USA: si chiedono risposte sul giovane nero sparato dalla polizia. La soluzione sta solo nella “società partecipativa”.

images (4)Cari amici, al volo, in questa estate “suddista” torrida, la notizia, questa http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Usa-St-Louis-Missouri-la-polizia-fa-il-nome-agente-ma-il-18enne-nero-era-sospettato-di-furto-67e682c7-4009-470d-8957-3fe9b7035fe5.html dell’assassinio di un giovane afro-americano, Michael Brown Jr., da parte della polizia, a St.Louis (Missouri, USA), mi ha rievocato alla mente il ricordo di un articolo che avevo letto tempo addietro sulla “Bussola”. Sono andato a ricercarlo, ed eccolo qui http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-il-sogno-traditodi-ml-king-7171.htm. Cito, come al solito, e stavolta integralmente, ringraziando l’autore, Stefano Magni:

Cinquant’anni dopo lo storico discorso di Martin Luther King il 28 agosto 1963, “I have a dream” (io ho un sogno), si raccolgono i frutti amari di un’emancipazione dei neri che non c’è mai stata.
Per capirlo è meglio soffermarsi su alcune cifre che parlano da sole.

Il tasso di disoccupazione dei neri è il più alto in assoluto rispetto a quello di tutte le altre etnie statunitensi: il 15,9% degli Afroamericani è disoccupato, rispetto al 14,6% dei nativi americani (“indiani” e nativi di Alaska e Hawaii), all’11,5% degli ispano-americani, al 7,2% dei bianchi e al 7% degli asiatici. Ma anche fra quei neri che sono occupati, lo scenario non è un granché, considerando che solo lo 0,8% degli imprenditori sono afroamericani, contro un 95,8% di bianchi. Il settore pubblico è il maggior datore di lavoro dei neri. Il 21,2% dei lavoratori neri è impiegato nel settore pubblico (contro il 16,3% di tutte le altre etnie). Solo l’8% è nel business aziendale, il 10,6% è nel settore manifatturiero, il 12,6% nel commercio al dettaglio, il 18,5% impiegato in sanità e istruzione, dunque in altri posti para-pubblici.

E le cifre sulla criminalità sono ancora più allarmanti. Dal 1980 al 2008, il numero di aggressioni commesse da Afroamericani è 8 volte superiore rispetto a quello delle violenze commesse dai bianchi. Pur essendo meno del 15% della popolazione, i neri d’America hanno commesso più della metà (il 52,5%) dei delitti, sempre fra il 1980 e il 2008.

Un progressista, vedendo queste cifre, giungerebbe alla conclusione che negli Usa c’è ancora razzismo. Sì, c’è. Ma alla rovescia. A colpo d’occhio, per chiunque vada negli Usa, la comunità nera appare più chiusa delle altre: mentre si vedono ovunque gruppi multi-etnici di studenti e lavoratori formati da bianchi, asiatici e latino-americani, i neri paiono frequentarsi solo fra loro. Un sondaggio Rasmussen, pubblicato proprio questa estate, conferma questa impressione. Rivela come il 31% degli stessi Afroamericani ritenga la propria etnia la più razzista in assoluto, contro un 24% che attribuisce il maggior razzismo ancora ai bianchi. Visti dall’esterno, gli Afroamericani sono considerati i più razzisti dal 38% dei bianchi, contro un magro 10% che vede ancora nel razzismo bianco il peggior pericolo.

Perché il sogno di King è stato realizzato alla rovescia? Martin Luther King, nel suo celeberrimo discorso, affermava: «Ho ancora un sogno. Un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Ho un sogno che, un giorno, questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso autentico del suo credo: “noi riteniamo queste verità autoevidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali”». Quello di Martin Luther King era un sogno di eguaglianza nel diritto, che è la base del sistema liberale occidentale. Se tutti sono stati creati uguali, gli individui «non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per il contenuto delle loro idee».

Le politiche di emancipazione che sono state messe in atto dopo la morte di Martin Luther King hanno invece cercato di realizzare un altro tipo di eguaglianza: quella delle opportunità e del benessere. A partire dalle politiche dell’amministrazione democratica di Lyndon Johnson, negli anni ’60, basate sul principio di “affirmative action”, si è scientemente perseguita una strategia di “discriminazione positiva”. I neri non sono diventati eguali: dopo l’emancipazione e la fine della segregazione razziale negli Stati del Sud, sono stati beneficiari di politiche sociali, sussidi statali, privilegi e “quote nere” nelle assunzioni. I progressisti americani, negando il significato profondamente religioso del principio “tutti gli uomini sono creati uguali”, hanno sperimentato nuove forme di eguaglianza, cercando di costruire una società di uguali nel benessere, non solo nei diritti.

Come tutti gli apprendisti stregoni della pianificazione sociale, hanno ottenuto il contrario di quel che avevano progettato. Beneficiari di sussidi sociali, gli Afroamericani hanno trovato più conveniente stare a casa piuttosto che cercare un lavoro. Privilegiati nelle assunzioni dei posti pubblici, si sono riversati nella burocrazia, il settore meno produttivo d’America. I sussidi per i figli delle famiglie afro-americane hanno finito per sfasciare le famiglie stesse. Testimonianze drammatiche, come quelle contenute nel romanzo “Push” di Ramona “Sapphire” Lofton, ci mostrano realtà agghiaccianti, di figlie violentate dai padri per “produrre” più bambini, dunque sussidi.

Il razzismo nero viene di conseguenza. Quando la tua politica mira ad ottenere più sussidi e privilegi, la tua diventa una lotta contro le altre etnie per la spartizione della torta pubblica. La questione etnica è entrata prepotentemente nella scena americana, che pure si fondava e si fonda tuttora sul principio del “melting pot”. Le dichiarazioni e le politiche ufficiali delle amministrazioni statunitensi non hanno certo contribuito a risolvere il problema.

images (6)Il caso Zimmerman è l’esempio più recente: George Zimmerman, vigilantes latino-americano, ha sparato a un diciassettenne nero, Trayvon Martin. Dopo un anno di processo, la giuria ha assolto Zimmerman: le prove dimostrano che la sua era legittima difesa, ha sparato per salvarsi. Non era lui l’aggressore. Nonostante tutto, i manifestanti dei movimenti anti-razzisti hanno occupato Times Square a New York e alimentato tafferugli in tante altre città. Reazione di Obama? «Potevo essere io Trayvon Martin, 35 anni fa». Quando si guarda al colore della pelle, prima ancora di distinguere fra aggredito e aggressore, c’è qualcosa che non funziona. Di sicuro non si rispetta il sogno di Martin Luther King, secondo cui non si deve essere giudicati per il colore della propria pelle, ma per il contenuto delle proprie idee.

images (5)Capito, cari amici?… questi fatti si ripetono periodicamente, ma al fondo il problema è sempre lo stesso: e cioè che in tutto il mondo il popolo, invece di esser fatto evolvere con la sussidiarietà, viene tenuto sottomesso con l’assistenzialismo. D’altronde, stessa cosa ha fatto, in Italia, Giorgio La Pira, già Sindaco di Firenze, come dicevo estesamente qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/, al “”Quaderno n. 11”. Nel caso di La Pira, pur nell’errore, sicuramente c’è stata buona fede. Negli USA iper-massonici certamente no.

E’ per questo che, negli USA, aborto e contraccezione sono uno “strumento politico” per asservire ideologicamente e contenere numericamente la popolazione nera. Vedi, qui http://www.libertaepersona.org/wordpress/2012/11/obama-uccide-se-stesso/, questo articolo sul sito web di “Libertà e persona”. dal quale cito:

images (2)(…) la grande tragedia americana, è quella della diffusione dell’aborto tra la popolazione nera.

Hanno cominciato a chiamarla con una parola swahili, maafa, “disastro”. L’insieme delle sofferenze patite dai neri finiti in america, tra schiavitù, segregazione, razzismo: l’olocausto africano, una storia di dolore vero e profondo (al quale l’hawaiano Presidente non sembra appartenere in alcun modo). Nonostante i diritti civili, il riassorbimento del gap culturale tra le razze americane, il maafa procede nel tempo nostro, sottoforma però di qualcosa di più sinistro e violento: l’eugenetica. download (6)
Il documentario di Mark Crutcher Maafa 21 (dove 21 sta per il XXI secolo) racconta come le basi di Planned Parenthood, la più potente e ricca agenzia di sterminio di feti al mondo, recassero tracce invariabilmente razzista. Il film asserisce che le politiche di Planned Parenthood aventi come target la popolazione nera la hanno ridotta del 25%. A parlare apertamente, mostrando come la fondatrice di Planned Parenthood Margaret Sanger fosse imbevuta di teorie di eugenitica razzista, si espone anche Alveda Celesta King, predicatrice e attivista pro-life nipote di Martin Luther King.

È ovvio che la liberalizzazione dell’aborto ha finito per interessare soprattutto ragazze che vivono in condizioni disagiate, senza famiglia, senza rapporti stabili, tra la povertà e il crimine: e la vita nei ghetti neri è fatta di queste cose. La propaganda di Planned Parenthood colpisce gli ultimi delle città, e secondo il film (e una crescente numero di pastori del cristianesimo evangelico americano) lo fa con un segreto fine razzista.
Perché il risultato, è l’ecatombe di bambini afro-americani. I più esposti, i più deboli. Se Madre Teresa diceva che il feto – che è indifeso, innocente – è l’ultimo degli ultimi, il feto concepito nei ghetti è l’ultimo degli ultimi- ultimi.

Insomma, scatenando ancor di più i demoni abortisti, Obama condanna soprattutto dei bambini neri, come lui.
Obama uccide se stesso.

Obama come LincolnE, per concludere, sulla “Bussola” ho trovato anche questa interessante analisi storica http://lanuovabq.it/it/archivioStoricoArticolo-perch-a-lincoln-non-sarebbe-piaciuto-obama-3477.htm, sulle origini della questione razziale negli Stati Uniti, fin dal tempo della guerra civile. Cito:

(…) Quella che tutti chiamano Guerra civile (1861-1865) degli Stati Uniti d’America fu anzitutto assai incivile, ma soprattutto non venne scatenata per liberare gli schiavi neri. Semmai questo fu uno dei motivi del conflitto, e però nemmeno quello principale.

La guerra fu invece un “dibattito in armi” sulla natura della Costituzione federale per stabilire se il Paese dovesse continuare a mantenere l’assetto politico-istituzionale-culturale originario (decentrato, federalista, ispirato al principio di sussidiarietà, e in buona parte erede della tradizione giuridica e civile europea) oppure trasformarsi in un nuovo soggetto centralistico plasmato da un neogiacobinismo di ritorno che, assente fra i protagonisti dell’alba della repubblica statunitense, si era fatto sornionamente strada lungo l’Ottocento per poi esplodere virulento negli stessi anni in cui in Italia esplodeva – secondo una logica cugina, lo ricordò il beato papa Pio IX (1792-1878) esprimendo solidarietà all’ingiustamente incarcerato presidente della Confederazione “sudista” Jefferson Davis (1808-1889) – il cosiddetto Risorgimento.

Sia in Italia sia negli Stati Uniti, i difensori dell’ordine anti-illuminista stavano nel Meridione: nel regno delle Due Sicilie da noi, negli Stati Confederati d’America – i “sudisti” – da loro. Oltreoceano la situazione veniva certo complicata molto – talora troppo – dalla questione della schiavitù, ma degli schiavi neri ai “nordisti” in genere interessava poco, meno ancora ad Abraham Lincoln (1809-1965).
Solo quando si rese conto di non potere più fare a meno dell’appoggio dell’ala abolizionista – li chiamavano Radicali – del Partito Repubblicano di allora Lincoln si decise a giocare la carta dei neri, sfruttandone le evidenti virtù propagandistiche.

«Se ci fosse», scrisse Lincoln nel 1862 (a guerra iniziata) con parole citate in ogni bigino, «chi non desidera salvare l’Unione, a meno di non potere allo stesso tempo salvare la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio al riguardo della schiavitù, e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione».

Tanto è vero che Lincoln non mosse un dito per gli schiavi sino a ben due anni dopo l’inizio della guerra: solo il 1° gennaio 1863 fu infatti reso pubblico il Proclama di emancipazione. Per molti e lunghi mesi di quella carneficina, cioè, la schiavitù praticata dai “sudisti” rimase perfettamente legale anche agli occhi dei “nordisti”. Ma la questione ancora più scottante è che nemmeno il Proclama di emancipazione liberò un solo schiavo. Esso venne infatti emanato da quel governo degli Stati Uniti che però il governo degli Stati Confederati secessionisti evidentemente non riconosceva e aveva vigore di legge – con tanto di enforcement da parte delle agenzie governative – solo su territori da cui per definizione il Sud dei “sudisti” era escluso.

Propaganda, appunto. Del resto il pensiero di Lincoln in proposito non era un segreto per nessuno. Ampia antologia ne è lo “scorrettissimo” ma prezioso volume The Real Lincoln: A New Look at Abraham Lincoln, His Agenda, and an Unnecessary War (Forum, New York) pubblicato nel 2002 da Thomas J. DiLorenzo – docente di Economia alla Loyola University Maryland, l’università dei gesuiti di Baltimora, e membro anziano del Ludwig von Mises Institute di Auburn, in Alabama -, uscito nel 2003 in una seconda edizione arricchita di una ampio capitolo in cui vengono confutate le facilmente immaginabili critiche piovute addosso all’autore e in entrambi i casi impreziosito da una premessa firmata da Walter E. Williams, economista di vaglia e nero americano discendente dagli schiavi di allora.

Il 21 agosto 1858, prima della elezione alla Casa Bianca, prima della Guerra “civile”, nel corso di un dibattito pubblico svoltosi a Ottawa, in Illinois, Lincoln già disse quel che dirà di fronte ai primi morti “nordisti” e “sudisti”: «Non miro affatto a introdurre l’eguaglianza sociale e politica fra la razza bianca e la razza nera. Fra le due vi è una differenza fisica che, a mio avviso, impedirà per sempre che esse vivano assieme in condizioni di eguaglianza perfetta; e nella misura in cui diviene una necessità […], sono favorevole al ruolo di superiorità che deve svolgere la razza a cui appartengo. Non ho mai detto il contrario».

E quando qualcuno chiese al futuro presidente degli USA cosa si sarebbe dovuto fare degli schiavi che un giorno sarebbe stati liberati (ma, appunto, non dal Proclama di emancipazione del 1863), Lincoln rispose: «Mandateli in Liberia, nella loro terra natìa». Questo perché nel Paese i progetti di “deportazione pacifica” si rincorrevano (all’uopo era attiva l’American Colonization Society). Una volta insediatosi alla presidenza, Lincoln firmò del resto un contratto con un uomo di affari, tale Bernard Knock, allo scopo di fondare una colonia di “deportati” ad Haiti (il progetto fallì perché Knock era inaffidabile) e alla Casa Bianca incontrò alcuni dei responsabili della comunità nera implorandoli di mettersi alla testa di un movimento di colonizzazione a ritroso verso l’Africa, idea che peraltro il presidente ripeté solennemente nel messaggio annuale inviato al Congresso il 1° dicembre 1862.

Lincoln i neri negli Usa proprio non li voleva. Voleva al massimo impedire che la schiavitù venisse estesa ai territori di nuova acquisizione statunitense. Già il 16 ottobre 1854 aveva detto: «L’intera nazione è interessata a fare di quei territori il miglior uso possibile. Vogliamo che essi siano la casa dei bianchi liberi». E nel Discorso d’insediamento alla presidenza nel 1860 dichiarò: «Non ho alcuna intenzione, diretta o indiretta, d’interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui essa esiste»(…).

Quindi, nel titolo della “Bussola” c’è un “non” in più. In realtà, a Lincoln, Obama sarebbe piaciuto. Purtroppo, la giovane afro-americana che, in apertura, chiede una risposta per la morte di Michael Brown, non potrà averla…  a meno che qualcuno gli spieghi che perversa manovra politica è stata fatta.

L’unica soluzione al problema sociale, USA o Europa, Oriente o Occidente, pelle bianca, nera, o gialla, e varie sfumature, sta dunque solo nella “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/.


E anche, aggiornamento dopo i cop-killing e le solite rivolte della ennesima torrida estate, 2016, per la “società partecipativa” vedere questi spettacolari testi di Zampetti

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/due-libri-caposaldo-di-pier-luigi-zampetti-da-scaricare-e-leggere/

che all’epoca di questo post non erano ancora disponibili.

 

 

 

 

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