La soluzione del conflitto capitale vs/ lavoro, secondo Pier Luigi Zampetti

La lezione di Pier Luigi Zampetti  per risolvere il conflitto capitale vs/ lavoro.

La trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, RAI3, domenica 20 giugno 2010, era dedicata alla questione degli importanti investimenti FIAT a Pomigliano d’Arco. Investimenti che l’azienda condizionava a termini contrattuali, di disponibilità e turnazione, stringenti e vincolanti per i lavoratori. Il segretario della FIOM Maurizio Landini affermava convintamente in trasmissione che tali termini sarebbero stati restrittivi al punto da configurarsi come ricattatori e violare i diritti costituzionali dei lavoratori. La FIOM è l’unica sigla sindacale che si è rifiutata di firmare l’accordo “prendere o lasciare” con la FIAT, accordo poi raggiunto con le altre sigle. Nel corso dell’acceso dibattito, dall’altra parte del tavolo il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sosteneva invece che i 700 mln di euro di investimenti nei quali si sarebbe impegnata l’azienda di Corso Marconi a Pomigliano rappresentavano una preziosa occasione di lavoro per tante persone, opportunità che sarebbe stato irresponsabile perdere. Specie in questi tempi di vacche magre.

La questione FIAT/Pomigliano, benché il referendum tra i lavoratori sull’accettazione della proposta aziendale non abbia avuto un esito univoco, sembra risolta positivamente con la decisione di Corso Marconi di procedere agli investimenti e di produrre comunque la “Panda” a Pomigliano.

Poco dopo però presso la fabbrica SATA di Melfi, di proprietà FIAT, è scoppiato un nuovo caso al quale è stata data grande risonanza sui media. Quello dei tre operai licenziati dall’azienda, ai quali essa ha fatto carico di un atto di sabotaggio durante uno sciopero. Il magistrato ha reintegrato i tre nel loro posto di lavoro. L’azienda però ha presentato ricorso in appello e, pur pagando loro lo stipendio, non intende avvalersi delle loro prestazioni in attesa della sentenza di secondo grado, che è attesa per i primi di ottobre.

Non è mia intenzione entrare nel merito specifico delle vicende Pomigliano e Melfi. Quanto piuttosto evidenziare come in esse – che fanno parte di una lunga serie –  viene a galla ancora una volta, in modo eclatante, la storica questione del conflitto tra capitale e lavoro, che va a incrociarsi anche con la questione istituzionale, nonché Costituzionale.

Infatti, su Pomigliano, il segretario della FIOM nel suo intervento ha chiamato in causa lo Stato e si è più volte richiamato, nel denunciare l’accordo, al tradimento – a suo dire – della Costituzione della Repubblica per quanto attiene ai diritti dei lavoratori. Al Presidente della Repubblica si sono appellati, per lo stesso motivo, anche i tre operai di Melfi.

E però dunque, se è vero che modernamente possiamo far risalire il tema del conflitto tra capitale e lavoro ai tempi della rivoluzione industriale, è anche vero che oggi – trovandoci nella fase crescente di una crisi non solo economica ma direi meglio globale, quindi anche democratica e istituzionale, non contingente ma strutturale – i tempi potrebbero essere finalmente maturi per lo scioglimento di quel conflitto.

Desidero quindi prospettare nuovamente la possibile e auspicabile soluzione del “conflitto sociale” prendendo conoscenza delle linee di sviluppo della “Società partecipativa” come furono elaborate dal grande intellettuale cattolico Pier Luigi Zampetti secondo i più ortodossi princìpi della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, e  portandole poi all’attuazione. 

Per i contenuti dettagliati della proposta partecipativa rimando al “Quaderno del Covile n. 8”, pubblicato sull’omonimo sito web nell’ottobre 2008 sotto il titolo “La società partecipativa secondo Pier Luigi Zampetti”  ed anche al successivo Quaderno n. 11, presente ancora sul medesimo sito dal marzo 2010, sotto il titolo “Giorgio La Pira: una riflessione critica”. A mio giudizio la riflessione sull’esperienza lapiriana è assai pertinente dal punto di vista socio-economico, poiché essa rappresenta, in certo modo, un paradigma di quelle politiche keynesiane che hanno ispirato il New Deal rooseveltiano e che poi hanno rappresentato in sostanza l’azione politica prevalente in Occidente, e non solo, da quasi cento anni a questa parte. I pericolosi risvolti di quelle politiche, descritti in dettaglio nei due testi suddetti, sono ancora pressoché ignoti al grande pubblico. E’ quindi necessario riproporli insistentemente.

Per introdurre quanto andrò ad esporre in seguito e renderlo più facilmente accessibile ai lettori, riassumerò brevemente il nocciolo del pensiero zampettiano. Esso si basa sulla dottrina sociale della Chiesa cattolica, i cui pilastri sono la persona umana, la soggettività della famiglia intesa come società naturale fondata sul matrimonio, il principio di sussidiarietà, il bene comune universale.

Dal punto di vista politico-istituzionale, Zampetti nella sua opera porta alla luce l’insufficienza della democrazia rappresentativa, che si ha quando – correntemente! – non adottando il principio di sussidiarietà ed impostando il modello di Stato in modo verticistico, non viene superato il problema della delega del potere conferita dal cittadino-elettore ai partiti politici. In questo caso la democrazia rappresentativa inevitabilmente tende a volgersi in oligarchia, dal momento che, come l’esperienza insegna, sono le élites e non il popolo a gestire i partiti politici e ad avere rappresentanza politica in parlamento. Il “popolo” resta in posizione subordinata anche perché esso, in questa concezione illuminista e razionalista della politica, è inteso come insieme di individui isolati a sé stanti. Anzi, in questo caso diviene perfino improprio parlare di “popolo”.

All’opposto abbiamo invece la visione cattolica, dove l’uomo non è strumentalizzabile in quanto  è persona, vale a dire non semplice materialità inconsapevole a disposizione del potere, ma unione di corpo e spirito. La libertà all’uomo è appunto conferita dalla sua consapevolezza del primato dello spirito sulla materia. Nella visione cristiana da ciò discende che l’uomo non è autopoietico, cioè non si fa da solo, ma si riconosce a immagine e somiglianza del Creatore. In questa prospettiva si articola il ruolo della famiglia che innerva il concetto di popolo, e rende quindi attuabile la sovranità popolare come sovranità del popolo delle famiglie (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 1994). Nella stessa linea si situano i “corpi intermedi della società”, quelli che l’uomo ha, da sempre, autonomamente costituito nel corso della sua storia millenaria.

Quindi, nella visione personalistica cattolica, l’insufficienza della democrazia rappresentativa viene integrata con la democrazia partecipativa, che è la democrazia della società. Nel piano zampettiano sono previste anche adeguate riforme istituzionali, come la trasformazione del Senato in “camera della programmazione economica”, cioè di fulcro, come vedremo poco oltre, della “programmazione economica partecipata”, punto di forza della “Società partecipativa”. Direi che si tratta dell’evoluzione della proposta originaria di don Luigi Sturzo, quella del Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali” , inclusa, assieme ad altre valide ancora oggi, nel famoso “Appello ai liberi e forti” del 1919.

Non un “Senato delle Regioni”, quindi, come da più parti si auspica oggi nel dibattito politico. Tale organo verrebbe verosimilmente a configurarsi come un pericolosissimo “doppione politico” del potere regionale, che storicamente, al di là di rarissime eccezioni virtuose, si è  connotato per clientelismo e irresponsabilità nella gestione della spesa.

Precederebbe, per ovvi motivi, tale passaggio, la riforma dei partiti in senso partecipativo: partiti nei quali i dirigenti saranno designati non più dai soli iscritti, ma da tutti gli elettori. La partecipazione si esplicherà anche perché, come scrive Zampetti, la realtà delle cose si evolverà nel senso di  abbassare i  “ponti levatoi” tra i partiti e la società civile. Si arriverà ad un momento in cui i partiti saranno costretti dalla storia a rinnovarsi,  candidando in sede elettorale i delegati di quei “corpi intermedi”, di quei “gruppi”  che essi vorranno rappresentare ed ai quali andranno a chiedere il voto. Dunque la “società civile” attraverso i suddetti “corpi intermedi” entrerà nei partiti e sarà infine in grado di gestire il potere in sede parlamentare. Il potere dei gruppi sarà esercitato non in modo diretto, ma indiretto, in quanto mediato dal partito. Ciò eviterà le dinamiche corporative, in quanto sarà compito del partito “filtrare” le posizioni particolari, ed anzi fare sinergia fra le diverse componenti di gruppo al suo interno.

Ciò premesso, dovrebbe essere intuitivo capire il senso della partecipazione a livello economico.

La dottrina sociale dice che la proprietà discende dal lavoro. Lasciando il lavoro unito all’uomo, ne discende il primato dell’uomo (non più semplice lavoratore-dipendente/salariato) sul capitale finanziario. L’uomo-persona da oggetto diviene soggetto del processo di produzione, e ciò legittima la teoria della comproprietà dei lavoratori ai mezzi di produzione, al capitale d’impresa.

Da ciò a sua volta può scaturire la nascita non di un semplice contratto sociale nel quadro della società capitalistica, dove il controllo del capitale e della produzione è nelle mani di pochi, ma della società partecipativa fondata sull’allargamento della comproprietà del capitale d’impresa a tutti i lavoratori. Viene fatta sintesi tra capitale e lavoro nell’ambito della stessa persona umana e il  “conflitto sociale”, così ben esemplificato dalle vicende Pomigliano e Melfi, viene superato.

A differenza della società dei consumi, nella quale concettualmente il consumo precede la produzione, poiché quest’ultima è preordinata a priori dal sistema produttivo anonimo, ed al consumatore è lasciato il ruolo di eseguire passivamente la sua parte acquistando quello che era già stato deciso da altri, nell’azienda partecipativa viene ristabilito l’ordine naturale delle cose, e tutti i lavoratori-capitalisti stendono il piano di produzione aziendale, che stabilisce cosa, quanto e come produrre.

Quindi, anche il concetto di mercato sarà molto diverso da quello attuale. Non più lasciato all’anarchia, come nel paleocapitalismo, e nemmeno da lasciare in mano a mega-aziende controllate da ristretti gruppi di potere, a loro volta simbioticamente collegati a ristretti gruppi politici. I diversi piani di produzione aziendale andranno infatti ad intrecciarsi e coordinarsi nel  piano di produzione nazionale, il cui fulcro sarà rappresentato dalla “camera della programmazione economica” di cui sopra, evoluzione di quello che, come accennavo sopra, ad oggi è il Senato nel bicameralismo perfetto.

Le nuove aziende in partecipazione, ed i lavoratori-capitalisti che le gestiranno, non saranno  abbandonate a loro stesse in un mercato nel quale, come ebbi a notare nel “Quaderno del Covile n.11” (capitolo 2), la preponderanza del capitale sulla persona e l’ingresso dello Stato rappresentativo nel mondo economico dà luogo a rapporti distorti tra le aziende. Questa nuova visione  permetterà anche, evidentemente,  l’ottimizzazione delle risorse produttive impiegate.

Zampetti dà a questo processo il nome di economia programmata partecipata. Non tragga in inganno il concetto di “ economia programmata”, che potrebbe rievocare i famosi “piani quinquennali” tipici dell’ex-Unione Sovietica. E’ esattamente il contrario. Nell’URSS uno Stato accentratore e totalitario escludeva qualunque partecipazione alla formazione del piano. Il mercato non esisteva e nemmeno esistevano – come drammaticamente accade ancora oggi nell’altra grande potenza asiatica –  garanzie per i lavoratori  e per i cittadini. Nell’economia programmata partecipata il mercato sarà coordinato nel piano nazionale di sviluppo alla cui determinazione concorrerà l’intera popolazione attiva. 

Effettivamente, la visione socio-politica che ho esposto è ancora poco nota. Anzi essa può apparire utopistica. Ben pochi immaginano uno status quo migliore di quello attuale, al quale siamo tutti più o meno rassegnati. Essa, come ho cercato di riassumere sinteticamente, è però basata su una visione antropologica ben precisa, dove dal primo postulato – il primato dell’uomo-persona – non possono che discendere conseguenze inequivocabili.  Mi auguro quindi che la conoscenza della società partecipativa possa sollecitamente diffondersi, per il bene di tutti. D’altronde, in ogni caso, la drammatica crisi strutturale del sistema in cui abbiamo vissuto fino ad oggi non potrà che far evolvere la storia in questa direzione.

Il nuovo modello sociale si farà strada grazie all’autocoscienza dei lavoratori circa il proprio ruolo nell’azienda, ruolo valorizzato da quel bagaglio di conoscenze professionali che è il capitale umano. Vedremo tra poco come in questo processo i quadri aziendali intermedi  giocheranno una parte importante.

Mano a mano che questa fase maturerà, è già preventivato che, come aveva già segnalato a suo tempo don Sturzo, alfiere del capitalismo popolare,  logicamente vi si opporranno strenuamente le forze che prima controllavano saldamente la produzione e i mercati mondiali. Forze che in realtà per interessi particulari ostacolavano la sana produzione anziché promuoverla. E’ quello che avviene ancora oggi, tramite l’espansione incontrollata della spesa pubblica, i rapporti clientelari tra politica e aziende, il mantenimento dei ceti parassitari e di aziende inefficienti.

Le nuove forze produttive poco a poco faranno pacificamente dissolvere l’antico potere, e il vecchio Stato oligarchico-assistenziale andrà sgretolandosi assieme alla vecchia società che lo aveva prima messo in piedi e poi strumentalizzato. Dall’asservimento dello Stato rappresentativo all’economia keynesiana si passerà all’integrazione sinergica tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, tra Stato partecipativo ed economia partecipativa.

In fin dei conti, è tutto molto semplice. All’origine di tutto ci sono l’uomo-persona e il principio di sussidiarietà. Tutto il resto viene di conseguenza.

C’è un altro fatto importante da sottolineare. Il  vecchio sistema politico ed economico non può più andare avanti come ha fatto fino ad oggi, non solo perché fondato sulla spesa pubblica improduttiva che tende, nonostante tentativi contraddittori di contenimento, a far deflagrare il debito dello Stato. Ma anche perchè la sottomissione dell’uomo al capitale e allo Stato assistenziale ne deprime le energie creative e la capacità produttiva, ed alimenta la conflittualità interna alla società. Il vecchio sistema era ed è tuttora completamente distorto sia dal punto di vista della rappresentanza politica, che da quelli della produzione e del consumo, ed è comunque condannato a implodere. Si tratta di due elementi centrali della crisi che dobbiamo assolutamente capire e metabolizzare, se vogliamo uscirne. Perché a questo punto è chiaro che ci aspettano altri passaggi drammatici.

Ebbene, in questa circostanza vorrei proporre ai lettori alcuni contributi zampettiani aggiuntivi rispetto a quelli già pubblicati. Dedicati specificamente al tema del lavoro e ad approfondire il nuovo rapporto possibile tra capitale e lavoro, secondo la premessa che ho fatto. Li vado a trarre dal libro di Zampetti “L’uomo e il lavoro nella nuova società” (Rusconi, 1997). Procederò informalmente, nell’intento di effettuare una rapida panoramica sul concetto di “capitale umano” e sul superamento della “società di classi” con la “società dei ruoli e delle funzioni” elaborata appunto dallo studioso lombardo.

Per fare un cerchio di gesso attorno al tema del lavoro e non allargare troppo la riflessione al tema istituzionale-costituzionale, cosa che richiederebbe una trattazione separata, limitiamoci ad accennare che se il segretario della FIOM ha giudicato incostituzionale la prospettiva di accordo con la FIAT, nulla però egli ha detto circa l’ormai storico svuotamento dei contenuti complessivi della nostra Carta Costituzionale, già da lunghissima pezza silentemente, subdolamente e sistematicamente attuato dal sistema economico-politico nell’indifferenza generale. Di questo, della Costituzione parallela realmente vigente in termini antitetici a quelli proclamati nella relativa lettera, parlava Zampetti nel suo volume “La Società Partecipativa” (Dino Editore,1981, pagg. 82-89).

Diciamo però, intanto, che una riflessione seria sul tema del lavoro e del rapporto tra capitale e lavoro non può prescindere da una visione previa sulla persona e sulla democrazia. E dunque:

…La sovranità e  il potere non appartengono forse al popolo? Ed il popolo, inteso come insieme degli individui, non è forse superiore alla società e allo Stato? Bisogna che su questo punto ci chiariamo le idee. Con quale strumento l’uomo dovrebbe prevalere sulla società e sullo Stato? Attraverso la concezione democratica e, cioè, attraverso il suffragio elettorale. Ma c’è tipo e tipo di democrazia. La democrazia varia a seconda del modo di intendere il soggetto della vita democratica: l’uomo. E’ inteso come individuo o come persona? La democrazia nell’Occidente è stata concepita e sviluppata come democrazia rappresentativa. E la democrazia rappresentativa è pregna di individualismo. Dirò di più: si identifica con l’individualismo stesso. Di qui la domanda: la democrazia individualistica è una vera democrazia?

(…)

La democrazia significa decidere, concorrere a decidere o, comunque, sul piano generale, scegliere. Delegare ad altri l’esercizio del potere, come avviene nei sistemi di democrazia rappresentativa, significa rinunciare a scegliere.

(…)

Sul piano allora delle scelte dei contenuti, democrazia e rappresentanza non sono compossibili. E non sono compossibili perché la rappresentanza, fondata sulla delega, è legata all’individualismo. La vera democrazia non può che essere una democrazia delle persone. Soltanto questa democrazia può impedire la superiorità della società sull’uomo. Ed infatti l’uomo è persona, come sappiamo, in quanto è unità ontica di spirito e di materia.  E il momento spirituale si estrinseca nella vita democratica soltanto se l’uomo è messo in condizione di scegliere, di concorrere alla formazione delle decisioni. Ecco perché la vera democrazia è una democrazia partecipativa e non già rappresentativa. Queste due concezioni della democrazia si riferiscono, sono sottese da due diverse immagini dell’uomo”. (L’uomo e il lavoro nella nuova società, estratti da pag. 36 a pag.38)

Quali dunque le conseguenze concrete di questa teoria sul conflitto sociale, così ben esemplificato dall’acceso dialogo tra il Segretario della FIOM  e il Ministro del Lavoro, al quale abbiamo assistito a suo tempo su RAI3? Riprendiamo il medesimo testo, pagine 152-153:

…Sono ora in grado di cogliere in tutto il suo profondo significato il principio ispiratore della nuova società, che è esattamente l’opposto del principio ispiratore della società capitalistica secondo l’enunciazione di Marx. E’ la coscienza dell’uomo persona che crea l’essere economico e sociale, e non viceversa. Le strutture della società capitalistica avevano impedito la realizzazione di questo principio. E l’avevano impedita perché l’uomo era oggetto e non soggetto del mondo della produzione. Era preso nell’ingranaggio della sua macchina. Non poteva, non sarebbe mai potuto divenire persona. Il capitalismo era sempre legato ad una concezione materialistica, sia all’Est che all’Ovest. E’ l’essere sociale (capitalismo collettivistico o capitalismo di Stato) o l’essere economico (capitalismo individualistico) che creano la coscienza degli uomini”.

Bisogna essere molto chiari. Zampetti sosteneva che socialismo e comunismo erano le soluzioni politiche peggiori, in quanto esprimevano il massimo dello statalismo, fino al totalitarismo assoluto. Ma abbiamo visto come lo studioso facesse anche una inequivocabile critica al liberalcapitalismo, in quanto quel sistema stabiliva – avverso la corretta visione antropologica – una concezione materialista dell’economia ed il primato del capitale finanziario sulla persona umana. Le drammatiche conseguenze politiche e sociali anche del liberalcapitalismo consumista, al pari del socialismo derivato dalla concezione culturale illuministica, sono riassunte in dettaglio nei “Quaderni del Covile” che ho citato.

Sappiamo tutti come la subordinazione dei lavoratori al capitale sia un fatto storico. Quando il rappresentante della FIOM l’ha sollevata, ha dunque toccato un problema reale. Per affrontarlo in modo adeguato è però necessaria la consapevolezza della questione filosofica e antropologica che è sottesa alla vicenda. E ciò per evitare di riproporre le soluzioni di stampo assistenzial-social-populista che storicamente hanno già fallito, e che sono lontane anni-luce da quella corretta. Poiché è solo con l’economia partecipativa e  la democrazia partecipativa che potremo risolvere la questione sociale. Ancora Zampetti ci spiega chi saranno i protagonisti, i promotori della nuova società (op. cit., pag. 153):

…E’ la coscienza spiritualistica che modifica la concezione del capitale e quindi gli stessi ritmi del processo produttivo. E con i ritmi o modo d’essere della produzione, gli stessi rapporti di produzione. I ruoli emergenti costituiti oggi dai quadri, ma in grado rapidamente di dilatarsi man mano che si dilata l’era del computer (in Europa sono già molti milioni) rappresentano questa realtà nuova in grado veramente di trasformare la società”.

 C’è però una condizione essenziale (op.cit, ancora pag. 153):

…Ma bisogna che i quadri abbiano consapevolezza di essere i primi trasformatori della società e portatori di una cultura economica e sociale non più materialistica ma spiritualistica. E con la nuova cultura spiritualistica contribuiranno a determinare il superamento della crisi energetica dello spirito, crisi che si manifesta nella mancata accumulazione delle conoscenze (si pensi al degrado degli studi di istruzione e formazione) e nel limitato uso delle medesime nell’ambito dell’impresa. Come poter parlare in una società dei consumi di riciclaggio della istruzione, di corsi sistematici di aggiornamento, quando i livellamenti retributivi e la stessa retribuzione finalizzata al consumo comprimono o addirittura spengono ogni incentivazione culturale?”

 Tutto ciò potrà avvenire solo se in precedenza saranno state poste solide basi:

L’inserimento di una concezione spiritualistica nell’ambito del capitale segna altresì (…) la fine del principio gerarchico rispetto a quello del coordinamento. Si allarga la sfera decisionale, che viene estesa (in misura da definire, ma certamente rilevante) al “middle management” e, in certo modo, anche se più delimitato, a quei lavoratori manuali che avendo un grado di professionalità, anche se a livello esecutivo, sono pur sempre portatori di un capitale intellettuale sia pure circoscritto. Non sono cioè semplici lavoratori portatori della sola forza lavorativa: tale categoria, come ho più volte rilevato, andrà lentamente estinguendosi e con essa si andrà estinguendo, anche se non del tutto, la fascia operistica nell’ambito dell’impresa.

Avremo allora tre fasce: Il “top management” che comprende i quadri dirigenti, il “middle management” che comprende la fascia dei lavoratori intellettuali che forniscono all’impresa il loro capitale intellettuale e la loro prestazione lavorativa, coordinando l’attività imprenditoriale in un determinato settore articolato con gli altri (quadri intermedi). E, da ultimo, i lavoratori manuali specializzati che compiono un lavoro di carattere esecutivo e che sono al di fuori della categoria che abbiamo definito di quadri intermedi. Per questi ultimi la partecipazione è più limitata per il fatto che sono portatori di una quota inferiore di capitale intellettuale oltre che finanziario.

L’indennità di funzione rivendicata in questo momento dai quadri  ma destinata, come ho già detto, ad essere estesa alle altre categorie produttive, non essendo retribuzione dell’attività lavorativa è l’equivalente del profitto. In parte va pertanto reinvestita. Essa, in prospettiva, è destinata a modificare la titolarità dei mezzi di produzione. Ed è proprio per questo che ho parlato di superiorità del capitale umano sul capitale finanziario.

Di qui allora una nuova concezione del capitale basata sui seguenti princìpi: distinzione tra capitale intellettuale e capitale finanziario, con il primato del primo sul secondo, così come nell’ambito della persona umana lo spirito ha il primato sulla materia; programmazione attraverso la partecipazione, che è l’espressione della persona umana, così come lo è il capitale umano. (op.cit., pagg. 150-151)  

Abbiamo così potuto vedere, sia pure per sommi capi, come l’”indennità di funzione” attribuita ai quadri, in quanto reinvestita, andrà ad accumulare la partecipazione del già lavoratore dipendente, poi lavoratore in partecipazione, al capitale d’impresa. Nessun lavoratore, anche quello meno qualificato, viene lasciato fuori dal progetto. Ciascuno parteciperà in proporzione al capitale umano posseduto.  Ultimo dettaglio, non secondario:

E’ appena il caso di accennare che lo sciopero non ha più ragion d’essere in questa nuova società. Per due ordini di ragioni. Per il primo, perché non esiste più la classe in cui si situa la categoria scioperante, che si contrappone alla controparte appartenente a una classe diversa. Per il secondo, perché la indennità di funzione dimostra come i nuovi soggetti sono entrati nell’area del capitale che si fonde con l’area del lavoro. Ne segue la fine delle tensioni sociali, l’aumento della produttività del lavoro e, simultaneamente, dell’entità e della redditività del capitale.

Resta il problema degli scioperi per la fascia dei lavoratori manuali specializzati, cioè di coloro che non usufruiscono della indennità di funzione. Le loro rivendicazioni sono limitate all’attività prestata. Ma anche per tali categorie le rivendicazioni concernono, pur sempre, per gran parte, il riconoscimento della loro professionalità e quindi di un ruolo specifico, cui non corrisponde ancora in questa società di transizione una indennità di funzione. Ma le possibilità di tali rivendicazioni differenziate sono legate all’aumento della produttività del lavoro e della redditività del capitale operato dal nuovo tipo di società emergente. Il riconoscimento dei quadri non può che rimbalzare positivamente sull’ultima fascia dei lavoratori e sulla loro retribuzione.

In una certa misura e in tempi non lunghi, tutti i lavoratori destinati a divenire prevalentemente lavoratori intellettuali, sono altresì destinati a divenire capitalisti, sia per il loro grado di professionalità, sia per la partecipazione alla formazione del capitale d’impresa cui sono chiamati indistintamente tutti i lavoratori dell’impresa medesima. Così che da questo punto di vista i quadri costituiscono un punto di collegamento tra la fascia superiore dirigenziale e la terza fascia del lavoro esecutivo. Collegamento che è estremamente importante per istituire le nuove articolazioni tra le fasce dell’impresa che si tramutano poi nelle articolazioni delle fasce sociali imperniate sui ruoli e sulla loro interdipendenza. Chi più sa ha il dovere di farsi interprete delle nuove esigenze della società rispetto a chi si trova culturalmente e professionalmente in una fascia inferiore”. (op.cit., pag. 156-157)

Come notazione di attualità, vorrei riportare che ancora recentemente nel dibattito politico si sta ragionando con insistenza, anche in ambienti governativi, della possibile partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa. Su questo strumento ho espresso la mia opinione nel già citato “Quaderno del Covile” n. 11, al capitolo 4.

Dopo quello che si è detto, credo però che dovrebbe risultare evidente che partecipazione agli utili e la partecipazione al capitale, e maggiormente quella alla gestione dell’impresa, siano concetti ben diversi. E’ altresì evidente che la partecipazione al capitale e alla gestione non si può improvvisare, ma implica una classe di lavoratori educata a ciò, quindi responsabile e consapevole della propria identità di uomo-persona.

E dunque, la conclusione finale del percorso che abbiamo fatto ribalta in modo assolutamente positivo la realtà attuale, per tanti versi drammatica. Ancora l’opera citata, pagg. 158-159:

…La realtà è che tra imprese e società si instaura un rapporto del tutto diverso da quello che è avvenuto in quest’ultima fase del capitalismo consumistico. Qui la società è stata subordinata alle esigenze di una produzione crescente che cercava sempre nuovi sbocchi per l’assorbimento dei prodotti. La società diveniva società dei consumi.

Ora si inverte completamente la prospettiva. Il consumo è solo un momento della società. Ma non si identifica con la medesima. La società è fondata, come abbiamo visto, sul momento spiritualistico; quello materiale (e non dirò materialistico) è subordinato al primo. I nuovi soggetti operanti nella società non sono consumatori passivi. Sono soggetti intelligenti che trasmettono le loro finalità alla società intera. Sostenere che il capitale prima di essere materiale è spirituale, significa incentrare la società sui problemi dello spirito. Il piano aziendale che deve determinare che cosa produrre, quanto produrre, sarà commisurato alla produzione di beni che soddisfino le esigenze non solo materiali, ma altresì e soprattutto spirituali dell’uomo. Le scelte dei beni da produrre sono anteriori e non già posteriori alle scelte che riguardano il consumo, scelte che nella società consumistica precedevano il momento produttivo.

La coscienza del ruolo, costituito dalle conoscenze, significa, come abbiamo visto, conoscenza delle conoscenze e cioè autocoscienza. Se l’autocoscienza è il nucleo del momento produttivo, lo sarà anche del momento consumistico. Ciò significa la fine della manipolazione pubblicitaria che fa leva sulla mancata consapevolezza del valore e utilità dei beni prodotti da parte dei lavoratori-consumatori e, più in generale, consumatori-occupati.

Caduta la nozione di occupato di fronte al nuovo concetto di lavoratore produttivo identificato nel ruolo, viene altresì meno la figura del consumatore passivo. E nasce una società completamente diversa. Nella quale cioè le istituzioni cessano di essere strumentalizzate dal modo impersonale di produrre.

Introdurre il concetto di persona nel modo di produzione significa introdurlo nella società intera. Modo di produzione e società sono strettamente collegati. E’ un punto fondamentale che dobbiamo tenere nella massima considerazione. Negata la persona nel modo di produrre è altresì negata in tutta la società, come abbiamo avuto modo di ampiamente constatare. E con il cambiamento del modo di produrre cambiano altresì i rapporti di produzione e cioè la titolarità del capitale, il quale, come abbiamo visto, non è più materialistico ma spiritualistico”. 

La prospettiva che ho esposto può sembrare complessa, ma credo meriti la massima considerazione e riflessione. L’approccio al tema del lavoro che ho illustrato mi sembra decisamente migliore, mi sia concesso, rispetto a quello che abbiamo visto alla SATA di Melfi, quando i tre operai reintegrati dal giudice si sono presentati ai cancelli accompagnati dall’avvocato e dall’ufficiale giudiziario, per far valere la sentenza a loro favorevole. Senza entrare nel merito specifico della vicenda, ma solo portandola ad esempio, può essere augurabile e soddisfacente per chiunque, mi chiedo, lavorare in un’azienda, quando è venuta a mancare la sua fiducia nei  confronti del dipendente? La “lotta di classe” permanente ha fatto il suo tempo. Questo l’ha detto anche l’AD del gruppo FIAT Sergio Marchionne, quando recentemente ha proposto un nuovo “patto sociale” che superi il conflitto sociale tra i titolari del capitale e i prestatori della forza-lavoro. Questo è il punto.

Alla luce degli argomenti che ho portato, la storia pregressa e la logica mi inducono ad affermare che, però, realisticamente, il conflitto sociale potrà essere risolto solo nella misura in cui si vorrà finalmente, questa la vera novità, fare sintesi tra capitale e lavoro nell’ambito della stessa persona umana, con gli strumenti della “Società partecipativa”, per valorizzare ed esaltare davvero le energie e le capacità di ciascuno. Quando, invece che a “lavoratori dipendenti” ci si potrà riferire a “lavoratori in partecipazione” del capitale e alla gestione d’impresa. Solo a questa condizione il conflitto sociale sarà davvero risolto. Ribadisco però, ancora una volta, l’elemento chiave, e cioè che l’attuazione di questa dimensione non potrà prescindere dalla consapevolezza del lavoratore di sé come uomo-persona. Non ci sono scorciatoie.

Si tratta comunque di una visione ampiamente positiva, che porta a tutti una nota di motivata speranza. Specie in vista del fatto che è da presumere che il peggio della crisi debba ancora venire, poiché è fin troppo chiaro che il progetto partecipativo tarda a decollare in quanto incontra prevedibili, forti resistenze da parte dei fautori del capitalismo di Stato e di quello mercato.

La Storia procede però ineluttabilmente nella direzione indicata e preparata da Pier Luigi Zampetti.

Mi auguro che la complessa transizione verso la nuova società non abbia ad essere troppo traumatica. E che possa aprirsi un fecondo dibattito su quanto ho espresso, poiché, come affermava Zampetti, l’attuarsi della visione politica partecipativa è, in prima istanza, questione di coscienza e di autocoscienza. Auspico la nascita di iniziative culturali e politiche atte a far sì che il passaggio verso il fattibile modello sociale che Zampetti, più recentemente sulla scia della lezione di don Luigi Sturzo e rigorosamente nel solco tracciato dalla Dottrina sociale, ci ha lasciato in eredità, possa avvenire con sollecitudine.

 Pier Luigi Tossani

Firenze, 6.9.’10

 

13 pensieri su “La soluzione del conflitto capitale vs/ lavoro, secondo Pier Luigi Zampetti

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  4. Mi sono fermato a “Zampetti dà a questo processo il nome di economia programmata partecipata”.
    Si crede davvero che il dirigismo – seppur partecipativo – possa portare ad una gestione delle risorse efficiente? Storicamente è stato dimostrato che ciò è falso.

    Si parte dal presupposto di legittimazione della comproprietà dei lavoratori per i mezzi di produzione e del capitale dell’impresa, anche se essi non si assumono i rischi derivanti dagli investimenti fatti (che giustificano la remunerazione del capitale). Ignorando comunque il fatto che il capitale necessario all’attività dell’azienda, deriva dal lavoro di chi ha inizialmente investito in essa.

    I lavoratori, che non hanno investito capitale di rischio, sono retribuiti per la loro prestazione. Nel momento in cui volessero essere (com)proprietari dei mezzi di produzione dovranno investire i capitali derivanti dal loro lavoro.

    • Caro Al,

      capisco bene la tua giusta perplessità.
      Se vorrai proseguire la lettura del testo, vedrai che, al periodo successivo, scrivo

      “Non tragga in inganno il concetto di “ economia programmata”, che potrebbe rievocare i famosi “piani quinquennali” tipici dell’ex-Unione Sovietica. E’ esattamente il contrario. Nell’URSS uno Stato accentratore e totalitario escludeva qualunque partecipazione alla formazione del piano. Il mercato non esisteva e nemmeno esistevano – come drammaticamente accade ancora oggi nell’altra grande potenza asiatica – garanzie per i lavoratori e per i cittadini. Nell’economia programmata partecipata il mercato sarà coordinato nel piano nazionale di sviluppo alla cui determinazione concorrerà l’intera popolazione attiva”.

      D’altronde, mi pare che la realtà dimostri in modo cogente che, dopo il marxismo e il post-marxismo, anche il liberalismo ha fallito. Ha fallito perché era fondato su basi antropologiche sbagliate, come, se ti interessa, approfondisco in dettaglio anche in questa pagina:

      https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/incompatibilita-tra-cattolicesimo-e-liberalismo/

      Mentre, anche per quanto riguarda gli altri ragionevoli dubbi da te espressi, rimando alla ripresa della considerazione di questo testo, dal punto interrotto – e li troverai trattati – osservo che, in effetti, Zampetti ci sta proponendo una PACIFICA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA. Ripeto, questa cosa è di tale portata, che non mi stupisco che lasci spiazzati. Anzi, mi meraviglierei del contrario.

      Comunque, non si può sperare che le cose cambino in meglio, se seguitiamo a considerare il tema del lavoro – che è peraltro solo un tassello, pur importante, dell’intero puzzle – come sempre abbiamo fatto nel passato.

      Concludo citando da questa pagina del blog

      https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/

      di presentazione della figura di Pier Luigi Zampetti:

      “In effetti, si possono avere perplessità circa il pensiero di Zampetti, circa la fattibilità della società partecipativa, ed anche, a monte di questa, dell’economia partecipativa. Tali perplessità, in sostanza, ruotano attorno ad un unico tema. Vale a dire, ci si può chiedere: è possibile che, con la compartecipazione di ogni lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa, ogni uomo sia effettivamente libero e responsabile della propria sorte, di quella della società e, in ultima analisi, di quella dell’umanità intera, oppure questa è pura utopia?… E sarebbe invece l’uomo, per il buon funzionamento della società, quindi inesorabilmente destinato a dipendere da qualcuno che pensi per lui, che disponga di lui, che gli ordini quello che deve fare?… Infatti, esempio, nel Paese che conta cinquanta milioni di potenziali allenatori della nazionale di calcio, ciascuno con una sua idea, parrebbe che un’azienda nella quale ciascun lavoratore abbia voce in capitolo, sia pure nel suo settore, sia inesorabilmente condannata all’anarchia, al caos organizzativo e quindi al fallimento. Questa è la sfida, la verifica da fare, che Zampetti ci ha lasciato. Non dimentichiamo però, a questo proposito, che peraltro la visione zampettiana è sottesa dallo spiritualismo storico, cioè ad una consapevolezza interiore di sé e della realtà che l’uomo, fino ad oggi, come comunità non ha ancora mai sperimentato. E d’altronde ancora, lo stato dell’arte del mondo di oggi, da ogni punto di vista, finanziario, economico, sociale, morale, ecc., è quello del fallimento conclamato sia del socialismo che del liberalismo. Deve quindi essere assolutamente trovata un’alternativa. Ci troviamo in mezzo a un guado. Per arrivare all’altra riva, la teoria zampettiana deve comunque essere almeno dibattuta, cosa che ancora non si fa, e, da chi ci crederà e se la sentirà, anche esperita nella pratica economica e politica. In ogni caso, la lezione di Zampetti è talmente importante che, nonostante le distrazioni in buona fede da una parte, e i deliberati tentativi di cancellarla dall’altra, è inesorabilmente destinata a emergere con potenza dalle sabbie della Storia”.

      Grazie, Al, per il tuo contributo.

  5. Ho continuato a leggere, ma la visione mi sembra molto corporativista.

    Non condivido che il liberalismo abbia fallito, perché non è mai stato apllicato al 100%, puntando alla concorrenza.
    Quando sono state fatte delle aperture al liberalismo, ci sono state sempre delle conseguenze positive per la collettività.
    Rimando ad un post interessante sull’argomento:
    http://www.leoniblog.it/2014/02/07/il-modello-svedese-un-falso-storico-ecco-perche/

    So che anche lei segue il blog a cui ho rimandato.

    • Dimenticavo, se può essere utile a chiarire ulteriormente la ricorrente (mi è capitato altre volte) e comprensibile obiezione di corporativismo mossa all’idea partecipativa zampettiana, incollo di seguito una citazione che traggo da pag. 34 di quest’altra sintesi da me curata:

      http://www.ilcovile.it/scritti/Quaderni%20del%20Covile%20n.8%20-%20LA%20SOCIETA%20PARTECIPATIVA%20secondo%20Pierluigi%20Zampetti.pdf

      “…dalla crisi dello stato al problema dei partiti: direi che
      proprio la crisi dello stato sottolinea l’importanza dei partiti.
      Ma non si tratta dei partiti interpretati in senso tradizionale,
      come degli strumenti attraverso cui si provvede a designare i candidati preposti ai vari organi elettivi, bensì in senso nuovo, come strumenti di esercizio del potere e non solo del diritto di voto da parte del popolo.

      Analizziamo dunque la nuova prospettiva attraverso la quale si manifesta il partito politico. Soggetti dei partiti sono i
      cittadini, e non c’è dubbio che debba essere così, dal momento che i partiti si inseriscono nell’organizzazione dello stato. Ma la figura giuridica del cittadino ha un significato solo di limite (escludendo gli stranieri) rispetto ai soggetti medesimi che ai partiti aderiscono; ha quindi una funzione negativa e non definisce altresì l’aspetto dell’individuo che fa capo al partito.

      Infatti l’individuo aderisce al partito anche e soprattutto come
      soggetto privato, per risolvere i problemi che riguardano
      l’attività concreta da lui espletata. Solo cioè ai soggetti privati che sono cittadini viene concessa la partecipazione al potere. Il partito, allora, ha duplice aspetto: privatistico, come associazione di individui portatori dei più diversi interessi, e pubblicistico, poiché concorre a formare la politica nazionale (di qui la funzione di limite rappresentata dalla figura giuridica del cittadino), collaborando con gli organi tradizionali quali il parlamento e il governo. Gli interessi di cui sono portatori gli individui si traducono in volontà dello stato solo se filtrati dai partiti. L’antinomia tra gruppi di interesse e stato può essererisolta dai partiti. Se i partiti invece non sono idonei a compiere la funzione depuratrice propria del filtro, perché dominati dalle oligarchie, non potranno inserirsi e inserire i
      gruppi nell’ambito dei poteri dello stato. I gruppi cercheranno
      di imporre allo stato la loro volontà particolare, ed il partito, a
      sua volta, lungi dal mediare gli interessi dei gruppi medesimi,
      rischierà di tramutarsi anch’esso in gruppo, la cui volontà
      sarebbe allora una volontà particolare e non più una volontà
      tesa a soddisfare l’interesse generale.

      Tale fenomeno si ripercuote negativamente sulla stessa
      funzionalità del parlamento, il quale approva leggi a getto
      continuo e, in particolare, le cosiddette leggine; e questo
      appunto è una riprova del legame che unisce parlamentari o
      gruppi di parlamentari (che per effetto di tali disfunzioni
      sorgono e si istituiscono accanto ai gruppi parlamentari) con i vari gruppi di interesse, senza un’adeguata e necessaria
      programmazione legislativa.

      Ne deriva la crisi del parlamento, che doveva mantenere il
      controllo del governo ed assicurare l’imparziale applicazione
      della legge e l’uguale trattamento dei cittadini. I quali, spesso, in molti settori della pubblica amministrazione sono
      diversamente trattati, cosicché il privilegio e la
      discriminazione, a volte, sostituiscono il diritto che spetta a
      ciascuno di ricevere certe prestazioni da parte dello stato.
      Prospera e si sviluppa in questa situazione il sottogoverno,
      come potere occulto e senza controllo, che si contrappone al classico concetto di governo come potere controllato dal
      parlamento. Mi preme però rilevare che non si tratta di un
      governo divenuto… sottogoverno, cioè di poteri controllati
      divenuti poteri incontrollati, bensì di poteri nuovi che sono
      sorti di pari passo con l’evolversi della società e che non sono stati ancora sottoposti ad adeguato e doveroso controllo.

      I poteri sono, infatti, in stretta correlazione ai fini che lo stato
      si propone di raggiungere; di protezione dell’individuo per lo
      stato liberale, di regolazione dell’attività privata per lo stato
      democratico. Per raggiungere tali scopi il liberalismo, che è
      sorto in contrapposizione all’assolutismo, cioè a quel regime
      politico in cui tutti i poteri erano concentrati nella persona del monarca, aveva propugnato la divisione dei poteri prima, e la distribuzione dei poteri poi; la democrazia, questa volta in contrapposizione alle baronie economiche o assolutismo
      privato, aveva assunto quale programma la distribuzione del
      potere ai privati.

      Ma, per raggiungere tale scopo, non sono adeguati i poteri
      tradizionali dello stato, volti essenzialmente a proteggere gli
      individui: occorrono, come ho più volte osservato, poteri nuovi e quindi, strutture istituzionali nuove in grado di articolare i poteri medesimi.

      La crisi dello stato moderno è, allora, in particolare crisi di
      strutture: da una parte, nella società, c’è continua crescita e
      sviluppo; dall’altra, dal punto di vista delle istituzioni, c’è stasi
      e cristallizzazione. Si tratta di aprire le istituzioni a queste
      nuove forze in maniera da superare la pericolosa frattura con la società…

      …Certo, non c’è da parte dei politici la consapevolezza
      profonda della necessità di una rapida trasformazione delle
      istituzioni politiche, che vada di pari passo con l’analoga,
      rapida trasformazione sociale. Tocca, a mio avviso, …ai teorici dello Stato, chiarire le ragioni di questa anomalia, così come tocca al clinico indagare le cause prossime e remote di una malattia. Diagnosticate le cause, spetta ai politici operare con decisione ed immediatezza.
      Non ha più senso, innanzitutto, distinguere tra privato e
      pubblico e, quindi, tra i poteri delle rispettive sfere. La
      regolazione del settore privato da parte dello stato introduce un elemento nuovo nella dialettica tra individuo e stato: la società. L’individuo arriva cioè allo stato, in linea generale, non più direttamente, ma attraverso la società che, oltre che essere una società di individui, è una società di gruppi. Individuo inserito nella società significa individuo associato. Tali associazioni devono allora trovare debito posto nella struttura dello stato, se si vuol veramente parlare di sovranità popolare e di popolo come entità concreta e dinamica…

      …Non è la democrazia in crisi, dunque, come eloquentemente testimonia il fervore pluralistico che anima la società contemporanea, ma le istituzioni, troppo legate a formule passate e troppo lente a trasformarsi.
      Abbiamo, finora, assistito a grandi trasformazioni sociali, che
      hanno elevato il tenore di vita di intere popolazioni e di strati
      sempre più vasti della società. È tempo di dare vita a radicali
      trasformazioni politiche, senza le quali lo stesso progresso
      economico e sociale si arresterebbe e diminuirebbe.
      Chè, non dimentichiamolo, al declino politico dello stato
      farebbe riscontro un analogo declino della società e della sua potenziale, larga capacità di sviluppo”.
      (DPRI, estratti da pagg. 42-45)

  6. Al ha ragione. La prospettiva di Zampetti è corporativista. Che non è poi affatto un male. A differenza di Al, in quanto cattolico e non liberale, rivendico come mia la prospettiva corporativista dell’intero movimento sociale cattolico del XIX secolo e delle encicliche sociali dalla Rerum Novarum fino alla Quadragesimo Anno, dalla Populorum progressio fino alla Caritas in Veritate (nelle ultime encicliche quella prospettiva è aggiornata/diluita sotto forma di comunitarismo o economia civile ma persiste lo stesso). Ho letto, da studente universitario di giurisprudenza, un bel libro di Zampetti dal titolo (cito a memoria, mi sembra sia tale) “Dallo Stato liberale allo Stato dei partiti” nel quale appunto se da un lato criticava, dimostrando di non averlo compreso, il “corporativismo”, che faceva equivalere a lobbismo e particolarismo, dall’altro vedeva nei partiti, riformati, uno strumento di partecipazione. Già vi parlava di “programmazione partecipata”. Ritrovai poi detti concetti in un altor suo scritto negli atti di un convegno della fine anni ’80. Zampetti equivocava sul termine “corporativismo” forse anche perché il corporativismo era stata l’ideolgia sociale del fascismo (cosa che aveva a suo tempo attirato i consensi di molti cattolci al regime, prima della sua devianza razziale, e lo stesso Pio XI nella Quadragesimo Anno ne fece un elogio però anche critico). Zampetti dimenticava che le basi teoretiche del corporativismo cattolico e di quello fascista (al di là di ogni speranza, più o meno illusoria, di “battezzare” quest’ultimo) erano completamente differenti ed antitetiche. Dimenticava che corporativista in senso cattolico furono proprio quel Toniolo e, almeno nella prima parte della sua esperienza politica, Sturzo i cui ritratti campeggiano, insieme a quello di Zampetti, in testa alle pagine di questo sito. Resta comunque incredibile la sostanziale somiglianza della proposta di Zampetti, egregiamente sopra illustrata, con quella, anch’essa definita dai suoi sostenitori “programmazione partecipata”, che proponeva, negli anni ’70 ed ’80, la “Rivista di Studi Corporativi”, edita dall’omonimo Centro Studi, che faceva capo alla cosiddetta “sinistra interna” del MSI, alla quale appartenevano illustri studiosi come Gaetano Rasi ed alla quale si riavvicinò, dopo la sua parentesi comunista, il filosofo Ugo Spirito, discepolo di Giovanni Gentile, appartenente a quella “sinistra gentiliana”, parte di quella, più ampia del solo apporto gentiliano, all’epoca denomiata “sinistra fascista”, il quale nel convegno di Ferrara nel 1932 aveva proposto ed auspicato un esito sostanzialmente comunista dello Stato corporativo fascista mediante la trasformazione delle corporazioni di Stato in strumento per il controllo statuale e la nazionalizzazione dell’economia (cd. “Corporazione proprietaria”). Una prospettiva già a suo tempo criticata da altri studiosi come Sergio Pannunzio e dai cattolici che si erano avvicinati all’esperimento di quel regime autoritario. Naturalmente Spirito nulla c’entra con Zampetti ma resta il fatto che invece, sicuramente su basi teoretiche diverse, con la prospettiva perseguita dalla “Rivista di Studi Corporativi”, la quale oltretutto era molto attenta alle radici cattoliche ed in particolare tonioliane del corporativismo, mi sembra ci sia molto in comune. Ora una ultima domanda (proferita non criticamente ma con sofferto dolore): in quella che è la “società liquida” post-moderna, come ben studiata da Zymgunt Baumann, ovvero la società individualista e solipsista compiuta, nella quale tutti i legami comunitari sembrano scigliersi come neve al sole, è ancora possibile pensare alla realizzazione di una prospettiva corporativista come quella di Zampetti?

    Luigi

  7. caro Luigi,

    è una vecchia storia… per dire, ho visto citare Zampetti perfino dalla “Padania” leghista, qui! http://www.padania.to.it/countach/Numero2/Articoli2/Zampetti.htm
    perché, con la crisi nei partiti e la crisi globale che c’è, tutti parlano di “partecipazione”… la sinistra ne è “esperta” (!), Silvio un po’ meno, ma – nel complesso, bisogna diffidare dalle imitazioni. Nel caso specifico, è interessante notare come “la Padania” voleva mettere Zampetti a servizio del “federalismo fiscale”… mentre invece la questione partecipativa è di portata molto, molto più grossa.

    Provo a fare sintesi, nella replica al tuo commento.

    Il rilievo di “corporativismo”, nel senso negativo del termine – cioè di casta chiusa il cui obiettivo primario è la salvaguardia, ad ogni costo, dei propri privilegi – che viene mosso alla lezione zampettiana è comprensibile. Ma, ho già chiarito, citando il maestro Zampetti, nella lunga risposta che ho dato ad Al, il 10 febbraio 2014, che – quando il processo evolutivo si sarà finalmente assestato nel modo giusto – quel rischio non sussiste. Cito un estratto dell’estratto:

    “Il partito, allora, ha duplice aspetto: privatistico, come associazione di individui portatori dei più diversi interessi, e pubblicistico, poiché concorre a formare la politica nazionale (di qui la funzione di limite rappresentata dalla figura giuridica del cittadino), collaborando con gli organi tradizionali quali il parlamento e il governo. Gli interessi di cui sono portatori gli individui si traducono in volontà dello stato solo se filtrati dai partiti. L’antinomia tra gruppi di interesse e stato può essere risolta dai partiti. Se i partiti invece non sono idonei a compiere la funzione depuratrice propria del filtro, perché dominati dalle oligarchie, non potranno inserirsi e inserire i
    gruppi nell’ambito dei poteri dello stato. I gruppi cercheranno
    di imporre allo stato la loro volontà particolare, ed il partito, a
    sua volta, lungi dal mediare gli interessi dei gruppi medesimi,
    rischierà di tramutarsi anch’esso in gruppo, la cui volontà
    sarebbe allora una volontà particolare e non più una volontà
    tesa a soddisfare l’interesse generale”.

    Vale a dire, il superamento del corporativismo, o particolarismo che dir si voglia, si avrà non meccanicamente, ma nel “travaglio” della politica, nella misura in cui essa verrà elaborata secondo la filosofia dello “spiritualismo storico” zampettiano. Ma l’idea zampettiana, quella di fondo, la prospettiva a cui tendere, è giusta.

    Ma vediamo questo tema, anche negli altri maestri.

    Toniolo “corporativista”?… Bisogna vedere in che senso si intende il termine… e il senso “buono” del termine non può essere che quello della proto-sussidiarietà che, pur umanamente non perfetta, come si sa – innervava il glorioso medioevo cristiano… quindi, “corporazioni” nel senso di “corpi intermedi” della società, soggetti politici ed economici, enti valorizzatori della “programmazione economica partecipata” ante litteram, e promotori dell’affezione, dell’orgoglio e della dignità di un lavoro ben fatto. Quanto sopra, come ho detto, almeno idealmente! Oggi, il sindacato, questa prospettiva non ce l’ha.

    A conferma di questo, sul sito web dedicato al Toniolo, su questa pagina http://toniologiuseppe.blogspot.it/2012/10/am-politica-e-suo-rinnovamento.html, firmata da Sergio Dell’Antonia, questa citazione mi pare pertinente:

    “…4. Sintesi
    Toniolo vedeva la realtà economico-sociale politica ordinata in questo modo. Ceti eretti sulla ricchezza mobile e immobile, sull’agricoltura, sull’industria, sul commercio; e ceti eretti su una triplice nobiltà: delle dignità, del sapere, degli uffici pubblici (72). Riassumevaquesta realtà in tre classi supreme: quella fondiaria, quella della ricchezza e quella spirituale (73). In ciascuna classe scorgeva le professioni. Asseriva la inalienabile superiorità del lavoro sul capitale; della persona sulla collettività; della società sullo Stato. Programmava, ispirandosi al Vangelo, una «sociocrazia cristiana» (74) che sostituisse l’aristocrazia sociale e di governo con la democrazia fondata sul lavoro, ove ogni persona fosse al centro dell’interesse sociale e trovasse dignità, rispetto, servizio in ordine ai suoi fini (75). Per questo egli favorì il sistema corporativo che, riaffermando la classe, riproponeva la dignità della persona, l’importanza del lavoro e l’eccellenza della democrazia; per questo egli sostenne che «tutti i corpi politici rappresentativi devono uscire, in qualche modo almeno, da enti corporativi di classe, ripondenti ad altrettanti collegi elettorali permanenti» (76).
    Per esemplificare.
    Dalla piccola rudimentale unione professionale nel campo del commercio, dell’industria e dell’agricoltura, si doveva passare al consiglio d’azione, di officina, di azienda colleganti le unioni professionali con i datori di lavoro. Dalle unioni professionali semplici degli operai e dei detentori del capitale si doveva arrivare alla corporazione semplice federata, formata dai rappresentanti delle varie unioni dei settori del commercio, industria, agricoltura.
    La corporazione semplice federata doveva avere potere legislativo interno, autorità di decisione in campo economico, personalità giuridica, e costituire un collegio elettorale; entrare in rapporto con quella parallela attraverso la Commissione mista d’intesa; eleggersi l’Assemblea locale dei rappresentanti.
    La confederazione di corporazioni semplici doveva ripetersi attraverso i rappresentanti eletti, con medesime funzioni e proprietà, su scala comunale, regionale, nazionale, entrando sempre in rapporto con le corporazioni semplici confederate parallele attraverso le Commissioni miste d’intesa. Si giungeva così al Consiglio supremo (Assemblea nazionale, Consiglio sindacale) affiancante il parlamento.
    Il parlamento stesso doveva assorbire in sé il sistema corporativo: qualificarsi in tal senso più che in linea partitica, per svolgere una funzione di reale servizio alla società, alle classi, alle persone, in corrispondenza alle vissute necessità del paese (77).
    Uno stato così strutturato doveva aprirsi infine all’associazione internazionale. La Chiesa allora, ricollegando i «distinti circoli autonomi» delle società organiche «all’umanità universale», avrebbe dato origine all’«unico vero ordine sociale»: l’ordine sociale cristiano che unisce le nazioni nel compito della civiltà (78)”.

    Cioè, siamo al proto-zampettismo!… Ove invece, oggi, le nostre democrazie rappresentative – finte, come spiegava Zampetti! – sono dominate dalle oligarchie materialiste di stampo radicale, nemiche di Dio e dell’umanità.

    Quanto a Sturzo, a ulteriore e semplice conferma della linea del Toniolo, viene immediato andare a citare l'”Appello ai liberi e forti”:

    “(…) Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali.

    Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.

    Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale (…)”.

    Mi sembra di essere stato esaustivo.

    Quanto alla tua considerazione finale, circa la fattibilità dell’idea zampettiana, specie nel contesto proibitivo – sostanzialmente oligarchico – di oggi, incollo quanto scrissi sul blog, nella pagina di presentazione di Zampetti:

    “(…) In effetti, si possono avere perplessità circa il pensiero di Zampetti, circa la fattibilità della società partecipativa, ed anche, a monte di questa, dell’economia partecipativa. Tali perplessità, in sostanza, ruotano attorno ad un unico tema. Vale a dire, ci si può chiedere: è possibile che, con la compartecipazione di ogni lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa, ogni uomo sia effettivamente libero e responsabile della propria sorte, di quella della società e, in ultima analisi, di quella dell’umanità intera?… Oppure questa è pura utopia?… E sarebbe invece l’uomo, per il buon funzionamento della società, quindi inesorabilmente destinato a dipendere da qualcuno che pensi per lui, che disponga di lui, che gli ordini quello che deve fare?…

    Infatti, esempio, nel Paese che conta cinquanta milioni di potenziali allenatori della nazionale di calcio, ciascuno con una sua idea, parrebbe che un’azienda nella quale ciascun lavoratore abbia voce in capitolo, sia pure nel suo settore, sia inesorabilmente condannata all’anarchia, al caos organizzativo e quindi al fallimento.

    Questa è la sfida, la verifica da fare, che Zampetti ci ha lasciato. Non dimentichiamo però, a questo proposito, che peraltro la visione zampettiana è sottesa dallo spiritualismo storico, cioè ad una consapevolezza interiore di sé e della realtà che l’uomo, fino ad oggi, come comunità non ha ancora mai sperimentato. E d’altronde ancora, lo stato dell’arte del mondo di oggi, da ogni punto di vista, finanziario, economico, sociale, morale, ecc., è quello del fallimento conclamato sia del socialismo che del liberalismo. Deve quindi essere assolutamente trovata un’alternativa. Ci troviamo in mezzo a un guado. Per arrivare all’altra riva, la teoria zampettiana deve comunque essere almeno dibattuta, cosa che ancora non si fa, e, da chi ci crederà e se la sentirà, anche esperita nella pratica economica e politica. In ogni caso, la lezione di Zampetti è talmente importante che, nonostante le distrazioni in buona fede da una parte, e i deliberati tentativi di cancellarla dall’altra, è inesorabilmente destinata a emergere con potenza dalle sabbie della Storia”.

    E concludo davvero, osservando che siccome la questione è filosofica, il fatto che la lezione zampettiana possa essere dibattuta, elaborata e attuata, dipende strettamente dall’educazione del popolo. Dipende dalla LIBERTA’ EFFETTIVA DI EDUCAZIONE. Quindi, il primo passo da fare è una mobilitazione unitaria, pacifica e costante del “popolo delle famiglie”, per strappare finalmente allo Stato un diritto troppo a lungo negato: quello al BUONO-SCUOLA.

    Un esempio di scuola vera, è questo, dell’AVSI: http://youtu.be/-po7K4-kPt0

    Ancora un caro saluto

    Pier Luigi Tossani

  8. Caro Pier Luigi,
    ripeto: sfondi una porta aperta. Idealmente lo scrivente è corporativista proprio sulla linea cattolica di Toniolo, Sturzo e Zampetti. Non uso la parola corporativismo nel senso, deviato, di particolarismo o lobbismo. Tuttavia confronto sempre le cose con la natura umana e la storia. Non essendo l’uomo perfetto – c’è di mezzo teologicamente parlando il peccato originale – l’organicismo ideale, come rappresentato nelle ottime citazioni da te riportate, deve fare i conti con il conflitto sociale sempre sussistente tra la classi, i ceti, i corpi intermedi. Ecco perché il ruolo dell’Autorità politica, che deve rimanere “sovrana” sulle comunità intermedie che vivono all’interno della Comunità Politica ossia dello Stato (il quale, certo!, non deve fagocitarle ma sostenerle), diventa centrale in una concezione Organica dello Stato o, se vuoi, in uno Stato organico. Di qui un ruolo non solo regolatore e coordinatore ma anche interventore della Autorità pubblica. Lo Stato ha sempre, in una concezione organica, un suo ambito di natura che gli si deve legittimamente riconoscere e non si deve, con il pretesto della sussidiarietà, male intesa ossia intesa in senso orizzontale alla liberale (le encicliche sociali conoscono solo la sussidiarietà verticale, ossia come diceva Pio XI “rapporto gerachico tra le diverse associazioni”), tentare di togliere a Cesare quel che è naturalmente di Cesare (sussidiarietà deve essere il riconoscimento all’interno della Comunità politica di altre minori e libere ma coordinate formazioni comunitarie, non la negazione orizzontalista dello Stato). Lasciamo perdere il “buono scuola” perchè è una idea liberista che guarda alla scuola come ad un servizio che deve essere reso dal mercato in regime di concorrenzialità. Piuttosto vorrei ricordarti che il famoso passo della Rerum Novarum nel quale Leone XIII riconosce la legittimità del sindacato “anche di soli operai” era la consacrazione, in superamento dell’idea nostalgicamente medioevale ed improponibile nella modernità della corporazione mista di padroni ed operai, del sindacalismo moderno nell’ambito di una dottrina sociale organicista ossia corporativista. Ebbene quel passaggio fu ispirato proprio da Toniolo che era il “consulente” del Papa nelle questioni sociali del tempo. Queste idee furono riprese, ma secondo differenti a non cattolici presupposti teoretici, prima dal nazionalismo e poi dal fascismo che del primo fu la modernizzazione in senso più sociale e di massa. Ne derivò una riforma dello Stato nel quale le “corporazioni”, ossia i settori dell’economia nazionale, diventarono organi dello Stato ed all’interno di esse erano contemplati i due sindacati dei datori di lavoro e dei lavoratori di ogni corporazione/settore. Sindacati però concepiti come enti pubblici, quindi sindacati di Stato. Questo sistema fu elogiato da Pio XI, nella Quadragesimo Anno del 1931, in quanto di simile agli auspici corporativisti della Dottrina Cattolica esso aveva ma al tempo stesso criticato negli aspetti eccessivamente “statualisti” che rischiavano, come in effetti fu, di renderlo burocratico e senza vera rappresentanza dal basso tipica di uno Stato totalitario (questa critica del Papa era del resto condivisa da molti “fascisti di sinistra”, come ad esempio Giuseppe Bottai, che volevano rendere elettive e non nominative le rappresentanze sindacali-corporative). Anche la Carta di Malines, degli anni ’30, prendeva criticamente in considerazione l’esperimento italiano e ne criticava gli stessi aspetti negativi messi in luce dal Pontefice. Quel documento politico-sociale del cattolicesimo del tempo raccomandava, contro la soluzione “statalista”, un “libero sindacato nella professione corporativisticamente organizzata”. Che era come dire: va bene fare della corporazione l’organo di direzione statuale dell’economia nazionale ma all’interno di essa la rappresentanza sindacale, sia datoriale che dei lavoratori, deve essere e rimanere libera e socialmente genuina. Tuttavia, l’idea corporativista dle regime era per lo più in sintonia con le indicazioni del Magistero e per questo, come detto, attrasse al regime molti consensi tra i cattolici, fino alla oscura svolta razziale e filonazista del medesimo. Quando i costituenti nel 1946 presero in mano la questione dei rapporti sindacali e delle relazioni industriali non ebbero remora a perseguire una democratizzazione del sistema corporativo del fascismo, tornando agli auspici di liberalizzazione di Pio XI e di Toniolo, anche per salvare l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro che il sistema fascista aveva garantito. L’articolo 39 della Costituzione, laddove prevede organi chiamati “rappresentanze unitarie degli interessi”, contrapposti di datori di lavoro e di lavoratori, con partecipazione proporzionale agli iscritti di tutte le sigle sindacali, sia padronali che dei lavoratori, con devoluzione a tali organi la stipula di contratti collettivi con efficacia generale, non fa altro che prefigurare una democratizzazione del sistema corporativo secondo i voti del cattolicesimo sociale (ma anche di altre culture, socialiste liberali, mazziniane, etc.). Poi tale articolo non trovò mai la sua legge attuativa per la paura proprio dei sindacati cattolici (Cisl) e laici (Uil) della preponderanza numerica del sindacato comunista (Cgil). Così si preferì lasciare nell’anarchia le relazioni industriali, anarchia moderata dall’alleanza tra le maggiori sigle sindacali (la triplice) e dal riconoscimento, giurisprudenziale e non legislativo, dell’efficacia generale dei soli contratti collettivi siglati da tali “sindacati maggiormente rappresentativi”, ad esclusione degli altri minoritari. Oggi, tra l’altro, nella società liquida postmoderna, anche la triplice sindacale è un ricordo e le relazioni sindacali sono diventate ancor più confuse di prima. Insomma, e davvero chiudo per mancanza di tempo, le buone idee di Toniolo e Zampetti devono essere sempre calate nelle vicende storiche e nel contesto concreto dei nostri tempi, il quale purtroppo non mi sembra affatto ad esse favorevole sicuramente non più di quanto lo sia stato il contesto dei tempi di Toniolo stesso o quello degli anni ’30 o ancora quelli della Prima Repubblica nata dalla Costituzione del 1946. Ciò non toglie che l’etica ed i principi di quelle buone idee devono essere sempre custoditi e coltivati sopratutto da chi fa professione di fede cattolica. Difendendoli oggi dal vero nuovo nemico ossia il liberismo globale trionfante. Questo è il vero nemico, caro Pier Luigi, non la spesa pubblica.
    Cari saluti.

    Luigi

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