Draghi al Meeting di Rimini. Una visione antropologica con severe criticità di fondo.

Discorso di Draghi al 41mo Meeting di Rimini. Propongo un focus su tre punti, argomentando le ragioni per le quali la visione antropologica dell’ex presidente della BCE presenta severe criticità di fondo. 

1 – Keynes?… anche no, grazie

John Maynard Keynes, l’economista del “New Deal”

Draghi ha parlato (40.10) in modo positivo dei leader delle grandi potenze, i quali, ha detto, a suo tempo, ispirati da Keynes, si riunirono a Bretton Woods, modellando il nuovo ordine mondiale del secondo dopoguerra. In effetti, l’origine dei nostri problemi di oggi sta esattamente nel keynesismo. E’ stato proprio questo sistema di pensiero, che già prima aveva ispirato il New Deal rooseveltiano, a distorcere completamente l’anima dell’uomo, fin nel profondo del suo essere. Questo lo spiega quel grande e misconosciuto intellettuale del ‘900, che fu Pier Luigi Zampetti. Vediamolo dalla presentazione che ne faccio nel blog da me gestito, qui:

…Prima della sua proposta partecipativa, giustamente infatti Zampetti fa l’analisi dello status quo attuale, che poi è semplicemente quello della famosa economia keynesiana che gira nell’ambito della società dei consumi, a sua volta in sinergia con la democrazia rappresentativa.

In estrema sintesi, si tratta di “crescita, sviluppo & lavoro” drogati e fittizi, rigorosamente a carico del debito pubblico, cioè del cittadino contribuente.

Questa è stata una politica storicamente manovrata dai poteri forti che, in regime di democrazia rappresentativa rigorosamente privo di sussidiarietà, si sono impossessati delle leve di comando dello Stato (come già Sturzo dixit). Quanto sopra, nel contesto corruttore dell’anima del popolo, tipico del materialismo edonistico, sul quale si fonda la società dei consumi. La delega politica degli elettori ai rappresentanti parlamentari, in un contesto istituzionale avulso dal principio di sussidiarietà, fa sì che lo Stato, sotto l’apparenza democratica, sia gestito in realtà da un sistema oligarchico. Realtà che tutti possiamo facilmente constatare con i nostri occhi. L’esito finale di questo combinato micidiale è la bancarotta totale dello Stato, sotto ogni punto di vista: morale, etico, economico e finanziario. Come stiamo ugualmente toccando con mano, proprio in questo preciso momento storico.

La cosa importante che clamorosamente sfugge a tutti, è che, in fondo, per il cittadino che desideri esercitare la propria sovranità politica,  questa non si esaurisce nel voto. Anzi. diceva infatti  Zampetti che

download (4)“…L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato (Pier Luigi Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)”.

Quindi, si evince che quel voto che molti politici, interessatamente, indicano come strumento esclusivo della sovranità popolare, invece – da solo – non basta. Anzi, isolatamente preso, a prescindere dalla reale partecipazione della persona alla gestione della polis, si rivela una mistificazione oligarchica. Seguita infatti Zampetti:

“Che cos’è l’inflazione? È uno strumento per redistribuire i redditi e quindi per elevare i livelli di consumo che consentano l’assorbimento dei beni continuamente prodotti. Questo strumento viola gravemente i princìpi morali.

…L’inflazione espropria in maniera illegittima i lavoratori di una parte della loro retribuzione, togliendo loro la libertà con cui provvedere a destinare i propri redditi. In questo caso la destinazione è sollecitata ad orientarsi verso i consumi, anziché verso gli investimenti od il risparmio.
images (2)…Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberal-capitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività. Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto, della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione.

…Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo.

Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto.
images (1)L’uomo viene disincentivato, scoraggiato… L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui… L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”.
(La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003, estratti da pag. 23 e seguenti)

Si tratta di concetti semplici e chiari, ma che naturalmente – a motivo del loro essere politicamente scorrettissimi – nessuno ci viene a raccontare, specie con la dovizia di particolari, di passaggi logici e di argomentazione scientifica, proprie di Zampetti. Non sono cose che si insegnano all’università, per ovvi motivi!

Pier Luigi Zampetti, intellettuale del ‘900, teorizzatore della “Società partecipativa”

Epperò, la soluzione a questo drammatico problema politico esiste, e si fonda sulla Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Zampetti elabora questa soluzione, con intuizioni personali sue proprie, in vista della possibile concreta applicazione nella società, nella politica e nelle istituzioni. Lo studioso sviluppa dunque la filosofia dello  spiritualismo storico, la quale a sua volta ispira l’idea politica della società partecipativa (…)”.

Per gli approfondimenti su quanto ho sopra anticipato, rimando alla lettura integrale della pagina della presentazione dello studioso, e alla altre pagine fisse del blog. Trovate anche i link a due libri di Zampetti, in rete ci sono i pdf col testo completo. 

2. Futuro? Uguaglianza?…

Draghi ha ricevuto un convinto applauso quando ha affermato che (48.00) “privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”. Ciò avverrebbe, a suo dire, se si facessero mancare gli investimenti nel settore dell’istruzione (dopo ha parlato anche di educazione, ma non è proprio la stessa cosa). 

Casomai, meglio sarebbe dire che, in certo modo, molti giovani sono, già adesso, privati del presente. Rimandare al futuro è generalmente un approccio diversivo. 

Salta subito all’occhio la questione della diseguaglianza, che, come tutti sanno, rimanda a quella questione dolente che è la Rivoluzione Francese. Diamo la parola, su questo, a F. M. Dostoevskij (Note invernali su impressioni estive)

Di chi aver dunque paura? Degli operai? Ma adesso anche gli operai son diventati tutti dei proprietari nell’anima: tutto il loro ideale sta nel divenire proprietari e nell’accumulare la maggior quantità di cose possibili: cosí è la loro natura. E la natura degli uomini non vien data loro cosí, per niente. Tutto ciò è stato coltivato nei secoli, e dai secoli è stato plasmato. Non è facile cambiare il carattere nazionale, non è facile staccarsi da abitudini secolari, ormai penetrate nella carne e nel sangue. Allora, dei contadini? Ma i contadini francesi sono i proprietari piú ottusi, ovvero il migliore e il piú completo ideale di proprietario che ci si possa immaginare. Dei comunisti, allora? O, infine, dei socialisti? Ma questa gente s’è duramente screditata, a suo tempo, e il borghese, nella sua anima, nutre per essi un profondo disprezzo; la disprezza, sí, e intanto, comunque, ne ha paura. Sí, ecco, è questa gente che egli ancora teme. Ma ci si potrebbe chiedere che cosa mai abbia da temere. L’aveva in fondo già predetto l’abate Siéyès nel suo celebre pamphlet che il borghese è tutto, “Che cos’è il tiers état? Nulla. Cosa dev’essere? Tutto.” Ed è proprio successo come lui aveva affermato. Di tutte le parole proferite a quel tempo, solo queste si sono realizzate; loro soltanto son rimaste. Ma il borghese continua ancora in qualche modo a non credere a ciò, benché tutto ciò che è stato detto dopo le parole dell’abate Siéyès sia stato soltanto uno sproposito, e sia scoppiato come una bolla di sapone. E infatti: poco dopo di lui han proclamato: Liberté, égalité, fraternité. Molto bene. Che cos’è la liberté? La libertà. Quale libertà? La libertà, per tutti uguale, di fare quello che si vuole, nei limiti della legge. Quando è possibile fare tutto quello che si vuole? Quando si possiede un milione. La libertà dà un milione a testa? No. Che cos’è un uomo senza un milione? Un uomo senza un milione è colui che non fa tutto quello che vuole, bensí è colui del quale si fa tutto quello che si vuole. Cosa dunque ne consegue? Ne consegue che, oltre alla libertà, c’è ancora l’uguaglianza, e precisamente l’uguaglianza davanti alla legge. Di quest’uguaglianza davanti alla legge si può dire soltanto che nelle forme in cui essa viene adesso applicata, ogni francese può e deve prenderla per un’offesa fatta a lui personalmente. Che cos’è dunque rimasto della formula? La fratellanza. Bene, quest’articolo è il piú curioso e, occorre riconoscerlo, ha costituito fino ad oggi la principale pietra d’inciampo dell’occidente. L’uomo occidentale discorre infatti di questa fratellanza come d’una grande forza motrice dell’umanità, e non s’accorge che la fratellanza non la si potrà trovare da nessuna parte, fino a che essa non esisterà nella realtà. Che fare dunque? Bisogna realizzare la fratellanza a qualsiasi costo. Fatto sta tuttavia che realizzare la fratellanza non è affatto possibile, in quanto che è lei stessa a farsi di per sé, ed è data, la si trova in natura. Ma nella natura francese, e in genere in quella occidentale, di fratellanza non se n’è riscontrata; s’è riscontrato invece il principio personale, il principio dello starsene per conto proprio,  dell’autoconservazione intensiva, dell’autosufficienza, dell’autodeterminazione del proprio Io personale, della contrapposizione di questo Io alla natura tutta e a tutta la restante umanità in quanto singolo principio autonomo, e di per sé solo assolutamente uguale e equivalente a tutto quello che esiste al di fuori di esso. Bene, da una tale contrapposizione non poteva certo derivare la fratellanza. Perché mai? Perché nella fratellanza, nella fratellanza vera non è la singola personalità, non è l’Io che deve arrabattarsi per affermare il proprio diritto all’aver egual peso ed egual valore di tutto il rimanente, ma proprio questo rimanente dovrebbe esso stesso andare da tale singola personalità che rivendica il proprio diritto, da questo io singolo, e, senza che glielo si chieda in alcun modo, ammetterne l’equivalenza in peso e valore con se stesso, cioè con tutto quel che esiste al mondo. Non solo, ma questa stessa personalità ribelle ed esigente dovrebbe, dal canto suo, in primo luogo sacrificare tutto il suo Io, tutta se stessa per la società, e non solo non dovrebbe esistere un diritto suo personale, ma, al contrario, dovrebbe cederlo alla società senza condizione alcuna. Ma la personalità occidentale non è abituata a un tale andamento delle cose: essa rivendica con la lotta, esige questo preciso diritto, vuole che tutto venga ben spartito: e non ne viene certo fuori la fratellanza.

In proposito, Luciano Garibaldi osserva giustamente sul Nuovo Arengario, qui:

Quando infatti i giacobini gridavano «libérté, égalité, fraternité», non consideravano una realtà di fondo: è impossibile conciliare la libertà con l’uguaglianza. E’ un concetto che confligge con la natura umana. Se c’è libertà (di arricchirsi, di fare fortuna, di avere fortuna), non può esserci uguaglianza. C’è chi diventerà ricco, e c’è chi rimarrà povero. Semmai, solo la fratellanza, lo spirito di fratellanza, può attenuare l’ambizione e l’egoismo connaturati nell’uomo. Ma allora si lascia la politica e si entra nell’etica.

E in questo redazionale dal sito web  Totustuus Network si osserva opportunamente che

La rivoluzione del 1789 fu la realizzazione di un progetto iniziato molti anni prima, nei circoli illuministi philosophes e nei salotti degli enciclopedisti, convinti che la perfetta felicità sulla terra fosse alla portata della ragione umana, capace di pianificarla a tavolino e di stabilirla infallibilmente, edificando la società della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. La sua realizzazione passava necessariamente attraverso il rifiuto e la cancellazione di tutto ciò che l’aveva preceduta, per procedere ad una creazione ex novo dell’uomo e della società, in odio alla precedente creazione divina. Un uomo nuovo la cui natura non è di appartenere ad una famiglia, ad una terra, ad una tradizione, ad un ordine sociale, ad una fede, ma di compiere la volontà generale, che ne sia consapevole o meno. La Rivoluzione, con le sue avanguardie illuminate, avrà il compito di imporre un modello sociale che obblighi tutti a realizzare la volontà generale della quale essa è interprete.

Mario Draghi si associa evidentemente alla suddetta visione: ma nessun giovane, grazie a Dio, sarà mai uguale a un altro, anche se non si può negare che una certa massificazione ci sia. Peraltro, consentiamo pure a leggere il concetto di auspicata eguaglianza espresso da Draghi, non tanto come riferito all’uguaglianza davanti alla legge, tale era la dichiarata intenzione primaria dei rivoluzionari, quanto, visto che parlava di scuola, come riferito in senso esteso alla parità di condizioni di partenza in un contesto educativo istituzionale. 

Qui si fa presto a smontare l’asserto dell’ex presidente della BCE. Egli infatti evita di far cenno alla vera, macroscopica diseguglianza che affligge dal 1948 in poi e fino ad oggi, e non si sa ancora per quanto tempo a venire, le famiglie italiane che mandano i loro figli alla scuola paritaria: la mancanza del buono-scuola per l’effettiva libertà di educazione. Questo è il primo fattore di crisi nazionale, questo è l’elefante nella stanza che Draghi non ci indica. Non a caso don Giussani diceva “Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare”.

Quindi il punto non è certo la fuorviante diseguaglianza evocata da Draghi. Questa si rivela piuttosto una cortina fumogena per coprire il problema politico di fondo. Il quale resta che, non essendoci sussidiarietà, il Popolo delle Famiglie (JPII, Lettera alle Famiglie, 1994) non esercita la sovranità che ontologicamente gli spetta – come si è visto al punto precedente. Su questo è necessario lavorare. Gli strumenti ci sono, come ho detto al punto 1.

Concludo su questo punto, dicendo che io stesso, come Draghi, ho da imparare dal Meeting di Rimini. Cito infatti dall’introduzione allo spettacolo “Il sogno di un uomo ridicolo”, a cura di Tat’jana Kasatkina, direttrice del Centro di ricerca ‘Dostoevskij e la Cultura mondiale’ presso l’Istituto di letteratura mondiale dell’Accademia delle Scienze russa, qui

…uno dei sintomi della malattia dell’uomo moderno, l’individualismo, è l’incapacità di meravigliarsi, il fatto che, come dice l’uomo ridicolo stesso, tutto gli sembra sempre uguale.  Questo significa, innanzitutto, che tutto gli è indifferente. Cioè, come si dice in russo, che non distinguiamo più i volti, l’essenza dell’uomo e di ogni cosa del mondo”.

Ci interessa condividere questa visione antropologica? Ciascuno si dia la risposta. 

3. “Un ministero del Tesoro comunitario”: l’Euro non ha insegnato nulla.

Terza idea draghiana da respingere al mittente (52.30), l’istituzione di un ministero del Tesoro comunitario. Non bastava l’assurda manovra ideologica che è stata l’Euro, ora si ha il coraggio di proporre anche quest’altra!… Già annotavo a suo tempo:

In teoria, è infatti assurdo voler fondare qualunque realtà, e maggiormente l’unione europea, a partire dal tetto – la moneta unica e la politica economica comune – anziché dalle fondamenta. Nel caso specifico l’unione economica e la moneta unica dovrebbero piuttosto essere il coronamento finale, l’ultimo atto di un processo politico. il quale a sua volta dovrebbe essere non una decisione di vertice, bensì la complessa elaborazione pratica di ben precise scelte del riconoscimento di un comune sentire, capillarmente fino al livello di popolo, di una identità culturale e religiosa condivisa. Mi sto riferendo, quindi, al livello più profondo, quello antropologico. Non potrebbe, d’altronde, trattarsi di niente di meno, visto che si sta ragionando dell’unità di un continente, il che non è propriamente una bazzecola. Non sto a farla lunga, tutti sappiamo che le radici alle quali mi riferisco sono quelle storichegreco-giudaico-cristiane.

download (1)La realtà ha infatti amaramente dimostrato come questa UE, questa moneta unica, si siano rivelati quello che null’altro potevano essere: un’unione artificiale, forzata e squilibrata, di molteplici realtà nazionali nelle quali, in assenza delle citate radici storiche, espunte dalle elités dominanti e dimenticate dai popoli manipolati dai poteri forti, prevalevano i singoli tornaconto politici nazionali.

 

In altre parole, la moneta europea già era logicamente incongrua per conto suo, in quanto non ha avuto senso varare una moneta comune, ancora in presenza di Governi europei autonomi, ciascuno dei quali deve rispondere delle proprie scelte, in primis, ai propri elettori. Una situazione in cui ogni stato europeo sovrano, almeno per il momento, è in competizione con gli altri su vari temi primari, vedi a esempio la concorrenza sulle esportazioni e lo scarico di responsabilità sui migranti. E senza contare le espressioni di reciproco disprezzo fra Governi, che si sono viste in più di una occasione. Cosa abbiamo davvero in comune?… Ben poco. Insistere in questa direzione, con un ministero del Tesoro comunitario, in una Unione Europea senz’anima popolare, che si è anche rivelata come una società di sprechi e di furbi, dove si gareggiava a scaricarvi inefficienze e debiti nazionali, sarebbe catastrofico.

*******

Conclusioni: a parte le criticità che ho indicato, la relazione di Draghi, fin nel tono monocorde della sua voce , francamente, nel suo insieme, è stata anche prolissa e non affascinante. Almeno a mio giudizio. Il problema di fondo resta quello di una visione solo materialista e non trascendente, direi tutt’al più kantiana, dell’uomo e del mondo, che è emersa dal suo intervento. Certo, dall’ex presidente della BCE non si può pretendere altro. Resta però il fatto che, come ho detto in apertura, la visione del materialismo edonistico è quella che ci ha portato nel bel mezzo della crisi nella quale ci troviamo, e, di sicuro, questa non potrà tirarcene fuori.

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