Presadiretta, lo “sblocca Italia” e don Giussani

downloadCari amici, avete ancora qualche giorno per rivedere qui su RAI Replay (sparirà sabato prossimo, non si può conservare tutto), e ve lo consiglio caldamente, la puntata di Presadiretta di domenica 22 febbraio scorso, dedicata al famoso decreto renziano “sblocca Italia”. Non è che si debba prendere tutto quello che dice Riccardo Iacona come oro colato, e nemmeno – ce ne guardiamo bene – pensare che egli sia un paladino immacolato del bene comune. Avrà anche lui i suoi motivi per dare spallate a Renzi, e comunque ricordo perfettamente il servizio pessimamente ideologico che egli fece a suo tempo sulla scuola non statale. Doverosamente premesso questo, nei contenuti, la puntata sullo “sblocca Italia” ha offerto spunti davvero interessanti, che mi hanno tra l’altro confortato su quanto mi era capitato di scrivere in precedenza, sul blog.

In estrema sintesi, il tema che è emerso in modo prepotente è quello del reperimento delle risorse energetiche in Italia, e quello delle infrastrutture, anzi della politica infrastrutturale.

Si è parlato, nel programma, dei gravi inconvenienti sull’ambiente e sulla salute delle persone, sulle risorse idriche e sulle attività agricole, causati dalle estrazioni petrolifere dell’ENI in Basilicata e in Sicilia. Davvero brutta roba.

imagesE si è parlato anche, sempre con interessantissime testimonianze, di certe infauste scelte politiche infrastrutturali. Come l’Idrovia Padova-Venezia, che avrebbe ottime potenzialità anche per il trasporto di merci, oltre che quelle turistiche già in esercizio, e che – invece di essere valorizzata – viene severamente penalizzata in favore dell’ennesima autostrada che il governo vorrebbe costruirgli a fianco. Tra l’altro, la mancata manutenzione del sistema idroviario è stata causa concomitante delle severe alluvioni provocate, nel nord-est, dai fiumi Brenta e Bacchlglione. Spettacolare l’intervista ai gestori dei barconi, che, con colorito disappunto, hanno spiegato la cattiveria della scelta della nuova autostrada Orte-Mestre, della quale, come dicevo in apertura, avevo parlato a suo tempo in questo post.

Secondo me, in tutto questo c’è una precisa morale della favola. Anche a me piace avere la corrente elettrica, l’energia per le ditte che producono i beni che io consumo, e piace viaggiare in autostrada, quando mi serve. Siccome però è chiarissimo che c’è, da tempo immemorabile, un ricatto, operato dai poteri forti, del “lavoro vs/ avvelenamento dell’ambiente”, e “avvelenamento e penalizzazione del territorio e dell’ambiente vs/ disponibilità dell’energia”, piuttosto che della possibilità di movimentare le merci, o di spostarsi in modo adeguato, eccetera eccetera, è chiaro – cioè, magari fosse chiaro in modo esteso per il popolo! – che il problema è, in prima istanza, squisitamente politico.

images (1)Ossia, se è vero, come è vero, che la democrazia rappresentativa, senza sussidiarietà, è solo una colossale finzione, è evidente che per risolvere in modo razionale i gravi problemi dei quali ha trattato Presadiretta, è necessario risolvere preventivamente il problema democratico. In merito, così si esprime quel grande del ‘900 che è stato Pier Luigi Zampetti, a pag. 46 del “Manifesto della partecipazione” (Dino editore, 1982), testo purtroppo ormai introvabile, che sarebbe cosa o buona ristampare, ove il purtroppo misconosciuto intellettuale fa sintesi della sua proposta:

…La contrapposizione tra governanti e governati, tra partiti ed elettori può essere superata solo con la democrazia partecipativa che unisce e coordina l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere. Senza tale coordinamento gli stessi istituti garantistici del sistema rappresentativo, come l’esperienza dimostra ogni giorno, sono destinati a venir meno.

Resta da risolvere il fondamentale problema proposto, che è poi il vero problema della democrazia in quanto tale. Come unire l’esercizio del diritto di voto con l’esercizio del potere? Come, in altre parole, operare per dare finalmente al popolo la sovranità sempre promessa e mai concessa, e cioè l’effettivo e concreto esercizio del potere?

La democrazia partecipativa fornisce la soluzione a tale assillante interrogativo. La partecipazione è il momento d’unione fra democrazia economia e democrazia politica. Senza un’effettiva democrazia economica non vi può neppure essere una autentica democrazia politica.

Avremo una democrazia economica quando ciascun lavoratore sarà posto in grado di concorrere alla formazione del capitale e alla condeterminazione delle decisioni nella impresa in cui presta la propria opera. Democrazia economica e capitalismo popolare sono allora due facce della stessa medaglia. (segue…)

Pier Luigi Zampetti, teorizzatore della "Società partecipativa", secondo Dottrina sociale

Pier Luigi Zampetti, teorizzatore della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale

Dal momento che questo percorso non è stato intrapreso, aggiunge Zampetti in un altro dei suoi lavori principali, il raccomandabile, anch’esso fuori catalogo e assai meritevole di ristampa, “La Società partecipativa” (Dino editore, 1981 in prima edizione) a pag. 96 della terza e ultima edizione, anno 1994:

…E in questa visione desolante il terzo potere, la Magistratura, che cosa può fare? Sostituirsi agli altri due? Tale sostituzione può, per certi aspetti, aggravare la situazione, perché il potere giudiziario ha come punto di riferimento la Costituzione, su cui un’altra si è sovrapposta (NdR: si riferisce alla “Costituzione parallela, di cui parlavo qui: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2012/12/19/non-solo-tavroberto-benigni-legge-la-costituzione-ma-non-sa-che/).

E le incomprensioni aumentano, perché oramai il divario tra le leggi formali e la realtà sostanziale si allarga sempre di più e diviene in pratica incolmabile.

E’ lo Stato, di cui la Magistratura dovrebbe essere garante, che non c’è più. Ed allora che cosa è, e da che, ci garantisce la Magistratura?

Tutto diventa incerto. Questa è l’unica cosa veramente certa. Il resto non ha più significato alcuno.

Come ancora poter sostenere e propugnare i diritti dell’uomo, dal momento che è stato degradato a macchina di consumo, depauperato della sua dignità fondamentale? Quando è stato imprigionato in un mondo, quello produttivistico, da cui è dominato e dal quale non è più in grado di uscire?

Doveva essere l’uomo a dominare il mondo della produzione, e non viceversa. E quello Stato che era chiamato a dirigere le leve dell’economia, e che sembrava dover in tal modo acquisire più potere, in realtà sembra svanire nel nulla.

Non è lo Stato, per quanto sembri paradossale, a dirigere le leve dell’economia, ma sono le strutture dell’economia a prefigurare l’intervento dello Stato. Una volta stabilito che il problema dell’occupazione, inteso nel senso precisato, diviene il problema primario, già viene predefinita l’azione dello Stato ed il modo in cui dovrà intervenire. Ed è proprio questa predeterminazione che che annulla l’autonomia dello Stato, prigioniero del sistema, ed impedisce al medesimo di garantire e proteggere dal sistema stesso gli individui, come vorrebbe la Costituzione formale e come invece non ammette la Costituzione parallela.

Molto politicamente scorretto, come vedete, il pensiero zampettiano. Ma anche molto fecondo, in quanto a potenzialità di progettazione politica. Dunque, c’è ancora molto cammino da fare. Però, se non altro, qualcuno ha tracciato la strada. Le proposte di Zampetti ancora attendono di essere considerate, studiate, discusse.

In merito, trovate ancora altri dettagli qui

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/

e qui

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/

Quindi, tornando ai temi sollevati da Presadiretta, mi spiego meglio con un esempio solo: con le nuove risorse scatenate da quella inesauribile “centrale energetica” che è la creatività dell’uomo-persona, finalmente liberata dalla “società partecipativa”, ci sta che, invece dei combustibili fossili, si arrivi finalmente all’energia magnetica inesauribile e pulita sulla quale lavorava, a suo tempo, Nikola Tesla. In ogni caso, bisogna procedere con ordine: prima quella turbo-sussidiarietà che è la società partecipativa, poi il resto, come effetto della causa originante.

images (2)Certamente, per la nuova dimensione politica, destinata poi a diventare sociale ed economica, non vi sono scorciatoie. La società partecipativa potrà essere intrapresa solo e soltanto nella misura in cui l’uomo avrà liberamente scelto di rinnovarsi, convertendosi. Lo spiega benissimo don Luigi Giussani, che cito dal pannello n. 8 della mostra sulla sua vita, recentemente realizzata da CL in occasione del decimo anniversario della sua morte e scaricabile qui. Cito:

«Veramente siamo nella condizione d’essere all’avanguardia, i primi di quel cambiamento profondo, di quella rivoluzione profonda che non starà mai – dico: mai – in quello che di esteriore, come realtà sociale, pretendiamo avvenga»; infatti, «non sarà mai nella cultura o nella vita della società, se non è prima […] in noi. […] Se non incomincia tra di noi questo sacrificio di sé… […] una rivoluzione di sé, nel concepire sé […] senza pre-concetto, senza mettere in
salvo qualche cosa prima». non abbiamo bisogno d’altro. «Misuro i pensieri e le azioni, gli stati d’animo e le reazioni, i giorni e le notti. Ma è un’Altra Presenza la compagnia profonda e il Testimone completo. Questo è il viaggio lungo che dobbiamo compiere insieme, questa è l’avventura reale: la scoperta di quella Presenza nelle nostre carni e nelle nostre ossa, l’immergersi del nostro essere in quella Presenza, – cioè la Santità. Che è la vera impresa sociale, anche. Per questo occorre seguire con coraggio e con fedeltà quei sintomi dati dal complesso di condizioni in cui ci siamo venuti a trovare: non abbiamo bisogno d’altro». (Vita di don Giussani, BUR, Milano 2014)

Una modalità sovversiva e sorprendente.Tutta la forza dell’annuncio del nostro movimento è in questo punto. È l’affermazione della propria felicità, cioè la realizzazione di sé, è questo il motivo per cui vivo la fede, per cui riconosco Cristo: la realizzazione di me stesso è questo rapporto. Ma io mi realizzo nel rapporto con la donna, nel rapporto col libro, nel rapporto col mangiare, nel rapporto con la montagna, con la gita! Perciò, il rapporto con Cristo è la verità di queste cose, la verità di queste cose è nella coscienza di quella Presenza, nella coscienza di quella appartenenza. Insomma, questa è la fede che vive: non è un’altra cosa, è una modalità sovversiva e sorprendente delle solite cose. (Dall’utopia alla presenza. 1975-1978, BUR, Milano 2006)

Don Giussani che adotta una modalità sovversiva… chi l’avrebbe mai detto, eh?… ;-))))

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