Pier Luigi Zampetti

Zampetti piccola

questa pagina è stata aggiornata il 3 giugno 2017.

Siamo così giunti alla presentazione dell’ultimo dei miei tre maestri, in ordine cronologico: Pier Luigi Zampetti (1927-2003).

Parlando di Zampetti,  ancora oggi mi pare di trovarmi in un film di di fantascienza, e chiarirò poi perché.2001

Come per il Toniolo e per Sturzo, anche per le note biografiche di Zampetti vi rimando alla relativa pagina del sito web dedicato, quello della Fondazione Zampetti.

Ma, già subito, se fate un giro sul sito, vi accorgete che qualcosa non torna: il sito è, infatti, praticamente fermo, non aggiornato da lunga pezza. Anzi, è evidente che non è mai stato avviato sul serio. Evidentemente sono mancate le risorse, umane ancor prima che finanziarie, per gestirlo come si sarebbe voluto.  E’ un po’ questo oggi, e quanto mi dispiace dirlo, il simbolo della vicenda umana e politica, nel senso più alto è nobile, di quel purtroppo misconosciuto grande intellettuale del ‘900 che è stato Pier Luigi Zampetti.

Potrò sembrarvi ridondante, ma quando mi riferisco alla lezione di Zampetti, che è il maestro dal quale ho attinto di più, quanto alla Dottrina sociale, una parola precisa me ne viene a sintesi: potenza. Un’impressionante potenza di pensiero e di logica, a tutto campo: economia, diritto, ma ancor prima, filosofia e antropologia. Una spettacolare chiarezza di esposizione, accessibile a tutti, pur espressa in termini scientificamente puntuali, e una capacità di sintesi, messe a servizio – questo è l’importante – del bene  dell’umanità. Perché, il nostro problema è che oggi al mondo di teste brillanti in circolazione ce ne sono tante. Ma sono ben poche quelle che si adoperano per il bene del popolo.

Il geniale talento che il Creatore ha donato a Zampetti è stato impiegato dallo studioso lombardo nellelaborazione e nella definizione di un’idea pacificamente rivoluzionaria e assolutamente innovativa, che pure si inserisce nel modo più ortodosso nel solco di una tradizione nobile e antica, eppure ancora poco esplorata, quella della Dottrina sociale della Chiesa cattolica. L’idea è quella della società partecipativa.

Come anticipavo nella pagina generale dedicata ai maestri, posso supporre che questa interpretazione della realtà, poiché è chiaro che di questo si tratta, lasci perplessi alcuni di voi. D’altronde, quella che vi propongo è anche una visione che va secondo il diritto naturale. Che cioè tiene pienamente insieme fede e ragione, secondo la natura costitutiva dell’uomo. Quindi, è cosa anche pienamente laica, che possiamo leggere anche a prescindere da un discorso di fede. Quello che dunque vi propongo è “venite e vedete”. Poi deciderete.

Conoscere il pensiero di Zampetti fu per me una grande, sorprendente scoperta. Accadde casualmente nel 2004, quando un amico mi fece dono del piccolo volume La dottrina sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta (Sanpaolo, 2003), che è un riassunto divulgativo del pensiero zampettianoHo poi approfondito, per quanto mi è stato possibile, la conoscenza delle proposte di Zampetti, originali e innovative, procurandomi e leggendo altri suoi lavori. Ho cercato, per quanto ho potuto con i miei modesti mezzi che sono quelli di un privato cittadino, di condividere con altri e di  divulgare la lezione zampettiana.

In realtà, interessandomi della questione TAV già da qualche anno, ed avendo abbastanza approfondito il tema, all’epoca non riuscivo a farmi una ragione di come un’opera siffatta, talmente perversa e disastrosa da ogni punto di vista, fosse stata intrapresa con una determinazione ferrea e una tale unità bi-partizan di intenti politici e sindacali, che ogni pur argomentato e documentato appello alla ragione, come questo – e quanti ce ne erano già stati in passato! – proveniente dalla società civile, fosse stato ostentatamente ignorato o deliberatamente respinto, dalle istituzioni decisorie, con perentoria arroganza.

CORRIDOIO

La follia del “corridoio” alpino 5, Lisbona-Kiev. “Se le merci (quante e quali?… nessuno lo dice mai, NdR) devono andare in ferrovia da ovest a est (o viceversa), perché mai dovrebbero attraversare le Alpi in Val di Susa, per poi riattraversarle e proseguire verso est?… Basterebbe passare a nord delle Alpi… sono cose che non stanno né in cielo né in terra”… (prof. Angelo Tartaglia, Politecnico di Torino)

Vale ancor di più per Zampetti ciò che ho già detto per gli altri maestri della Dottrina sociale: dopo che hai preso atto delle loro lezioni, nessuno ti prende più in giro. La lettura di Zampetti mi ha, a suo tempo, svelato non solo il mistero della filosofia della TAV. Che poi è elementare, anche se nessun lo dice. Ma anche il mistero, a monte di quello della TAV, del perché il sistema socio-politico vigente, nel quale ci troviamo, sia votato all’implosione.

Prima della sua proposta partecipativa, giustamente infatti Zampetti fa l’analisi dello status quo attuale, che poi è semplicemente quello della famosa economia keynesiana che gira nell’ambito della società dei consumi, a sua volta in sinergia con la democrazia rappresentativa.

In estrema sintesi, si tratta di “crescita, sviluppo & lavoro” drogati e fittizi, rigorosamente a carico del debito pubblico, cioè del cittadino contribuente.

Questa è stata una politica storicamente manovrata dai poteri forti che, in regime di democrazia rappresentativa rigorosamente privo di sussidiarietà, si sono impossessati delle leve di comando dello Stato (come già Sturzo dixit). Quanto sopra, nel contesto corruttore dell’anima del popolo, tipico del materialismo edonistico, sul quale si fonda la società dei consumi. La delega politica degli elettori ai rappresentanti parlamentari, in un contesto istituzionale avulso dal principio di sussidiarietà, fa sì che lo Stato, sotto l’apparenza democratica, sia gestito in realtà da un sistema oligarchico. Realtà che tutti possiamo facilmente constatare con i nostri occhi. L’esito finale di questo micidiale combinato è la bancarotta totale dello Stato, sotto ogni punto di vista: morale, etico, economico e finanziario. Come stiamo ugualmente toccando con mano, proprio in questo preciso momento storico.

Si tratta di concetti semplici e chiari, ma che naturalmente – a motivo del loro essere politicamente scorrettissimi – nessuno ci viene a raccontare, specie con la dovizia di particolari, di passaggi logici e di argomentazione scientifica, proprie di Zampetti. Non sono cose che si insegnano all’università, per ovvi motivi!

Epperò, la soluzione a questo drammatico problema politico esiste, e si fonda sulla Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Zampetti elabora questa soluzione, con intuizioni personali sue proprie, in vista della possibile concreta applicazione nella società, nella politica e nelle istituzioni. Lo studioso sviluppa dunque la filosofia dello  spiritualismo storico, la quale a sua volta ispira l’idea politica della società partecipativa. Cito dalla nota di copertina di uno dei testi di Zampetti più efficaci, il libro “La società partecipativa” (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981:

Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?

E’ la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.

La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili centrali energetiche.

La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la società di ruoli o funzioni in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione economica partecipata. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.

Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Si comprende come lo studioso lombardo concepisse una profonda, pacifica rivoluzione, di natura antropologica e filosofica ancor prima che politica, di portata epocale. Voi capite che la compartecipazione di ogni singolo lavoratore, nessuno escluso, al capitale e alla gestione d’impresa, nella misura del capitale umano posseduto, cioè del bagaglio di conoscenze professionali acquisito, è un fatto assolutamente innovativo, nel dibattito politico corrente. L’idea partecipativa viene concepita da Zampetti non certo in un contesto ideologico ugualitario marxista e materialista, bensì tramite un approccio cristiano all’uomo e alla realtà, nel più pieno senso antropologico. Per cui si dà che ogni uomo, nessuno escluso, sia libero, in quanto non solo com-proprietario del capitale produttivo, ma anche e soprattutto partecipante alla gestione dell’impresa. Poiché tale libertà possa realmente compiersi, non vi saranno comunque facili scorciatoie: l’uomo dovrà riflettere sulla sua filiazione ontologica da Dio.

E’ bene approfondire questo punto, nodale, della antiteticità della teoria zampettiana al marxismo. Sul quale qualche lettore potrebbe legittimamente restare perplesso, trattandosi di un approccio innovativo. E’ infatti lo stesso Zampetti a spiegare limpidamente che

…Sono ora in grado di cogliere in tutto il suo profondo significato il principio ispiratore della nuova società, che è esattamente l’opposto del principio ispiratore della società capitalistica secondo l’enunciazione di Marx. E’ la coscienza dell’uomo persona che crea l’essere economico e sociale, e non viceversa. Le strutture della società capitalistica avevano impedito la realizzazione di questo principio. E l’avevano impedita perché l’uomo era oggetto e non soggetto del mondo della produzione. Era preso nell’ingranaggio della sua macchina. Non poteva, non sarebbe mai potuto divenire persona. Il capitalismo era sempre legato ad una concezione materialistica, sia all’Est che all’Ovest. E’ l’essere sociale (capitalismo collettivistico o capitalismo di Stato) o l’essere economico (capitalismo individualistico) che creano la coscienza degli uomini”. (L’uomo e il lavoro nella nuova società, pagg. 152-153)

D’altronde, ho già anticipato che la teoria zampettiana, lungi dal nascere nel vuoto, ha origine e precedenti autorevoli – anche se poco noti al popolo – nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa cattolica.

Ebbene, in tal modo andremmo così a risolvere alla radice la crisi attuale, che appunto nei termini suddetti, è antropologica ancor prima di essere economica.

Ho riassunto e attualizzato questi temi zampettiani, che d’acchito possono sembrare complessi, ma in realtà sono accessibili a tutti, nelle pagine principali di questo blog, che trovate sotto “home”. Trovate la pagina specifica sulla soluzione del problema del lavoro, e quella, anch’essa importante, sulla incompatibilità ontologica tra cristianesimo e buona amministrazione della cosa pubblica da una parte, e liberalismo (e socialismo, ovviamente!…) dall’altra.

Isocietà partecipativanoltre, evidenziati in una ulteriore sotto-pagina a questa di Zampetti, ho messo in evidenza i link a due e-book da me realizzati in passato, già da tempo presenti in rete. Si tratta del “Quaderno del Covile n. 8″, che è una sintesi complessiva del pensiero zampettiano circa la società partecipativa, risalente al 2008, e del Quaderno del Covile n. 11″, del marzo 2010. Nel quale ultimo, come scrivo nella pagina dei maestri dedicata a Sturzo, evidenzio come il pensiero politico di Giorgio La Pira si riveli un paradigma esemplare di quelle politiche economiche sbagliate, che ci hanno portati nella drammatica situazione in cui ora ci troviamo.  E tratto anche, ancora secondo Zampetti, di come uscire dalla crisi, grazie al principio di partecipazione. In questa circostanza, ringrazio l’amico Stefano Borselli che ha voluto ospitare i testi sul sito web della rivista da lui diretta.

Ma ora, l’ottima novità per voi lettori è che recentemente il Centro cattolico di documentazione di Marina di Pisa, che ringrazio, ha addirittura messo in rete, sul proprio sito web, due libri di Zampetti. Si tratta di due testi fondanti che quindi segnalo alla vostra attenzione, in quanto da essi potrete evincere la lezione partecipativa direttamente dal suo ideatore, in modo certo più esaustivo di quanto abbia potuto fare io. Si tratta de

download“La dottrina sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta” (Sanpaolo, 2003), testo riassuntivo e sintetico dell’idea zampettiana, e de“La società partecipativa” (Dino, 1982)download-11, volume precedente più ampio, nel quale l’idea partecipativa – secondo Dottrina sociale – del grande e purtroppo misconosciuto intellettuale cattolico del ‘900, viene dispiegata in tutta la sua potente articolazione, nei termini di quella che potremmo definire una turbo-sussidiarietà. Trovate i relativi link in questa pagina del blog.

Avrei molto desiderato  poter conoscere personalmente Zampetti. Sarebbe stata per me una grande esperienza poterlo incontrare e ringraziare per il prezioso apporto da lui dato alla valorizzazione del patrimonio della Dottrina sociale, e anche per approfondire il trattamento di qualche prevedibile ostacolo, circa la messa in pratica di quanto da lui elaborato.

Nell’ottobre 2006 contattai le Università dove Zampetti aveva insegnato, e riuscii a rintracciare due suoi allievi. Non ricevetti però da loro riscontri significativi. Ebbi la netta impressione che sul lavoro dello studioso, pur di enorme portata, fosse scesa una cortina di silenzio. Non me ne stupii per niente. Era evidente che per i poteri forti,  per i manovratori dei capisaldi ideologici che vanno per la maggiore, il pensiero di Zampetti, in quanto contribuiva a liberare le coscienze del popolo, andava cancellato, rimosso. Lo stesso Zampetti confidò una volta a un suo conoscente la  sua delusione per essere stato emarginato nell’ambiente accademico. D’altronde anche l’altro grande alfiere della Dottrina sociale, Luigi Sturzo, ha avuto sorte simile. Stessa identica cosa è avvenuta in tempi recenti, in campo scientifico-medico, al grande scienziato Jeròme Lejeune.

Questa impressione mi fu confermata anni dopo. Proprio nella mia città, Firenze, nell’ottobre  2008 ho avuto occasione di conoscere il prof. Carlo Vivaldi Forti, che è parente dello scomparso professor Zampetti. Vivaldi Forti, studioso di economia, ricercatore presso l’Istituto ISIS – Fondazione Universitaria SIRSSU di Lugano, mi disse che in precedenza aveva cercato di organizzare un evento di commemorazione di Zampetti, ma che questo non gli era stato possibile per l’atteggiamento di chiusura del mondo accademico nel quale lo studioso lombardo aveva vissuto e lavorato.

Ebbi modo di incontrare personalmente uno dei fratelli ancora viventi di Zampetti, Alfonso, a Milano nel 2011, all’Università Statale, in occasione di un convegno dedicato allo studioso. Alfonso mi disse che, negli anni di piombo, alla Statale suo fratello aveva rischiato la vita, e che fu praticamente costretto a lasciare l’ateneo.

Era dunque rimasto un fatto isolato l’evento del marzo 2004, quando la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova organizzò una giornata di studio intitolata “Riflessioni sulla Democrazia partecipativa”, in ricordo dell’intellettuale scomparso. In riferimento a quella circostanza, vi rimando al sito della Fondazione Zampetti, dove trovate  in questa pagina le testimonianze di chi ha conosciuto personalmente lo studioso, cioè gli interventi di tre dei relatori a quel convegno: Ombretta Fumagalli Carulli (anch’essa come Zampetti membro della Pontificia Accademia per le Scienze Sociali), Danilo Veneruso (docente di Storia contemporanea e Storia delle relazioni internazionali alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova), Alvaro del Portillo Bedregal (Console generale della Bolivia).

Il panorama politico, a livello nazionale, internazionale e sovra-nazionale, ci rappresenta il fatto spiacevole che le stanze dei bottoni  delle democrazie e delle agenzie internazionali sono state silenziosamente espugnate da forze potenti dichiaratamente avverse a quel principio basilare che è la sussidiarietà, e alla famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna – oggi tocca precisarlo – come noi la riconosciamo. La famiglia, per dispiegare pienamente il suo potenziale umano, ha il compito di fare un percorso per consapevolizzare e realizzare il proprio primato sociale. Anzi, nell’ottica ideale di una piena attuazione della società partecipativa, infine si va a superare lo storico dualismo tra Stato e cittadino, e le famiglie diventano lo Stato

Mentre le suddette lobbies oligarchiche si industriano alacremente per demolire l’istituto della famiglia  (peraltro fondamento dello Stato!) fin nei suoi fondamenti antropologici, altre forze politiche, nella migliore delle ipotesi, invocano un generico sostegno alla famiglia medesima. Oppure, se collocate in posizione di governo, affermano di avervi già provveduto, nei limiti, a loro dire, delle scarse risorse disponibili. Personalmente non credo in queste affermazioni. Il sostegno così espresso mi evoca l’immagine di un puntello apposto ad un edificio pericolante. Poiché, mancando un autentico progetto politico partecipativo,  la politica si caratterizza piuttosto con le consuete modalità assistenziali propedeutiche al consumismo, che sono poi proprio quelle che hanno condotto la società alla crisi attuale. Anziché, come propugnava ed esemplificava in dettaglio Zampetti con la sua idea, far prendere consapevolezza alla persona, alla famiglia naturale fondata sul matrimonio e ai corpi intermedi della società, della loro dignità di primi soggetti politici, e delle loro enormi potenzialità creative. La crisi, gestita in tal modo dai poteri forti, per ovvie ragioni di potere, non potrà certo essere superata. Anzi, si avviterà fatalmente fino al suo drammatico epilogo finale.

In realtà, già oggi non mancano certo nella società uomini e donne che operano per un mondo più giusto, e vi sono molte persone e realtà organizzate che già si impegnano proficuamente improntando la loro azione al principio di sussidiarietà. Sono appunto queste persone, queste volontà e queste energie che è necessario liberare e valorizzare, e che devono anche attivarsi per acquisire quella soggettività e quel potere politico che, ontologicamente, gli spettano. Di certo, nessuno lo farà al posto loro.

Dal punto di vista pratico, in base alla corretta istanza antropologica, di questo si tratta: superare il problema politico dell’insufficienza della delega del potere ai rappresentanti, tipico della democrazia rappresentativa, innervando pacificamente quest’ultima con la democrazia partecipativa. Aggiungo che, a proposito della compartecipazione di ogni lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa, tale dinamica a sua volta si caratterizza per le sue specifiche componenti di economia partecipativa. Su questo punto importante, rimando alla già citata pagina del blog dedicata al tema del lavoro.

In linea generale, abbiamo dunque ampi margini di miglioramento, rispetto al drammatico status quo attuale.

Troppe volte abbiamo sentito declinare impropriamente il concetto di “bene comune”. Troppe volte abbiamo assistito a manovre ambigue e doppiogiochiste, come ho riferito nelle biografie degli altri due maestri, Toniolo e Sturzo.

E’ infatti assai dannosa, per il bene comune, la diffusa persistenza di posizioni politicamente contraddittorie.  Fra un affermato consenso,  a parole, per la Dottrina sociale da una parte, e la determinata pratica concreta  praticamente nell’intero arco parlamentare – di quelle politiche keynesiane bancarottiere e corruttrici dell’anima del popolo, dall’altra. La contradditorietà di tali scelte, che genera confusione e disorientamento nel popolo, appare assai diffusa nel mondo cattolico. Come pure nel sindacato CISL, che al tempo della sua fondazione si richiamava a quella medesima tradizione cattolica. Ed anche tra la gran parte di quei politici che affermano di richiamarsi, nella loro azione, all’antropologia cattolica.

Vediamo che la situazione presente è assai critica. Le sofferenze del popolo crescono e l’umiliazione delle famiglie aumenta, mentre la confusione è grande. La crisi  morde sempre più a fondo, povertà e disoccupazione aumentano. Probabilmente il peggio deve ancora venire.

bilderbergLe classi politiche che, ai vari livelli, siedono ai tavoli di governo del mondo, sono – dati i limiti della democrazia rappresentativa così ben evidenziati da Zampetti – l’espressione di un potere che non ha mai fatto l’interesse del popolo. Di più: anche se ipoteticamente tali classi dirigenti volessero operare per il bene comune, non ne sarebbero in grado. A motivo del fatto che la loro visione è improntata al primato del capitalismo finanziario, di Stato e/o di mercato che sia, sulla persona umana.

illusionistaMentre tutto questo accade, vediamo come la preoccupazione prevalente dichiarata dalla politica, per non perdere il consenso degli elettori, resti quella impossibile di “rianimare la crescita”. Sembra dunque mancare totalmente,  per buona o cattiva fede, la consapevolezza della natura antropologica della crisi. I reggitori della società civile seguitano a illudere il popolo che economia e finanza possano andar bene, mentre al tempo stesso essi attentano istituzionalmente alla vita umana, sia in modo indiretto che diretto. Ad esempio in Italia, al tempo in cui scrivo, in modo bi-partizan sotto il Governo Letta-Berlusconi, con il Decreto filiazione e la legge anti-omofobia. Ma anche, nel Paese, essi sostengono estesamente l’aborto, e tentano di introdurre pratiche eutanasiche.

In tale contesto si séguita inoltre, coerentemente, a negare il primato sociale della persona, della famiglia naturale fondata sul matrimonio (che anzi subisce continui e determinati attacchi politici) e dei corpi intermedi della società.

Si è detto che il nuovo modello del consesso civile, che Zampetti ci indica, sulla scorta della Dottrina sociale, si rivela come un fatto di natura essenzialmente filosofica. Per tendere a realizzare quel modello, la maggior parte del lavoro consisterà nel chiederci chi siamo, e farci consapevoli della nostra identità. In conseguenza alla risposta a questa prima domanda, chiederci poi che cosa vogliamo, che tipo di società vogliamo costruire, secondo l’immagine di noi stessi che abbiamo scelto. Da qui si evince l’importanza fondamentale dell’educazione del popolo. Appare chiaro che, al momento, l’impegno più importante debba dunque essere profuso per l’effettiva libertà di educazione, quindi anche economica, ancora gravemente mancante: ossia, per il buono-scuola.

libro soc partLa particolarità di Zampetti è stata quella di analizzare a fondo l’origine del profondo malessere attuale che attraversa la società, individuarne le cause e portarle alla luce. In proposito, segnalo in modo particolare  le pagine da 83 a 89 del già citato libro La società partecipativa (ora disponibile gratuitamente in rete!), nelle quali lo studioso mette nero su bianco i termini della Costituzione Parallela,  ma occulta, vigente in pratica nel nostro Paese in luogo di quella ufficiale. Zampetti si esprime in quelle pagine – attualissime oggi dove si tende da più parti ad assolutizzare la Carta Costituzionale, attribuendole poteri salvifici – in modo assai forte. Vedi a questo articolo che ho postato sul blog.

La diagnosi impietosa fatta da Zampetti è però seguìta da lucide proposte per porre rimedio risolutivo ai mali evidenziati. Il volume è, come potete immaginare, fuori catalogo da lunga pezza. Io stesso me lo sono procurato sul mercato librario dell’usato, in rete.

Cari amici, mi auguro che quanto ho scritto possa far uscire dall’oblìo la figura di Pier Luigi Zampetti e valorizzare il patrimonio del suo pensiero, mettendolo a buon frutto.

images (1)La cosa migliore resta poter leggere e meditare anche solo su alcuni dei libri di Zampetti, in modo particolare La società partecipativa, che ho già citato. Ma è assolutamente consigliabile, se riuscite a trovarlo, anch’esso usato in rete, “Il manifesto della partecipazione” (Dino Editore, 1982). Questo si può assimilare in qualche modo, per portata storica, all’Appello ai Liberi e forti di don Sturzo. Zampetti stesso, in una cinquantina di pagine, vi fa una sintesi efficace della sua proposta. Evidentemente molto meglio di quanto abbia potuto fare io nei miei modesti lavori, che sono peraltro precedenti al tempo della mia scoperta del “Manifesto”. Prezioso anche “L’uomo e il lavoro nella nuova società”, dal quale ho tratto la pagina sul lavoro, presente su questo sito. In ogni caso, questo è il link alla pagina del sito di Zampetti, dove trovate la sua bibliografia completa. Sono titoli che, nuovi, non si trovano praticamente più. Rieditarli, ristamparli, sarebbe cosa molto buona.

2001 2Ecco quindi, cari amici, il senso del drammatico film di fantascienza di cui parlavo in apertura: abbiamo convissuto per decenni a fianco di quella personalità geniale che è  stato Pier Luigi Zampetti, operativo infatti dagli anni ’50 del secolo scorso fino alla morte, 2003. Lo studioso aveva elaborato soluzioni eccellenti per risolvere i nostri ormai incistati problemi sociali,  e noi lo abbiamo snobbato, accantonato, messo nel dimenticatoio. Di Zampetti sembra essere ormai rimasta solo una foto sgranata formato francobollo, e pochi libri giacenti nei polverosi magazzini di qualche distribuzione editoriale. Questo è fantascientifico, incredibile. Ma è una realtà che dobbiamo accettare, in quanto dato di fatto, per cercare di superarla.

2001 3E’ parimenti incredibile che, a quanto mi risulta, io goda del non invidiabile privilegio di essere al momento, l’unico al mondo che sta tentando di far conoscere Pier Luigi Zampetti e la sua lezione politica. Se fate una ricerca  in rete, in sostanza i soli testi elettronici che trovate sullo studioso, liberamente disponibili,  sono stati curati da me. In realtà, a conoscere bene Zampetti siamo almeno in due. Infatti, anche il prof. Paolo Gomarasca, dell’Università Statale di Milano, ha, da studioso professionista (mentre io sono un semplice  autodidatta), anche scritto un libro sul pensiero zampettiano. La differenza tra il mio approccio e il suo è che però, diversamente da me, Gomarasca non pare credere che la teoria partecipativa zampettiana possa effettivamente funzionare.

Ho detto NON invidiabile privilegio, perché per quanto posso mi adopero per diffondere il patrimonio del pensiero zampettiano. Anzi, se qualcuno vuol dare una mano, per me sarà un grande piacere. Contattatemi.

Una considerazione mi gira dentro da tempo. Don Luigi Sturzo e Pier Luigi Zampetti, moderni propugnatori del capitalismo popolare e della Società partecipativa, sono rimasti isolati e inascoltati nella società.

Certo, dopo essere stato costretto all’esilio negli anni della dittatura, Sturzo, a differenza di Zampetti, è figura ancora oggi ben nota. Anche al suo tempo, Sturzo ha avuto significativi riconoscimenti pubblici. Ma è un fatto che la sua teoria politico-economica del capitalismo popolare è stata completamente accantonata. Mentre il keynesismo consumista, corruttore e bancarottiero, è andato in pratica costituendosi, senza pubblici proclami ma in pratica inarrestabile, come pensiero unico politico-economico-filosofico nella maggior parte del mondo, incluso il nostro Paese.

Invece, solo i meccanismi partecipativi, per le dinamiche di soggettività, energizzazione e autostima da essi generati nella persona, sono in grado di stimolare, corroborare e ravvivare l’anima dell’uomo, fiaccata dal consumismo. Nonché sedata e intorpidita dalla passività e dalla dipendenza politica indotta dalla democrazia rappresentativa, non innervata da quella partecipativa.

Tengo però  a precisare, per dare il giusto valore alle cose, che non intendo far credere che, con la società partecipativa, tutti i problemi dell’umanità saranno magicamente risolti. E che si prospetti un mondo idilliaco fino alla fine dei tempi. In prospettiva escatologica, l’evangelista Giovanni scrive che, prima di quel momento, la storia vedrà sconvolgimenti e ribellioni. Nessun sistema politico e sociale, per quanto appropriato, può, di per sé, salvare l’uomo.

Questo fattore, che pur dobbiamo consapevolizzare, non può però certo condizionare la nostra azione. Intanto, visto che con il principio di partecipazione abbiamo individuato la soluzione giusta, cominciamo a lavorarci.

L’esplosione a catena di devastanti conflitti sociali e militari in Africa e in Medio Oriente, le portata delle cui conseguenze anche per l’Europa e specialmente per il nostro Paese già si manifesta importante – ma è tutto il mondo, da Occidente fino all’Estremo Oriente, ad essere attraversato da profondi malesseri – ci fa capire che il vulcano sull’orlo del quale già per conto nostro eravamo seduti, è situato all’interno di un altro pericoloso cratere in ebollizione, di dimensioni ancora più vaste.  Tra l’altro, la cronaca quotidiana riferisce della profonda incapacità dei sistemi governativi dell’Occidente, nazionali (incluso il nostro) e sovranazionali, di saper leggere queste crisi in modo adeguato, e men che meno di gestirle in modo costruttivo.

Partecipazione e sussidiarietà sono strumenti validi per il progresso dell’umanità in ogni parte del mondo, nessuna esclusa.  Ma, ovviamente, essendo princìpi legati all’educazione della persona, se non sono di non facile applicazione nel nostro Occidente apparentemente “democratico”, epperò  in realtà abilmente manovrato dalle oligarchie, ancor meno lo sono nelle società contraddistinte, pur in varia misura e modalità, da un potere esplicitamente totalitario. Che dell’educazione controlla le leve, e dell’aperta e sistematica manipolazione delle menti del popolo fa politica corrente.

Direi che il miglior servizio che possiamo fare ai nostri fratelli che vivono in Paesi meno fortunati dell’Italia, oltre che ovviamente a noi stessi, è quello di procedere celermente, in casa nostra, sul cammino del restauro della società in senso partecipativo. In modo da esser pronti ad affrontare in modo adeguato le nuove e rilevanti emergenze globali che  già adesso si stanno massicciamente prospettando.

metropolis

“Metropolis”, Fritz Lang, 1927

In effetti, si possono avere perplessità circa il pensiero di Zampetti, circa la fattibilità della società partecipativa, ed anche, a monte di questa, dell’economia partecipativa. Tali perplessità, in sostanza, ruotano attorno ad un unico tema. Vale a dire, ci si può chiedere: è possibile che, con la compartecipazione di ogni lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa, pur in modo non marxista ma nella misura del capitale umano posseduto, secondo Dottrina sociale, ogni uomo sia – in collaborazione con gli altri esseri umani – effettivamente libero, responsabile e protagonista della propria sorte, di quella della società e, in ultima analisi, di quella dell’umanità intera?… Oppure questa è pura utopia?… E sarebbe invece l’uomo, per il buon funzionamento della società, quindi inesorabilmente destinato a dipendere da qualcuno che pensi per lui, che disponga di lui, che gli ordini quello che deve fare?…

Infatti, esempio, nel Paese che conta cinquanta milioni di potenziali allenatori della nazionale di calcio, ciascuno con una sua idea, parrebbe che un’azienda nella quale ciascun lavoratore abbia voce in capitolo, sia pure nel suo settore, sia inesorabilmente condannata all’anarchia, al caos organizzativo e quindi al fallimento.

Questa è la sfida, la verifica da fare, che Zampetti ci ha lasciato. Non dimentichiamo però, a questo proposito, che peraltro la visione zampettiana è sottesa dallo spiritualismo storico, cioè ad una consapevolezza interiore di sé e della realtà che l’uomo, fino ad oggi, come comunità, non ha ancora mai sperimentato. Inoltre, la teoria zampettiana prevede un concetto di mercato molto diverso da quello attuale. Per cui le nuove realtà aziendali improntate alla società partecipativa andranno ad operare in un contesto nuovo, gradatamente maturato secondo la nuova dinamica, e a loro conforme. Per questo rimando alla già citata pagina sull’idea zampettiana applicata al lavoro.

E d’altronde ancora, lo stato dell’arte del mondo di oggi, da ogni punto di vista, finanziario, economico, sociale, morale, ecc., è quello del fallimento conclamato sia del socialismo che del capitalismo liberal-democratico. L’umanità ha dunque impellente bisogno di un’alternativa. Ci troviamo in mezzo a un guado. Per arrivare all’altra riva, è bene che la teoria zampettiana sia quantomeno dibattuta, cosa che ancora non si fa. E’ bene che essa sia promossa,  e, da chi ci crederà e se la sentirà, anche esperita nella pratica economica e politica. In ogni caso, la lezione di Zampetti è talmente rilevante che, nonostante le distrazioni da una parte, e i deliberati tentativi di cancellarla dall’altra, essa è inesorabilmente destinata a emergere con potenza dalle sabbie della Storia.

Se Sturzo è stato ostracizzato, Zampetti è rimasto un intellettuale isolato. E’ evidente che figure di tale stampo non potevano che essere spietatamente osteggiate negli ambienti politici e accademici, dove erano i capitalisti di Stato e quelli di mercato a farla da padroni.

Il pensiero col quale mi congedo da voi in questa pagina è che, particolarmente con Zampetti che ha ulteriormente approfondito e sistematizzato le intuizioni sturziane, e ne ha sviluppate altre proprie, importanti e originali, si è verificato l’originale caso storico di un maestro di pensiero, privo però di un séguito di discepoli e di popolo. Mentre, dall’altra parte, la disastrosa realtà politica presente, l‘estesa confusione a livello intellettuale, testimoniano che vi è un popolo, anche quello cristiano, al momento privo di guide e maestri di pensiero politico valido. Ergo, mi viene da dire, perché non mettere insieme le due cose, il popolo e la lezione zampettiana?

Certo, è sottinteso che non si possa fare questo in modo meccanicistico. Tutt’altro. La buona elaborazione politica è un processo che implica  un popolo educato (torna sempre il nodo della libertà di educazione!…) e tempi di assimilazione ineludibili. Questa, dunque, la sfida che lancio da queste pagine: intanto, cominciamo almeno, di queste cose, a ragionare.

In questo senso, la presa in considerazione dell’eredità intellettuale lasciataci da Zampetti, per ogni uomo di buona volontà ma, in prima battuta, da parte di quel popolo delle famiglie che si riconosce nella tradizione cattolica, sulla quale la lezione di Zampetti è fondata, genererebbe certamente una sinergia positiva assai potente. Non solo per il superamento della crisi, ma anche per il progresso dell’intera umanità.

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