Si inaugura BREBEMI. Tra disastri finanziari e ambientali, l’unica speranza viene dalla “società partecipativa” secondo Dottrina sociale.

E così, siamo arrivati al momento fatidico dell’inaugurazione di BREBEMI, la nuova autostrada lombarda premiata, per la sua architettura finanziaria in project-financing, a livello europeo!…

Su BREBEMI,  TEEM https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/03/31/paolo-viana-su-avvenire-il-quotidiano-e-attendibile-su-infrastrutture-e-project-financing-brebemiteem/ e la consorella PEDEMONTANA https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/04/29/avvenire-e-pedemontana-che-cose-la-verita-2/ ho avuto occasione di realizzare due delle inchieste meglio riuscite de “la filosofia della TAV”, grazie ai numerosi validi specialisti che tengo qui a ricordare per nome: Francesco Ramella, Marco Ponti,  Carlo Stagnaro, Ugo Arrigo, Angelo Tartaglia, Ivan Cicconi, Ivan Beltramba,  Giorgio Ragazzi. Ma anche grazie a semplici cittadini impegnati nella tutela della cosa pubblica, come Girolamo Dell’Olio, e a giornalisti  come Roberto Cuda e Andrea Di Stefano. Senza il loro apporto non sarebbe stato possibile far luce su queste vicende.

Per i dettagli sui molti lati oscuri di quelle opere, rimando pertanto ai testi linkati.

1. Project-financing veri o finti?

Sulla base dei quali è interessante – ma anche inquietante! – vedere che ancora due giorni fa, sul Sole 24 Ore web, qui http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-07-20/expo-pronte-prime-grandi-opere-081318.shtml?uuid=ABKSlecB, si scrive che

La Brebemi è un project financing puro, priva di finanziamento pubblico, del valore di circa 1,9 miliardi. È uno dei più grandi project in Europa.

Mentre invece la realtà sembra essere palesemente e diametralmente opposta. Cito dal testo su BREBEMI, al punto 5:

Cuda e Di Stefano scrivono che

“Brebemi Spa è controllata da Autostrade Lombarde, che detiene l’89% del capitale, mentre il 7,2% è in mano a Serravalle. Ma chi controlla Autostrade Lombarde? Il socio di maggioranza è il gruppo Intesa Sanpaolo (42,51% del capitale), seguito dal Gruppo Gavio (attraverso Satap) con il 12,75%. Altri soci di peso sono i costruttori Pizzarotti (6,4%), Unieco (5,78%) e Mattioda (5,3%). Pizzarotti possiede direttamente anche il 3,1% di Brebemi, seguita da Unieco – socia Legacoop – con il 2,2% di Brebemi”.

Dunque, c’è l’imprenditore. Anzi, ce n’è più d’uno. E c’è anche la banca. Ancora Banca Intesa, tra l’altro, come per NTV, e per una quota significativa. Ma perché, e come fa, una banca, ad assumere il ruolo di concessionario autostradale? Forse il banchiere starà con la mano al casello, per recuperare, con gli interessi, i soldi della ditta?…

(…)

Questo, per quanto riguarda il capitale di BREBEMI Spa. E i soldi per fare l’opera, perché questo è uno dei due dati davvero significativi, chi li ha tirati fuori? Vediamo:

“Nel ruolo di advisor e underwriter, Intesa Sanpaolo ha il compito di organizzare il finanziamento. Il 25 luglio 2011 vengono deliberate linee di credito per 2,018 miliardi, così ripartiti: Cassa depositi e prestiti (762 milioni), Intesa Sanpaolo BIIS (289 milioni), Unicredit (289 milioni), Monte dei Paschi (289 milioni), Credito Bergamasco (100 milioni), Centrobanca (Ubi) (289 milioni). (Il Sole 24 Ore, 26.07.2011; Giornale di Brescia, 26.07.2011). Si tratta del finanziamento “senior” a lungo termine, necessario a completare i lavori. Di quella cifra è stato confermata recentemente (12 dicembre 2012) solo la parte di Cassa Depositi e Prestiti, ente pubblico che utilizza il risparmio postale. Per il resto i lavori sono sempre stati finanziati con “prestiti ponte”, ovvero finanziamenti a breve termine in attesa di perfezionare il finanziamento senior (nel quale poi confluirà): una sorta di “anticipo” che assomiglia molto a un azzardo, visto che se l’opera non dovesse andare in porto (e dunque non ci fossero le entrate da pedaggio) la banca registrerebbe una perdita secca. Insomma siamo di fronte ad un’operazione insensata sul piano finanziario, che finisce per mettere a repentaglio i soldi dei risparmiatori.

La conclusione “politica” dell’intera vicenda delle nuove autostrade lombarde è che, come dico nel testo su Pedemontana,

I “soldi dei privati”, nel senso di imprenditori concessionari che poi gestiranno anche l’opera, in questo ennesimo fantasma di project-financing, paiono un mito. I quattrini per ora in realtà pare che ci li metta praticamente quasi tutti lo Stato (la Cassa depositi e prestiti è infatti un Ente pubblico, che, abbiamo visto, si serve dei fondi del risparmio postale!), e… le banche!… Le banche, amici, come notavo nella precedente inchiesta, e ancora la Cassa Depositi e Prestiti, circa la quale in questo caso si sta ragionando di ben un miliardo di euro di intervento!

Morale della favola: lo Stato è praticamente in bancarotta, con 2300 miliardi di euro di debito. Il traffico sulle autostrade è in calo per via della crisi, che non accenna a passare. La Regione Lombardia è già abbondantemente infrastrutturata, così affermavano Cuda e Di Stefano nel loro dossier, tanto è vero che BREBEMI si configura cone un doppione del’A4, mentre invece l’Avvenire lamenta il gap negativo che la Lombardia ha nei confronti delle altre grandi regioni europee. Come usa di consueto in circostanze di questo genere, dati e cifre vengono rigirati al volo, come frittate. Viene spontaneo chiedersi dove sia la verità.

D’altronde, scrivevo al punto 3 del testo su BREBEMI, che il relativo project-financing sia un mito, è perfettamente logico:

download (7)

ing. Ivan Cicconi, Consorzio ITACA, esperto di project-financing, grandi opere e grandi appalti

…Francamente, pare davvero improbabile che un privato, un imprenditore ragionevole, investa i suoi soldi – e ce ne vogliono tanti! – in un’autostrada, con l’incerta prospettiva di recuperarli con i pedaggi. Piuttosto che quell’imprenditore  si indebiti massicciamente per far questo, visto che poi, infine, quei soldi non li ha, oppure -paradosso! – se li ha, è riluttante a metterceli. Tantopiù che qui si parla di  soli capitali privati. Quindi, nemmeno una pur parziale pretesa quota del 60%, come fu detto a suo tempo per la TAV – e non era vero, Cicconi ha spiegato che era una truffa – ma addirittura tutti capitali privati. Sembra decisamente troppo azzardoso, specie per i prudentissimi “imprenditori infrastrutturali” italiani, ancorché premiati.

O, altrimenti detto, alzi la mano chi fra di voi si indebiterebbe per più di due miliardi di euro per fare un’autostrada di 60 km., programmando di restituire i soldi, con gli interessi, alle banche, (o alla Cassa Depositi e Prestiti), dopo essersi sobbarcato l’onere di gestire l’opera, per farci anche il giusto guadagno… il tutto, soltanto grazie agli introiti dei caselli!… Specie se questa ipotetica autostrada, come nel caso di BREBEMI, è praticamente un doppione di un’altra autostrada, nel caso specifico l’A4, che corre poco più a nord, i cui passati problemi di congestione sembra siano già stati risolti.

Oppure, ancora altrimenti detto, in realtà, è vero: sono soldi dei “privati”. Solo che, nella maggior parte… quei privati non  sono i concessionari dell’opera, ma gli inconsapevoli cittadini depositanti delle banche e di Poste Italiane, questi ultimi tramite CDP… Non solo cittadini italiani ma anche europei, perché in questa impresa improbabile anche la BEI ci ha messo ben 700 milioni di euro.  

E’ infatti evidente che, siccome lo Stato soldi non ne ha più, anzi è pieno di debiti, ha chiamato le banche e la CDP a finanziare l’opera grande keynesiana. E banchieri e boiardi di Stato, disciplinati funzionari messi dal sistema al posto giusto, hanno prontamente eseguito. Tanto, non è che pagano di tasca loro.

Ma il punto non è solo questo. I prestiti si possono anche contrarre, è legittimo. Però il secondo dato significativo è anche – e non è poco! – che, se  l’opera dovesse andare in perdita, come è altamente probabile, essendo un doppione dell’A4, chi si accollerà gli oneri delle perdite di gestione, e quelli del rimborso dei prestiti contratti?… Se non lo Stato, come è sempre (s)tato in casi analoghi ?…. I media, se fossero seri, dovrebbero mandare qualche buon giornalista a indagare sui contratti di concessione… che pare siano secretati.

E “privati” chiamati d’ufficio a contribuire all’opera, sono anche i cittadini contribuenti. Leggo infatti su Altraeconomia che

…ieri ha ricordato Roberto Maroni l’opera è in attesa di una decisione del CIPE (“di una firmetta di Padoan”, ha specificato ieri il presidente di Regione Lombardia) relativa alla defiscalizzazione dell’opera, cioè di un finanziamento indiretto da parte dello Stato, che non incasserà IVA, IRES, IRAP dal concessionario per una cifra, pare, intorno al mezzo miliardo di euro.

Vale la pena aggiungere che la defiscalizzazione è possibile, per legge, solo per opere il cui piano economico e finanziario sia insostenibile: significa, in pratica, che il traffico atteso sulla BreBeMi, i numero usati per giustificare l’opera non ci sono, che il concessionario rischia il collasso.

2. Nuove autostrade lombarde e alluvioni lombarde

download

In questa circostanza dell’inaugurazione, nella quale ho voluto rinfrescare la memoria della cattiva politica che ha ispirato “opere grandi” senza costrutto apparente per il bene comune, desidero però focalizzare un punto che si è nuovamente palesato dopo che avevo chiuso i dossier: quello delle alluvioni nel milanese.

Cito in proposito la “Nuova Bussola quotidiana”, qui http://www.lanuovabq.it/it/articoli-milano-sottacqua-non-e-per-la-pioggia-9697.htm, dove Luigi Mariani il 10 luglio 2014 scrive che

…A chiusura di questo commento è bene sviluppare alcune considerazioni più generali. Anzitutto si deve rimarcare un fatto che è sotto gli occhi di tutti e cioè che il Nord Milano ha subito negli ultimi decenni imponenti trasformazioni che hanno condotto alla quasi totale sparizione delle aree agricole, sostituite da aree urbanizzate dotate di limitatissima capacità di trattenere l’acqua piovana.  Tale constatazione dovrebbe di per se stessa condurre ad una rinnovata attenzione al territorio e più nello specifico alle opere di gestione delle acque meteoriche, da dimensionare con adeguati studi idrologici in funzione dell’attuale uso del suolo ed in funzione di serie storiche pluviometriche recenti.

Bisogna inoltre diffidare dal classico “refugium peccatorum” che consiste nell’addebitare al “cambiamento climatico”  gli eventi pluviometrici estremi. Dico questo in quanto le analisi delle precipitazioni estreme da me condotte in Lombardia e più in generale nel bacino del Mediterraneo indicano l’assenza di particolari tendenze per quanto riguarda le piogge estreme e cioè gli eventi di oltre 50 mm e di oltre 100 mm in un giorno.

imagese qui http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/L%20dove%20cera%20lerba%20ora%20c%20%20%20Colpa%20dellurbanizzazione.aspx, dove il 9 luglio scorso Lucia Bellaspiga, sull’Avvenire, dà conto dell’intervista a Gianfranco Becciu, professore associato di Costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano. Il quale afferma il medesimo concetto espresso da Mariani:

La causa principale di questi disastri è il grande sviluppo urbanistico avvenuto nella zona a nord-ovest di Milano: molte superfici un tempo naturali, che assorbivano la pioggia e rallentavano l’afflusso, regolandolo e distribuendolo in tempi più lenti, oggi sono impermeabili.

e, a domanda su che cosa sarebbe risolutivo e va fatto, invece delle politiche fino ad ora perseguite, suggerisce

prof. Gianfranco Becciu, Politecnico di Milano

prof. Gianfranco Becciu, Politecnico di Milano

…Bisogna trasformare parte delle aree impermeabili in permeabili. Non c’è una sola grande opera risolutiva, ma un insieme di interventi: aumentare le aree verdi o di infiltrazione, all’asfalto sostituire dove possibile aree pavimentate con sottostrutture drenanti, ad esempio in parcheggi e cortili interni. E poi convogliare la maggior parte delle acque raccolte dai tetti in pozzi di infiltrazione, così da restituire l’acqua direttamente alla falda freatica affinché non scorra in superficie e non confluisca nelle fognature. Altra cosa fondamentale sono i tetti verdi, cioè ricoperti di strati di terreno e coltivati… a Milano ce ne sono pochissimi, se si diffondessero su tutti i palazzi assorbirebbero come spugne l’acqua in eccesso.

Splendida utopia?

No, cose semplici e fattibilissime. Purché si cominci. A New York già nel 2011 il sindaco Bloomberg conti alla mano ha investito miliardi di dollari dando incentivi e forti sconti sulle tariffe del sistema idrico integrato ai cittadini che costruiscono tetti verdi. Ridisegnare la rete fognaria e ricreare aree verdi in città gli sarebbe costato molto di più. In Italia sembrano sogni romantici, all’estero sono già realtà.

L’alluvione è avvenuta a nord di Milano, dove corre Pedemontana, mentre BREBEMI  e  TEEM insistono a est. Mi sembra però che il concetto espresso da Mariani e Becciu, in quanto approccio al rapporto col territorio, sia concettualmente estensibile a tutti i punti cardinali, anzi a tutto al Paese. In effetti, quello che è da ripensare sembra essere proprio il modello di sviluppo.

3. La relazione tra le nuove autostrade lombarde, agricoltura ed EXPO

download (3)A questo proposito, c’è il fatto che queste nuove autostrade sono state concepite anche in funzione di collegamento all’EXPO. La quale a sua volta si ispira al discorso dell’agricoltura, del cibo, del “nutrire il pianeta”. Ebbene, in sostanza, al di là delle buone intenzioni proclamate, qual è la relazione tra le nuove autostrade e l’agricoltura?… Ce lo dicono Cuda e Di Stefano, al capitolo 7 del testo su BREBEMI:

…L’impatto sull’agricoltura è pesantissimo, e rischia di aggravarsi in modo esponenziale con le nuove arterie. Dal 1999 al 2007 in Lombardia sono stati cancellati oltre 43 mila ettari di aree agricole, mentre ogni giorno vengono urbanizzati 117 mila metri quadrati di territorio.
Secondo le rilevazioni di Coldiretti, la Pedemontana si mangerà quasi 24 milioni di metri quadrati di territorio, altri 18 milioni e mezzo se li prenderanno Brebemi e relative tangenziali di raccordo e 8 milioni e mezzo la nuova Tangenziale est esterna di Milano. “Un fiume d’asfalto pari alla metà della lunghezza del Po, che tocca 214 comuni e ‘sperona’ centinaia di aziende agricole. Solo su Brebemi sono quasi 1.500 quelle danneggiate con terreni presi a morsi dai cantieri, cascine spianate e stalle assediate dall’asfalto”. (Comunicato Stampa Coldiretti Brescia, 13.10.2010 ).

(…)

Qui, un video nel quale vengono intervistati , a cura di BG Report, due agricoltori, la cui azienda è stata interessata dagli espropri per i lavori :

Ma anche, più recentemente, secondo Green Planner Magazine così si è espresso il Presidente di Coldiretti Lombardia, Ettore Prandini:

…Prima c’era la Brebemi, adesso c’è la Teem e domani cosa ci sarà? Eppure ogni volta sono gli agricoltori a pagare il dazio più pesante perché un capannone lo puoi spostare, ma con un campo, una stalla, una casa, una vita come fai? Questo succede alle famiglie di agricoltori che si ritrovano sul percorso della Teem e che abbiamo il dovere di tutelare”

La rivista GP scrive anche che

La Teem, con i suoi 32 chilometri di percorso principale più altri 38 chilometri di opere connesse coinvolgerà, aggiunge la Coldiretti, circa 150 aziende agricole e occuperà una superficie complessiva di 10 milioni di metri quadrati. Secondo quanto risulta a Coldiretti Lombardia, circa il 90% delle aziende agricole che hanno subito espropri per la costruzione della Teem e delle sue opere connesse non sanno ancora quanto e quando saranno pagati perché manca il protocollo d’intesa con la società costruttrice. Su Brebemi, invece la maggior parte delle 300 aziende agricole coinvolte ha ricevuto gli acconti degli indennizzi, ma c’è una situazione di stallo per i saldi che mancano ancora all’80% delle famiglie.

Che ci siano state anche severe problematiche con gli espropri agli agricoltori –  non solo autostradali, ma anche per la TAV – e i relativi indennizzi, ne ha sempre dato testimonianza anche Coldiretti. Un esempio qui, su Repubblica.

“È un fiume d’asfalto lungo 303 chilometri, che tocca 214 comuni e “sperona” centinaia di aziende agricole  –  sottolinea Nino Andena, presidente di Coldiretti Lombardia  –  E a questi dati vanno aggiunti i 400mila ettari già cementificati dal 1990 a oggi, pari al 15 per cento del suolo agricolo lombardo. Negli ultimi vent’anni abbiamo perso un’area grande due volte le province di Milano e Monza Brianza”.

Moltissime realtà imprenditoriali da sempre radicate sul territorio rischiano di essere spazzate via a suon di espropri. È il caso dell’azienda agricola di Ivana Regazzetti, che alleva muicche da latte a Paullo: “La Tem passerà a pochi metri da casa nostra  –  racconta  –  Già 30 anni fa la mia famiglia si è dovuta spostare in campagna per fare posto alla speculazione edilizia, ma ora ci hanno raggiunto anche qui. Dove andiamo se nonpossiamo ricominciare da un’altra parte?”.

Per pianificare il futuro, gli agricoltori avrebbero bisogno degli indennizzi garantiti negli accordi di cessione volontaria delle terre che molti di loro hanno già stipulato, senza però vederne i frutti. “Le quasi 1500 imprese toccate dalla Brebemi hanno rinunciato ai terreni necessari all’autostrada a luglio dello scorso anno  –  sottolinea Rossana Cozzolino, responsabile dell’area legislativa e dei rapporti istituzionali di Coldiretti Lombardia  –  ma ad oggi non hanno ancora ricevuto gli indennizzi previsti dal protocollo d’intesa che abbiamo siglato a ottobre 2009 con Brebemi per ragioni burocratiche. Manca la firma del Cal, Concessioni autostradali lombarde, uno dei troppi enti coinvolti”.

Ora pare che si sia arrivati ad un accordo. Presumibilmente, ancora con fondi pubblici. Ma Coldiretti, visti i precedenti, non si fida, e continuerà a vigilare. Se ne legge qui, sull’Eco di Bergamo:

«Con l’accordo sottoscritto martedì 22 luglio per quanto riguarda le procedure di esproprio delle aree racchiuse tra la Brebemi e la Tav, vediamo riconosciuti gli sforzi che ormai da tempo Coldiretti Bergamo sta mettendo in campo (come la recente partecipazione alla manifestazione di Milano) per la tutela dei legittimi diritti degli imprenditori agricoli, che si sono visti occupare indiscriminatamente la loro proprietà senza ad oggi avere ancora ottenuto i giusti indennizzi». Così il presidente della Coldiretti bergamasca, Alberto Brivio, commenta l’intesa odierna che mette un punto fermo su uno dei nodi critici della vicenda che coinvolge un centinaio di aziende agricole associate all’organizzazione agricola.

«Prendiamo atto – sottolinea Brivio – che è stata data una prima prova di buona volontà per quanto riguarda l’acquisizione delle aree racchiuse tra la Brebemi e la Tav. Finché però non verranno chiariti i tempi, le modalità e l’entità degli espropri e non si arriverà alla completa attuazione di tutti i passaggi previsti, Coldiretti Bergamo eserciterà un’azione di attenta vigilanza, senza precludere nessuna azione così come ha fatto finora, per garantire la tutela del mondo agricolo bergamasco».

Coldiretti Bergamo non parteciperà all’inaugurazione della Brebemi, per sottolineare che la vicenda verrà considerata conclusa solo quando i contenziosi di tutti gli agricoltori coinvolti verranno risolti.

«Avevamo già programmato un’azione dimostrativa per domani – conclude Brivio – ma per senso di responsabilità non attueremo alcuna forma di rivendicazione che possa intralciare la cerimonia con l’auspicio che istituzioni e soggetti interessati riservino altrettanta responsabilità nel favorire la definitiva soluzione di tutte le criticità»

4. La soluzione vera del problema, al posto di nuove autostrade

download (3)Quindi, a leggere i dati con obiettività, BREBEMI, che sarà inaugurata domani dal Presidente del Consiglio Renzi, e le consorelle TEEM (inaugurata solo in parte!…) e Pedemontana, appaiono sinistramente come una iattura totale, da ogni punto di vista: finanziario per le casse pubbliche e le tasche dei risparmiatori, di sostenibilità ambientale, e financo trasportistico.

D’altronde, ciò è perfettamente coerente, trattandosi del modello di sviluppo keynesiano:  “progresso & sviluppo” fittizi, a carico del debito pubblico, evidentemente per favorire i costruttori e crearsi consenso politico dando lavoro purchessia. Anche se i soldi non ci sono. Anzi, c’è solo una montagna di debiti, nell’Italia già praticamente in bancarotta. Tutto questo avviene, e così è verificabile da chiunque, al netto della corruzione. In base a procedure decisionali perverse, di carattere squisitamente politico.

Ma anche, scrivevo nel testo su Pedemontana:

Sulla questione del lavoro, un dettaglio importante. Nel dossier di Cuda e Di Stefano si leggeva che “Se tutto si dovesse effettivamente fermare, a risentirne sarebbe una filiera composta da 800 imprese e 3.500 addetti, che lavorano intorno al sistema Pedemontana”. Ecco, vorrei osservare che, alla luce di quanto è emerso, abbiamo visto che purtroppo tante volte sui media che intercettano il grande pubblico, non si può contare su un’informazione attendibile. Questo avviene maggiormente sui temi economici, dove gravitano ingenti investimenti pubblici.

Se così è, però, a questo punto sarebbe auspicabile una maggior consapevolezza da parte delle imprese. Che troppo spesso  si lasciano ammaliare dalle sirene del “lavoro a tutti i costi”. Gli imprenditori, diverse decine dei quali – sbagliando di grosso, ma è successo! – si sono suicidati, nel Nordest, perché lo Stato non ha pagato i lavori loro commissionati, e lo Stato ha ancora la cifra spaventosa di un 100 miliardi di euro da saldare ai fornitori, ma anche i singoli lavoratori, dovrebbero cominciare a farsi qualche domanda, circa la sostenibilità e la convenienza, per loro, delle pratiche politiche che abbiamo appena visto.

So che non è facile. La tentazione è piuttosto quella di avere del lavoro subito, senza stare a guardare troppo per il sottile se quel lavoro sia sano o drogato. Senza chiedersi se tante di quelle grandi opere che vengono commissionate dallo Stato – e che sono pagate anche con i soldi delle tasse di quei medesimi imprenditori e lavoratori! – siano congrue rispetto all’interesse pubblico, e se lo Stato abbia effettivamente i soldi per pagarle.

Quindi, in primis per il bene di chi lavora e paga le tasse, i cui introiti poi vediamo troppo spesso massicciamente sprecati dallo Stato e dagli Enti locali in spese improvvide, al punto che la spada di Damocle del default dell’intero sistema Italia pende minacciosamente sulle teste di noi tutti, prima apriamo gli occhi, e meglio è.

Ma anche, era mia precisa intenzione chiudere in positivo:

Come detto, la buona notizia è che però la soluzione a questo storico e incistato problema politico e democratico, costantemente e sistematicamente rimosso – non a caso! – dal dibattito politico, anche se però correva sottotraccia nella coscienza di ciascuno di noi, esiste!… Essa risiede, in buona sostanza, nella “Società partecipativa” secondo sussidiarietà, secondo Dottrina sociale della Chiesa cattolica.

Affermazione questa che non intende essere gratuitamente categorica, ma semplicemente fondata sul dato di realtà che la corretta visione antropologica sull’uomo si esprime integralmente nella prospettiva cristiana. Solo in essa, infatti, riscontriamo l’interezza dell’uomo-persona, corpo e anima, riconoscibile nell’incarnazione di Cristo.

images (4)Non è questa la sede per ulteriori approfondimenti sui vari passaggi, affinché la “Società partecipativa” possa effettivamente attuarsi. Rimando, per questo, a un testo più completo, il “Quaderno del Covile n. 8″, cliccabile da questa pagina. Da quel testo traggo una potente citazione zampettiana, a pag. 13:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora, sul piano istituzionale, non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano). La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato.
Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini “popolo” e “democrazia” nella loro accezione completa e integrale. Il popolo non è inteso, infatti, in senso individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa.
Dalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il “popolo delle famiglie”, che è il vero e autentico popolo.
Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova.
È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri.
(Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo 2003, estratti da pagg. 44-46)

Pier Luigi Zampetti

Pier Luigi Zampetti, elaborò l’idea della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale

Per quanto attiene più specificamente alle dimensioni del lavoro e dell’economia, l’idea zampettiana si declina nella compartecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa. Tale proposta partecipativa non è da intendersi in termini egualitario-socialisti, bensì nella misura del capitale umano posseduto da ciascuno, in virtù del principio antropologico che la proprietà discende dal lavoro. Il tutto si inquadra nelle linee dell’idea antropologica zampettiana dello spiritualismo storico, alternativo sia al materialismo scientifico marxista che al materialismo edonistico di stampo liberale. Quindi, ci si prospetta una dimensione totalmente nuova, in quanto a visione della persona, del lavoro, dell’economia, del mercato!

Ho fatto una sintesi della proposta zampettiana sul lavoro in questa pagina del blog, con ampie citazioni del grande, e purtroppo misconosciuto, intellettuale lombardo del ’900. In effetti, questo intero blog è dedicato e ispirato al tema della partecipazione, secondo Zampetti.

Tratteggio la prospettiva di fondo dell’idea di Zampetti, trascrivendo la nota di copertina del suo libro “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?

È la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera
misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili “centrali energetiche”.
La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la “società di ruoli o funzioni” in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione democratica. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Mi sembra dunque una prospettiva di grande interesse, meritevole di riflessione, approfondimento  e discussione.

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