Ancora Tremonti?… basta, pietà!….

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Oggi sulla NBQ, qui https://www.lanuovabq.it/it/e-la-crisi-dellideologia-globalista-la-soluzione-non-e-la-finanza-ma-il-lavoro, una intervista al prof. Giulio Tremonti. La copio integralmente, e vado a commentare nel testo.

Sul frontone degli Archivi nazionali di Washington c’è scritto what’s past is prologue – ‘Il passato è il prologo’. E’ un verso tratto da Shakespeare, si trova nell’atto secondo del “La tempesta“. La tempesta, non a caso”. Comincia così, con una citazione che ricorda come passato e presente vadano letti in una logica di successione e di continuazione, il colloquio del La Nuova BQ con Giulio Tremonti sulla crisi provocata nel mondo dal coronavirus. L’ex ministro dell’Economia lo dice e lo scrive da anni che esistono i tornanti della Storia e non per forza sono tutti positivi e progressivi. In queste settimane di trattative all’Eurogruppo, con la proposta degli Eurobond sul tavolo, tanti lo cercano per avere un parere o un commento sulla situazione. E la cosa non stupisce: in un momento nel quale emerge come non mai quanto possa essere nocivo per il Paese il dilettantismo nei ruoli di responsabilità, cresce il bisogno di ascoltare figure competenti ed autorevoli come la sua.

Professore, questa è la prima grande epidemia del mondo globalizzato. Il virus si è diffuso da un mercato del pesce a Wuhan ma in Europa lo ha portato un manager tedesco di una multinazionale. Che impatto avrà tutto questo sulla psicologia finora esclusivamente positiva relativa alla globalizzazione? 
Le vecchie pestilenze erano lente perché viaggiavano a piedi con le pulci ed i topi. Questo virus, invece, si muove in aereo. La storia è piena di incidenti e cambiamenti drammatici improvvisi. Wuhan 2020 può essere paragonata a Sarajevo 1914: un luogo sperduto ed ignoto, un fatto in sé drammatico ma circostanziato a cui per due mesi e mezzo non viene dato il successivo peso e che poi diventa la fine della Belle Époque e l’inizio della Grande Guerra. Oggi stiamo assistendo alla fine di un mondo, non del mondo. Per essere chiari: la pandemia sarà abbattuta perché prima o poi arriveranno i vaccini. Ma quando, finita questa fase di passaggio estremamente drammatica, usciremo di nuovo di casa, troveremo un mondo diverso, meno forsennatamente globalizzato di prima.

Come sarà questo nuovo mondo?
Mentre la globalizzazione ha rappresentato finora l’utopia del non luogo e quindi ha significato il superamento degli Stati, probabilmente la frenata di questo processo determinerà la riemersione – se non degli Stati – dei territori. Di nuovo un paragone storico: l’idea di patria nasce nell’Ottocento in risposta alle novità standardizzanti della Rivoluzione portate in giro per l’Europa dalle truppe napoleoniche. Quest’ondata rivoluzionaria nel Vecchio Continente veniva accolta dal popolo con incendi agli archivi conservati nei castelli e con l’erezione di alberi della libertà in un clima di festa continua ed inebriante che ha ben descritto Friedrich Hölderlin. Lo stesso clima di festa che ha accompagnato per circa 30 anni la globalizzazione. Adesso che l’età dell’oro è finita, potrebbe esserci un ritorno delle patrie e con ciò intendo famiglie, comunità e tradizioni.

E a livello economico?
Talvolta, dopo le crisi c’è spazio per grandi possibilità ed opportunità. Dopo le guerre, ad esempio, abbiamo avuto i razzi, la penicillina, i computer ed il boom delle automobili. Dunque, potrebbe esserci un’accelerazione dello sviluppo ma la fase di passaggio, come detto, sarà estremamente drammatica: ci sarà meno turismo, ad esempio. Ci saranno anche lati positivi ed uno di questi è che ci sarà più Stato. Tuttavia, quest’ultimo non può essere uno ‘Stato criminogeno’ (titolo di un suo libro del 1997 sull’inflazione legislativa, ndr), al contrario, deve garantire più libertà e meno regole per stimolare lo sviluppo. Serve uno Stato che faccia davvero lo Stato e serve un settore privato a cui – nel rispetto della legge penale – sia consentito di avere il massimo grado di libertà.

 

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La questione è diversa, molto più ampia. Di questo concetto tremontiano, drammaticamente riduttivo rispetto alla Dottrina sociale, parlavo a suo tempo in questo testo sul pensiero lapiriano:

Fai clic per accedere a Quaderni%20del%20Covile%20n.11%20-%20Giorgio%20La%20Pira%20-%20Una%20riflessione%20critica.pdf

dal quale cito, da pag. 28:

“…Ma il fattore più devastante del New Deal, della società dei consumi, teorizzata e auspicata quindi anche dal già Sindaco di Firenze, è però che la frattura tra proprietà e lavoro causata da questo sistema – che poi ha costituito il pensiero economico unico dell’occidente moderno fino a oggi – dà luogo alla profonda corruzione dell’anima umana. Spiega Zampetti che se il guadagno dell’uomo non viene da un lavoro vero, ma al lavoratore vengono assegnati un “posto” anche se improduttivo e uno stipendio allo scopo precipuo che egli consumi, la sua anima smarrisce il senso del lavorare e dell’essere e viene a degradarsi, dando luogo a profonde distorsioni non solo a livello personale, ma anche a livello sociale. Cito direttamente l’accademico ove egli segnala gli effetti ultimi sull’uomo del materialismo edonistico, la filosofia sottesa alla società dei consumi:

“prima rovesciamento e poi scomparsa dei valori e quindi permissivismo fino alle sue più estreme conseguenze, vale a dire violenza, droga, erotismo, aborto, dissacrazione familiare, criminalità economica e criminalità organizzata”. (La Dottrina sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta, Sanpaolo 2003, p. 23)

Questa è una realtà quasi sconosciuta. Nonostante le suddette non piccole controindicazioni, il New Deal ha infatti goduto in passato, e gode ancora oggi nella società, di consenso largo e bipartisan.

Credo opportuno citare direttamente uno dei suoi più autorevoli estimatori, l’attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti. Il quotidiano economico Il Sole-24 Ore riferiva, in data 13.6.’03, una sua affermazione secondo la quale

“la rivitalizzazione dell’economia europea deve essere fondata sul rilancio degli investimenti pubblici”.

Il superamento della crisi (che ovviamente incombeva anche allora) non è quindi affidato da Tremonti alla rivalutazione dell’uomo-persona e alla sua soggettività globale, né al primato del lavoro sul capitale, secondo quanto suggerito dalla dottrina sociale. Bensì alla consueta politica meccanicistica a carico del pubblico erario. Cosa, come è noto, già vista. Ciò è peraltro coerente con la visione espressa da Tremonti e largamente condivisa nel mondo politico e imprenditoriale, secondo la quale, come affermato dal Ministro in una intervista pubblicata sul settimanale L’Espresso il 4.7.’03,

«È evidente che non possiamo utilizzare il consueto armamentario di tecniche e culture classiche. Serve uno sforzo ideologico nuovo…Il problema è che oggi un modello sociale di riferimento non ce l’abbiamo. Spetta alla politica elaborarlo e indicarlo. La mia idea è che servono investimenti pubblici e opere pubbliche».

Il Ministro accantona dunque totalmente il prezioso patrimonio della dottrina sociale, già a nostra disposizione da lunga pezza, in buona sostanza tutto da applicare.Egli evoca quindi un imprecisato e futuribile modello socio-economico, ancora da inventare. Ribadisce poi la sua fiducia in una politica basata sugli “investimenti pubblici e opere pubbliche”, quindi sul principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio che Zampetti ci ha limpidamente illustrato in riferimento al New Deal italiano. Infine Tremonti punta a

«…una terza via, che contiene alcuni elementi keynesiani ed altri più puramente di mercato. Neokeynesiana è l’idea centrale, secondo la quale il mercato da solo non basta. L’impulso e l’indicazione degli obiettivi devono andare dalla politica al mercato, e non viceversa».

Il Ministro dell’Economia sembra quindi ignorare che in regime di New Deal è appunto l’economia che strutturalmente detta l’agenda alla politica. Non può essere il contrario. Lo Stato diviene ostaggio del sistema economico. Tremonti comunque sembra non porsi il problema. Egli crede nel New Deal, del quale dice all’Espresso che

«Talvolta si sottovaluta quanto il New Deal sia stato innanzitutto una grande operazione psicologica di massa. Un impulso forte. Una radicale inversione di tendenza nella società americana e non solo».

Zampetti invece adotta a proposito del New Deal una immagine non illusoria, anzi assolutamente esplicita:

“Un’affermazione è sulla bocca di tutti, quasi è divenuta un ritornello: «occorre diminuire la spesa pubblica!» Nessuno, finora, è riuscito ad indicare la strada. E non ci si riesce perché non si vuole guardare in faccia il mostro che il New Deal ha prodotto e che, se non l’abbatteremo a tempo, finirà con il divorarci tutti.” (La società partecipativa, p. 156)

È dunque urgente un’azione immediata. Purtroppo, la politica originata dal New Deal è estesamente condivisa nelle stanze del potere. Credo quindi che ogni uomo di buona volontà debba impegnarsi in ogni modo per portare alla luce la mistificazione keynesiana e smascherarla. E ciò per tutelare l’interesse, già gravemente pregiudicato, del popolo delle famiglie. Il nostro interesse.

Concludendo questa parte, La Pira, focalizzando la sua azione politica esclusivamente sulla piena occupazione senza porsi la domanda se essa sia ottenuta in modo sano o drogato, inconsapevolmente ottiene non solo il risultato paradossale di promuovere grandemente quel liberalcapitalismo che tanto detestava e di istituzionalizzare l’inflazione, ma anche quello di contribuire, attraverso la dottrina keynesiana da lui convintamente approvata, alla corruzione morale del popolo, della società, della politica.

Le buone intenzioni del già Sindaco di Firenze si scontrano con la realtà. E ne escono in frammenti”.

E vanno in pezzi pure le buone intenzioni del Tremonti di oggi, aggiungo.

A proposito di questo: il Governo non ha fatto in tempo ad annunciare misure emergenziali per lavoratori ed imprese che già sembra mettersi in moto la macchina della burocrazia a rendere tutto più complicato. Si può dire che mai come in questo momento potrebbero risultare fatali per le sorti del Paese i vincoli ed i ritardi imposti da quello ‘Stato criminogeno’ che denuncia da decenni?
La burocrazia non è il solo fattore di caos. Un altro dei fattori principali è la politica. Guardiamo l’esempio del Decreto Cura Italia: è sconfinato, nel testo originario conteneva 127 articoli! In Parlamento, inoltre, sono stati presentati più di mille emendamenti, molti dei quali della stessa maggioranza. Anche il decreto Liquidità, che è illeggibile, sarà ulteriormente emendato. Insomma, questi tempi lunghi stridono con l’urgenza della situazione. Eppure, l’adozione di un decreto-legge presuppone la volontà di apportare un intervento tempestivo con effetti immediati. Qui, invece, siamo di fronte all’ideologia della legge che è una degenerazione del potere.

Facciamo un passo indietro: nel suo ‘Il fantasma della povertà‘ – uscito all’indomani della firma del Wto quando la marcia della globalizzazione veniva data da tutti per inarrestabile e se ne osservavano solo i lati positivi – metteva in guardia sulla possibile apparizione di ‘demoni’ all’orizzonte della Storia. Prima di quest’epidemia, c’era già stata la crisi economica del 2008. 
Quello fu il primo colpo alla globalizzazione. Al G20 si confrontarono due ipotesi politiche diverse per affrontare le crisi: da una parte, quella del Governo italiano (portata avanti dallo stesso Tremonti, all’epoca ministro dell’Economia, ndr), dall’altra quella della finanza internazionale. La crisi, dissi, è come il mostro dei videogame: lui compare, tu lo combatti, lo sconfiggi e mentre ti godi la vittoria, ecco che subito ne spunta un altro più forte del precedente. Che cosa fare, quindi? Proposi di passare dal free trade al fair trade, ovvero di abbandonare l’idea dominante secondo cui è solo il prezzo a dover essere giusto per sposare il principio più saggio in base a cui è necessario che sia giusta anche la catena di produzione. Volevo un mercato non solo libero, ma libero ed anche giusto, capace di tenere in considerazione il rispetto delle regole sociali. Al G20 questa proposta si tradusse in una bozza di trattato multilaterale, il Global Legal Standard, che venne votata dall’assemblea dell’Ocse e che all’articolo 4 prevedeva, non a caso, il rispetto delle regole ambientali ed igieniche.

Questo è impossibile, implausibile. Tremonti parla come se le oligarchie non dominassero il mondo, sotto le mentite spoglie delle nostre finte democrazie, prive di sussidiarietà ed autentica partecipazione popolare al potere. E torna il materialista “New Deal” tremontiano:

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2016/03/16/il-drago-del-new-deal-si-sta-alzando/

nell’articolo appena linkato indico, ovviamente, la proposta, plausibile, di soluzione della crisi, secondo Zampetti: “La società partecipativa” secondo Dottrina sociale.

Ed eravamo nel 2009.
In opposizione al Global Legal Standard, il mondo della finanza creò il Financial Stability World la cui logica era basata sull’assenza di regole, se non qualcosina per la finanza. La vittoria del secondo sul primo significò la vittoria di Creso – simbolo del potere del denaro – sull’Imperatore – simbolo del potere politico – e garantì alla globalizzazione più sfrenata di sopravvivere per altri dieci anni. Vinse la finanza senza regole ed il risultato è stato che ci ritroviamo un decennio buttato alle spalle, un decennio di cui stiamo raccogliendo oggi i frutti avvelenati: non abbiamo avuto né la sconfitta del mostro né la stabilità.

Tremonti è addolorato, ma la sua proposta non era realistica allora, men che meno lo è adesso.

Torniamo all’oggi: nell’introduzione alla nuova edizione appena uscita del suo “Le tre profezie” c’è un paragone tra la Bce e Picasso.
La svolta cubista inaugurò la rappresentazione artistica di una realtà che supera l’apparenza naturale. In questi anni nella Banca Centrale Europea abbiamo visto all’opera Picasso, il Picasso dell’economia: ha trasformato i solidi in liquidi, il capitale in debito, mettendo i tassi a zero o sotto zero. Non c’è più alcun legame con la realtà. Ma le pare possibile che venga accolta come una buona notizia l’acquisto di junk bond da parte della Bce? La crisi del 2008 fu innescata proprio dai junk-bond, ovvero titoli spazzatura. C’è una follia finanziaria che si sta sviluppando. Non capiscono che la soluzione non la trovi nella finanza, ma nella realtà e cioè nel lavoro. Il mondo dell’ultimo trentennio è stato dominato dal mercatismo, forma radicalizzata del liberalismo, che ha portato la finanza a sostituire l’economia ed il mercato a sostituire lo Stato. Quest’ideologia della globalizzazione è stata considerata obbligatoriamente positiva e progressiva, invece, come sempre è stato nella storia, i tornanti a volte arrivano, mettendo in discussione paradigmi ormai dati per scontati.

“La crisi del  2008 fu innescata proprio dai junk-bond, ovvero titoli spazzatura”.

Giusto. Ma non fu Tremonti, nel 2009, a varare i titoli spazzatura che portavano il suo nome, per coprire il buco nero del Monte dei Paschi, facendo andare sempre più in cancrena la piaga della mala gestio della banca, invece di scoperchiare la pentola e far venir fuori il marcio? Per quale tornaconto?

Lo ricordavo in questo post del 2013:

https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/07/30/litalia-e-un-grande-monte-dei-paschi/

nel quale dicevo, fra l’altro:

“…per noi il problema è che le oligarchie bancarottiere, che non sono solo piddine, ma anche berlusconiane  con i Tremonti-junk-bond già nel 2009 (qui a la filosofia della TAV ci piace muoverci in par condiciopossono anche cambiare manovratore, come hanno fatto con la dirigenza del Monte, ma la filosofia della gestione del potere resta sempre identica.

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Alla luce di ciò, ci sarà un ricambio delle classi dirigenti?
La Storia è ricca di miti e simboli che raccontano di improvvisi cambiamenti. Pensiamo alla cacciata dal Paradiso terrestre o al Diluvio universale. Ecco, l’immagine dell’arca aiuta a comprendere efficacemente un aspetto della realtà presente e di quella incombente: dopo la tempesta, ci sarà un’arca ed io spero che ci saliranno sopra quelli che meritano di salirci. Stiamo assistendo al crollo delle nostre classi dirigenti eppure questi stessi soggetti, nonostante il fallimento,  sembrano avere tutta l’intenzione di voler comandare ancora. Prima erano ‘mercatisti’ poi ‘austeristi’ e adesso si riscoprono ‘debitisti’. Al primo incidente, dall’ossessione mercatista sono passati alla passeggiata di Deauville (crisi delle banche dopo l’annuncio Merkel-Sarkozy sul private sector involvement, ndr), poi c’è stata la Troika in Grecia, il primo vero colpo all’Europa nata sulla solidarietà; dopodiché hanno visto che non funzionava ed hanno deciso di salvare l’euro. In realtà, l’euro l’hanno salvato da loro stessi visto che il caos era causa loro. Quegli stessi che nel 2011 inviarono all’allora Governo italiano la famosa lettera che imponeva non il pareggio di bilancio, ma addirittura l’anticipo del pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, oggi ti dicono tranquillamente che devi fare debito. Per questo, credo che sarebbe utile se all’ingresso dell’arca ci fosse qualcuno che sa usare Google e che sia in grado di controllare cosa hanno fatto, detto e scritto quelli che si metteranno in fila per salire. Va bene concedergli un posto, ma che almeno si eviti di fargli fare di nuovo i nocchieri!

Memoria corta?… Sul MES, Il Foglio l’ha appena rinfacciata a Tremonti medesimo:

https://www.ilfoglio.it/economia/2020/04/13/news/caro-tremonti-chi-ha-trattato-e-firmato-il-mes-e-stato-proprio-lei-312768/

Cito solo la parte finale del lungo intervento, firmato da Luciano Capone:

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La controreplica
Ringrazio il prof. Giulio Tremonti per la replica. La risposta è articolata, ma non smentisce la mia ricostruzione e quindi neppure il suo assenso al trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), da lui firmato l’11 luglio del 2011.

Che il prof. Tremonti fosse e sia un fervente sostenitore degli Eurobond è noto. Ma per quanto convinte, le intenzioni non hanno forza di legge. E neppure lo distinguono dai suoi successori, che sono stati tutti sostenitori degli Eurobond, incluso ovviamente il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Quanto al resto, il prof. Tremonti – che pure è un giurista – sembra non considerare la gerarchia delle fonti. Una lettera alla Lagarde, come un articolo a favore degli Eurobond scritto con Juncker sul Financial Times – per quanto atti politici rilevanti – non hanno forza di legge. Allo stesso modo, un “considerando” contenuto in una “risoluzione” del Parlamento europeo – per quanto politicamente significativo – non è esattamente una fonte primaria. Per introdurre gli Eurobond, come abbiamo poi visto, servivano atti più stringenti in Eurogruppo e Consiglio europeo.

Solo un ingenuo, e il prof. Tremonti non lo è, avrebbe potuto pensare che lettere, articoli sui giornali e un “considerando” potessero essere la base politico-legale per gli Eurobond. E che il Mes (un trattato internazionale) fosse “preliminare e strumentale” agli Eurobond. Nessuno lo credeva all’epoca (tanto che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble bocciò immediatamente la proposta Juncker-Tremonti) e nessuno lo crede ora. E infatti nel trattato istitutivo del Mes, firmato da Tremonti, non c’era alcun riferimento agli Eurobond.

Il governo Monti, sostenuto dal Pdl e dallo stesso Tremonti, non ha fatto saltare alcun “nesso Mes-Eurobond”, perché questo nesso non esisteva se non nelle intenzioni o nei desideri del prof. Tremonti, che non aveva ottenuto gli Eurobond pur impegnandosi in Europa su pareggio di bilancio, six pack e Mes. Quindi, in sintesi. Il prof. Tremonti era favorevole al Mes? Sì. Ha votato l’istituzione del Mes? Sì. Il prof. Tremonti era favorevole agli Eurobond? Sì. Ha ottenuto gli Eurobond? No.

Quando Noè costruì l’Arca, prima di imbarcarsi, fece attenzione che non ci fossero falle.

In conclusione, Keynes, La Pira, Tremonti… basta, pietà!…  ;-))) sentiamo qualcun altro…

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