“Avvenire” pro-Keynes: la demolizione della Dottrina sociale

downloadNon riparo a segnalare i siluri che il quotidiano di ispirazione cattolica, Avvenire, lancia alla Dottrina sociale e al buon governo. Ne ho perfino dovuto fare una raccolta, in questa nuova pagina del blog: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/linformazione-economica-inadeguata-di-avvenire/. E risale a oggi stesso la precedente segnalazione, qui: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/04/14/flavio-felice-su-avvenire-insiste-a-proporre-limpossibile-connubio-tra-cattolicesimo-e-liberalismo/.

La manovra avviene sistematicamente tramite la pubblicazione, su Avvenire, di articoli, editoriali o interviste, come nel presente caso, che NON vengono chiosati o commentati dalla testata. Quindi, lasciando presumere che il loro contenuto sia dato da essa per valido e condivisibile. Mentre invece si tratta, come in quest’ultimo esempio di cui vado a riferirvi, di concetti disastrosi.

Eppure, in questo caso – il keynesismo – dovrebbe trattarsi di materiale ideologico la cui nocività è manifesta e assodata, quantomeno nel nostro ambito cattolico, che si presume essere più attento a certi passaggi critici. Invece no, non è così. La demolizione della Dottrina sociale, simultanea a quella dei più elementari princìpi di sana amministrazione, continua inarrestata.

Vengo al punto, l’articolo è questo http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Basta-austerit-ora-torniano-a-Keynes.aspx, e il contenuto è ben riassunto dal titolo. In calce, l’intervento integrale, salvo diversa disposizione di Avvenire per quanto attiene al copyright.


 

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John Maynard Keynes, l’economista del New Deal

Basta austerità, ora torniamo a Keynes

 ​È sempre difficile navigare di bolina, procedere a vela contro vento. E il vento che soffia negli ultimi anni sull’economia politica è quello dell’austerity. Per far fronte alla crisi del debito, ad esempio, in Europa l’unica risposta ammessa è stata quella di aggredire direttamente il disavanzo del settore pubblico, tagliando la spesa e aumentando il gettito fiscale. Un colpo di scure sui redditi dei cittadini. Secondo Andrea Terzi – docente di Economia al Franklin College Switzerland e all’Università Cattolica del Sacro Cuore – la ricetta non funziona. Anzi: la cura dell’austerità inasprisce ancor di più la malattia. Sembra essersene accorto persino il Fondo monetario internazionale che ha ammesso di aver sottostimato gli effetti recessivi dello stringere la cinghia.
L’idea di fondo, il vento culturale, è la supposizione che la spesa degli Stati europei (fra questi l’Italia) sia diventata eccessiva rispetto a ciò che ciascun Paese può permettersi. Una tesi che ha trovato quasi un assioma nel “pareggio di bilancio”. E che ribalta le teorie keynesiane secondo cui una contrazione della spesa pubblica e un aumento delle tasse hanno la brutta abitudine di deprimere i redditi, il Pil e i posti di lavoro. Rivelandosi però, a conti fatti, la politica economica meno indicata in tempi di recessione. Terzi naviga dunque controvento riproponendo il nucleo centrale del pensiero keynesiano: i vincoli finanziari scanditi da cattive politiche sono in grado di impedire a una nazione di esprimere tutto il proprio potenziale di risorse umane e materiali. Accade anche all’Italia. Non c’è solo lo skipper John Maynard Keynes a bordo con Terzi nel suo Salviamo l’Europa dall’austerità (Vita e Pensiero, pagine 104, euro 10: il volume viene presentato domani alle 17 a Milano, presso al Libreria Vita e Pensiero di largo Gemelli 1). Ad armeggiare le vele anti-austerity, in passato, ci hanno pensato un premio Nobel come Abba Lerner o economisti alla Michal Kalecki, sostenitore della maggior efficacia della politica fiscale rispetto alla politica monetaria e della centralità della lotta alla disoccupazione . Terzi annovera fra i marinai anche Nicholas Kaldor, per il quale era infondata la tesi monetarista secondo cui una politica della domanda che fa cresce l’occupazione è sempre inflazionistica, e Waren Mosler, economista non accademico che, da ex “lupo di Wall Street”, rivalutò i modelli di gestione della politica fiscale. Una delle conclusioni, apparentemente paradossale, della rotta tracciata da questi economisti e seguita da Terzi è che il debito pubblico complessivo dell’Europa non sarebbe affatto too big, troppo grande. Al contrario: è troppo piccolo rispetto alla domanda di denaro del settore privato. Ma partiamo dall’inizio.Qual è, professor Terzi, l’humus culturale che ha portato a scegliere, prima nella teoria economica e poi nell’intervento politico, la disciplina fiscale e l’austerità quali risposte europee alla crisi del debito?
«Un malinteso senso di responsabilità con esiti diametralmente opposti alle buone intenzioni che lo ispirano. Negli anni ’50 Eisenhower si preoccupava del debito nazionale americano perché lo avrebbero dovuto pagare “i nostri nipoti”. Ma quei nipoti crebbero nel periodo di maggiore prosperità del XX secolo, grazie ad una politica che, a differenza di Eisenhower, vedeva nel debito pubblico uno “strumento” e non un “fine”. Da noi, invece, la condivisione dell’euro tra Paesi politicamente indipendenti e culturalmente diffidenti si è affidata alle regole sul debito come garanzia di stabilità. Quelle regole hanno invece destabilizzato l’Europa».

Quali sono le principali obiezioni alla ricetta keynesiana di far leva sul deficit, aumentando quindi il debito pubblico, per contrastare la recessione?

«Si obietta che la crescita sarebbe effimera e che, se sale il debito pubblico, cala la fiducia. E poi c’è l’argomento della svalutazione interna: stringere la cinghia significa accontentarsi di retribuzioni più modeste, ma anche riuscire a esportare più».

Perché austerità e svalutazione interna non funzionano secondo lei in una congiuntura recessiva?

«Attenzione: in particolari condizioni possono anche funzionare. Se un Paese può contare su una robusta domanda estera e un cambio stabile, la compressione del disavanzo pubblico e dei redditi può tenere alta la produzione di beni per l’export. È quel che è riuscito alla Germania. Ma solo grazie al fatto che il cambio col Sud Europa era fissato dall’euro e il disavanzo pubblico del Sud alimentava l’acquisto di merci tedesche. Il “modello tedesco” ha quindi funzionato solo perché gli altri Paesi non lo seguivano. Con l’austerità, tuttavia, le esportazioni tedesche si sono spostate sul mercato extra-europeo. E il valore elevato dell’euro sul mercato del cambi è ora un problema anche per la Germania».

Il pareggio di bilancio, nella teoria economica dominante, è considerato una pre-condizione per il rilancio dell’occupazione e per la crescita: è sempre vero?

«Nel libro l’ho chiamato il “principio della porta girevole”. Il denaro speso dallo Stato è il denaro che entra in circolazione. Il denaro che invece paghiamo in tasse è il denaro che scompare dalla circolazione. Il settore pubblico ha la responsabilità di alimentare l’economia con la giusta quantità di denaro in grado di dare un lavoro a tutti coloro che aspirano ad averlo. Fissare un criterio diverso da questo è stravagante. E irresponsabile». 

Come rispondere a chi obietta che il debito italiano diventerebbe comunque insostenibile e i “mercati” lo punirebbero portando il Paese al default?

«Il debito italiano era già praticamente insostenibile nel 1999. Ora, dopo gli interventi e gli annunci di Draghi, è in qualche modo garantito dalla Bce. E non credo che se l’Italia sforasse appena il tetto consentito i mercati se la prenderebbero troppo». 
Potremmo allora “sforare” quel benedetto tetto del 3% nel rapporto deficit-Pil?
«A che servirebbe? Una parte della spesa se ne andrebbe a creare posti di lavoro all’estero, il nostro Paese tornerebbe ad essere “osservato speciale” e al parziale sollievo farebbe seguito un’altra ondata di austerità. Questa sì che sarebbe una crescita effimera».

L’uscita dall’euro sarebbe una soluzione?

«Guardi, alcuni colleghi che stimo sostengono che non sarebbe poi così drammatica per un Paese come l’Italia. Da un punto di vista strettamente economico hanno ragione, ma solo se la politica economica cambiasse di 180 gradi. Vedo molti politici che chiamano l’uscita dall’euro, ma pochi (o nessuno) con le idee chiare su cosa fare la mattina dopo. Sarebbe anche indispensabile che la nuova “lira” si sganciasse da qualunque accordo di cambio, cosa mai successa nella storia recente della lira. L’altra mia obiezione è storica e culturale: i nostri figli più audaci e innovatori si sentono prima di tutto europei. Chi glielo spiega che a causa di un fallimento della politica europea la prossima volta che andranno a Parigi o Berlino dovranno andare all’ufficio cambi?»

Quali sono le vie alternative all’austerità e quali le obiezioni che vengono mosse?

«L’ex membro italiano del board Bce, l’economista Lorenzo Bini Smaghi, dice che l’alternativa all’austerità è fare le riforme strutturali per aumentare il potenziale di crescita del Paese. Siccome per lui stimolare la domanda è un tabù, auspica che cresca la produttività. Ma la causa di nove milioni di disoccupati in più nell’Eurozona non è un calo del potenziale di crescita. È che alle aziende mancano ordini e fatturato!»

La sua proposta è invece quella di creare una sorta di “Tesoro europeo”: perché risulterebbe più praticabile
?

«In sintesi si tratta di creare un “disavanzo pubblico europeo” mirato alla piena occupazione. Risolverebbe molti problemi: dal rispetto dei vincoli nazionali, allo spread, al rilancio del credito bancario. Prima di gettarsi nell’ignoto delle conseguenze di un trauma politico in Europa a seguito dell’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro, è semplicemente imperativo studiare una soluzione condivisa. L’Europa ci deve credere».

Marco Girardo


Cerco di farla corta: il keynesismo è la vecchia e consueta ricetta, che ha già abbondantemente dimostrato di aver fallito, peraltro sentita anche dal Presidente del Consiglio Renzi, di riattivare la “crescita” facendo ancora maggior debito pubblico, nonostante esso sia già deflagrato, vedi in Italia, fino a 2300 mld di euro, come dico più puntualmente qui: https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2013/09/09/governo-lettaberlusconi-la-realta-romanzata/.

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Pier Luigi Zampetti, l’intellettuale che ha smascherato il keynesismo

Ebbene, la cosa contrasta grandissimamente non solo con la Dottrina sociale e con i princìpi di buon governo, ma è anche causa della corruzione dell’anima del popolo.

Di questa tematica parlo in dettaglio nel “Quaderno del Covile n. 11”, che trovate in questa pagina del blog https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/. Il “Quaderno” tratta del pensiero economico di Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze, che giustappunto anche a Keynes ispirò la sua azione politica. Cito da pag. 27, segnalandovi che NEW DEAL=KEYNES. Infatti, Keynes fu l’economista che ispirò il New Deal rooseveltiano.


 

“Considerato che l’intento di questo testo è anche quello di capire le ragioni della crisi che stiamo attraversando, conviene affidarci ancora a Zampetti per cogliere una sintesi storica del New Deal italiano.
“In conclusione, elenchiamo le caratteristiche che ha avuto nel sistema imprenditoriale italiano il New Deal.
Ha determinato la scissione tra lavoro e retribuzione (intesa come variabile indipendente), ha disincentivato la produttività distaccando sempre più il prestatore d’opera dall’impresa di cui fa parte. Ha scoraggiato il merito. Ha tollerato o addirittura prodotto l’assenteismo a livello individuale, mentre lo ha incoraggiato a livello nazionale con i ‘ponti’. Ha aumentato le tensioni sociali, le contrapposizioni spesso fittizie, introducendo nel sistema il principio della conflittualità permanente. Ha aumentato le difficoltà delle piccole e delle medie imprese, riducendo i livelli dei profitti e quindi diminuendo le possibilità dell’autofinanziamento. Ha deformato il sistema bancario, costringendolo ad espropriare i piccoli risparmiatori per finanziare e mantenere in vita un sistema economico scarsamente
produttivo e, comunque, non adeguatamente produttivo. Da ultimo, ha allargato l’area della impresa pubblica nella misura in cui una parte dell’impresa privata non è stata in grado di sopportare oneri che superano le rispettive possibilità.

E veniamo così al ruolo esercitato dallo Stato, senza il quale non avremmo il quadro esatto del New Deal italiano. Lo Stato ha applicato integralmente il principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio. Senza lo Stato la società italiana non si sarebbe certo costituita nel modo che abbiamo descritto. Il contratto unico di lavoro, lo Statuto dei lavoratori e la teoria del
salario come variabile indipendente postulano l’intervento dello Stato non solo nel caso che vengano trasferite nell’area pubblica le imprese decotte dell’area privata, bensì anche per le trasformazioni o meglio deformazioni cui è stato sottoposto l’intero sistema bancario italiano. Lo Stato ha provveduto a favorire lo sbilancio di tutti gli Enti autonomi territoriali: Comuni, Province, Regioni. L’intera macchina burocratica dello Stato è così piegata alle esigenze del New Deal italiano.

In tale situazione il disavanzo di bilancio non è più da intendersi in senso strumentale, ma fine a sé stesso: e a questo hanno notevolmente contribuito i disavanzi degli Enti locali che devono essere ripianati dallo Stato. E, a mio avviso, è proprio il ruolo dello Stato nel New Deal che vanifica il concetto di autonomia e quello più generale di Stato delle autonomie.

Che senso ha parlare di autonomia quando è venuto meno il concetto di autonomia finanziaria e quando, in ogni caso, lo Stato è chiamato a coprire le spese deficitarie, spesso irresponsabili, delle amministrazioni locali? In conclusione, l’amministrazione dello Stato e degli Enti locali, nonché di tutti gli Enti pubblici, si avvia inesorabilmente verso la paralisi. L’applicazione estremista dei principi del New Deal ha portato ad una crisi sistematica e progressiva della società italiana divenuta società assistenziale.” (La società partecipativa, pp. 66-68)

Giorgio La Pira

Giorgio La Pira: era un “fan” di Keynes

Ma il fattore più devastante del New Deal, della società dei consumi, teorizzata e auspicata quindi anche dal già Sindaco di Firenze, è però che la frattura tra proprietà e lavoro causata da questo sistema – che poi ha costituito il pensiero economico unico dell’occidente moderno fino a oggi – dà luogo alla profonda corruzione dell’anima umana. Spiega Zampetti che se il guadagno dell’uomo non viene da un lavoro vero, ma al lavoratore vengono assegnati un “posto” anche se improduttivo e uno stipendio allo
scopo precipuo che egli consumi, la sua anima smarrisce il senso del lavorare e dell’essere e viene a degradarsi, dando luogo a profonde distorsioni non solo a livello personale, ma anche a livello sociale. Cito direttamente l’accademico ove egli segnala gli effetti ultimi sull’uomo del materialismo edonistico, la filosofia sottesa alla società dei consumi: “prima rovesciamento e poi scomparsa dei valori e quindi permissivismo fino alle sue più estreme conseguenze, vale a dire violenza, droga, erotismo, aborto,
dissacrazione familiare, criminalità economica e criminalità organizzata”. (La Dottrina sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta, Sanpaolo 2003, p. 23)

Questa è una realtà quasi sconosciuta. Nonostante le suddette non piccole controindicazioni, il New Deal ha infatti goduto in passato, e gode ancora oggi nella società, di consenso largo e bipartisan.Credo opportuno citare direttamente uno dei suoi più autorevoli estimatori, l’attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti. Il quotidiano economico Il Sole-24 Ore riferiva, in data 13.6.’03, una sua affermazione secondo la quale “la rivitalizzazione dell’economia europea deve essere fondata sul rilancio degli investimenti pubblici”.

Il superamento della crisi (che ovviamente incombeva anche allora) non è quindi affidato da Tremonti alla rivalutazione dell’uomo-persona e alla sua soggettività globale, né al primato del lavoro sul capitale, secondo quanto suggerito dalla dottrina
sociale. Bensì alla consueta politica meccanicistica a carico del pubblico erario. Cosa, come è noto, già vista. Ciò è peraltro coerente con la visione espressa da Tremonti e largamente condivisa nel mondo politico e imprenditoriale, secondo la quale, come affermato dal Ministro in una intervista pubblicata sul settimanale L’Espresso il 4.7.’03, «È evidente che non possiamo utilizzare il consueto armamentario di tecniche e culture classiche. Serve uno sforzo ideologico nuovo…Il problema è che oggi un modello sociale di riferimento non ce l’abbiamo. Spetta alla politica elaborarlo e indicarlo. La mia idea è che servono investimenti pubblici e opere pubbliche».

Il Ministro accantona dunque totalmente il prezioso patrimonio della dottrina sociale, già a nostra disposizione da lunga pezza, in buona sostanza tutto da applicare. Egli evoca quindi un imprecisato e futuribile modello socio-economico, ancora da inventare. Ribadisce poi la sua fiducia in una politica basata sugli “investimenti pubblici e opere pubbliche”, quindi sul principio dell’aumento della spesa pubblica attraverso il disavanzo di bilancio che Zampetti ci ha limpidamente illustrato in riferimento al New Deal italiano. Infine Tremonti punta a
«…una terza via, che contiene alcuni elementi keynesiani ed altri più puramente di mercato. Neokeynesiana è l’idea centrale, secondo la quale il mercato da solo non basta. L’impulso e l’indicazione degli obiettivi devono andare dalla politica al mercato, e non viceversa».
Il Ministro dell’Economia sembra quindi ignorare che in regime di New Deal è appunto l’economia che strutturalmente detta l’agenda alla politica. Non può essere il contrario. Lo Stato diviene ostaggio del sistema economico. Tremonti comunque sembra non porsi il problema. Egli crede nel New Deal, del quale dice all’Espresso che «Talvolta si sottovaluta quanto il New Deal sia stato innanzitutto una grande operazione psicologica di massa. Un impulso forte. Una radicale inversione di tendenza nella società americana e non solo».

Zampetti invece adotta a proposito del New Deal una immagine non illusoria, anzi assolutamente esplicita: “Un’affermazione è sulla bocca di tutti, quasi è divenuta un ritornello: «occorre diminuire la spesa pubblica!» Nessuno, finora, è riuscito ad indicare la strada. E
non ci si riesce perché non si vuole guardare in faccia il mostro che il New Deal ha prodotto e che, se non l’abbatteremo a tempo, finirà con il divorarci tutti.” (La società partecipativa, p. 156)

È dunque urgente un’azione immediata. Purtroppo, la politica originata dal New Deal è estesamente condivisa nelle stanze del potere. Credo quindi che ogni uomo di buona volontà debba impegnarsi in ogni modo per portare alla luce la mistificazione keynesiana e smascherarla. E ciò per tutelare l’interesse, già gravemente pregiudicato, del popolo delle famiglie. Il nostro interesse.

Concludendo questa parte, La Pira, focalizzando la sua azione politica esclusivamente sulla piena occupazione senza porsi la domanda se essa sia ottenuta in modo sano o drogato, inconsapevolmente ottiene non solo il risultato paradossale di promuovere grandemente quel liberalcapitalismo che tanto detestava e di istituzionalizzare l’inflazione, ma anche quello di contribuire, attraverso la dottrina keynesiana da lui convintamente approvata, alla corruzione morale del popolo, della società, della politica. Le buone intenzioni del già Sindaco di Firenze si scontrano con la realtà. E ne escono in frammenti”.


Questo è quanto. Se volete approfondire la lezione di Pier Luigi Zampetti, circa la soluzione del conflitto tra capitale e lavoro, vi segnalo anche questa pagina del blog, appositamente dedicata https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/fiatpomigliano-darcomelfi-come-mettere-a-frutto-la-lezione-di-pier-luigi-zampetti-per-risolvere-il-conflitto-tra-capitale-e-lavoro/.

Un aspetto paradossale della vicenda è che il 30 novembre 2012 l’Avvenire aveva pubblicato un’intervista a un altro economista, questa, http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Contro-Keynes-e-la-pazzia-del-denaro.aspx, sul medesimo tema, e però di segno diametralmente opposto a quella in argomento!… E’ interessante notare come però, anche questa volta, lo specialista interpellato dal quotidiano di ispirazione cattolica, Robert Skidelsky, non  aiuti a chiarire la questione. Poiché egli critica Keynes, ma non accenna minimamente alla soluzione del problema, che consiste, in prospettiva, nella “sovranità del popolo delle famiglie” indicata da Giovanni Paolo II nella Lettera alle famiglie (1994), sovranità che ben può esplicarsi nella Società partecipativa di intuizione zampettiana. Per i dettagli rimando alla appena citata pagina del blog, sulla soluzione del conflitto tra capitale e lavoro.

Insomma, l’Avvenire oscilla da un estremo all’altro del pendolo del keynesismo, senza mai essere in grado, in merito, di offrire ai suoi lettori una parola chiara di discernimento sulla politica economica. D’altronde, questa pare essere una caratteristica comune ad altre parti, pur teoricamente qualificate, del mondo cattolico. Ne parlavo in  questo post, a proposito del banchiere Ettore Gotti Tedeschi, che anch’egli mancava l’obiettivo, in un suo intervento sulla pur pregevole agenzia informativa web La Nuova Bussola quotidiana.

Detto questo, non finiamo mai di stupirci. Andrea Terzi, l’economista intervistato da Avvenire che vorrebbe far tornare in auge Keynes ancor più di quanto già non sia, è docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore! E oggi stesso avevamo appena visto il caso del prof. Flavio Felice, di cui parlavo nel post precedente, fautore del deleterio matrimonio impossibile tra cattolicesimo e liberalismo, e però editorialista di Avvenire, nonché docente di Dottrina sociale alla Pontificia Università Lateranense!..

In che mani sono caduti gli sfortunati studenti dei suddetti Atenei cattolici?… E in che mani sono i lettori di “Avvenire”?!?…  

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