L’Avvenire e Pedemontana: “Che cos’è la verità?…”

Non sempre riesco a tener dietro all’attualità delle imagesnotizie. Esempio, c’era questa http://www.astampa.rassegnestampa.it/GruppoTotoAc/View.aspx?ID=2014040227154152, pubblicata sull’Avvenire del 2 aprile scorso, che non ho battuto finché era calda, ma che avevo tenuto in serbo, perché importante e meritevole di un accurato commento.

Il tema è l’avanzamento dei lavori della nuova autostrada lombarda “Pedemontana”. Questo è il testo dell’articolo, a firma di Davide Re, che riprendo dall’Agenzia stampa Toto holding:


“Avvenire Milano di mercoledì 2 aprile 2014, pagina 2

Ossigeno per Pedemontana Sbloccati 128 milioni di euro

di Re Davide

downloadOssigeno per Pedemontana Sbloccati 128 milioni di euro Ma per il salvataggio si attendono le misure del governo Ora lo stop ai lavori è rimandato al 30 giugno, poi servono i fondi del Cipe e la defiscalizzazione Il governatore in campo DAVIDE RE – Il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi ha firmato ieri il nulla osta per l’erogazione del contributo di 128 milioni di euro a Concessioni autostradali lombarde (Cal) per i lavori già effettuati sul cantiere di Pedemontana. Denari che in pratica serviranno a pagare i debiti contratti con Impregilo, che ha svolto i primi pezzi del tracciato. Il via libera all’erogazione è stata comunicata ieri dall’assessore regionale alla Mobilità, Maurizio Del Tenno, il quale ha anche confermato per domani la convocazione del collegio di vigilanza dell’accordo di programma per Pedemontana. Si è dunque sbloccato uno dei tre nodi che aveva portato lunedì il consiglio di amministrazione di Pedemontana ad annunciare la sospensione dei lavori nei cantieri a partire dal 9 aprile. «Siamo in costante contatto con il ministero – ha illustrato Del Tenno – con i vertici di Cal, di Pedemontana e con le banche. Grazie a questo atto sarà possibile scongiurare la chiusura dei cantieri». Almeno per ora, visto che le altre due grane non sono di facile superamento. A rischio ci sono infatti le interconnessioni per Expo da fare entro la primavera del 2015 e successivamente l’intero tracciato, che dovrebbe essere completato in futuro e che prevede un esborso da quasi 6 miliardi di euro, da completare in Project financing. L’attesa liquidazione della quota di 128 milioni di euro da parte del ministero, hanno spiegato ancora da Palazzo Lombardia, permetterà alle banche di prorogare fino al 30 giugno il finanziamento ponte di 200 milioni. «Il 10 aprile – ha continuato l’assessore – il Cipe si riunirà e approverà il piano finanziario dell’opera che prevede anche la de-fiscalizzazione. I tempi sono stretti, ma, grazie all’impegno di tutti, riusciremo a dare nuovo vigore a Pedemontana». E su questa delicata partita, in mattinata è intervenuto con decisione anche il presidente della Lombardia, Roberto Maroni. «Ho convocato stamane (ieri, ndr) il presidente e l’ad di Pedemontana per fare il punto della situazione – ha affermato il governatore -. E stato un incontro di oltre un’ora per avere ben chiaro il quadro e capire quali mosse intraprendere. Gli inadempimenti e le inadempienze che contesta Pedemontana – ha insistito Maroni – sono del governo e delle banche. I cantieri non si sono fermati il nostro impegno, da qui al 9, è di risolvere i problemi. Non dipendono dalla Regione ma ci siamo attivati perché chi deve fare faccia». Ma verso Pedemontana, che insieme ad altre opere infrastrutturali dovrebbe far superare il gap negativo che la Lombardia ha nei confronti delle altre grandi regioni europee, c’è chi “rema contro”. Il Movimento Cinque Stelle ha chiesto lo stop ai lavori, stessa istanza è arrivata dal Partito democratico della Brianza.


download (13)Qualche dato salta subito all’occhio. Caspita, l’Avvenire afferma che quest’autostrada costa SEI MILIARDI. E’ una cifra davvero importante. Ma il quotidiano di ispirazione cattolica dice che sull’impresa insiste un project-financing,  e che se l’avanzamento dei lavori è andato in crisi, così testimonia il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, è perché “il Governo e le banche non hanno fatto il loro dovere”. Riferisce l’Avvenire che a Maroni, a colloquio con i dirigenti di Pedemontana, è bastata poco più di un’ora per capire chi erano i veri responsabili del cattivo andamento dell’impresa.

Ma qual era, cari amici, la sostanza del “dovere” del Governo e delle banche, secondo Maroni?

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Roberto Cuda, giornalista

Ebbene, per scoprirla, sulle nuove autostrade lombarde in project-financing, BREBEMI e TEEM, non convinto da come ancora l’Avvenire, per la penna di Paolo Viana, ne parlava poco tempo addietro, avevo recentemente realizzato questa piccola ma densa inchiesta https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/03/31/paolo-viana-su-avvenire-il-quotidiano-e-attendibile-su-infrastrutture-e-project-financing-brebemiteem/, avvalendomi dell’apporto di numerosi qualificati specialisti, fra i quali il giornalista Roberto Cuda.

Cuda ha scrittun libro sulla politica autostradale nazionale, dal titolo “Strade senza uscita” (Castelvecchi editore). Questo il link alla pagina con la prefazione del volume http://www.eddyburg.it/2014/01/prefazione-strade-senza-uscita-di.html. Il giornalista ha realizzato, con Andrea Di Stefano, anche un pur sintetico dossier sulla questione – che, in  quanto esemplare, merita comunque di essere approfondita. Nel dossier, che porta la data del 24 febbraio 2013, presente in rete a http://www.noipercesano.it/pede_documenti/13.02.24_opere.pdf, e del quale mi sono servito per l’inchiesta su BREBEMI e TEEM, si parla anche di Pedemontana. Cito:


Pedemontana

87 km di autostrada e 70 di viabilità ordinaria, la nuova autostrada collegherà l’A8 all’A4 tra Cassano Magnago e Brembate, tagliando orizzontalmente tutti gli assi nord-sud verso Milano, ma anche cinque parchi regionali e diversi parchi locali. Il tracciato appare piuttosto tortuoso, attraverso sei provincie sull’asse tra Bergamo, Milano, Como e Varese. L’idea nasce addirittura negli anni ’50, quando la regione era molto meno urbanizzata e infrastrutturata. Basti pensare che la provincia di Monza e Brianza ha oggi un tasso di cementificazione del 54%, seguita da Milano (37%) e Varese (29%) (Ministero delle politiche agricole, Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione, settembre 2012).

download (1)I cantieri sono aperti solo sulla tratta A, compresa tra l’interconnessione con l’autostrada A8 Milano-Varese, nel comune di Cassano Magnago, e l’interconnessione con l’A9 Milano-Como, nel comune di Lomazzo. I lavori su quel tratto sono stati affidati ad un’Associazionetemporanea di imprese (Ati) formata da Impregilo Spa (mandataria), Astaldi Spa (mandante), A.C.I. Scpa – Consorzio Stabile (mandante), Pizzarotti (mandante). Sul resto del tracciato i lavori (non ancora cominciati) sono stati affidati all’Ati formata dall’austriaca Strabag AG (mandataria), Grandi Lavori Fincosit (mandante), Impresa Costruzioni Maltauro (mandante), Adanti (mandante). Pedemontana è indubbiamente una delle opere più costose della storia italiana. Leggiamo sul sito di Pedemontana Spa: “La sua realizzazione richiede un impegno finanziario di 5 miliardi di euro, di cui 4,1 destinati alla costruzione dell’infrastruttura vera e propria, oltre 100 milioni di opere compensative e territoriali ed 800 milioni di oneri finanziari e gestionali nei trent’anni di durata della concessione”. Nello specifico parliamo di 536 milioni di capitale sociale, 1.244 milioni di contributi pubblici e 3.274 milioni di finanziamenti privati.

Se ad esso sommiamo anche il costo della Teem superiamo i 7 miliardi per 120 km di autostrade: lo stesso prezzo pagato nel 1999 dalla famiglia Benetton per i 3400 km di Autostrade per l’Italia.

Ad oggi abbiamo solo 200 milioni di capitale versato, il contributo pubblico di 1,2 miliardi e 260 milioni di prestito ponte. Le cinque banche coinvolte le prestito ponte sono Intesa Sanpaolo (advisor), Unicredit, Centrobanca (Ubi), Banca Popolare di Milano e Monte dei Paschi, le stesse che dovrebbero organizzare il finanziamento grosso di 3,3 miliardi coinvolgendo altre banche (Marco Morino, Pedemontana trova le risorse, Il Sole 24 Ore, 23.02.11), di cui Cassa depositi e prestiti dovrebbe mettere 1,6 miliardi. Il condizionale è d’obbligo, perché come vedremo di quella cifra al momento non c’è traccia.

Pedemontana Spa è controllata al 68% da Serravalle, la quale a sua volta è controllata dalla Provincia di Milano attraverso Asam. Vale le pena sottolineare che il 14% di Serravalle è nelle mani del Gruppo Gavio, quasi onnipresente nei grandi appalti tra Lombardia e Piemonte. Com’è noto la Provincia di Milano ha messo in vendita la maggioranza di Serravalle, attraverso un’asta pubblica che si chiuderà il 10 luglio (la prima è andata deserta). Il secondo azionista di Pedemontana con il 26% del capitale è ancora Intesa Sanpaolo, seguita da Ubi con il 5%.

Il prestito ponte di cui sopra è stato erogato nel maggio 2011 in cambio del pegno su tutte le azioni detenute da Serravalle. Alla scadenza di quel finanziamento, il 30 novembre 2012, Pedemontana risultò insolvente e sfiorò il fallimento. Senza la restituzione di quel prestito la banche non concederanno un ulteriore finanziamento di 100 milioni previsto in precedenza. In cantiere c’era anche un aumento di capitale di 100 milioni, bloccato dalla esitazioni sei soci. Finora Serravalle ha messo sul piatto solo 26 milioni su 68 ma manca l’apporto delle banche azioniste, che prima di aprire il portafoglio pretendono un aggiornamento delle previsioni di traffico e maggiori garanzie sulla conclusione dei lavori sia sul primo tratto che sullo svincolo di Lomazzo. Ma senza l’aumento di capitale non si sbloccano nemmeno i 110 milioni promessi da Cal (la concessionaria della regione Lombardia). Una situazione di stallo che vede avvicinarsi a grandi passi il default.

Serravalle – da sempre società in attivo e fonte di utili per la casse della Provincia – si trova nella peggior crisi della sua storia, soprattutto a causa della sue controllate: Brebemi ma soprattutto Pedemontana e Tem. Chiunque si presenterà all’asta per acquisirla dovrà sborsare circa 1,6 miliardi, di cui 675 milioni per le azioni a base d’asta, 420 milioni per ricapitalizzare Pedemontana e Teem e 573 milioni di investimenti pregressi in base alla convenzione con l’Anas. Una cifra esorbitante, troppo alta anche per i colossi del settore, senza contare il rischio di fallimento delle due controllate.

Sulla situazione di Pedemontana è Interessante l’articolo di Sara Monaci comparso su Il Sole 24 Ore del 20 gennaio scorso.

Per la Pedemontana c’è una data cruciale: il prossimo 28 febbraio. Sarà quello il giorno in cui si decideranno definitivamente le sorti dei cantieri già avviati, e non è escluso che tutto si blocchi per mancanza di risorse. La notizia sta nelle pagine di un documento poco conosciuto, e soprattutto poco divulgato dai vertici della società stradale controllata da Serravalle, a sua volta di proprietà della Provincia di Milano (tramite la holding Asam).L’articolo 9 del secondo allegato al contratto per la realizzazione della prima parte dell’opera, sottoscritto dalla società Pedemontana e dalla cordata di imprese Pedelombarda guidata da Impregilo (che si è aggiudicata i lavori), prevede che «nel caso in cui al 28 febbraio 2013 Apl (Pedelombarda) non abbia dato comunicazione di avere acquisito le ulteriori risorse previste nelle premesse, l’obbligo del prefinanziamento verrà sospeso e Apl si impegna a non esigere e non consentire l’esecuzione dei lavori per i quali non disponga delle risorse finanziarie occorrenti per il puntuale pagamento dei Sal (stato avanzamento lavori) emessi, da emettere e progressivamente in corso di esecuzione». L’atto è stato firmato lo scorso settembre.

Di quante risorse si parla, in pratica? Di circa 200 milioni: i primi 100 per garantire il pagamento dei precedenti 3 mesi, altri 100 per assicurare il proseguimento dei lavori fino a giugno del primo tratto (il secondo è stato affidato all’austriaca Strabag, che ha appena concluso il progetto esecutivo e deve ancora far partire i cantieri). Se tutto si dovesse effettivamente fermare, a risentirne sarebbe una filiera composta da 800 imprese e 3.500 addetti, che lavorano intorno al sistema Pedemontana.

Reperire questo finanziamento non sarà semplice. L’opera, del valore complessivo di 5 miliardi, ha ricevuto in tutto 200 milioni di prestito ponte e ha versato altri 200 milioni di equity. Gode inoltre di 1,2 miliardi di finanziamenti pubblici, che adesso sono tutti praticamente impegnati per il primo tratto appaltato alla cordata di Impregilo. Per il resto è ancora tutto da inventare. Più nell’immediato, ci sono due misure che stanno attendendo una decisione, ancora incerta: un aumento di capitale da 100 milioni, deliberato da Pedemontana, ma non ancora versato dai soci e di cui Serravalle, che possiede il 68% della società, ne ha messi solo 26; un ulteriore finanziamento pubblico da 110 milioni da parte di Cal, la concessionaria regionale.

Per quanto riguarda l’aumento di capitale, gli azionisti non sembrano ancora tutti d’accordo, o quantomeno rimangono ancora a guardare. In particolare le banche, secondo le indiscrezioni, chiederebbero maggiori garanzie sulla fine dei lavori del primo tratto, sull’aggiornamento dei dati di traffico e sull’effettiva realizzazione dello svincolo di Lomazzo, che renderebbe utilizzabili da subito i primi 20 chilometri. Questi nuovi approfondimenti per gli istituti di credito sono ritenuti indispensabile anche per deliberare un ulteriore prestito ponte già richiesto dalla società (altri 100 milioni).

Per quanto riguarda il finanziamento pubblico, la Cal si era impegnata a dare un contributo di 110 milioni per permettere alla Pedemontana di recuperare gli investimenti pregressi, passando da una copertura del 30 all’80% dei costi già sostenuti; la decisione era tuttavia subordinata allo stesso aumento di capitale, ancora bloccato. Quindi, riassumendo, allo stato attuale ci sono in cassa solo i 26 milioni versati da Serravalle.

I vertici di Pedemontana (e della controllante Serravalle) conoscono l’esistenza della scadenza imposta dalle imprese, ma per ora nessuno parla del prossimo 28 febbraio. Il motivo di tale riservatezza è facilmente intuibile: i nodi verranno al pettine solo 4 giorni dopo le elezioni regionali e politiche, e parlare ora dei problemi di una società pubblica potrebbe diventare controproducente durante la campagna elettorale.


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Ing. Ivan Cicconi, esperto del “lato oscuro” del project-financing italiano

Uno scenario piuttosto fosco, quindi, quello prospettato da Cuda e Di Stefano. Voi capite che il senso del discorso è molto, molto diverso da quello prospettato dall’Avvenire – in quanto va al fondo della questione, e racconta le implicazioni spiacevoli che invece il quotidiano di ispirazione cattolica dribbla elegantemente!

Dunque, si diceva che il quotidiano faceva cenno, a proposito di Pedemontana, a un project-financing, seppur non “premiato” in Europa, come quello di Brebemi, del quale parlavo nell’inchiesta di cui sopra. Ebbene, una breve ricerca in rete, e ho trovato questo articolo http://www.linkiesta.it/pedemontana su linkiesta web, a firma di  e , dal quale cito:


14/11/2013

Il project financing? In Italia è come la Pedemontana

I privati non arrivano, il pubblico aiuta su tre fronti. Così la finanza di progetto si è arenata
Parole chiave:
Grandi opere in bilico

Prima il contributo pubblico salito dal 35 all’80 per cento, per realizzare la prima tratta in tempo per l’Expo 2015, e tentare di salvare la faccia. Poi la richiesta di defiscalizzazione per la durata della concessione (30 anni), con un aiuto pubblico che attualizzato vale tra i 400 e i 500 milioni. Va avanti così, tra una spinta e l’altra dal settore pubblico, quello che sta diventando il simbolo delle difficoltà del project financing italiano sulle grandi opere: la Pedemontana lombarda.

Per l’autostrada che taglia la Brianza per 157 km da Varese a Bergamo e idealmente facilita il collegamento a Malpensa e Orio al Serio senza passare per Milano, i soldi dei privati sono sempre stati promessi e mai arrivati. A fronte di un costo di circa 5 miliardi di euro, solo 1,244 sarebbero dovuti arrivare dal pubblico,  3,259 dalle banche, mentre l’equity era fissata a 636 milioni. Finora, invece, si sono visti 268 milioni di equity, messi principalmente dal socio pubblico Serravalle, e un prestito “ponte” delle banche, di 258 milioni, versato nel 2011. Dopo oltre un anno di ricerca di soci privati, le banche (che per il mandato di arranging finanziario hanno incassato oltre 5 milioni di euro) nel marzo 2012 hanno alzato bandiera bianca. Hanno visto comunque il mandato rinnovato, fino alla fine di quest’anno, per trovare qualche investitore. Trattative sono in corso per trovare un miliardo da Cassa Depositi e Prestiti (altro investitore tutt’altro che privato), mentre dalla Bei sono arrivati 100 milioni di euro. (segue!…)


download (2)Ebbene, cari amici, se le cose stanno effettivamente così, le evidenze sono impressionanti. Come al solito, verrebbe da dire. Richiamo la vostra attenzione, appena sopra, sulle parti in grassetto e colore.

downloadI “soldi dei privati”, in questo ennesimo fantasma di project-financing, paiono dunque un mito. I quattrini in realtà pare che ci li metta praticamente quasi tutti lo Stato, e… le banche!… Le banche, amici, come notavo nella precedente inchiesta, e ancora la Cassa Depositi e Prestiti, circa la quale in questo caso si sta ragionando di ben un miliardo di euro di intervento!

Morale della favola: lo Stato è praticamente in bancarotta, con 2300 miliardi di euro di debito. Il traffico sulle autostrade è in calo per via della crisi, che non accenna a passare. La Regione Lombardia è già abbondantemente infrastrutturata, così affermavano Cuda e Di Stefano nel loro dossier, mentre invece l’Avvenire lamenta il gap negativo che la Lombardia ha nei confronti delle altre grandi regioni europee. Come usa di consueto in circostanze di questo genere, dati e cifre vengono rigirati al volo, come frittate. Viene spontaneo chiedersi dove sia la verità.

Nonostante tutto ciò, vediamo che la politica keynesiana, “progresso & sviluppo” a carico del debito pubblico, evidentemente per favorire i costruttori e crearsi consenso politico dando lavoro purchessia, anche se i soldi non ci sono, va avanti. A tutti i costi.

Sulla questione del lavoro, un dettaglio importante. Nel dossier di Cuda e Di Stefano si leggeva che “Se tutto si dovesse effettivamente fermare, a risentirne sarebbe una filiera composta da 800 imprese e 3.500 addetti, che lavorano intorno al sistema Pedemontana”. Ecco, vorrei osservare che, alla luce di quanto è emerso, abbiamo visto che purtroppo tante volte sui media che intercettano il grande pubblico, non si può contare su un’informazione attendibile. Questo avviene maggiormente sui temi economici, dove gravitano ingenti investimenti pubblici.

Se così è, però, a questo punto sarebbe auspicabile una maggior consapevolezza da parte delle imprese. Che troppo spesso  si lasciano ammaliare dalle sirene del “lavoro a tutti i costi”. Gli imprenditori, diverse decine dei quali – sbagliando di grosso, ma è successo! – si sono suicidati, nel Nordest, perché lo Stato non ha pagato i lavori loro commissionati, e lo Stato ha ancora la cifra spaventosa di un 100 miliardi di euro da saldare ai fornitori, ma anche i singoli lavoratori, dovrebbero cominciare a farsi qualche domanda, circa la sostenibilità e la convenienza, per loro, delle pratiche politiche che abbiamo appena visto.

So che non è facile. La tentazione è piuttosto quella di avere del lavoro subito, senza stare a guardare troppo per il sottile se quel lavoro sia sano o drogato. Senza chiedersi se tante di quelle grandi opere che vengono commissionate dallo Stato – e che sono pagate anche con i soldi delle tasse di quei medesimi imprenditori e lavoratori! – siano congrue rispetto all’interesse pubblico, e se lo Stato abbia effettivamente i soldi per pagarle.

Quindi, in primis per il bene di chi lavora e paga le tasse, i cui introiti poi vediamo troppo spesso massicciamente sprecati dallo Stato e dagli Enti locali in spese improvvide, al punto che la spada di Damocle del default dell’intero sistema Italia pende minacciosamente sulle teste di noi tutti, prima apriamo gli occhi, e meglio è. 

Corrado Passera, banchiere già AD di Intesa SanPaolo, che nelle autostrade ci ha messo una montagna di soldi... dei risparmiatori

Corrado Passera, banchiere già AD di Intesa SanPaolo, Istituto che nelle autostrade – e anche in Italo Treno, società i cui conti vanno malissimo! – ci ha messo una montagna di soldi… dei risparmiatori! Ne parlo qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/10/30/ntv-ha-perso-70-mln-nel-2012-che-diranno-gli-azionisti-di-banca-intesa/

E dunque, tornando al punto dell’infrastruttura in argomento, se i soldi per fare queste opere grandi, anche se di utilità assai dubbia, e pregiudizievoli per un territorio, come quello lombardo, già abbastanza sfruttato, quale sembra essere Pedemontana, lo Stato non li ha, che fa?… 

Semplice, se mancano – come in effetti mancano, e quante ne mancano! – le risorse finanziarie pubbliche, abbiamo visto che siamo arrivati al brillante escamotage che lo Stato fa intervenire le banche, non certo con i soldi dei banchieri, ma con quelli dei risparmiatori-investitori e degli azionisti. E pure la Cassa Depositi e Prestiti, che, a sua volta, si serve dei fondi del risparmio postale! Poi, se il tutto bancarotterà, si dirà che le intenzioni erano buone, che però si è “dato lavoro”, che non c’erano alternative, che è  stata la sfortuna, la contingenza sfavorevole, che basta aspettare, e che le azioni delle spericolate società autostradali risaliranno, quando ci sarà la “crescita”. Che a dar retta ai propagandisti è sempre dietro l’angolo, e però non arriva mai.

E’ un trucco fin troppo scoperto, eppure fino ad ora quasi nessuno, nelle stanze dei media importanti, della politica e delle istituzioni, sembra aver avuto alcunché da eccepire.

Questo, a leggere ragionevolmente i dati, è il censurabile servizio fatto dal sistema ai danni del cittadino-contribuente-risparmiatore. Salvo che dai dati emerga prova contraria, della quale mi impegno, ovviamente, a dare notizia.

Ed ora, conclusa la parte specifica su Pedemontana, un cenno, separato dal testo precedente per una miglior leggibilità, alla parte risolutiva della questione politica che ad essa è sottesa, a pro di chi eventualmente ne fosse interessato.

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Pier Luigi Zampetti, intellettuale del '900, teorizzatore della

Pier Luigi Zampetti, intellettuale del ‘900, teorizzatore della “Società partecipativa”

Siamo così arrivati al vero nocciolo della questione. Non dobbiamo infatti limitarci a sterili lamentazioni. Anzi dobbiamo essere consapevoli di come possiamo uscire da questa crisi epocale – ed è possibile farlo!…

Osservo dunque che vicende come quella di Pedemontana sono solo apparentemente, solo superficialmente, un fatto infrastrutturale. Invece, nella loro essenza, hanno a che fare con i limiti connaturati al modello di sviluppo che stiamo perseguendo. Il quale a sua volta è strettamente collegato alla crisi della democrazia rappresentativa. Che, a sua volta ancora, ha un nesso inscindibile con la questione filosofica, ovvero a come, nella nostra civiltà, l’uomo guarda a sé stesso. E, di conseguenza, modella la società attorno a lui.

Mi permetto di dire: attenzione!… Non sembri questa un’inutile speculazione intellettuale. E’ infatti proprio da questo livello fondante che poi discendono tutti i problemi del lavoro, dell’economia, della finanza, dell’etica, della politica, della famiglia, in una parola i problemi dell’uomo, con i quali ci troviamo oggi a confrontarci severamente. Ai quali, ormai, è evidente che la politica corrente non è in grado di dare risposte. Perché ragiona secondo le categorie irrimediabilmente superate della bancarottiera “società dei consumi” di stampo keynesiano.

Questo fatto lo spiega bene Pier Luigi Zampetti, grande intellettuale del ‘900. E’ opportuno che in questa sede lo presenti in dettaglio. Zampetti, tornato alla Casa del Padre nel 2003, era un fine intellettuale cattolico. È stato professore di Dottrina dello Stato presso l’Università di Genova, l’Università statale di Milano e l’Università di Trieste, dove è stato preside della facoltà di scienze politiche da lui fondata. Nel 1981 in sede parlamentare è stato nominato componente del Consiglio Superiore della Magistratura, dove è stato presidente della commissione speciale per la riforma giudiziaria e l’amministrazione della giustizia. Il 18 gennaio 1994 è stato nominato, da Giovanni Paolo II, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, appena costituita. È stato membro dell’Accademia nazionale di diritto e scienze sociali di Cordoba (Argentina). Ispirandosi alla Dottrina sociale, e sulla scia delle indicazioni di don Luigi Sturzo, ha scritto numerosi volumi, tradotti anche all’estero, in cui, come recitano le note di copertina di uno dei suoi testi, “ha elaborato e propugnato una nuova teoria alternativa al capitalismo e al socialismo. È la teoria della partecipazione”.

Questo, giusto per chiarire che mi sto avvalendo del parere di una persona pacifica, borghese, tranquilla ed equilibrata. Ebbene, che dice questo compassato signore?… Dice che

…L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

Come detto, la buona notizia è che però la soluzione a questo storico e incistato problema politico e democratico, costantemente e sistematicamente rimosso – non a caso! – dal dibattito politico, anche se però correva sottotraccia nella coscienza di ciascuno di noi, esiste!… Essa risiede, in buona sostanza, nella “Società partecipativa” secondo sussidiarietà, secondo Dottrina sociale della Chiesa cattolica.

Affermazione questa che non intende essere gratuitamente categorica, ma semplicemente fondata sul dato di realtà che la corretta visione antropologica sull’uomo si esprime integralmente nella prospettiva cristiana. Solo in essa, infatti, riscontriamo l’interezza dell’uomo-persona, corpo e anima, riconoscibile nell’incarnazione di Cristo.

images (4)Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti sui vari passaggi, affinché la “Società partecipativa” possa effettivamente attuarsi. Rimando, per questo, a un testo più completo, il “Quaderno del Covile n. 8″, cliccabile da questa pagina. Da quel testo traggo una potente citazione zampettiana, a pag. 13:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora, sul piano istituzionale, non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano). La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato.
Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini “popolo” e “democrazia” nella loro accezione completa e integrale. Il popolo non è inteso, infatti, in senso
individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa.
Dalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il “popolo delle famiglie”, che
è il vero e autentico popolo.
Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova.
È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni
politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri.
(Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo 2003, estratti da pagg. 44-46)

Per quanto attiene più specificamente alle dimensioni del lavoro e dell’economia, l’idea zampettiana si declina nella compartecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa. Tale proposta partecipativa non è da intendersi in termini egualitario-socialisti, bensì nella misura del capitale umano posseduto da ciascuno, in virtù del principio antropologico che la proprietà discende dal lavoro. Il tutto si inquadra nelle linee dell’idea antropologica zampettiana dello spiritualismo storico, alternativo sia al materialismo scientifico marxista che al materialismo edonistico di stampo liberale. Quindi, ci si prospetta una dimensione totalmente nuova, in quanto a visione della persona, del lavoro, dell’economia, del mercato!

Ho fatto una sintesi della proposta zampettiana sul lavoro in questa pagina del blog, con ampie citazioni del grande, e purtroppo misconosciuto, intellettuale lombardo del ‘900. In effetti, questo intero blog è dedicato e ispirato al tema della partecipazione, secondo Zampetti.

Tratteggio la prospettiva di fondo dell’idea di Zampetti, trascrivendo la nota di copertina del suo libro “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?
È la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera
misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili “centrali energetiche”.
La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Mi sembra dunque una prospettiva di grande interesse, meritevole di riflessione, approfondimento  e discussione.

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E l'”Avvenire”, col quale avevamo aperto questo testo?… Devo purtroppo rilevare il consueto stile del “quotidiano di ispirazione cattolica”. Che, in materia economica, quando si tratta di riferire qualcuno di quei fatti spiacevoli, come diceva il poeta, che ho trattato in questo testo, si guarda bene dall’andare al fondo delle questioni, per non aver a pestare i piedi ai poteri forti.

In tal modo, però, i lettori del quotidiano dispongono solo di una parte della notizia, quella che non disturba le oligarchie individuate da Zampetti. Quindi, quei lettori non possono rendersi pienamente conto della realtà dei fatti.

Mi viene in mente, consentitemi, quella domanda che un ligio funzionario statale fece in una contingenza difficile: Che cos’è la verità?…”

Papa Francesco ha detto che questo modo di fare informazione, anzi disinformazione, NON va bene. Domenica 23 marzo scorso, l’Avvenire stesso presentava a pagina 17 un articolo dal titolo “La lezione di Francesco sulla buona informazione”. Vi si riferisce che il Papa, ricevendo i membri dell’Associazione Corallo (Radio e televisioni libere locali),

…ha chiesto di evitare i«peccati dei media». I più grossi, ha detto, «sono quelli che vanno sulla strada della bugia, della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Anzi, al loro interno, c’è anche una classifica di gravità, che pone proprio la disinformazione al primo posto. (…) Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che per me sono più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la TV o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno. Da questi tre peccati – ha sottolineato Francesco – «per favore, fuggite».

Da cattolico quale sono, mi auguro che qualcuno, tra i responsabili del quotidiano di ispirazione cattolica, voglia prendere presto provvedimenti.

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4 pensieri su “L’Avvenire e Pedemontana: “Che cos’è la verità?…”

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