“Amoris laetitia” e la ruvida realtà

download (1)La NBQ ci informa che “…venerdì 8 aprile alle 11.30 sarà “Amoris laetitia”. Questo il titolo della tanto attesa esortazione post-sinodale che farà sintesi del lungo cammino di discernimento sulla famiglia. Il documento, che come sappiamo si prospetta corposo (200 pagine), verrà presentato nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede”.

In realtà, vedremo cosa dirà il Papa, ma già molti, tra cui “Voice of the family” qui, avevano tempestivamente e scrupolosamente segnalato i punti pericolosi e ambigui della relazione finale del Sinodo. Lo stesso qui ha fatto il prof. Roberto De Mattei che, pur ponendosi in passato talvolta sopra le righe, in questa circostanza mi sembra porti argomenti ragionevoli.

Non sono uno specialista in eventi ecclesiali. Ma già ad un occhio poco esperto come il mio risaltava evidente, nelle diverse fasi del lunghissimo sinodo, la pressione di quella parte vasta e influente dell’episcopato occidentale che, nel corso di lavori, è parsa ben più preoccupata di riassorbire ad ogni costo le situazioni matrimoniali dei divorziati risposati, piuttosto che fare in modo che le coppie non divorziassero. Per meglio dire, su come fare affinché i matrimoni siano solidi e fecondi.

Zampetti piccola

Pier Luigi Zampetti, teorizzatore della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale

Personalmente, sono del parere che nel Sinodo non sia stato considerato l’aspetto “politico” della mancata solidità dei matrimoni.

Cito, come di consueto, Pier Luigi Zampetti, il quale spiegava i motivi per cui rabbia, ribellione, violenza, nichilismo e disgregazione della famiglia sono nei fondamenti costitutivi della “società dei consumi”:

download-8…la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società altamente permissiva. Dove cioè nascono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto, della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione.

…Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per ridistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto di beni di consumo.
Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi lavora o lavora molto.
L’uomo viene disincentivato, scoraggiato… L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera una immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui, o, meglio, sostituendosi a lui… L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita sempre meno controllati, Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono essere più controllati gli istinti deteriori dell’uomo”.
(Zampetti, La Dottrina Sociale della Chiesa, Sanpaolo, 2003, estratti da pag. 23 e seguenti)

Cari amici, si potrebbe dire che mi sono già spiegato. Pur lasciando intatta la responsabilità e la libertà di scelta interiore di ciascuno, anche nel contesto difficile tratteggiato dal grande intellettuale del ‘900, se però  “l’uomo è un robot”, se è stato “decapitato” dalla società dei consumi, come scriveva altrove Zampetti, mi pare improbabile pensare che l’uomo e la donna, nella modernità siano favoriti, in via generale, nel riuscire a fondare una famiglia solida e feconda, in senso lato.

Ma a noi cosa davvero interessa? Sapere se c’è una soluzione al problema,  e quale essa sia. Come passo successivo, una volta individuata l’origine ultima della crisi della famiglia, richiamo la vostra attenzione, per sommissimi capi, su due punti:

  1. la mancata sovranità del “popolo delle famiglie”;
  2. la questione della crisi della virilità dell’uomo, o della mancanza del padre. 

Circa il primo, se la modernità è riuscita a ridurre l’uomo e la famiglia naturale in queste condizioni, è perché la famiglia non è finora riuscita a esprimere la propria sovranità, ad ogni livello. Non è cioè stata in grado di liberarsi, strutturando la “società partecipativa”, quel modello di turbo-sussidiarietà secondo Dottrina sociale, che Zampetti spiegava molto bene qui. Questo è accaduto anche perché la nostra Chiesa non ha saputo educare il popolo in questo senso. D’altronde, come avrebbe potuto, se – esempio puntuale – la Chiesa italiana, che pur in passato ha blandamente criticato la società dei consumi, nei fatti ne è invece stata dipendente e collaborativa, come dicevo qui, a proposito della presidente della CEI?

download (3)Per quanto riguarda la questione della crisi della virilità, che in certo modo ha alimentato il fenomeno precedente, cito lo psicoterapeuta Roberto Marchesini dalla presentazione di un suo libro, qui:

Ormai sono diversi anni che è uscito il mio libro “Quello che gli uomini non dicono. La crisi della virilità” che ho scritto sostanzialmente per i miei pazienti, perché qualche anno dopo che ho iniziato a fare lo psicoterapeuta mi sono accorto che tantissimi uomini i quali venivano con i sintomi più vari – problemi familiari, lavorativi o sessuali – in realtà di fondo avevano tutti lo stesso problema: la crisi della virilità. Cioè non si sentivano abbastanza forti, sicuri, intraprendenti, dinamici; si sentivano spaventati, timorosi… Insomma non si sentivano all’altezza del compito maschile. Gli uomini sono in crisi quando non si sentono all’altezza del compito. E’ come se loro, e lo vedremo, sanno di avere un ruolo e un compito. Allora ho pensato di mettere qualche riflessione in questo libro. Sono partito da una specie di analisi storica del fenomeno fino ad arrivare a dei consigli pratici”.

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don Ariel S. Levi di Gualdo

Cari amici, mi pare che sia su questo spinoso crinale che si manifesta in tutta la sua portata anche la crisi della nostra Chiesa, che in relazione a quest’ultimo punto del crollo della virilità divido a sua volta in due ulteriori aspetti. 

Il primo è quello dell’omosessualismo, che evidentemente rappresenta il massimo della svirilizzazione,  sviluppatosi addirittura nell’ambito della gerarchia ecclesiastica della nostra Chiesa. Riassumo il tema da questo post dal sito web “L’isola di Patmos”, a firma di don Ariel S. Levi di Gualdo:

Come mai è accaduto tutto questo? Il problema nasce a monte agli inizi degli anni Settanta, quando nella stagione del post-concilio si passò dal precedente rigore, forse eccessivo, al lassismo reattivo. E così, in una società in piena trasformazione e con la cosiddetta “liberazione sessuale” ormai imperante, i seminari si andarono svuotando, di più ancora i noviziati e gli studentati delle famiglie religiose e degli stessi ordini storici. Fu a quel punto che molti vescovi e superiori maggiori delle famiglie religiose spalancarono le porte e consentirono l’accesso alla formazione al sacerdozio e alla vita religiosa a soggetti che mai, in precedenza, sarebbero stati ammessi in un seminario o in un noviziato. E quando si creano dei covi di vipere, accade che le vipere si riproducano tra di loro e alla buona occorrenza tutte assieme mordano e tentino di avvelenare chiunque cerchi in qualche modo di colpirle.

Se quarant’anni fa era ragionevole dire che il problema nascesse a monte dalla formazione dei futuri nuovi presbiteri e religiosi, oggi, a degenerazione completamente avvenuta, è invece ragionevole dire — ma nessuno purtroppo lo dice — che il problema nasce tutto dall’episcopato. Come infatti spiegai in quel mio libro del 2011: «Coloro che negli anni Settanta capeggiavano all’interno dei seminari la gaia confraternita, oggi ce li ritroviamo vescovi, ed appena divenuti tali, per prima cosa hanno piazzato in tutti i ruoli di rilievo e portato avanti nella scala gerarchica o nella cosiddetta carriera ecclesiastica dei soggetti affini a loro». Questa è la drammatica radice di quel problema che indico ormai da anni, ma purtroppo inutilmente, perché nessuno dentro la Chiesa ha voluto prestare ancora ascolto alle mie parole, soprattutto quando l’evidenza dei fatti mi dava piena ragione.

Spiego anche, sempre in quella mia opera, che l’omosessualità fisica, quella concretamente praticata, è solo la punta estrema di una omosessualità ormai radicalizzata che in sé è molto peggiore e nociva: quella omosessualità psicologica andata ormai al potere ed in virtù della quale è stata infine omosessualizzata la Chiesa. E oggi ci ritroviamo non di rado dinanzi a preti, ma soprattutto dinanzi a vescovi e “uomini” in delicate posizioni di autorità che a volte ragionano con la stizza delle psicologie femminili affette da un loro tipico disturbo, che è l’isteria, parola il cui significato dice tutto, visto che l’etimo greco di questo lemma [ὕστερον,hysteron]  vuol dire utero . (…)

Per quanto riguarda l’altra faccia della svirilizzazione, l’eclissi della figura del padre, porto l’esempio di don Lorenzo Milani, che con la figura paterna aveva evidentemente avuto un conflitto di significativa portata. Lo suggerisce qui, a pag. 48 del testo, l’intellettuale fiorentino Armando Ermini, che riferendosi alla  personalità di don Milani, vi legge una tendenza alla demolizione della figura del pater familias fin nel profondo dei suoi simboli (“il Quaderno del Covile n. 7 – Su don Milani e il donmilanismo”, monografia sulla rivista web “Il Covile”, 3.9.’07):

[…] In sintonia con Lenzen, Claudio Risè indica a sua volta nel processo di secolarizzazione della società e nella rottura del legame fra paternità terrena e Paternità divina, la causa dell’eclisse del padre. Al quale, non più “custode familiare per conto dell’ordine naturale simbolico e divino, e neppure rappresentante sociale della legge del Padre”, restano solo le funzioni economiche mentre l’antica autorità, svuotata di senso, finisce per essere percepita come arbitrio e oppressione, e spesso a ragione.

In questo lungo processo storico il ‘68 rappresenta un punto di passaggio, in cui si confrontano ancora, spesso nei medesimi soggetti, spinte al “nuovo” e riflessi antichi. Don Milani e il donmilanismo, non diversamente da una parte dell’allora PCI e della sinistra extraparlamentare, ne sono, mi sembra, un esempio. Il Don Milani della scuola senza bocciature è in sintonia con la spinta culturale (ed anche economica, altro argomento da prendere in considerazione ) che vuole eliminare il codice paterno, mentre il Don Milani insegnante severo tale codice, peraltro già svuotato nella sua essenza, lo usa tranquillamente. Non è un caso allora, come Stefano [Borselli, altro interlocutore nel dibattito, NdR.] sottolinea, che i seguaci di Don Milani oggi si riconoscano tutti in certe posizioni, come gli eredi del PCI. L’unico che già allora ebbe coscienza del vero significato del 68 fu Pier Paolo Pasolini, lucido testimone del suo tempo fra denuncia della sclerotizzazione di un potere culturalmente delegittimato e visione del disastro antropologico e sociale che ci aspettava.

Credo che non si possa riesaminare quel momento della nostra storia e fare operazione di verità senza tenere conto delle contraddizioni che lo attraversarono, soprattutto pensando al futuro. Perché qualsiasi ritorno del concetto di autorità, di dovere, di merito (nella scuola e fuori), che non riprenda in considerazione il padre ed il suo codice o non avrà effetti o dovrà essere imposto da uno Stato che assumerà caratteri autoritari”.

Ebbene, su don Milani, ricordavo recentemente qui, come

Tragicamente, Il “nuovo umanesimo” della Chiesa italiana, come dal quinto Convegno ecclesiale nazionale, in corso di svolgimento a Firenze, nasce già vecchio e ideologizzato. Esso infatti in prospettiva storica si richiama espressamente e puntualmente, nelle parole dell’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, nella circostanza – ieri – del suo saluto alla Messa di Papa Francesco allo stadio Franchi, alle figure di don Lorenzo Milani e di Giorgio La Pira.

Don Milani, alfiere della lotta di classe e della violenza rivoluzionaria, come potete leggere in dettaglio qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/04/18/don-lorenzo-milani-maestro-buono/.

Giorgio La Pira, che fece cose molto buone per Firenze. Ma che dal punto di vista del pensiero politico era incline allo statalismo dirigista e all’assistenzialismo, piuttosto che alla sussidiarietà ed all’autentica partecipazione popolare al potere. Ed era anche culturalmente prono a quel keynesismo che, ispiratore della “società dei consumi”, ha destrutturato sistematicamente le coscienze del nostro popolo, ha favorito il dominio delle oligarchie e ci sta portando alla bancarotta. Vedi l’approfondimento qui https://lafilosofiadellatav.wordpress.com/i-maestri-2/pier-luigi-zampetti/i-due-e-book-sulla-lezione-di-pierluigi-zampetti/, al “Quaderno n. 11”.

Nulla a che vedere, quindi, con quelle grandi figure di pastori del popolo, anch’esse citate da Betori, che sono state il card. Elia Dalla Costa e don Giulio Facibeni.

In tale commistione perversa di buono e poco buono, la confusione è totale. Le coscienze e l’intelletto del popolo vengono destabilizzati. E’ purtroppo così, in diocesi di Firenze – con pesanti ricadute anche al di fuori di essa, come stiamo vedendo oggi – ormai da decenni. Date queste premesse inquinanti e depistanti, cosa si può sperare di positivo dall’esito del Convegno ecclesiale?… E ancora, dal momento che, nell’importante assise della Chiesa fiorentina e italiana, nessuno ha avuto niente da eccepire sulla predetta distorsione ideologica, ci si chiede per quanto tempo ancora graverà su di noi questo maleficio.

Preghiamo per i nostri Pastori, perché lo Spirito Santo li illumini.

Detto per inciso che giustappunto con Dalla Costa, che è stato il suo vescovo, don Milani fu sommamente scorretto,  va anche ricordato che l’arcivescovo di Firenze ha avuto buon gioco nella sua mossa ideologica, dal momento che lo stesso papa Francesco ebbe a suo tempo a dire che don Milani è stato “un grande educatore”!… Mentre, qui, ancora sul Covile, leggiamo pur con i consueti toni rispettosi e discreti di Armando Ermini, non per spettegolare ma per portare alla luce gli ultimi lati oscuri di questa figura ancor oggi quasi universalmente portata a esempio al popolo, addirittura dell’outing omosessual-pedofilo del priore di Barbiana. Non così, cari amici, fece Angelo Roncalli, papa Giovanni XXIII, che al tempo in cui era patriarca di Venezia scrisse, dopo aver letto “Esperienze pastorali”, che don Milani era un uomo pericoloso, “un pazzerello scappato dal manicomio”.

Con questo, cari amici, il cerchio si chiude. Dal momento che nel Sinodo delle famiglie, come pure nel Convegno ecclesiale di Firenze, di queste problematiche portanti, che hanno generato la crisi della famiglia, non mi pare si sia parlato. Oppure, come a Firenze, se ne è parlato a sproposito. Senza fare i conti con la realtà, mi chiedo quanto su di essa possa incidere la ponderosa esortazione apostolica di prossima pubblicazione. Non ci resta che pregare.download (2) 

 

 

 

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