Becchetti e Bruni, per superare la crisi auspicano “la fine dell’austerity e la reciprocità delle relazioni”. E la partecipazione secondo Zampetti?…

Leonardo Becchetti, editorialista economico dell'Avvenire

Leonardo Becchetti, editorialista economico dell’Avvenire

Com’è mia abitudine, ogni tanto ripesco dai giornali notizie non freschissime ma sempre attuali. In questo caso, come accade spesso, c’è da aver paura a leggere l’Avvenire, come qui, http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/liquidita-alla-banche-bce-era-ora-becchetti.aspx, dove il 6 giugno scorso Leonardo Becchetti, uno degli economisti di punta del quotidiano della CEI, scrive che

Insistevamo da mesi, su queste colonne, riguardo all’importanza di sfruttare il “dividendo monetario” della globalizzazione per compensare il suo costo sociale. Ovvero da mesi suggerivamo di stampare moneta in modo molto più audace (contando sul fatto che il rischio inflazione è minimo per i Paesi ricchi data la concorrenza sui mercati globali), di contrastare la deflazione e di sostenere la domanda interna per compensare la “forza di gravità” del ridotto costo del lavoro dei Paesi a basso reddito che ci fa perdere produzione e occupazione…

downloadMa anche, Becchetti è ovviamente tra la compagnia bi-partizan dei firmatari dei “Quattro referendum contro l’austerità che blocca la ripresa”, dei quali leggete qui:

http://www.gadlerner.it/2014/06/12/il-referendum-contro-il-fiscal-compact

Oggi verrà presentato un referendum contro il Fiscal Compact e le politiche di austerità promosso da un gruppo di economisti e accademici di diversa formazione. I referendum abrogati nel nostro paese non possono essere indetti su determinate materie, come leggi costituzionali o trattati internazionali. Il nuovo articolo 81 della Costituzione così come il Fiscal Compact rientrano in questa categoria, ma i promotori del referendum hanno deciso di abrogare alcuni punti della legge attuativa, la 243 del 2012, che ha recepito nel nostro ordinamento le modifiche costituzionali e il nuovo tratto di disciplina dei bilanci europei. I 15 economisti appartengono a diversi orientamenti politico e culturali, spaziando da ex parlamentari di Alleanza Nazionale come Mario Baldassari a esponenti della sinistra radicale, come l’ex senatore Cesare Salvi, che aveva fondato qualche anno fa un movimento socialista che aveva aderito alla lista anticapitalista di Rifondazione comunista e Comunisti italiani alle europee del 2009. Ecco i nomi dei 15 intellettuali che hanno promosso il referendum, che verrà presentato oggi a Roma.

1) Mario Baldassarri,

2) Danilo Barbi,

3) Leonardo Becchetti,

4) Mario Bertolissi,

5) Melania Boni,

6) Flaviano Bruno,

7) Rosella Castellano,

8) Massimo Andrea D’Antoni,

9) Paolo De Ioanna,

10) Antonio Pedone,

11) Nicola Candido Michele Piepoli,

12) Gustavo Piga,

13) Riccardo Realfonzo,

14) Giulio Salerno,

15) Cesare Salvi.

Nel comunicato stampa si rimarca come “l’obiettivo che il Comitato Promotore  intenda perseguire è quello di raccogliere le 500.000 firme per abrogare alcune disposizioni della legge n. 243 del 2012, che  consentono un’applicazione del principio costituzionale di equilibrio di bilancio attraverso  modalità e condizioni eccessivamente rigorose, che renderanno  necessarie politiche di austerità eccessive, solo dannose per il Paese, e in particolare per lo sviluppo, il lavoro e la stessa stabilità dei conti pubblici. E’ quanto mai urgente in Europa ripristinare la possibilità di politiche economiche favorevoli alla ripresa degli investimenti, pubblici e privati, e della domanda interna all’area dell’euro. Sinteticamente, si invitano i votanti a esprimere sulle schede referendarie il loro “SI” ad una corretta applicazione dei vincoli europei sul bilancio, in breve a dire “SI alla fine dell’ottusa austerità, sì all’euro ed all’Europa del lavoro e dello sviluppo”.

downloadLa notizia era riportata anche sull’Avvenire del 27 giugno scorso, a pagina 6. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. D’altronde, stessa identica cosa era stata recentemente proposta dal premier Matteo Renzi, come dicevo qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/05/27/renzi-lha-ridetto-faremo-operazione-keynesiana-ecco-perche-cadra-li/, lanciando nuovamente l’allarme sulle ragioni del perché questo approccio alla politica ci sta ineluttabilmente portando a picco:

RENZISe l’Europa cambierà le sue politiche di rigore e si aprirà alla crescita «potremo fare un’operazione keynesiana straordinaria in cinque anni: più di 150 miliardi di euro», ha sostenuto Renzi ieri sera a Porta a Porta su Rai 1 la sua volontà di riprendere il cammino di Governo con ancora maggiore determinazione.

Si vede che Renzi al keynesismo ci crede molto. Infatti, questa sua simpatia per l’economista del New Deal, già espressa in passato, l’avevo già commentata, il 7 marzo scorso, in questo post https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/03/07/gotti-tedeschi-non-capisce-perche-renzi-cadra-sul-new-deal/.

Ma, per chi non lo avesse letto, cos’è dunque questo famoso keynesismo, prediletto da Renzi, come dal suo maestro – per l’appunto anche lui già sindaco di Firenze, vedi com’è strana la storia! – Giorgio La Pira?…

Tra l’altro,  degli inconvenienti in cui è incorso La Pira abbracciando il keynesismo, leggete estesamente qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/, al Quaderno del Covile” n. 11, specie al capitolo 4.

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira: era un “fan” di Keynes

Il keynesismo non è altro che la vecchia ricetta del “New Deal” di Roosevelt, ispirato appunto dal famoso economista. E’ la linea di pensiero che ci ha portati nel bel mezzo della crisi: “Crescita & sviluppo” drogati e fittizi, a carico del debito pubblico, con l’aggiunta del corollario della corruzione dell’anima del popolo, indotta dai meccanismi perversi della “società dei consumi”. Tanto per esser chiari.

Andrea Giuricin, IBL

Peraltro, la cosa bizzarra è che i firmatari dell’appello per la fine del “rigore” sembrano ignorare che la conclamata austerity, in realtà, è un mito. Poiché, documenta puntualmente Andrea Giuricin in questo articolo su Leoni blog http://www.leoniblog.it/2014/06/07/laumento-della-spesa-pubblica-e-la-falsa-austerity-degli-stati/, negli anni della crisi i Paesi più in bolletta dell’Unione Europea, tra i quali il nostro, hanno continuato a indebitarsi! Cito:

…Al posto di tagliare le spese, vista la caduta del PIL, gli Stati hanno aumentato le spese. Sono anche aumentate le spese per gli interessi, ma questo è dovuto alla sfiducia che hanno avuto i mercati verso le politiche allegre di spesa dei Governi Europei.

È chiaro che se una famiglia vede ridotte le proprie entrate e invece di tagliare le spese, le aumenta, chi gli presta i soldi ha meno fiducia e gli aumenterà il tasso d’interesse.

Ma è tutta colpa dei tassi d’interesse? Assolutamente no.

La spesa pubblica per la protezione sociale e sanitaria, ad esempio, è continuata a crescere. Tra il 2008 e il 2012 (ultimo dato disponibile) nella zona Euro si è avuto un aumento di 300 miliardi di euro. E tra Francia, Italia, Spagna e Grecia nello stesso periodo queste spese sono aumentate di 146 miliardi di euro.

Quale famiglia adotterebbe una politica del genere? Quale famiglia quando vede il proprio reddito diminuire, comincia a spendere ancora più soldi?

Il pubblico e questi Governi hanno attuato una politica di public spending, cercando inutilmente di uscire dalla crisi economica, e affondando ancora di più le economie europee sotto il peso di un deficit cumulato (che diventa poi debito).

La parola “austerity” è dunque un falso giornalistico che fa molto comodo alla politica. L’unica austerity è stata quella delle famiglie e delle imprese che hanno subito un incremento delle tasse per coprire una maggiore spesa pubblica.

download (1)E ancora, in questo scenario da incubo, vediamo, qui http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/finanza-si-pieghi-al-bene-comune.aspx, che perfino nelle stanze vaticane, al Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, dove pure di economia giustamente ci si interessa,  ci si rifiuti di prendere atto di come funziona il keynesismo, e di come esso metta in riga il mondo intero. Cito largamente per farvi entrare nel contesto, segnalandovi la pericolosità della parte in rosso:

Cos’è, e come si può realizzare, l’«economia inclusiva» proposta da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium? Le disuguaglianze economiche e sociali si saneranno con le leggi del mercato o serve una politica che si riappropri del potere di indirizzo? Il governo della globalizzazione oscillerà eternamente tra i fanatici del laissez-faire e i tifosi scatenati della pianificazione pubblica? Di fronte e nel cuore di una crisi che sta minando le categorie tradizionali dell’Occidente, da ieri sono riuniti nella Casina Pio IV (quartier generale del Pontificio Consiglio per le Scienze, nel cuore dei giardini vaticani) alti dirigenti di Ocse, Wto, Fmi e alcune ong globali, economisti di fama internazionale, top manager di multinazionali e giovani imprenditori.

Tutti convocati dal cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e pace. E oggi accolti a pranzo da Papa Bergoglio.
Con 1 miliardo e 200 milioni di persone ancora sotto la soglia di povertà, e quasi 3 miliardi di abitanti del pianeta che vivono con meno di due dollari al giorno, il sogno di un’«unica famiglia umana» rischia di diventare utopia senza una forte accelerazione nella lotta alla povertà, nella definizione di regole globali e nello sviluppo di un’autentica cultura della responsabilità sociale e ambientale. È di fronte a questa emergenza che Turkson, accogliendo i circa 70 partecipanti, disegna il volto di una Chiesa che cresce con la storia e in dialogo con la storia, cercando il confronto con tutti gli attori sociali che desiderano un nuovo investimento in virtù e moralità.

mons. Mario Toso, Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

mons. Mario Toso, Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

Il workshop è a porte chiuse, anzi serrate, proprio per consentire il massimo scambio di idee tra imprenditori e studiosi che la pensano in modo diverso sugli sviluppi del capitalismo, sulle potenzialità di nuove idee come l’«economia del dono», sui ruoli degli organismi internazionali di indirizzo e controllo. Nella sua relazione introduttiva, monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e pace, offre la cornice per uno schema diverso: «Siamo in una transizione lunga, promettente e problematica. L’attuale globalizzazione ha superato alcune delle disuguaglianze ma ne ha create altre. La soluzione non è nella radicalizzazione dell’economia pubblica contro quella privata, del neo-statalismo contro il neo-liberismo, ma nella fioritura di un approccio moderno fondato su una imprenditoralità “plurivalente”, orientata verso il bene comune». Una nuova generazione di business man, se così si può dire, che non rifiuta l’economia di mercato ma la corregge mettendo l’uomo dinanzi a tutto. Prima dell’inizio del seminario, intervistato da Radio Vaticana, Toso era stato ancora più chiaro nell’offrire una chiave ermeneutica all’Evangelii gaudium: «Nell’enciclica Papa Francesco offre prospettive davvero interessanti che devono essere tradotte in progettualità, anche perché sono emerse interpretazioni distorte sino al punto di accusare il Pontefice di marxismo». Accusa falsa, ovviamente. Francesco, dice Toso, quando parla di «economia che uccide» si riferisce a quella «idolatria del denaro» che ha portato sino al suicidio imprenditori e lavoratori. Nella relazione Toso spiega ulteriormente: «L’assolutizzazione del mercato non genera concorrenza perfetta ma oligopoli».

Uno dei punti chiave della transizione in corso riguarda il peso dell’economia virtuale che domina produzione e scambi commerciali. Alla radio del Papa Toso non ha dubbi nell’individuare «il sopravvento della finanza sulla politica» tra le cause della crisi. Sta ai governanti riprendere la plancia di comando, altrimenti, torna a dire nella sua relazione il segretario del dicastero pontificio, crescerà la sensazione che «mani invisibili» sostituiscano «le virtù civiche» e «il sistema di regole» che dovrebbero orientare l’economia. «Il laissez-faire – conclude con chiarezza Toso – genera il sonno dei regolatori»

Pier Luigi Zampetti, intellettuale del '900, teorizzatore della

Pier Luigi Zampetti, intellettuale del ‘900, teorizzatore della “Società partecipativa”

Il problema di Toso, e del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (ma al fondo il problema è piuttosto dell’uomo, della società, che – inconsapevoli! – languono sotto il duro tallone della società dei consumi…), è che essi si rifiutano di prendere atto di quel che sosteneva quel grande intellettuale del ‘900 che è stato Pier Luigi Zampetti, e cioè che:

1. il regime di democrazia rappresentativa, senza sussidiarietà,  vira inevitabilmente in oligarchia. Così Zampetti:

…L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002).

2.

Giulio Tremonti, ex-ministro dell'Economia

Giulio Tremonti, ex-ministro dell’Economia

Ma sulla “plancia di comando” evocata da Toso, chi è davvero il capitano?… Attualizzavo a suo tempo, la lezione di Zampetti  nel “Quaderno del Covile n. 11”,  leggibile qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/. Mi riferivo, nel testo, da pag. 29, all’ex-ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale faceva la stessa medesima considerazione di Toso:

…Il Ministro accantona dunque totalmente il prezioso patrimonio della dottrina sociale, già a nostra disposizione da lunga pezza, in buona sostanza tutto da applicare.
Egli evoca quindi un imprecisato e futuribile modello socio-economico, ancora da inventare. Ribadisce poi la sua fiducia in una politica basata sugli “investimenti pubblici 
e opere pubbliche”, quindi sul principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio che Zampetti ci ha limpidamente illustrato in riferimento al New Deal italiano. Infine Tremonti punta a «…una terza via, che contiene alcuni elementi keynesiani ed altri più puramente di mercato. Neokeynesiana è l’idea centrale, secondo la quale il mercato da solo non basta. L’impulso e l’indicazione degli obiettivi devono andare dalla politica al mercato, e non viceversa».

E, al quel punto osservavo:

Il Ministro dell’Economia sembra quindi ignorare che in regime di New Deal è appunto l’economia che strutturalmente detta l’agenda alla politica. Non può essere il contrario. Lo Stato diviene ostaggio del sistema economico. Tremonti comunque
sembra non porsi il problema. Egli crede nel New Deal, del quale dice all’Espresso che «Talvolta si sottovaluta quanto il New Deal sia stato innanzitutto una grande operazione psicologica di massa. Un impulso forte. Una radicale inversione di tendenza nella società americana e non solo».
Zampetti invece adotta a proposito del New Deal una immagine non illusoria, anzi assolutamente esplicita:
“Un’affermazione è sulla bocca di tutti, quasi è divenuta un ritornello: «occorre diminuire la spesa pubblica!» Nessuno, finora, è riuscito ad indicare la strada. E non ci si riesce perché non si vuole guardare in faccia il mostro che il New Deal ha
prodotto e che, se non l’abbatteremo a tempo, finirà con il divorarci tutti.” (La società partecipativa, p. 156)

John Maynard Keynes, l'economista del

John Maynard Keynes, l’economista del “New Deal”

Rimando, per completezza, al testo linkato. Mi pare di aver chiarito, sia pure per grandi linee, anche i motivi di fondo per i quali le posizioni keynesian-dissipatorie di Becchetti – sponsorizzate dal quotidiano della CEI, l’Avvenire – dei firmatari dei referendum contro l’austerità e di Renzi, che peraltro sono in numerosa compagnia – ci stanno conducendo sempre più rapidamente verso la catastrofe.

E che dice Luigino Bruni, altro economista primario del quotidiano della CEI?… Lo leggiamo nell’articolo già linkato, dal quale cito:

…La sessione dei lavori di ieri ha visto il saluto del padrone di casa, il cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, e poi un confronto sul riduzionismo antropologico causato da una globalizzazione malgovernata che cancella la parola «fraternità». Ne hanno parlato suor Helen Alford, preside della facoltà di Scienze sociali dell’Angelicum e consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e pace, e Luigino Bruni, docente di Economia alla Lumsa e tra gli animatori dell’esperienza dell’«economia di comunione». Tre i riduzionismi individuati da Bruni: «L’essere umano ridotto a solo agente economico, l’impresa ridotta ad agente di profitto, la ricchezza ridotta a mera ricchezza economica». Il punto, spiega l’economista italiano, non è «creare un nuovo modello, il modello delle anime belle, ma tornare alle radici dell’economia. L’economia per sua natura include ed emancipa, non esclude e non si esclude dalla crescita sociale». La parola chiave è «reciprocità»: non si risolve tutto con una donazione o un po’ di filantropia, ma mettendo in discussione alcuni paradigmi come la finanza del “tempo zero”, in cui ogni secondo si traduce in soldi, di riequilibrare il dominio del tempo del lavoro sul tempo delle relazioni, di smuovere l’assoluta neutralità delle istituzioni rispetto ad un’economia sregolata, che non ha il senso della semina, che guarda all’oggi e non guarda a figli e nipoti. E ancora: promuovere un’idea di eccellenza della convivenza umana che abbia come criteri anche il benessere di anziani e bambini, e non solo il Pil. «Francesco ha risvegliato questi sogni in tanti player economici, anche non credenti», assicura Bruni.

Luigino Bruni, economista

Luigino Bruni, economista

Bruni è uomo di grandissima cultura. Ho seguito con interesse e ho molto apprezzato le sue riflessioni sui testi biblici in terza pagina dell’Avvenire, sotto il titolo “L’albero della vita”. Ma in questo caso cosa sta proponendo?… “Reciprocità”?… Tempo libero?… Belle e condivisibili cose, ma da sole non bastan0. A suo tempo, il nocciolo della questione fu inquadrato in modo molto più sostanziale da Zampetti:

…Devo rilevare che non ci può essere una vera sovranità popolare, come meglio vedremo in seguito, senza un capitalismo popolare inteso come un capitalismo che assicuri a tutti i lavoratori la comproprietà dei mezzi di produzione, la quale richiede un cambiamento sia nel sistema sociale sia nel sistema politico- istituzionale.
Questa è la ragione che mi induce a parlare di partecipazione popolare al potere come un’alternativa al capitalismo individualistico e al socialismo collettivistico…
…Per ottenere questo risultato bisogna prima costruire una società in grado di organizzarsi per poter assorbire una parte
dei compiti esercitati dallo Stato, che oggi non può più assolvere.
Io chiamo tale società società partecipativa, di cui occorre delineare le strutture. Tale società è destinata a sostituire la
società dei consumi che ha causato la caduta dei valori in tutto l’Occidente industrializzato, cioè nel primo mondo influenzando altresì l’intera economia mondiale…

(Partecipazione e democrazia completa, Rubbettino, 2002, estratti da pag. 39)

Non nascondiamoci dietro a un dito, cari amici. Teniamo in vista il punto centrale della questione.

Conclude l’articolo di Avvenire:

Sabato 12 il dibattito entra nel vivo, discutendo il paper redatto da Bruni, Leonardo Becchetti, André Habisch e Stefano Zamagni. Questi i punti caldi: i rapporti tra finanza, lavoro, commercio e tassazione, il rinnovamento delle istituzioni internazionali e l’applicazione dei principi della Dottrina sociale della Chiesa (in primis quello di sussidiarietà) su scala globale.

Non l’ho letto, il paper. Avrà toccato il punto caldo indicato da Zampetti: ” non ci può essere una vera sovranità popolare, come meglio vedremo in seguito, senza un capitalismo popolare inteso come un capitalismo che assicuri a tutti i lavoratori la comproprietà dei mezzi di produzione, la quale richiede un cambiamento sia nel sistema sociale sia nel sistema politico- istituzionale“? Ne dubito assai.

Ma, direte voi a questo punto, “cos’è dunque questa società partecipativa zampettiana? La soluzione al problema, esiste, o siamo condannati a schiantare?…” A questo punto, per brevità, copio-incollo da un altro post– dove scrivevo che

“…Come detto, la buona notizia è che però la soluzione a questo storico e incistato problema politico e democratico, costantemente e sistematicamente rimosso – non a caso! – dal dibattito politico, anche se però correva sottotraccia nella coscienza di ciascuno di noi, esiste!… Essa risiede, in buona sostanza, nella “Società partecipativa” secondo sussidiarietà, secondo Dottrina sociale della Chiesa cattolica.

Affermazione questa che non intende essere gratuitamente categorica, ma semplicemente fondata sul dato di realtà che la corretta visione antropologica sull’uomo si esprime integralmente nella prospettiva cristiana, nella Dottrina sociale. Solo in essa, infatti, riscontriamo l’interezza dell’uomo-persona, corpo e anima, riconoscibile nell’incarnazione di Cristo.

images (4)Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti sui vari passaggi, affinché la “Società partecipativa” possa effettivamente attuarsi. Rimando, per questo, a un testo più completo, il “Quaderno del Covile n. 8″, cliccabile da questa pagina. Da quel testo traggo una potente citazione zampettiana, a pag. 13:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora, sul piano istituzionale, non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano). La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato. Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini “popolo” e “democrazia” nella loro accezione completa e integrale. Il popolo non è inteso, infatti, in senso individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa. Dalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il “popolo delle famiglie”, che è il vero e autentico popolo. Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova. È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo 2003, estratti da pagg. 44-46)

Per quanto attiene più specificamente alle dimensioni del lavoro e dell’economia, l’idea zampettiana si declina nella compartecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa. Tale proposta partecipativa non è da intendersi in termini egualitario-socialisti, bensì nella misura del capitale umano posseduto da ciascuno, in virtù del principio antropologico che la proprietà discende dal lavoro. Il tutto si inquadra nelle linee dell’idea antropologica zampettiana dello spiritualismo storico, alternativo sia al materialismo scientifico marxista che al materialismo edonistico di stampo liberale. Quindi, ci si prospetta una dimensione totalmente nuova, in quanto a visione della persona, del lavoro, dell’economia, del mercato!

Ho fatto una sintesi della proposta zampettiana sul lavoro in questa pagina del blog, con ampie citazioni del grande, e purtroppo misconosciuto, intellettuale lombardo del ’900. In effetti, questo intero blog è dedicato e ispirato al tema della partecipazione, secondo Zampetti”.

Quando vorremo finalmente prestare attenzione alla lezione di Zampetti, noi cattolici?…

Annunci

Un pensiero su “Becchetti e Bruni, per superare la crisi auspicano “la fine dell’austerity e la reciprocità delle relazioni”. E la partecipazione secondo Zampetti?…

  1. Pingback: Tragici equivoci cattolici su economia e finanza | lafilosofiadellatav

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...