“La filosofia della TAV”, la serie completa dei post FB su “Tempi”

LA FILOSOFIA DELLA TAV – NUMERO ZERO

Sì, quella della TAV è diventata davvero una sporca storia. Anche su “Tempi”, e non solo, il dibattito sulla TAV ogni tanto si accende in vigorose fiammate. Ma dovunque, anche quando il dibattito è silente, sappiamo tutti che il fuoco cova sotto la cenere. Se il mito della velocità appare da lunga pezza vincente, come al tempo del futurismo, allora è il momento in cui diviene necessario rallentare, per riflettere in modo più attento. Fare un rewind di quanto è accaduto e andare al cuore della faccenda. Qualche volta mi è capitato di parlarne in queste discussioni sul sito di “Tempi”, ma non compiutamente. Ora è il momento. Non basta, infatti, portare argomenti trasportistici ragionevoli e comprensibili da tutti, come ho fatto in questi ultimi mesi – a esempio – incollando a stralci sui commenti FB di Tempi, in occasione degli articoli sulla TAV in Val di Susa, una relazione del prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino, datata 2005 ma sempre valida. Se qualcuno vuole andare a rileggersela, è in rete a:

http://www.idraonlus.it/vecchiosito/A.%20Tartaglia,%20Trasporto%20ferroviario.pdf

Sappiamo bene, infatti, come in questa storia emblematica si sia andati, fin dai primi tempi – una ventina d’anni fa! – in “muro contro muro”. La questione, più che infrastrutturale, è stata decisamente, fin dall’inizio, politica: e questo riferito alla TAV in generale, non solo alla Torino-Lione. Comunque, circa quest’ultima, si sa: i favorevoli a dire “non si può fermare il progresso e lo sviluppo, a restare tagliati fuori dall’Europa, l’opera va fatta a qualunque costo, in modo che sia pronta quando, anche magari fra vent’anni, ci servirà…”  I fautori dei modelli trasportistici alternativi alla TAV, tra  i quali i valsusini, numerosi, tecnicamente preparati, e anche determinati (caso unico in Italia!), sostengono invece la posizione per cui “la TAV Torino-Lione non va fatta perché non serve a nulla – e al momento la statistica dice che non  è nemmeno prevedibile che serva in futuro, anzi! – non è vero che siamo isolati dall’Europa poiché abbiamo una linea storica passeggeri-merci appena ammodernata e potenziata con la spesa di 700 mln di euro, eppure  ancora oggi largamente sottoutilizzata, anzi in sempre progressivo calo fino a livelli risibili: attualmente siamo appena il 20% della capacità. Inoltre la nuova opera devasterebbe inutilmente un ambiente ristretto, di per sé già abbondantemente infrastrutturato, e darebbe, con il suo costo ingentissimo, la spinta finale per far andare in bancarotta lo Stato. Al solo scopo sostanziale di far “lavorare” i costruttori dell’opera, che si fa rigorosamente solo con i soldi pubblici”.

Ebbene, sembrerebbe che, al tempo della massima scienza e della massima razionalità, dovrebbe essere possibile dirimere la questione in modo scientifico. Attraverso un serio studio di rapporto costi-benefici, valutabile oggettivamente da tutti. Invece incredibilmente questo, come in casi analoghi quali il resto della TAV già fatta in Italia, oppure la doppia galleria TAV che si vuol fare a brevissimo sotto Firenze (della quale nessuno parla) oppure il Ponte sullo Stretto, non è avvenuto e non avviene. Vengono alla luce, invece, larghe fratture della convivenza civile e della pratica democratica, come si vede molto bene in Valle. Ho detto “vengono alla luce” e non “si creano”, perché tali pesanti criticità in realtà già sussistevano, in quanto strutturali alla società e allo Stato, anche prima della TAV. Perché tutto questo succede? Diciamo intanto che la TAV ha quasi tutti dalla sua parte. Tutti i partiti maggiori di entrambi gli schieramenti, quasi tutti quelli minori (alcuni a corrente alternata!…) e, per ovvi motivi, gli industriali con la loro potenza mediatica, e anche i sindacati. Ovviamente ne è promotore anche questo Governo Monti, come tutti i precedenti da vent’anni in qua. Dall’altra parte, ci sono i valsusini, abbiamo detto numerosi, organizzati e consapevoli della posta in gioco, qualche tecnico (es. Angelo Tartaglia, Ivan Cicconi, Marco Ponti), qualche raro intellettuale, qualche think-tank specializzato come l’IBL e LaVoce.it, qualche comitato o associazione di cittadini sparso qua e là. In mezzo, una vastissima “maggioranza silenziosa”, apparentemente inconsapevole e indifferente, anche se composta da non pochi cittadini-contribuenti che dovrebbero teoricamente manifestare un maggior interesse a questa vicenda rilevante anche per il loro portafoglio, e invece no. Ma questa è un’altra parte della storia. Poi c’è un giornale caratterizzato da una linea politica ben definita, “Il Fatto quotidiano”. E noi cattolici? Dico “noi” perché sono cattolico, e scrivo queste note su un settimanale cattolico, anzi, per la verità, cattolico-liberale. Su questo “distinguo” torneremo. Ebbene, anche i cattolici “che contano”, e che si esprimono pubblicamente, sono nella quasi totalità convintamente favorevoli al TAV. Partiti, in modo bipartizan a destra e a sinistra, e sindacati che più o meno si richiamano all’idea cattolica, ma abbiamo visto recentemente anche movimenti come l’MCL. Poi  mi pare in qualche modo anche Il sussidiario.net, ed è capitato in passato che si esprimessero a favore della TAV anche alcuni vescovi. Ovviamente, sappiamo che “Tempi” è stato sempre in prima linea a favore dell’Alta velocità e opere consimili. Ricordo, tanti anni fa, che promuovesse anche l’idea di un ponte da Ancona all’altra parte dell’Adriatico. Anche il quotidiano della CEI, l’Avvenire, sta dalla medesima parte. Sull’altro “fronte”, abbiamo figure isolate che possiamo riferire all’”area arcobaleno”, come don Ciotti, don Gallo, e, per quanto è dato di vedere, alcune rade presenze organizzate, come i valsusini “cattolici in valle”. Quindi nel complesso, tra i due schieramenti vi è una sproporzione pro-TAV ben maggiore di quella tra la forza di Golia e quella di Davide!… Eppure, in teoria, la posizione cattolica poteva essere ben diversa da quella liberale, “di destra”, e da quella della sinistra istituzionale, in quanto noi cattolici abbiamo nel nostro patrimonio culturale e politico, ovviamente strettamente collegato e dipendente da quello spirituale, quel tesoro particolare che è la Dottrina sociale. Però, anche in questo caso, non c’è stato nessun “distinguo”. Vedremo più avanti perché.

Intanto, volendo risalire all’origine della questione TAV, diciamo che, prima di essere infrastrutturale, prima di essere politica, essa è dunque… di natura filosofica. Cercherò, per ovvi motivi, di essere il più conciso possibile, postando questa tesi, a stralci, nei commenti Facebook su “Tempi”, in occasione degli articoli sulla TAV e consimili. E’ un work in progress, vediamo cosa ne esce. Di più: assieme al senso della TAV, questa è un’occasione per capire pienamente anche il senso della crisi globale che stiamo attraversando. Non è poco, mi pare!… In effetti, il caso TAV è solo la punta di iceberg di un sistema che tutto, e tutti, avvolge. Per la verità, è tutto incredibilmente semplice, non è roba da specialisti… anzi, credo, auspico che nel percorso che propongo, strada facendo, troveremo la conferma di quanto avevamo già intuito, ma a cui non sapevamo dare un nome, una spiegazione scientifica. Il tutto non è uno sgamotto che mi invento io, ma è semplicemente un mettere a frutto la lezione di Pier Luigi Zampetti, grande intellettuale cattolico del ‘900, tornato alla Casa del Padre nel 2003. Ci leggiamo al prossimo articolo.

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 1

(Il post precedente è sull’articolo di Marco Margrita del 5 novembre 2012) Ebbene, dicevamo che l’Alta velocità ferroviaria, al contrario di quello che comunemente si immagina, è tutt’altro che una questione infrastrutturale. E che, prima ancora di essere una questione politica, è invece, primariamente, una questione filosofica. Mi riferisco alla filosofia materialista, di storica matrice illuministica, che poi si concretizza modernamente in una ideologia ben precisa, quella della “società dei consumi”.

Partiamo da un nome: John Maynard Keynes. Il famoso economista che ispirò il “New Deal” rooseveltiano, col quale il presidente USA dell’epoca intendeva risolvere la “grande crisi” degli anni ’20 del secolo scorso. Cosa recitava il famoso motto keynesiano? Diceva sostanzialmente che, per risolvere la crisi, bisognava “fare buche in terra con i soldi pubblici, per poi riempirle nuovamente, sempre con i soldi pubblici”. Il problema di “far bere il cavallo”, cioè di spingere a forza un’economia stagnante per eccesso di capacità produttiva, veniva risolto (apparentemente!) mettendo in buona misura la “crescita” a carico dello Stato, attraverso i due strumenti della progressione crescente del debito pubblico e dell’uso dell’inflazione programmata come strumento di governo. Quest’ultimo sacrificava sistematicamente il risparmio attraverso la stampa di carta moneta, da parte dello Stato, senza che alle nuove emissioni corrispondesse un aumento del valore da essa rappresentato. E’ il famoso “esproprio invisibile”. Tale maggior circolo monetario, dal valore virtuale, veniva impiegato per la “redistribuzione del reddito”. Vale a dire, siccome i grandi capitalisti non si fidavano a investire i loro soldi in un sistema economico da loro ritenuto non affidabile, i posti di lavoro si incrementavano dunque primariamente ad opera dello Stato, creando occupazione anche fittizia, e anche tramite la realizzazione di opere pubbliche (onde la tendenza alla crescita incontrollata del debito pubblico), anche a prescindere dalla loro effettiva utilità e, soprattutto, a prescindere dal quantomeno pareggio di bilancio fra le entrate e le uscite dello Stato (deficit spending). Vale a dire può accadere che, a prescindere dall’utilità e dalla convenienza alla fattibilità di una certa infrastruttura, io Stato rinuncio a valutare se me la posso permettere o no, e procedo senz’altro. In taluni casi la finalità dell’opera non è più dunque correlata al suo scopo teorico, bensì al “far girare l’economia”, pur indebitandosi massicciamente lo Stato per sostenere questa politica. In teoria tale approccio avrebbe dovuto fungere da “volano”, per poi far muovere successivamente i capitali dei grandi investitori riluttanti. In pratica, si è visto – ad esempio – che casomai le grandi aziende costruttrici trovavano molto più conveniente, al posto di un project-financing nel quale avrebbero dovuto mettere i loro soldi in progetti dal ritorno economico incerto o negativo, fare direttamente l’opera con i soldi pubblici, e – come è successo con la TAV in Italia con la figura del “general contractor” – ancor meglio, senza l’impegno di doverla gestire e tentare di trarne un reddito.  Si tratta di un modo di governare poi diffuso in tutto il mondo, ovviamente anche in Italia si sa che si è premuto il piede sul pedale.  I soldi “virtuali” degli stipendi distribuiti ai cittadini-occupati-consumatori cominciavano dunque ad alimentare la grande macchina della “società dei consumi”. Questa, che penalizza il risparmio – a favore dei consumi – appunto grazie all’inflazione sistematica, cioè alla diminuzione del potere reale d’acquisto della carta moneta, è definita dall’economista cattolico Pier Luigi Zampetti (non a caso ostracizzato in vita sua, come Sturzo), nei coloriti ma efficaci termini di un “mostro corruttore”. Nella “società dei consumi”, separando la proprietà dal lavoro, poiché la remunerazione del lavoratore non è più concepita nei termini di compenso per un lavoro da lui ben fatto, bensì in quelli di una assegnazione strumentale affinchè egli possa spendere e consumare, alimentando la macchina consumistica, si disincentiva infatti il lavoro medesimo. La perdita del senso del lavoro, dice ancora Zampetti, genera a sua volta la corruzione dell’anima del popolo, dando luogo alla disgregazione dei valori personali e familiari. Si tratta dell’ideologia del “materialismo edonistico” che, col tempo, ha dato luogo alle “dipendenze” di vario genere. Così lo studioso:

“…Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberalcapitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo  che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività. Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto,  della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione. (…) Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo. Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto. L’uomo viene disincentivato, scoraggiato…L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui…L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita  sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”. (Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003. estratti da pag. 23 e seguenti).

E’ dunque evidente, e direi che lo intuivamo, anche se non eravamo in grado di farcene una ragione scientifica, che lo “sviluppo” e la “crescita”, impostati in modo statalistico (senza sussidiarietà!) a carico del pubblico erario, sono dunque – in realtà –  una mela in apparenza succosa e splendente, e però avvelenata. (segue)

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 2

(il post precedente è sull’articolo di  Marco Margrita in data 8 novembre 2012) E ora, un passaggio importantissimo, che dovremo tenere a mente anche in seguito, perché è quello che tiene insieme la struttura articolata della “società dei consumi”: il “fulcro” della questione, attorno al quale ruotano tutti gli altri, e totalmente sconosciuto ai più, è dato dal fatto che il capitalismo consumistico “liberalsocialista” (secondo Zampetti esso risulta infatti da una sinergia tra politiche liberali e stataliste), che traduce in pratica il “materialismo edonistico”,  è in stretto collegamento con la democrazia rappresentativa. Senza la quale quel sistema non avrebbe mai potuto sussistere e svilupparsi. Zampetti ci segnala cioè che la politica, in regime di democrazia rappresentativa, è strutturalmente asservita all’economia e alla finanza che hanno creato la società dei consumi, e che esse – logicamente! – sono a loro volta controllate dai “poteri forti”. Così, ancora, il maestro:

“L’oligarchia è prodotta  dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Zampetti, “Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via” , Rubbettino, 2002)

Osserva dunque Zampetti che la delega politica conferita dagli elettori ai loro rappresentanti (in assenza di uno Stato sussidiario e partecipativo!) consente cioè alle oligarchie politiche – sono infatti storicamente esse, e non i comuni cittadini, a organizzarsi per gestire a loro favore la rappresentanza politica, e a controllare i parlamenti – di controllare l’intera società. E ciò avviene da dietro lo schermo del voto, quindi dietro lo schermo di una libertà proclamata, che però è solo apparente. Si tratta di un’affermazione politicamente assai scorretta, certo, e però non esclusiva di Zampetti. La ricordiamo, in sostanza, anche da figure certamente rare ma autorevoli, come Vàclav Havel e Hannah Arendt.

Così Havel, già dissidente antisovietico e poi presidente della Repubblica Ceca, in un’intervista rilasciata ad “Avvenire” il 19 novembre 2009, dove metteva in guardia dai “nuovi signori dell’Est” e da certa politica-spettacolo della vecchia Europa: “Esistono tendenze verso nuove forme molto sofisticate di governi di tipo autoritario. Nella forma, però, tutto si svolge in maniera democratica; c’è un parlamento, ci sono le elezioni e i partiti politici”.

Quanto alla Arendt, cito la studiosa Erica Antonini, che ne parla in un suo intervento del 2007, in rete sul sito della Società Italiana di Filosofia Politica:

“…Il totalitarismo può apparire oggi un fenomeno storico chiuso, e pertanto non più utile a interpretare il presente, soprattutto in relazione all’universo liberaldemocratico. Al contrario, come Hannah Arendt ci ha ben indicato, il totalitarismo, piuttosto che un’anomalia o un accidente storico, è qualcosa di intrinsecamente connaturato allo sviluppo della società moderna, è una delle possibili risposte a quelle questioni poste dalla modernità a cui le democrazie non sono riuscite a trovare soluzioni. E ciò è dimostrato da fatto, molto significativo, che esso è storicamente scaturito sia dalle contraddizioni di una rivoluzione comunista quale quella sovietica, sia dalla crisi della democrazia parlamentare come Weimar. Dunque, nessun sistema politico contemporaneo può ritenersi del tutto immune da questo rischio degenerativo. […]Con l’avvento della società tardomoderna, infatti, il controllo sociale non avviene più attraverso una rete di dispositivi che producono e controllano costumi, abitudini e pratiche produttive tramite istituzioni disciplinari ma si estende al di là dei luoghi strutturati delle istituzioni, diventando sempre più immanente al sociale e diffuso nel corpo dei cittadini. Un totalitarismo “altro”, dunque, meno visibile ma non meno insidioso – che tenta di fissare lo status quo restringendo la libertà individuale, che amplia il controllo del tempo e dello spazio e militarizza la vita collettiva – che intende, in breve, modellare le società sulla falsariga delle “istituzioni totali”, di goffmaniana memoria”.

(segue)

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 3

(il post precedente è sull’articolo di Marco Margrita in data 10 novembre 2012) …Anche il famoso filosofo Marcuse ha scritto cose puntuali sul “Totalitarismo nella democrazia”, senza peraltro indicare l’unica vera soluzione al problema, e cioè la sussidiarietà.

Non è meno efficace l’italiano Domenico Fisichella. Nella ristampa della suo libro “Totalitarismo. Un regime del nostro tempo” (Carocci, Roma 2002, ed. orig. NIS, 1987), egli evidenzia come “la stagione dell’economia globale stimoli più di un osservatore al recupero dell’idea di totalitarismo, dopo una fase nella quale, viceversa, la conclusione del ventesimo secolo sembrava anche coincidere con la fuoriuscita definitiva di tale idea dal repertorio delle scienze sociali. La difficile controllabilità – nei suoi effetti civili – delle straordinarie e tumultuose innovazioni tecnologiche specie nel campo delle comunicazioni e dell’informazione; una rete di relazioni finanziarie planetarie tese a tassi crescenti di concentrazione delle risorse materiali, simboliche e potestative; una distanza che si accentua tra quanti assumono le decisioni pubbliche cruciali e quanti se le trovano imposte; in pari tempo una miscellanea sempre meno contenibile di demagogia e attenuazione di un realistico spirito critico; tutto ciò dà il senso di un contesto che induce analisti, polemisti e soggetti politici a recuperare l’assunto teorico del totalitarismo come paradigma interpretativo per un presente in via di delineazione e per un avvenire in via di preparazione”.

La prof. Erica Antonini, che ho citato nel post precedente, chiosa Fisichella, e osserva che il problema principale per le società avanzate a regime democratico è quello di una involuzione verso forme di potere oligarchico-demagogico. Così, ancora, Fisichella:

“se l’autentico carattere della rivoluzione totalitaria è di essere una rivoluzione dall’alto, è difficile sostenere che, nella società delle comunicazioni di massa e delle più sofisticate tecnologie a disposizione del potere politico, la rivoluzione dall’alto sia ormai uno sbocco impossibile” (op.cit. ed. 2002, . 1).

A ben guardare, possiamo trovare altri autorevoli sostenitori di queste tesi, anche vicino a noi.
L’attuale Arcivescovo di Milano, Angelo Scola, in occasione di un discorso pubblico tenuto il 16 maggio 2006, riprendendo l’incoraggiamento di Benedetto XVI alla politica per ritrovare le proprie radici (enciclica Deus caritas est) per “l’edificazione della vita buona e del buon governo della polis”, ebbe a dire che
“…non è più pensabile questo rinnovamento nei termini di una dialettica di partiti, che, nel migliore dei casi, sono diventati delle oligarchie, come anche le recenti vicende del nostro Paese ci hanno abbondantemente dimostrato”.

Tale affermazione, scevra da toni polemici ma anzi espressa con quella serenità che è sottesa all’oggettività dei fatti, pesa come un macigno.

Recentemente abbiamo visto anche Pippo Corigliano, presidente dell’Opus Dei, scrivere a “Tempi” (n. 43/2012), circa la “grande oligarchia finanziaria che governa il mondo lasciando l’apparenza della libertà di voto e di parola”. Ancora massima attenzione: è evidente che il meccanismo non è solo sovra- e trans-nazionale, ma che il controllo globale deve essere preceduto da un controllo oligarchico a livello nazionale. Il cerchio viene chiuso (diceva Zampetti) dalla ferrea sinergia, in regime di democrazia rappresentativa, tra le oligarchie finanziarie, economiche e quelle politiche. Il che rende totale il controllo delle elités sulle moderne democrazie. Insomma, figure autorevoli affermano che questa democrazia è “finta”. Allora si comincia a capire anche il perchè della TAV… ma non anticipiamo troppo. Ci leggiamo la prossima volta. (segue)

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 4

(il  post precedente è sull’articolo di Marco Margrita in data 14 novembre 2012) E’ pertinente che io ricordi qui che, a suo tempo, anche quel gigante della Dottrina sociale che è stato don Luigi Sturzo aveva già denunciato la penetrazione oligarchica, promotrice di sprechi e foriera di bancarotta, nel corpo dello Stato. Una della tre famose “malebestie”  della politica, da lui indicate, è infatti l’”istituzionalizzazione dello spreco della cosa pubblica”. Le altre due, lo rammento, sono lo statalismo e la partitocrazia. E, nel famoso “Appello ai liberi e forti” (1919), riferendosi alla situazione dell’Italia dell’epoca, Sturzo indicava puntualmente le forze che avevano già colonizzato lo Stato dall’interno, o tentavano di farlo: “…democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità, (e…)  vecchi liberalismi settari, che nella forza  dell’organismo  statale  centralizzato  resistono  alle  nuove  correnti affrancatrici”. Quindi, l’impossessamento dello Stato e lo svuotamento sostanziale della democrazia da parte delle oligarchie (ricordiamo: è fatale, se non c’è sussidiarietà, al tempo di Sturzo come al giorno d’oggi!) non deve stupire. Si tratta di un fenomeno storicamente consolidato.

Un ultimo, prezioso collegamento. Il noto economista Stefano Zamagni afferma in un’intervista a “Tempi” (n.26/2010) che:

“Oggi chi governa la finanza è la massoneria, non è un segreto”.

 

Ebbene, se così è, e se la cosa è addirittura manifesta, dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive in termini inequivocabili, come suo solito, una figura autorevole come S.E. Mons. Luigi Negri:   

 

“…La massoneria nasce con questa inimicizia verso la Chiesa e pertanto persegue la realizzazione di questa inimicizia con la distruzione della Chiesa e della civiltà cristiana e con la sostituzione ad essa di una cultura e di una civiltà sostanzialmente ateistiche, anche quando si fa riferimento all’Architetto dell’universo.

(…)

…Guido una Chiesa particolare che ha avuto in San Leo la sede della Diocesi dal ‘300 d.C. fino al 1600; la cultura e la civiltà che sono nate dall’esperienza di questa Chiesa sono un fatto di straordinaria importanza anche all’inizio di questo terzo millennio. Abbiamo la responsabilità di portare avanti questa tradizione perché è una tradizione che ha sempre saputo coniugare l’amore a Dio con l’amore alla libertà degli uomini e della società. Non altrettanto si può dire di quelle culture di carattere massonico, razionalista, totalitario che invece, certamente, non hanno dato un contributo positivo all’evoluzione di questa nostra società”. (dal messaggio del Vescovo di San Marino-Montefeltro, Mons. Luigi Negri, del 20.8.2010, in occasione di una manifestazione pubblica di ispirazione esoterico/massonica sponsorizzata dal Comune di San Leo)

Come premettevo nel “numero zero” di questa mia tesi, il 5 novembre scorso su queste pagine, dunque è tutto incredibilmente semplice. Le oligarchie controllano la finanza e questa controlla l’economia, il mercato e i partiti politici. Tanto vero che nessun partito politico la sussidiarietà intende darla. C’è mai stato in Italia un solo Governo, di qualsiasi colore, che abbia dato il buono-scuola alle famiglie, la concreta (non solo nominale!…) libertà educativa, che per essere tale deve essere anche economica? Possiamo star certi che nessun governo – logicamente, a questo punto! – la darà mai, perché un cittadino educato alla libertà, che diviene consapevole dei limiti della democrazia rappresentativa e si muove, pacificamente ma decisamente, per rivendicare la propria responsabilità e autonomia, per farla evolvere nel senso partecipativo, sarebbe l’inizio della fine per i “poteri forti”. Ci auguriamo che la Provvidenza soccorra il popolo – tramite l’educazione alla libertà che ora, nonostante tutto, già c’è, anche se fa fatica, costretta tra lacci e lacciuoli e quasi strangolata dalla disparità economica – a fare massa critica. A entrare, ripeto pacificamente – è una battaglia culturale! – nei meccanismi del potere e infine acquisire questa libertà vitale. “Mandateci in giro nudi, ma lasciateci la libertà di educare”, è stato detto. E’ una libertà che va conquistata. Nessuno la regala. Una rara eccezione virtuosa a questo status quo l’abbiamo vista nella Regione Lombardia, dove il Presidente Formigoni, per sua personale scelta politica, condivisa dal suo entourage, la sussidiarietà e il buon governo li aveva promossi in tutti i settori possibili. Parlavano i risultati, le cifre, oltre che l’umanità accresciuta. Nel suo stesso partito, in altre Regioni, e a livello centrale, quando quel partito era al governo del Paese, la realtà era – ed è – diametralmente opposta. La politica ha infatti una valenza e una responsabilità personale. Per ora, è finita come sappiamo. Comunque, si diceva che in ultima analisi i “poteri forti” controllano anche lo Stato nelle sue diverse articolazioni. La rappresentanza politica e il diritto di voto mimetizzano questa drammatica realtà. In pratica, lungi dal porvi rimedio, la assecondano. Testimoni autorevoli ci hanno linearmente dimostrato come, storicamente, in mancanza di sussidiarietà, i “poteri forti” totalitari che dal rinascimento in poi hanno dominato la società in modo palese, oggi seguitano a farlo. Più modernamente, essi lo fanno in modo assai più sofisticato, invisibile, coperti dall’apparenza democratica. Questa è la “società dei consumi”, nella quale – va ricordato! – sussiste il “controllo forte” e simultaneo sull’economia e sulla politica. Direi che sarebbe illogico, oltre che negligente, che noi cattolici non si traessero le debite conseguenze da questo manifesto stato di fatto, e non ci si muovesse senza ulteriori indugi, per condurre finalmente (e pacificamente, poiché di una rivoluzione nell’anima dell’uomo si tratta, interna e non esterna) il governo della società sotto la sovranità del popolo delle famiglie. Ed anzi rispetto a ciò si rimanesse ignavi. Gli strumenti, nella Dottrina sociale, ci sono. Ne parleremo la prossima volta. O vogliamo seguitare a lasciar plagiare le nuove generazioni dai burattinai di Halloween (la festa è passata da poco, e la dice lunga), alfieri del consumismo mortifero?…

Punto della situazione: che c’entra tutto questo con la TAV?… Era un passaggio obbligato. Se non siamo consapevoli della condizione umana, politica, economica e democratica nella quale ci siamo lasciati condurre dalla “società dei consumi”, non possiamo nemmeno capire il perché della TAV. Che, del consumismo keynesiano, è solo una punta dell’iceberg. Ci leggiamo al prossimo articolo.

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 5

(il post precedente è all’articolo di Marco Margrita in data 16 novembre 2012) …Seguitiamo il breve excursus storico. Dopo la seconda guerra mondiale, e il relativo “fare e disfare è tutto un lavorare”, il micidiale meccanismo consumistico keynesiano, il cui funzionamento abbiamo visto in dettaglio nelle puntate precedenti, è ripartito con ancora maggior lena. Mai vista prima nella storia, grazie anche ai progressi della scienza e della tecnica.

Ora, la Dottrina sociale cattolica, già dalla fine dell’800 aveva individuato questi meccanismi. E ne suggeriva il rimedio. Già Leone XIII e poi Pio XI mettevano, nel loro Magistero, le basi per conciliare capitale e lavoro attraverso un “contratto di società”. Cioè di partecipazione del lavoratore al capitale e alle sorti dell’impresa, in luogo di un mero “contratto di lavoro” nel quale alla persona-lavoratore era fin da allora, nella linea del precedente approccio illuministico, riservato il solo ruolo passivo di esecutore, non-pensante, di decisioni prese da altri. Ruolo quest’ultimo, come ognuno può capire, che lascia intimamente insoddisfatto l’essere umano. Il quale ha la incomprimibile esigenza ontologica di essere, appunto, persona, e cioè uomo-soggetto, pensante, responsabile e titolare di decisioni. Questo è anche, sul versante politico – che va dunque a intrecciarsi strettamente col versante economico – il senso della sussidiarietà, che come è noto si sviluppa dalla persona, alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, ai “corpi intermedi” autonomamente creati dall’uomo nella società, realtà queste che dovranno poi confluire nello Stato per poi, infine, attraverso la proposta zampettiana della riforma dei partiti in senso partecipativo, arrivare a “essere lo Stato”. Questa, in prospettiva futura, l’idea della “sovranità del popolo delle famiglie”, così definita da Giovanni Paolo II nella sua “Lettera alle famiglie”.

Ebbene, questa è anche l’idea che, fino ad oggi, ha perso.

LA FILOSOFIA DELLA TAV –  6

(il post precedente è all’articolo di Marco Margrita in data 26 novembre 2012) …Ebbene, questa è anche l’idea che, fino ad oggi, ha perso.

E’ noto che i tempi ancora non erano maturi, e che la visione di soggettività della persona e del lavoratore ha cominciato a perdere, storicamente, con la fine del medioevo cristiano e l’inizio del rinascimento. Ovvero, là dove ha iniziato a prevalere il potere del sovrano assoluto, sospinto dall’onda dello scisma protestante. Veniva cioè a mancare quella limitazione del potere del re, e al tempo stesso l’orientamento di quel potere al servizio del popolo – certo sia pur tra umane imperfezioni – che era data dall’investitura del potere spirituale, del Papa. Tale orientamento positivo del potere non poteva infatti che avvenire nell’ambito di una concezione trascendente della vita umana, concezione che implicava (come è anche oggi!) conseguenti risvolti pubblici e politici, orientati verso il bene comune.

Il nuovo assetto etico, morale, politico, economico e sociale anticattolico, fondato sul primato della ragione avulsa dall’avvenimento cristiano, provocò l’esautorazione dei corpi intermedi organizzati dei lavoratori, e l’espropriazione dei loro patrimoni ad opera dei sovrani assoluti. Paradossalmente, potremmo dire che vi fosse più sussidiarietà nel medioevo che oggi. Pensiamo alla potenza, al ruolo politico e alla ricchezza delle corporazioni degli artigiani e commercianti fiorentini al tempo del medioevo. La conseguenza  puntuale dell’onda totalitaria montante è stata l’asservimento dei lavoratori e del popolo tutto al potere illimitato del sovrano, donde il relativo impoverimento delle classi inferiori.

Come è noto i sovrani anticattolici gradatamente prevalgono sull’Impero Cristiano, e ove possibile incamerano anche quei beni a loro vantaggio. Manovra questa che coinvolge, nei secoli, anche direttamente il patrimonio ecclesiale. Fino a giungere a Napoleone e alle vicende unitarie italiane. In proposito, così si esprime il Toniolo a pag. 20 del suo lavoro “La genesi storica dell’odierna crisi sociale ed economica” (1893, e-book scaricabile gratuitamente dal sito web cattolico “totus tuus”):

“…dalla riforma in poi universalmente cresce l’indigenza: fatto connesso direttamente con l’appropriazione dei beni ecclesiastici e degli enti morali, rivolti per istituto tradizionale in buona parte al sostentamento delle moltitudini popolari e dei poveri, e di ricambio invece vien meno e si asciuga la fonte della carità”.

La linea del potere monarchico assoluto, minata nel tempo dall’illuminismo razionalista, con la rivoluzione francese viene infine espropriata dalla nascente borghesia –  a pro suo e non certo a beneficio di tutto il popolo, al di là dei propagandistici slogan rivoluzionari.

Dalla rivoluzione francese sono poi usciti, con potenza, il liberalismo (il quale ha a sua volta generato il socialismo, come ricorda il Toniolo), i nazionalismi, il risorgimento italiano, l’unità d’Italia (con la collaborazione determinante dei massoni inglesi, ormai è cosa nota), la rivoluzione russa e i due conflitti mondiali.

Se l’idea partecipativa ha perso, ciò è avvenuto anche per la debolezza intellettuale, morale – e di fede! – di noi cattolici. Nessuno scandalo, per carità, è un semplice dato di fatto. Modernamente, ha perso don Sturzo con la sua idea del “capitalismo popolare”, il “tutti proprietari, non tutti proletari”. Ha perso – per ora – anche Pier Luigi Zampetti con la sua idea formidabile della “società partecipativa”, ed hanno vinto gli oligarchi “liberalsocialisti”. Ciò grazie anche all’appoggio determinante che questi ultimi hanno ricevuto da tanti cattolici, dimentichi o inconsapevoli della Dottrina sociale.

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 7

(il post precedente è all’articolo di Marco Margrita in data 28.11.2012) …Ora, però, la “società dei consumi”, come avvertiva Zampetti già in tempi non sospetti, è in crisi irreversibile. Tutti possiamo vedere come essa sia minata appunto dalla deflagrazione dei debiti pubblici sovrani, generata dal keynesismo. L’esp

andersi del debito, incontrollato e incontrollabile in quanto connaturato al sistema, come peraltro lo sono “l’istituzionalizzazione dello spreco della spesa pubblica” e le politiche assistenziali che tentano vanamente di “puntellare” la società, danno luogo a loro volta al precipitare di dinamiche deflattive, che sacrificano e riducono strutturalmente anche le opportunità di lavoro.In Italia c’è tanta gente in gamba e di buona volontà. E ci sono anche molte aziende valide e competitive, come ben sappiamo.
Ma il peso strabordante del keynesismo statalista, corruttore e bancarottiero, trascina tutto, e tutti, verso il fondo.Il problema è nello Stato.E’ il limite della democrazia rappresentativa, non innervata dal principio partecipativo. In tale condizione, è come aver dato, sul tuo conto in banca, la delega per la traenza a un dilapidatore di quattrini. Puoi sbatterti a lavorare e a risparmiare finchè vuoi, ma il parassita ti manderà sempre in rosso profondo, molto più velocemente di quanto tu possa alimentare il conto per ripianare il debito.Al momento in cui sto scrivendo, il debito pubblico in Italia sta per raggiungere la cifra record-simbolo di 2.000 miliardi di euro! Tra poco ne sarà dato il clamoroso (si fa per dire) annuncio pubblico. Sono circa 33.000 euro a testa, bambini e anziani compresi. Da moltiplicare, quindi, per i componenti del nucleo familiare.E questa è solo la cifra “ufficiale”, perché non include i debiti di quelle SpA di proprietà pubblica non quotate in borsa, che sono la maggior parte. Tali società, essendo di diritto privato, figurano nel bilancio dello Stato solo per le quote di capitale versate, ma è presumibile che i loro debiti siano di gran lunga superiori al valore delle quote. Nell’attesa che lo Stato sia richiamato a fare chiarezza su questi conti (per ora la cosa pare non interessi nessuno), e ci faccia sapere di quanto il nostro debito sia superiore ai dati apparenti, la stima (forzatamente informale, a motivo della mancata trasparenza dello Stato su questo punto) di uno specialista del settore, da me interpellato, è quella di un possibile ordine di grandezza di ulteriori 100 miliardi di euro.L’unica soluzione al problema del debito, quindi, è quella di levare la delega sul conto allo scialacquatore. Ecco quello che sfugge a molti di coloro che dibattono aspramente su “Tempi” la questione TAV. Il gioco è finito, non ci sono più soldi per alimentare la macchina insaziabile della “società dei consumi”, anzi il debito pubblico italiano (in questa sede mi limito al nostro) appare – a chi voglia guardare la stato delle cose con realismo – ormai alle soglie dell’insolvibilità.“Un’affermazione è sulla bocca di tutti, quasi è divenuta un ritornello: «occorre diminuire la spesa pubblica!» Nessuno, finora, è riuscito ad indicare la strada. E non ci si riesce perché non si vuole guardare in faccia il mostro che il New Deal ha prodotto e che, se non l’abbatteremo a tempo, finirà con il divorarci tutti.” (Pier Luigi Zampetti, La società partecipativa, Dino Editore, 1982, p. 156).La spietata analisi zampettiana, ancora una volta, viene da tempi non sospetti.Della corruzione e dello smarrimento dell’anima di tanto popolo (anche se ovviamente, grazie a Dio, resta sempre un seme positivo), generata dalle dinamiche consumiste materialiste che pervadono l’intera società, si è già detto. Tali dinamiche, diceva Zampetti con efficace espressione, hanno “decapitato” l’uomo. E arriviamo così ai giorni nostri.Dopo questa lunga premessa, indispensabile però per rispetto dell’onestà intellettuale, possiamo finalmente comprendere pienamente il senso della vicenda TAV. Alla prossima. (segue)

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 8

(il post precedente è all’articolo di Marco Margrita in data 29.11.2012) …A questo punto, e solo ora, al termine della indispensabile pur sintetica premessa storica, antropologica, economico-politica, possiamo dirlo: il senso della vicenda TAV è chiaro.

Quale miglior esempio, anche letterale, delle keynesiane inutili “buche in terra” pagate con i denari dell’inconsapevole e ignaro contribuente?…

E’ evidente che la TAV si è fatta, e si vuol seguitare a fare a costo di far saltare a velocità sempre più alta le casse pubbliche, allo scopo di far girare la micidiale macchina della “società dei consumi”. Il sistema non può, né vuole fermarsi, nemmeno di fronte all’evidenza più palese.

Si vuol fare la TAV per seguitare a creare consenso, con i relativi ritorni finanziari a favore dei diversi “poteri forti” in gioco. Le oligarchie politiche, segnalava Pier Luigi Zampetti, sono in stretta sinergia con le oligarchie economiche.

I prestigiatori della TAV somministrano l’opera con le buone, illudendo la maggior parte del popolo che essa generi ”occupazione” e “sviluppo”, oppure con le cattive, come si sta vedendo in Valle. In realtà la “grande opera inutile” si intraprende solo per fare un grosso favore agli scavatori di buche su scala industriale, a costo della bancarotta dello Stato. Si tratta di lavori rigorosamente e completamente a carico del pubblico erario, nonostante solenni quanto mendaci promesse di project-financing fatte in passato, che addirittura assicuravano per la TAV italiana la “maggioranza del 60% del capitale privato”. Il capitale privato attualmente è allo ZERO per cento.

Si è visto, dunque, che la TAV non è una questione infrastrutturale. Che l’opera sia inutile lo si è sinteticamente documentato, se ci vogliamo basare sull’uso di ragione, nella relazione del prof. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino, che riferisce sul progetto in generale, a livello nazionale, e anche sulla Torino-Lione. E’ il testo che, tempo fa, ho incollato via via a stralci sul sito web di “Tempi” in occasione degli articoli sulla TAV in val di Susa. Esso è leggibile integralmente in rete a: http://www.idraonlus.it/vecchiosito/A.%20Tartaglia,%20Trasporto%20ferroviario.pdf

Diverse volte, specifico sulla To-Ly, ho anche segnalato l’ottimo “paper” dell’Istituto Bruno Leoni, dal titolo “TAV, le ragioni liberali del no”, a: http://”>http://www.brunoleonimedia.it/public/BP/IBL_BP_41_TAV.pdf

C’è in rete anche abbondanza di materiale analitico, oltre che di quello sintetico al quale mi sono sopra riferito. A livello generale cito il corposo studio – davvero completo – “Valutazione del progetto Alta Velocità in Italia” a cura degli specialisti dr. Virginio BETTINI, prof. Claudio CANCELLI, dr. Roberto GALANTINI, ing. Paolo RABITTI, prof. Angelo TARTAGLIA e dr. Mario ZAMBRINI. Lo trovate sul sito di Idra, a:

http://www.idraonlus.it/vecchiosito/AutoriVari_Valutazione_progetto_AV_in_Italia.pdf

Specifico e dettagliato sulla Val di Susa c’è invece l’ottimo “TAV/TAC, forse non tutti sanno che…” , a cura di Andrea Allasio, questo lo trovate in rete per parti, la prima è a: www.notavtorino.org/documenti/allasio-forse-giugno-06-parte-1.pdf

LA FILOSOFIA DELLA TAV – 9

(il post precedente è all’articolo di Marco Margrita in data 30.11.2012) …Giova ricordare, per completezza informativa, che recentemente la Corte dei Conti francese si è espressa negativamente sulla sostenibilità finanziaria della TAV Torino-Lione.

Parimenti, sono già trascorsi diversi anni da quando, anche in Italia, la Corte dei Conti e l’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici hanno censurato severamente, dal medesimo punto di vista, l’architettura finanz

iaria di tutta la TAV italiana. In essa, la figura del realizzatore dell’opera, il “general contractor” si rivela contrattualmente perversa e del tutto anomala rispetto alla legislazione europea. Il “general contractor” arriva, incredibilmente, a godere al tempo stesso dei vantaggi dell’appaltatore e di quelli del concessionario.
Gli effetti sulle casse pubbliche, come sulla qualità e sui tempi di realizzazione dell’opera, sono disastrosi. E’ un “harakiri” dello Stato, in piena regola, da ogni punto di vista: finanziario, trasportistico, ambientale.In Italia, ben altri da quelli della TAV sarebbero stati gli investimenti infrastrutturali da fare. Mirati piuttosto all’efficientamento, a costi sostenibili, dell’intera rete. Di questo parla, in esteso dettaglio, lo studio “Valutazione del progetto Alta Velocità in Italia”, che ho citato nel post precedente, il cui testo integrale trovate a:
http://www.idraonlus.it/vecchiosito/AutoriVari_Valutazione_progetto_AV_in_Italia.pdf. Si tratta, in realtà, della versione elettronica, leggermente ridotta, del libro che porta il medesimo titolo, edito da CUEN (Napoli) nel 1997.Quella dei documenti della Corte italiana e dell’AVCP sulla TAV è dunque una lettura molto istruttiva, alla quale chi voglia consultare un approfondito e argomentato punto di vista istituzionale sulla vicenda, può accedere, rispettivamente, su:
Il documento della Corte è lungo e articolato, volendo ne è disponibile una sintesi a:
E’ sconcertante, certo, che in fatto di TAV – in Francia come in Italia – i governi non si curino minimamente non solo dei documentati allarmi dei cittadini – e tanti ve ne sono stati – ma perfino degli ammonimenti istituzionali provenienti dai propri organi di controllo contabile! Dopo quanto abbiamo già detto, ciò non deve stupire.

*******

Cari Amici, formalmente questa pagina è ancora interrotta alla nona puntata. Alcuni di voi sapranno che questo sito è nato alla fine del 2012, quasi per caso, per ovviare in qualche modo alla disinformazione sistematica, fatta dal settimanale diretto da Luigi Amicone, sulla TAV.   Ho smesso di fare la storia della TAV, a puntate, su TEMPI. Ora, se del caso, nello spazio dei commenti FB sul sito web di TEMPI, usualmente scrivo un commento breve, o posto un link ad articoli o pagine già pronte.

Al momento “la filosofia della TAV” a puntate, di cui sopra, si integra, oltre che con i numerosi articoli che ho scritto nei mesi scorsi, con le altre pagine che ho approntato successivamente, quelle del “nodo della violenza” in Val di Susa e quella sulla soluzione del problema del lavoro, secondo Pier Luigi Zampetti.

Pier Luigi Tossani, 15.8.2013

 

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