Le “bad bank”. L’Avvenire non ha capito l’origine della crisi.

downloadDella serie delle notizie viste su Avvenire tempo addietro, ma ancora molto attuali, rilevanti per le loro implicazioni e decisamente meritevoli di commento, oggi, cari amici, vi propongo questa sulle famose “bad bank”. Questo il link http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/sara-la-banca-cattiva-a-rimettere-in-moto-il-credito.aspx all’articolo del 7 marzo scorso, a firma di Pietro Saccò, che copio in calce e commento come di consueto, per brevità, nel corpo del testo.


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L’analisi

Sarà una banca «cattiva» a rimettere in moto il credito?

Le banche italiane hanno un problema tanto semplice quanto grave. Hanno prestato denaro a imprese e famiglie che non sono in grado di restituirglielo. Non c’è un colpevole preciso, almeno nella stragrande maggioranza dei casi: né gli istituti di credito né i loro clienti potevano immaginare che la crisi economica iniziata nel 2007/2008 sarebbe stata così lunga e profonda.
Pier Luigi Zampetti, intellettuale del '900, teorizzatore della "Società partecipativa"

Pier Luigi Zampetti, intellettuale del ‘900, teorizzatore della “Società partecipativa”

Non condivido per nulla questa valutazione. C’è sempre un colpevole preciso, anche se talvolta non è facile da individuare. Nella fattispecie, il maestro della Dottrina sociale al quale faccio maggior riferimento, Pier Luigi  Zampetti, sosteneva che la crisi del sistema – che comunque si era sensibilmente manifestata fin dai secondi anni ’90 del secolo scorso, ben prima di quanto scrive Saccò – è la medesima crisi del ’29. Mai risolta, ma solo procrastinata. Ne parlo in diversi punti di questo blog, come in questo articolo https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/02/20/debito-pubblico-tutti-gli-errori-di-gotti-tedeschi/.

il Beato Giuseppe Toniolo. Nel 1896 aveva scritto un libro sulla crisi economica, dal quale si evince che le cause della crisi di allora sono le stesse di oggi

il Beato Giuseppe Toniolo. Nel 1893 aveva scritto un libro sulla crisi economica, dal quale si evince che le cause della crisi di allora sono le stesse di oggi

In realtà, un altro dei miei maestri, il Beato Giuseppe Toniolo, nel suo pregevole lavoro dal titolo “La genesi storica dell’odierna crisi sociale ed economica”, datato 1893, testo scaricabile gratuitamente dal meritorio sito web http://www.totustuus.it/, fa un’analisi puntualissima, dalla quale si evince che la crisi, al tempo del Toniolo, ed ancor prima, c’era già. Ed è, in buona sostanza, anch’essa la medesima di oggi!…

Se infatti, modernamente, Zampetti fa risalire la genesi della crisi alla società dei consumi di stampo keynesiano, al New Deal, a sua volta il Toniolo spiega come l’origine remota ne vada storicamente ricercata nell’esaurimento dell’esperienza del glorioso medioevo cristiano,  innervato di proto-sussidiarietà e di corretto approccio antropologico di governo. Almeno in linea di principio, pur tra le ovvie imperfezioni che contraddistinguono la nostra natura umana.

Gradatamente il nuovo approccio alla gestione del potere, col Rinascimento, la rivoluzione protestante e poi l’Illuminismo, svincola il sovrano dai vincoli di servizio al popolo, che prima erano posti dall’ordine cristiano. Vedi l’incoronazione di Carlo Magno, la notte di Natale dell’800, da papa Leone III.

Diversamente accade dopo, quando la figura del sovrano tende a respingere l’investitura dell’autorità religiosa, a farsi quindi autocrate, tendenzialmente totalitaria. Tale fattore ha dato luogo, nei secoli, anche man mano che il potere monocratico del sovrano si riduceva a favore di quello dei suoi vassalli, al prevalere delle oligarchie totalitarie politiche ed economiche, nonché del capitale finanziario, sull’uomo-persona.

san Stanislao martire, vescovo di Cracovia

san Stanislao martire, vescovo di Cracovia

A proposito di approccio totalitario al potere, da parte dei reggitori dello Stato, e della censura ad esso da parte di santi pastori della Chiesa, vi è l’esempio luminoso di san Stanislao da Cracovia. Fatto uccidere dal suo re, Boleslao II l’Ardito, nel 1079. Potete leggere la sua storia, interessantissima, qui. Poi c’è anche quello famosissimo,  più tardo, di Tommaso Moro, rispetto a Enrico VIII. D’altronde, in senso lato, martiri di questo genere, sacrificatisi per difendere il popolo, non sono mai mancati nella Chiesa, fino ai tempi nostri. Come non ricordare Óscar Arnulfo Romero (1917 – 1980) che svolse il suo ministero di arcivescovo in San Salvador, capitale di El Salvador, fino all’effusione del sangue?…

Ebbene, la cosa è ovviamente sottaciuta nel dibattito politico, ma le malsane dinamiche del potere oligarchico sono poi state fatte abilmente migrare, con l’evolversi delle forme di governo verso lo Stato liberale, nelle nostre moderne democrazie rappresentativeSi evince quindi chiaramente che la crisi di oggi, oltre a essere la stessa del New Deal, è anche la medesima che il Toniolo segnalava in essere – già pre-esistente al tempo in cui egli scriveva! – più di cento anni fa.  Se non ci rendiamo conto di questa realtà, che peraltro non è certo un segreto ma un dato già espresso dalla storiografia più accorta, anche se certo – per ovvi motivi – non si ritrova nei manuali di storia per le scuole, men che meno la potremo superare.

Rilevante errore di prospettiva, quindi, quello del commentatore di Avvenire. Tantopiù che siamo proprio maggiormente noi cattolici, in via della responsabilità della quale la nostra fede ci investe, e del patrimonio della Dottrina sociale che ci è stato affidato, ad essere chiamati a valorizzare questa lezione della Storia.  

D’altronde, il quotidiano di ispirazione cattolica è  in numerosa compagnia. Infatti, purtroppo, questa cosa praticamente nessun la dice. Tant’é che la preziosa lezione di Zampetti è stata accantonata. E il Toniolo, pur essendo stato fatto Beato, pare che venga letto con scarsa attenzione. Procediamo con l’Avvenire.

Invece le cose sono andate molto peggio di quanto si potesse prevedere e le sofferenza bancarie, cioè i crediti concessi a soggetti che si sono rivelati insolventi, sono esplose: erano 78 miliardi di euro nel 2010, sono salite rapidamente fino ai 155 miliardi di euro di fine 2013. Se si considerano anche i crediti incagliati, quelli ristrutturati e quelli sconfinati o scaduti, i prestiti “deteriorati” delle banche italiane ammontano a 274 miliardi di euro.
…274 miliardi di euro di sofferenze bancarie, che è una cifra spaventosa! E che, pur indirettamente, ha a che fare con un’altra cifra spaventosa, quella del debito pubblico italiano, che ammonta alla somma iperbolica di 2300 miliardi di euro, come dicevo qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/09/09/governo-lettaberlusconi-la-realta-romanzata/
Cioè il 16% dei crediti concessi, tra i livelli più alti in Europa. È un problema delle banche, ma è un problema anche nostro. Perché, soffocati da questa montagna di prestiti che ha poche speranze di essere rimborsata, gli istituti di credito hanno smesso di finanziare l’economia nazionale. Sono 18 mesi consecutivi che le banche riducono il credito: dai quasi 1.700 miliardi di “impieghi al settore privato” di gennaio 2012 siamo scesi ai 1.591 miliardi del primo mese di quest’anno.
Dopo diversi mesi passati ad aspettare che questo problema si risolvesse più o meno da solo (magari grazie a una ripresa “vera”),
Dicevo in questo articolo https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/05/01/primo-maggio-le-proposte-sbagliate-per-il-lavoro-e-quelle-giuste/ che, sulla base di quanto commentavo in precedenza, seguitando a perseguire ostinatamente il fallimentare modello di sviluppo keynesiano, non ci sarà nessuna ripresa, ma solo lo schianto finale del sistema.
le banche, la Banca d’Italia e il governo hanno deciso di tentare di risolverlo attraverso una soluzione già adottata altrove negli ultimi anni: la “bad bank”. UniCredit e Intesa Sanpaolo ne stanno studiando una “comune” assieme al fondo americano Kkr.
Mediobanca ne sta preparando un’altra da mettere a disposizione di tutto il sistema. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dal convegno Assiom Forex dell’8 febbraio ha incoraggiato queste iniziative, quindi ha avanzato la possibilità di progetti «più ambiziosi» e alla fine, in un’intervista concessa dal G20 di Sidney, ha ammesso che sta lavorando esplicitamente a una «eventuale assistenza pubblica, sotto forma di garanzie o altro».
Come sempre, i debiti generati dal sistema vengono addossati allo Stato. Questo è il keynesismo.
Ieri, dalle pagine del Sole 24 Ore, Pier Carlo Padoan nella sua prima intervista da ministro dell’Economia, ha fatto capire che il Tesoro ci pensa: «Potrebbe essere uno strumento utile. Ma è presto per dire di più».
Non c’è bisogno di essere dei grandi complottisti per farsi prendere dal sospetto che, non contenti delle bacchettate europee sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia, i nostri governanti stiano confezionando un altro “regalo” alle banche. Stavolta direttamente a spese dei contribuenti. Può essere, ma non è detto.
Non è detto?… se questo è il sistema, chi altro dovrebbe essere sacrificato, se non i contribuenti?… vediamo.
Una bad bank è una banca “cattiva”, o più correttamente di “cattiva qualità”, che compra i prestiti problematici dalle banche “buone” aiutandole a fare pulizia nei loro bilanci. È una buona soluzione? «Dipende dalla circostanze», come ha risposto ieri ai giornalisti un lapalissiano Mario Draghi. Non si poteva pretendere un’opinione più dettagliata dal presidente della Banca centrale europea, perché ancora non sappiamo nemmeno a grandi linee come saranno costruite – se mai lo saranno – queste bad bank italiane. Le variabili sono tante.
imagesNo, certo, non si poteva pretendere di più da uno dei manovratori della finanza creativa internazionale, Mario Draghi, ex- Goldman Sachs e membro dell’esclusivo club Bilderberg, uno di quelli che decidono il nuovo ordine mondialeE’ pertinente rammentare che  Stefano Zamagni, noto esperto del terzo settore,  affermava, in un’intervista a Tempi(n.26/2010) che: “Oggi chi governa la finanza è la massoneria, non è un segreto”. Se lo dice lui, che se intende…
Andiamo ancora avanti con Saccò.
La casa di consulenza Boston Consulting, che ha collaborato alla realizzazione di bad bank in altri Paesi, ha recentemente condotto uno studio approfondito sulla possibilità di una bad bank italiana, e ha individuato almeno sei scelte fondamentali da fare. Primo: una bad bank può essere creata per gestire i crediti di una sola banca, quelli di più istituti o quelli di un intero sistema finanziario. Secondo: deve decidere che tipo di crediti deteriorati compra. Terzo: può comprarli al prezzo originario o a un prezzo di mercato (la differenza è naturalmente enorme). Quarto: le banche “buone” devono decidere come ricapitalizzarsi per assorbire la svalutazione del loro patrimonio se la cessione dei prestiti avviene a prezzi di mercato. Quinto: c’è da decidere quanto capitale deve avere, questa bad bank. Sesto: la bad bank ha bisogno di qualcuno che “le metta i soldi dentro”. È evidente che quest’ultimo è l’elemento fondamentale.
E sul fatto che la bad bank ha bisogno di qualcuno che la finanzi, non ci piove!…
Le perdite delle banche sui prestiti fallimentari non evaporano. Quindi o sono gli stessi istituti a farsene carico accettando pesanti svalutazioni sui prestiti deteriorati ceduti alla bad bank o è la bad bank che si compra le perdite con i soldi di chi l’ha finanziata. Se il finanziatore è lo Stato, allora è corretto dire che il governo usa i soldi dei suoi cittadini per dare una bella mano alle banche.
anche su questo siamo d’accordo, come sopra.
Nei casi di bad bank europee degli ultimi anni, lo Stato si è sempre preso una fetta delle perdite, o almeno del rischio di perdite. Le bad bank sono state create quasi sempre con fondi delle banche salvate, ma con dietro la garanzia pubblica, e hanno comprato i crediti a prezzi ridotti: in media attorno al 50% del valore nominale. La Germania nel 2009 ha messo la sua garanzia da 250 miliardi di euro sul fondo che ha salvato Hypo Real Estate per fermare un’emorragia di panico finanziario. Sempre nel 2009, l’Irlanda ha dovuto chiedere il salvataggio della “troika” (Ue, Bce e Fmi) per mettere la sua garanzia da 70 miliardi di euro sulla bad bank Nama, che ha evitato il collasso del sistema bancario nazionale.
La Spagna ha chiesto all’Europa un aiuto da 30 miliardi per finanziare il “banco malo” Sareb che ha salvato le Casse di risparmio travolte dalla bolla immobiliare. Sono state tre esperienze che oggi possiamo definire positive: le garanzie di Stato non sono state riscosse e vendendo pezzi di credito deteriorato la bad bank di Berlino ha incassato 173 miliardi in circa un anno, quella di Dublino 71,2 miliardi in due anni e mezzo e quella spagnola 90 miliardi in un anno. Non è troppo azzardato ipotizzare che, alla fine dei conti, in questi tre casi i contribuenti non ci perderanno.
Il caso italiano è diverso. Intanto perché di solito le bad bank sono state imposte – dalle autorità di vigilanza, dall’Europa – mentre da noi per il momento stiamo parlando di progetti spontanei (e nel caso di UniCredit e Intesa è stato assicurato che non si chiederanno aiuti pubblici in nessuna forma)
Corrado Passera, il banchiere che ha dato 700 mln di euro a NTV, che ha perso 136 mln in tre anni

Corrado Passera, il banchiere già AD di Intesa Sanpaolo, che ha dato 700 mln di euro a NTV, che ha perso 136 mln in tre anni

…possibile?… Unicredit e Intesa che fanno bad bank senza i soldi del contribuente?… segniamocela, questa, per fare una verifica in futuro. Dello strano ruolo che da un po’ di tempo a questa parte hanno cominciato a prendere le banche, finanziando grandi opere tendenzialmente fallimentari, al posto dello Stato che non ha più soldi, piuttosto che imprese di trasporto che vanno malissimo, come NTV (Italo Treno) parlavo in questo post. Non mi pare ci sia tanto da fidarsi.

e comunque non resi indispensabili da un’urgenza improvvisa. Non c’è una bolla pronta a esplodere, all’origine della bad bank italiana, ma uno stallo creditizio che prosegue da un anno e mezzo. Sicuramente uscirne è un problema di interesse nazionale.
Ma è giusto chiedere ai cittadini di usare e rischiare i loro soldi, anche solo come “garanzia”, per aiutare le banche a risolvere il nodo che è all’origine di questa situazione? E possiamo permetterci di non intervenire affatto e quindi accettare di cercare un’inedita ripresa “senza banche”?
…Ripresa “senza banche”? Un concetto piuttosto strano. Improbabile, direi. Il punto è un altro, e direi che sta nella natura stessa della “società dei consumi”, il famoso pensiero economico del “New Deal”, a proposito del quale così si esprimeva Zampetti, in questa citazione un po’ lunga, ma che ci dovrebbe aiutare a chiarire globalmente il senso di ciò su cui stiamo ragionando: 

“In conclusione, elenchiamo le caratteristiche che ha avuto nel sistema imprenditoriale italiano il New Deal. Ha determinato la scissione tra lavoro e retribuzione (intesa come variabile indipendente), ha disincentivato la produttività distaccando sempre più il prestatore d’opera dall’impresa di cui fa parte. Ha scoraggiato il merito. Ha tollerato o addirittura prodotto l’assenteismo a livello individuale, mentre lo ha incoraggiato a livello nazionale con i ‘ponti’. Ha aumentato le tensioni sociali, le contrapposizioni spesso fittizie, introducendo nel sistema il principio della conflittualità permanente. Ha aumentato le difficoltà delle piccole e delle medie imprese, riducendo i livelli dei profitti e quindi diminuendo le possibilità dell’autofinanziamento. Ha deformato il sistema bancario, costringendolo ad espropriare i piccoli risparmiatori per finanziare e mantenere in vita un sistema economico scarsamente produttivo e, comunque, non adeguatamente produttivo. Da ultimo, ha allargato l’area della impresa pubblica nella misura in cui una parte dell’impresa privata non è stata in grado di sopportare oneri che superano le rispettive possibilità.

E veniamo così al ruolo esercitato dallo Stato, senza il quale non avremmo il quadro esatto del New Deal italiano. Lo Stato ha applicato integralmente il principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio. Senza lo Stato la società italiana non si sarebbe certo costituita nel modo che abbiamo descritto. Il contratto unico di lavoro, lo Statuto dei lavoratori e la teoria del salario come variabile indipendente postulano l’intervento dello Stato non solo nel caso che vengano trasferite nell’area pubblica le imprese decotte dell’area privata, bensì anche per le trasformazioni o meglio deformazioni cui è stato sottoposto l’intero sistema bancario italiano. Lo Stato ha provveduto a favorire lo sbilancio di tutti gli Enti autonomi territoriali: Comuni, Province, Regioni. L’intera macchina burocratica dello Stato è così piegata alle esigenze del New Deal italiano.

In tale situazione il disavanzo di bilancio non è più da intendersi in senso strumentale, ma fine a sé stesso: e a questo hanno notevolmente contribuito i disavanzi degli Enti locali che devono essere ripianati dallo Stato. E, a mio avviso, è proprio il ruolo dello Stato nel New Deal che vanifica il concetto di autonomia e quello più generale di Stato delle autonomie.

Che senso ha parlare di autonomia quando è venuto meno il concetto di autonomia finanziaria e quando, in ogni caso, lo Stato è chiamato a coprire le spese deficitarie, spesso irresponsabili, delle amministrazioni locali? In conclusione, l’amministrazione dello Stato e degli Enti locali, nonché di tutti gli Enti pubblici, si avvia inesorabilmente verso la paralisi. L’applicazione estremista dei principi del New Deal ha portato ad una crisi sistematica e progressiva della società italiana divenuta società assistenziale.” (La società partecipativa, pp. 66-68)”

Concludiamo con l’Avvenire:
I dubbi leciti sono tanti. Si spiegano così la cautela di Padoan e quel “dipende” di Draghi, che oggi è a capo della Bce, ma che era direttore generale del Tesoro quando, nel 1997, il ministero costruì una “bad bank” per salvare il Banco di Napoli. Si chiama Società gestione attività ed è ancora operativa: ha comprato crediti in sofferenza per 13mila miliardi di lire, in quindici anni è riuscita a recuperare l’85% di quella somma.

Pietro Saccò

Chapeau! E come ha fatto la SGA a recuperare ben l’85% dei crediti incagliati?!?… Ho trovato questo articolo sul Corriere.it http://archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/22/Com_era_buona_quella_bad_mo_0_090522080.shtml, dove spiega che “(…) La nascita della Sga è legata al crack del Banco di Napoli avvenuto a metà degli anni ‘ 90 dopo la lunga guida di Ferdinando Ventriglia. Una gestione fallimentare, si disse, che trovò come unica via d’ uscita la cessione di circa 12.500 miliardi delle vecchie lire (circa 6,5 miliardi di euro) di crediti in sofferenza nei confronti della clientela italiana ed estera (imprese piccole e grandi, professionisti, famiglie, enti locali, enti pubblici ecc.) e la contestuale vendita dell’ istituto di credito partenopeo prima alla Bnl e poi al Sanpaolo Imi. Tutto questo avveniva tra il 1997 e il 2000, dopo l’ emanazione di una legge ad hoc per il salvataggio dell’ istituto, al quale contribuì anche il precedente decreto Sindona. A distanza di 12 anni e dopo un complesso lavoro di recupero crediti, sotto la guida dell’ ad Marcello Valignani, un ex manager del Rolo, sono stati raccolti frutti insperati. «All’ inizio nessuno ci credeva, ma abbiamo recuperato il 78% dei crediti e forse si potrebbe superare largamente l’ 80% nel giro di alcuni anni», spiega Valignani. «Le procedure sono lunghe e complesse: vendite all’ asta, fallimenti, liquidazioni di asset. Per evitare ripercussioni negative nel tessuto economico del Mezzogiorno, abbiamo puntato ad accordi stragiudiziali con i debitori. La presenza in determinati casi di garanzie reali su beni dei debitori, come pure l’ acquisizione a titolo di pagamento di importanti complessi immobiliari, ha consentito significativi incassi: in alcuni casi, grazie al mercato favorevole del mattone, abbiamo ottenuto anche recuperi sugli interessi». Complimenti dunque a Valignani, il quale, comunque, aggiunge che «Sono, invece, piuttosto perplesso di fronte all’ipotesi di costituire bad bank per i cosiddetti titoli tossici, che a tutt’oggi sono oggetti misteriosi sia per quantità sia per qualità: gli strumenti di cui si parla sembrano, almeno per il momento, più espedienti per diluire nel tempo l’ impatto di perdite rilevanti anche se non ancora quantificate».

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La grossa mina, quindi, è sempre vagante a pelo d’acqua. Malgrado le eccellenti prestazioni ottenute da figure come Valignani, il problema è che la cifra globale in ballo è elevatissima. E siccome il nostro modello di sviluppo non è per niente sano, ci sta che a breve tutto il sistema collassi fragorosamente. Con noi dentro, purtroppo. Così Zampetti, circa il presente modello di sviluppo: “…L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)”. Ma, direte voi a questo punto, “la soluzione al problema, esiste, o siamo condannati a schiantare?…” A questo punto, per brevità, copio-incollo da un altro post– forse qualcuno di voi lo avrà già letto – dove scrivevo che

“…Come detto, la buona notizia è che però la soluzione a questo storico e incistato problema politico e democratico, costantemente e sistematicamente rimosso – non a caso! – dal dibattito politico, anche se però correva sottotraccia nella coscienza di ciascuno di noi, esiste!… Essa risiede, in buona sostanza, nella “Società partecipativa” secondo sussidiarietà, secondo Dottrina sociale della Chiesa cattolica.

Affermazione questa che non intende essere gratuitamente categorica, ma semplicemente fondata sul dato di realtà che la corretta visione antropologica sull’uomo si esprime integralmente nella prospettiva cristiana, nella Dottrina sociale. Solo in essa, infatti, riscontriamo l’interezza dell’uomo-persona, corpo e anima, riconoscibile nell’incarnazione di Cristo.

images (4)Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti sui vari passaggi, affinché la “Società partecipativa” possa effettivamente attuarsi. Rimando, per questo, a un testo più completo, il “Quaderno del Covile n. 8″, cliccabile da questa pagina. Da quel testo traggo una potente citazione zampettiana, a pag. 13:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora, sul piano istituzionale, non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano). La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato. Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini “popolo” e “democrazia” nella loro accezione completa e integrale. Il popolo non è inteso, infatti, in senso individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa. Dalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il “popolo delle famiglie”, che è il vero e autentico popolo. Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova. È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo 2003, estratti da pagg. 44-46)

Per quanto attiene più specificamente alle dimensioni del lavoro e dell’economia, l’idea zampettiana si declina nella compartecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa. Tale proposta partecipativa non è da intendersi in termini egualitario-socialisti, bensì nella misura del capitale umano posseduto da ciascuno, in virtù del principio antropologico che la proprietà discende dal lavoro. Il tutto si inquadra nelle linee dell’idea antropologica zampettiana dello spiritualismo storico, alternativo sia al materialismo scientifico marxista che al materialismo edonistico di stampo liberale. Quindi, ci si prospetta una dimensione totalmente nuova, in quanto a visione della persona, del lavoro, dell’economia, del mercato!

Ho fatto una sintesi della proposta zampettiana sul lavoro in questa pagina del blog, con ampie citazioni del grande, e purtroppo misconosciuto, intellettuale lombardo del ’900. In effetti, questo intero blog è dedicato e ispirato al tema della partecipazione, secondo Zampetti”.

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Concludendo sulle bad bank, condivido con voi questo ottimo commento http://www.sbilanciamoci.info/layout/set/print/Sezioni/capitali/Bad-bank-chi-rimane-con-il-cerino-in-mano-22606 da www.sbilanciamoci.info, dal quale cito:

download“Una “bad bank” per fare ripartire il credito e l’economia, togliendo buona parte dei crediti deteriorati dai bilanci delle banche. Bella l’idea di levarli da lì. Ma malgrado i giochi di prestigio a cui ci ha abituato la “finanza creativa”, è difficile nascondere sotto il tappeto 150 o forse 300 miliardi di euro 150 miliardi di euro di sofferenze, 300 miliardi di crediti deteriorati. Questa la situazione delle banche italiane, che ha portato nei giorni scorsi il governatore della Banca d’Italia Visco a rilanciare l’idea di una “bad bank”. Semplificando, la proposta è quella di creare una struttura nella quale fare confluire questa montagna di crediti in difficoltà o inesigibili, in modo da rilanciare l’erogazione del credito e quindi l’economia. In linea teorica, l’operazione potrebbe spezzare l’attuale spirale: le banche vedono le sofferenze aumentare, chiudono i rubinetti del credito, il che fa aumentare le difficoltà delle imprese e quindi le sofferenze, portando le banche a restringere ulteriormente le politiche creditizie e via discorrendo. Sofferenze, credit crunch e problemi delle imprese si avvitano l’uno sull’altro. Non solo. Le banche devono rafforzare il proprio patrimonio, anche in vista dell’introduzione dei nuovi accordi, da Basilea III in poi, ovvero devono o aumentare il capitale sociale – cosa decisamente non facile in questa fase – o specularmente diminuire la massa degli attivi a bilancio. Disfarsi di una parte degli attivi, e di quelli di più dubbia qualità in particolare, permetterebbe di presentare bilanci più solidi. Questo in linea teorica. Il problema è che malgrado i giochi di prestigio a cui ci ha abituato la “finanza creativa”, è difficile nascondere sotto il tappeto 150 o forse 300 miliardi di euro. Difficile prima di tutto capire quanto valgano oggi tali crediti. Per semplificare, una banca ha erogato un mutuo per 100.000 euro. Il mutuatario non paga più, o ha enormi difficoltà a pagare. La banca ha una garanzia, può provare a rientrare di parte dei soldi, ma se deve disfarsi di tale mutuo e rivenderlo a qualcun altro, come quantificarlo? Di quanto può sperare di rientrare chi decidesse di comprarselo? Oggi sul mercato il mutuo vale il 40% del suo valore originale? Il 70%? Zero? È una questione fondamentale per capire chi dovrebbe pagare il conto della bad bank. Ecco alcune possibilità:

  • Negli scorsi anni le banche hanno già corretto i propri bilanci per iscrivere potenziali perdite, ma per evitare di pubblicare dati preoccupanti molti crediti inesigibili potrebbero essere stati iscritti a un valore piuttosto “generoso”. Se un domani si scoprisse che il valore iscritto a bilancio non corrisponde a quello di mercato, le banche dovrebbero farsi carico di ulteriori perdite e rettifiche. Un risultato controproducente rispetto all’obiettivo di fare ripartire l’erogazione del credito.
  • Per questo potrebbe essere lo Stato a costituire la bad bank e ad acquistare i crediti deteriorati a un valore relativamente alto. Se migliora il bilancio delle banche peggiora però quello dello Stato, il che è improponibile rispetto ai vincoli europei, e che in ogni modo farebbe ricadere il peso dell’operazione sull’insieme degli italiani, tramite un ulteriore aumento del debito pubblico.
  • Per evitare tali problemi, le banche potrebbero rivendere i crediti deteriorati a fondi, soprattutto esteri, specializzati nell’acquistare debiti inesigibili a un prezzo scontato per poi provare a rientrare. I crediti che potrebbero essere ceduti a un valore relativamente alto sarebbero quelli su cui esistono garanzie reali e ipoteche “solide”. I fondi che dovessero acquistare tali crediti eserciterebbero poi enormi pressioni sui debitori per potersi rifare in qualche modo, il che significa andare a pignorare la casa, il capannone o gli impianti messi a garanzia. Il rischio quindi è di un impatto molto pesante su quei cittadini e imprenditori che non riescono a rientrare delle loro esposizioni bancarie e un acuirsi della crisi proprio per quel sistema di piccole e medie imprese che si vorrebbe aiutare con tutta l’operazione.
  • Forse per superare queste difficoltà, una possibilità ventilata negli scorsi giorni è quella di fare intervenire la Cassa Depositi e Prestiti. Da un lato è controllata dal ministero del Tesoro, ma dall’altra il suo bilancio è fuori dal perimetro contabile dello Stato. Ma veramente qualcuno pensa che accollare alla CDP – che si alimenta dei risparmi di milioni di clienti delle Poste – una montagna di debiti di cattiva qualità può essere una soluzione accettabile? La CDP non può diventare la “discarica” delle banche, né la mucca da mungere a seconda dei desiderata del governo di turno. A pensare male, inoltre, il conflitto di interessi è fin troppo evidente: la CDP ha tra i soci una sessantina di Fondazioni bancarie, che guarda caso sono le stesse Fondazioni che continuano a detenere di fatto il controllo di molte delle banche italiane che dovrebbero disfarsi delle sofferenze vendendole – o svendendole – proprio a CDP.

Condivido appieno la chiusa di sbilanciamoci.info:

In attesa di maggiori informazioni, l’unica speranza è che non ci sia qualcuno che pensi di fare sparire centinaia di miliardi di euro con un colpo di bacchetta magica, per poi scoprire che il gioco di magia è consistito nello spostare tali debiti sulle nostre spalle.

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