano a essere indebitamente trascinati nell’errore, per colpa nostra.

Mi auguro caldamente, per il bene del popolo, che non sia troppo tardi affinché papa Francesco – che l’anno prossimo sarà a Firenze! – già interpellato su questa rilevante materia, sulla quale mi chiedo quanto sia stato fino ad ora adeguatamente informato, vi possa fare pienamente luce.


aggiornamenti, l’ultimo al 22 novembre 2015

1. Agosto 2014 – Ho avuto modo di constatare che anche S.E. il card. Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia, si è espresso positivamente su don Milani, vedi qui http://diocesi.perugia.it/isola-del-libro-trasimeno-bassetti-ha-ricordato-don-lorenzo-milani/. Come pure, al recente Meeting di Rimini – agosto 2014 – mons. Bassetti ha citato positivamente Giorgio La Pira.

Evidentemente, nemmeno lui è a conoscenza delle severe controindicazioni del pensiero milaniano, come di quello lapiriano. Per maggiori dettagli sulle incongruenze del pensiero politico lapiriano, ricordo nuovamente che è possibile far riferimento al seguente link:

http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.11%20-%20Giorgio%20La%20Pira%20-%20Una%20riflessione%20critica.pdf

e per la corretta alternativa, secondo Dottrina sociale, al pensiero del già Sindaco di Firenze, ora ben più compiutamente anche qui:

http://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/?p=26847

in un testo magistrale di Zampetti medesimo, dal titolo “La società partecipativa”, recentemente caricato online dal Centro di documentazione cattolica di Marina di Pisa. Cliccate sulla copertina e si apre il PDF.

Non vi è dunque nessuno, nessuno che abbia voce in capitolo, che esprima una seppur minima perplessità sull’operato delle due figure. E’ un incubo. Ma, niente paura, non praevalebunt. Un giorno, questa micidiale costruzione catto-ideologica, che ora appare blindata e inscalfibile, cadrà come un castello di carte. Collasserà dal di dentro, come accadde inopinatamente col comunismo, nel 1989. Ovviamente, non ci è dato sapere quando il tempo sarà maturo. Accadrà né un minuto prima, né un minuto dopo. Certo, nel frattempo, il pensiero milaniano e quello lapiriano seguiteranno a produrre danni severissimi alla nostra gente. Non possiamo farci nulla. Da parte mia, credo che un tassello decisivo potrà venire dall’esito  –  a questo punto facilmente pronosticabile come negativo – della Causa di beatificazione di Giorgio La Pira. Ma, anche per tale scadenza, è altrettanto facilmente prevedibile che i tempi saranno lunghi, molto lunghi. Nessuno ha il coraggio o la volontà, ancora oggi, di dire le cose come stanno.  

2. Novembre 2015 – Sul tema dell’omosessualità pedofila, emerso nella vicenda del Forteto, fino a pochi giorni fa ritenevo che, come ho scritto, nessun addebito diretto avesse da esser mosso nei confronti di don Milani. E che il punto fosse un altro. Vale a dire, che la materia nemmeno sfiorasse personalmente il priore di Barbiana. Cioè, credevo che, semplicemente, l’infausto approccio pastorale e politico da lui adottato avesse lasciato larghi spazi a chi di lui si è voluto fare strumento per crearsi un alibi “cattolico” per disegni di stampo radicale, fino a giungere – al Forteto – alla perversione sessuale rivendicata nei termini di una legittima conquista politica di libertà. Ebbene, mi sbagliavo. Il 18 novembre 2015 è infatti uscito questo numero de Il Covile http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_878_Forteto_5_Lettera_don_Milani.pdf, che porta alla luce una lettera autografa di don Milani, nella quale egli orgogliosamente rivendica una pulsione sessuale verso i suoi “ragazzi”. La riflessione  sull’ennesimo lato oscuro – anche se, come sempre, espressamente dichiarato e leggibile! – del priore è svolta, con equilibrio e delicatezza dal già citato intellettuale fiorentino Armando Ermini. Rimando dunque, per l’approfondimento, al testo linkato, limitandomi in questa sede a citare don Milani:

Caro Giorgio… Quando si vuole bene davvero ai ragazzi, bene come gliene può volere solo la mamma che li ha fatti o il maestro che li ha partoriti alla vita dello spirito o il prete che non ha donna o figli fatti per mezzo del pipi, ma solo figli fatti per mezzo dei Sacramenti e della Parola, allora il problema della scuola confessionale o non confessionale diventa assurdo, ozioso. Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse nel portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro cosí pii e cosí puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola cosí non farà mai vera scuola e è inutile che disquisisca tra scuola confessionale e non confessionale e inutile che si preoccupi di riempire la sua scuola di immaginette sacre e di discorsi edificanti perché la gente non crede a chi non ama e è inutile che tenti di allontanare dalla scuola i professori atei.
… E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso? (Lettera di don Milani a Giorgio Pecorini, in: Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini e Castoldi 1996, pp. 386–391)     

Effettivamente, ora la questione del “Forteto”, con i suoi nessi col donmilanismo, appare più chiara.

Ebbene, è dunque questo uno dei “testimoni” del “nuovo umanesimo”cattolico fiorentino e italiano, che la Chiesa italiana ha dichiarato di voler perseguire nel Quinto Convegno Ecclesiale nazionale, tenutosi a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015,  testimone portato a esempio dall’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, nella circostanza del suo saluto a papa Francesco, al termine della celebrazione eucaristica allo stadio Franchi, martedì 10 novembre scorso. Senza che nessuno abbia avuto niente da eccepire. Ne parlavo qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2015/11/14/convegno-ecclesiale-nazionale-disinquinare-il-nuovo-umanesimo/. Ma, alla luce di quanto ho documentato in precedenza, di controindicazioni ve n’erano già in abbondanza, anche prima di quest’ultima rivelazione. La vicenda, nella sua enorme portata e con le sue evidenti implicazioni, si fa sempre più inquietante. Preghiamo lo Spirito Santo, perché illumini le menti e scaldi i cuori dei nostri Pastori. Come pure perché voglia far cadere le bende dei preconcetti più granitici, refrattari a ogni più elementare evidenza, dagli occhi di tanti laici.

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12 pensieri su “don Lorenzo Milani. Maestro buono?…

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  3. Le opinioni sono sempre legittime, su chiunque. Accostare don SAntoro – o addirittura il Forteto – al pensiero o all’opera di don Milani a me pare molto azzardato e improprio. Ma si resta sul terreno della disputa accademica. Tuttavia scrivere che Fiesoli è stato in qualche mondo membro della Fondazione don Milani (o addirittura membro del CDA!!!!) è una nota falsità e se fa abbastanza sorridere chiunque conosca davvero i rapporti tra Fiesoli e la Fondazione, tuttavia induce in errore i lettore più incauto: le riviste e i siti più noti che l’avevano accolta hanno dovuto rettificare a seguito di lettere legali della Fondazione. E ben poco giustifica la gravità della cosa l’osservare – cosa indubbiamente reale – che Rodolfo Fiesoli è stato in effetti membro della “Istituzione don Milani” – ente emanazione del Comune di Vicchio; tale istituzione, difatti, niente a a che vedere con la Fondazione don Milani e con il Presidente Michele Gesualdi. Lei certo comprenderà che essendo una falsità che mescola una persona come Fiesoli alla Fondazione don Milani la Fondazione si sente ovviamente lesa nella sua rispettabilità. Mi permetto quindi di consigliarvi di togliere qualsiasi riferimento al riguardo. Saluti,

  4. Carissimo Paolo!

    Sulla Fondazione, hai ragione. Avevo preso la notizia da qui, http://www.ilsitodifirenze.it/content/530-pedofilia-donzelli-e-nascosti-pdl-fiesoli-%C3%A8-nel-cda-dell%E2%80%99istituzione-don-milani-da-rabbr, ma in realtà avevo sbagliato io, poiché il comunicato parlava correttamente di “Istituzione”, che ho erroneamente riportato in “Fondazione”. Si tratta invece di due realtà diverse, quindi accolgo ben volentieri la tua rettifica. D’altronde, se questa è la sola eccezione che proponi a quanto ho abbondantemente scritto, la cosa mi conforta.

    Quanto all’accostamento di don Santoro e del Forteto a don Milani, non sono io ad averlo fatto, ma sono quei soggetti stessi ad aver rivendicato l’ascendenza e la paternità spirituale del priore, nel loro pensiero. Il che è il nocciolo del problema, anche per quanto riguarda la Fondazione. Poiché, in sintesi, come dicevo, non è certo questione di don Milani come persona, che individualmente compatisco. Quanto del fatto che, ancora oggi, dopo cinquant’anni, si va a porre come esempio al popolo una figura che – come in questo testo ho tenuto a documentare nelle sue stesse parole autografe – fin nelle sue lettere più note, non soltanto teorizzava la lotta di classe e preconizzava la violenza rivoluzionaria, il che evidentemente comporta l’eliminazione fisica dei proprietari e della classe intellettuale, lo spargimento del sangue e la lotta armata. Ma anche, come è emerso recentemente, qui http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_878_Forteto_5_Lettera_don_Milani.pdf, nella lettera a Giorgio Pecorini, rivendicava, legittimandola, una pulsione sessuale verso i suoi “ragazzi”. Questo è il punto.

    E’ davvero inquietante che, stanti tali premesse – per portare solo ultimo esempio cronologico – al recente Convegno Ecclesiale nazionale a Firenze, l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, nel suo saluto a papa Francesco nella circostanza della S. Messa allo stadio, abbia indicato il nome di don Milani fra quelli dei testimoni del “nuovo umanesimo cristiano”. Senza che nessuno abbia avuto alcunché da eccepire, come dicevo qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2015/11/14/convegno-ecclesiale-nazionale-disinquinare-il-nuovo-umanesimo/. In tal modo si avvelenano i pozzi, come suol dirsi. E’ una responsabilità di grande portata. D’altronde, si sa: quella che don Milani ha vissuto, e che ancora oggi noi stiamo vivendo a livello sociale/globale, è una grande tragedia borghese, che in confronto gli spettri di Ibsen impallidiscono. Questa è la Storia, di cui vedremo l’evoluzione, che si annuncia drammatica. Ma, come dicevo, niente paura: “non praevalebunt”.

    Ti abbraccio caramente, ricordando i bei tempi al CDRC, e ti faccio i miei migliori auguri per il Natale in Cristo e un fecondo 2016!…

  5. Gentile piertoussaint, la prego vivamente da togliere dalla rete notizie assolutamente false e fortemente diffamatorie relative alla Fondazione Don Lorenzo Milani, che lavora volontariamente per diffondere l’operato e il pensiero milaniano. Partendo dai suoi scritti che ad oggi continuano ad essere pilastri di pensiero contemporaneo e stimolo alla responsabilità personale e sociale. E soprattutto nei confronti di Michele Gesualdi, mio padre. Non mi dilungo qui a descrivere una vita (quella di Michele) trascorsa a difendere Barbiana e renderla fruibile a tutti coloro che hanno voglia di approfondire quell’esperienza speciale e di riscatto che fu la scuola di Barbiana. A tutti coloro che salgano su con consapevolezza lontani da speculazioni, opportunismi e falsi contenuti. E ad applicare quei valori nel lavoro di sindacalista prima e amministratore poi. Nel CdA della Fondazione DLM non c’è Fiesoli nè mai c’è stato. Si informi e si dedichi con attenzione agli argomenti trattati. Lo pretende la deontologia del suo lavoro.
    PS la foto col Milani e i bambini che ha pubblicato fa parte del lavoro di archivio e recupero e catalogazione che la Fondazione DLM ha effettuato. Tra quei bambini c’è Michele Gesualdi di cui lei, sbrodolando infamie, ha violentato in parte un’esperienza privata regalata al mondo. Cordialità.

  6. Pingback: “Amoris laetitia” e la ruvida realtà | lafilosofiadellatav

  7. Pur dissentendo circa “la lettura” che viene fatta delle lettere di Don Milani, piuttosto comune e, a mio parere, superficiale, non sarei intervenuto se non avessi visto, in coda, riportato lo stralcio della lettera di Don Lorenzo inviata a Giorgio Pecorini, utilizzato in questo modo.

    La lettera e’ presente integralmente sul testo citato, e andrebbe pubblicata per intero, in modo che si capisca chiaramente la tesi che Don Lorenzo stava argomentando.
    Invitando tutti coloro che fossero interessati a capire, e non soltanto ad avvalorare il proprio punto di vista, a leggere la lettera per intero, mi limito a sintetizzare la tesi di Don Lorenzo qui di seguito, con l’intento di rendergli giustizia, per quello che posso.

    Don Lorenzo sostiene non si puo’ fare scuola ai ragazzi in un modo che sia efficace senza credere e amare il Dio cattolico.
    Prosegue affermando che, amando i ragazzi a cui si insegna, si riceve la loro fiducia ed i valori confessionali si trasferiscono quasi per osmosi, senza doverli declamare ad ogni pie’ sospinto.
    Questa esigenza di riaffermazione continua dei valori della fede e’ tipica piuttosto, secondo Don Lorenzo, di coloro in cui la fede vacilla, e che li spinge a teorizzare, in ultima istanza, la necessità di un’educazione confessionale.
    La seconda parte della lettera e’ collegata alla prima ed e’, solo in parte, pubblicata qui sopra.
    Don Lorenzo dice che soltanto amando dell’Amore che viene dalla salda fede nel Dio cattolico, si possono amare “fino all’osso” i propri ragazzi senza correre, al tempo stesso, il rischio di “metterglielo anche in culo”.
    Don Lorenzo fa riferimento ad un colloquio avuto con “due bravi preti cremonesi” che, esempio di un certo modo asettico e confessionale di intendere l’istruzione, si tengono lontani dal suo stile educativo e dunque, dice Don Lorenzo, dall’impegno e dai rischi che l’Amore chiede di affrontare.

    Ne viene che, questo lo aggiungo io, ci sono anche quelli che, lasciandosi trasportare dall’affetto per coloro che educano, ma non essendo radicati in quella fede che “ama Dio e teme l’Inferno e desidera il Paradiso”, incorrono in incidenti come il metterlo in culo.

    Scusate la crudezza, che non e’ nel mio stile, ma mi disturba il fatto che si instilli il dubbio che Don Lorenzo se la facesse con i suoi allievi, quando non esiste uno straccio di testimonianza in tal senso e quando, soprattutto, si deriva l’insinuazione da un testo ritagliato, del quale, in ultima istanza, non si’ e’ nemmeno in grado di seguire il ritmo delle argomentazioni.

    Un cordiale saluto a tutti,
    Luca Sponta

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