Don Lorenzo Milani, cattivo maestro. Supplica a Papa Francesco: “Santità, non vada a Barbiana!…”

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 Indice

Abstract: Supplica a Papa Francesco – Santita’, non vada a Barbiana! 14.6.’17

Supplica a Papa Francesco, 14.6.'17 jpg

Introduzione

1. Obbediente?… no, ribelle

2. Lettera da una professoressa

3. “Pacifista”, ma non operatore di pace

4. Cuore di tenebra 

5. Le  pulsioni omosessuali/pedofile, e la questione del padre

6. Esperienze pastorali… infelici

7. Tre maestri spiegano la crisi. E la risolvono

8. Tristi eredità orgogliosamente milaniane: Il Forteto e don Santoro

9. Un sistema fallimentare, da far evolvere

10. Una riabilitazione inopportuna

11. Supplica a Papa Francesco: “Santità, non vada a Barbiana!…”

Introduzione

Nell’imminenza del cinquantenario della morte di don Lorenzo Milani, è bene fare un bilancio delle evidenze recenti. Provvedo quindi, col presente, a integrare, sostituendolo,  questo post sulla figura del priore di Barbiana, che risale a ormai tre anni fa.

Le ultime su don Milani sono davvero clamorose. Papa Francesco, per l’anniversario, ha registrato un videomessaggio di riabilitazione della controversa figura del priore, ed è stato annunziato che il 20 giugno prossimo il Papa sarà addirittura in visita a Barbiana. Questo il video,

nel quale il Papa esordisce ricordando le parole del priore, da lui pronunciate il 10 ottobre 1958:

Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa”.

…come prospettiva di dichiarata obbedienza da cui guardare la vita, le opere e il sacerdozio di don Milani. Il  Papa ricorda poi uno degli scritti più famosi del priore, la Lettera a una professoressa, i suoi metodi educativi, originali e forse “troppo avanzati” per l’epoca, il suo temperamento forte che avrebbe fatalmente causato “qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua predilezione per i poveri, e della difesa dell’obiezione di coscienza”.

Un don Milani, quindi, da ricordare come “credente innamorato della Chiesa, anche se ferito”, un “educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alle esigenze del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e giovani”. La scuola di don Milani, dunque, come paradigma di “apertura alla realtà nella ricchezza di tutti i suoi aspetti”. Bergoglio ripete poi le parole dell’accenno, breve ma significativo, che egli fece alla figura di don Milani in occasione dell’udienza al mondo della scuola italiana in piazza San Pietro, il 10 maggio 2014. In quella importante circostanza, don Milani fu l’unico educatore citato dal Pontefice.

Secondo il Papa, l’inquietudine di don Milani “non era frutto di ribellione, ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale egli soffriva e combatteva, per donargli quella dignità che, talvolta, veniva negata”. Quella di don Milani era dunque “una inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola, che sognava sempre più come un ospedale da campo per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati”.

Poi, i tempi difficili della malattia, nonostante i quali “la sofferenza, le ferite, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo risorto. In testa ai pensieri di don Milani, secondo Papa Francesco, restavano i suoi ragazzi, che egli voleva crescessero “con la mente aperta e con il cuore accogliente pieno di compassione, pronti a chinarsi sui  più deboli e sui più bisognosi”, a prescindere da ogni discriminazione di razza e cultura. Il Papa conclude il suo intervento citando un brano della famosa Lettera a Pipetta, giovane comunista al quale il priore si rivolge, nel punto dove don Milani dice

…Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”.

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.

Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati  coloro che hanno fame e sete della giustizia…”

Un don Milani dunque, secondo il Papa, “innamorato di Cristo e del Vangelo”. 

Ebbene, alla luce di quanto avevo già segnalato nel post precedente, la posta in gioco è di estrema importanza, poiché nel tempo il pensiero milaniano è divenuto ormai un paradigma non solo italiano, ma in certo modo anche internazionale, di fare non solo pastorale ecclesiale, ma anche educazione in senso lato, fare scuola e, infine, anche fare politica. Questo ci impone di verificare se la valutazione del Papa sul corpus milaniano è appropriata. Procediamo, dunque, per punti.

1. Obbediente?… no, ribelle

Colpisce che già nel 1958 don Milani dicesse “Non mi ribellerò mai alla Chiesa”. E perché mai avrebbe dovuto ribellarsi? Si penserebbe che, allora come oggi, nella Chiesa cattolica, organismo che ha la singolare caratteristica costitutiva della fondazione divina, uno, chierico o laico che sia, ci stia liberamente, giustappunto per amor di Dio. Senza costrizioni, visto che nessun medico gliel’ha ordinato. Invece, stranamente, per don Lorenzo Milani il tema della pur possibile ribellione all’istituzione alla quale egli stesso ha scelto di aderire, sembra già innervare i primi anni del suo ministero sacerdotale.

Do’ per scontato, in questo testo, che il lettore conosca già, sia pure per sommi capi, la vicenda milaniana. Comunque, a pro di chi volesse approfondirne i passaggi, consiglio un prezioso e agile e-book,  messo in rete e scaricabile gratuitamente, come molti altri di argomento religioso-apologetico, storico, filosofico, educativo, politico collegato alla Dottrina sociale, romanzi e quant’altro, dall’ottimo sito web www.totustuus.it, che colgo l’occasione per ringraziare. Il titolo del libro in questione è Incontri e scontri con don Milani (Edizioni Civiltà, Brescia, 1977), l’autore il padre Tito Centi, O.P. (1915-2011). Esiste un link diretto al volume, che trovate qui.

il Padre Tito Centi, O.P.

il padre Tito Centi, O.P.

Non si tratta di una biografia dettagliata del priore di Barbiana, ma piuttosto, come risulta maggiormente utile per la nostra ricerca, del racconto della conoscenza del padre Centi con don Milani, all’inizio in via del comune ministero sacerdotale, poi proseguita nel tempo. E’ illuminante la testimonianza dell’incontro diretto che il religioso domenicano ebbe col priore di Barbiana, ed è chiaro e univoco il suo giudizio sul pensiero milaniano. E’ prezioso anche il resoconto storico di quelle vicende, che riserva passaggi chiarificatori circa il temperamento e il modus operandi del priore. Mi avvarrò largamente del libro, nello svolgimento del presente testo. 

download (1)Il padre Centi parla anch’egli in più punti, specie al capitolo 6, della pretesa “obbedienza alla Chiesa” da parte di don Milani, nell’arco del suo ministero. Nel presente lavoro di verifica, nel quale cerco il non facile equilibrio tra approfondimento e sintesi, mi sposto ora direttamente verso la fine dell’esperienza terrena del priore. Attingo da due lettere, il cui testo integrale trovate qui , sul sito Veglie news, che a sua volta rimanda all’opera Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana (Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1970).  La prima lettera è scritta il 5 marzo 1964 da un don Milani ormai già gravemente malato, ed è indirizzata al suo Vescovo Ermenegildo Florit, che è succeduto al suo precedente superiore, Elia Dalla Costa. Copio integralmente, evidenziando in blu i punti più critici:

Barbiana, 5 marzo 1964

Caro Monsignore,

la ringrazio della sua lettera che non posso interpretare che come un atto d’amicizia. Non riesco però a capire se ella ha mai saputo quel che ho detto e scritto a Mons. Vicario e se sa che, fra l’altro, io gli ho chiesto che anche lei venisse a parlare ai miei ragazzi e ai loro genitori. Naturalmente ciò che le chiederei non sarebbe un qualsiasi discorso generico, ma d’esaminare in presenza a loro, a fondo, senza pudori e senza pietà, il problema dei rapporti tra il mio apostolato e il vostro atteggiamento.

Ho passato i miei diciassette anni di sacerdozio tutto teso solo verso le anime che il Vescovo mi aveva affidato. Del Vescovo non mi son mai curato.

Pensavo nella mia ingenuità di neofita che il Vescovo fosse un padre commosso della generosità dei suoi figli apostoli, preoccupato solo di proteggerli aiutarli benedirli nel loro apostolato. Pensavo che egli amasse i miei figlioli così che tutto quel che facevo per loro gli paresse fatto a lui e così il legame fra me e lui anche senza mai vedersi o scriversi fosse il più alto e il più profondo che esiste: un oggetto d’amore in comune.

Dopo sette anni di questa illusione idillica, d’un tratto seppi la tragica realtà: la Curia fiorentina e il Vescovo erano un deserto!

Allora scelsi quella che in quel momento mi parve la via della santità: per nove anni ho badato soltanto a salvarmi l’anima, a accettare in silenzio le crudeltà [… ] con cui calpestavate in me un uomo, un neofita, un cristiano, un sacerdote, un parroco cui in diciassette anni di sacerdozio non avevate saputo trovare neanche il più piccolo appiglio per un richiamo, un consiglio, un rimprovero.

Ho badato a accettare in silenzio perché volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto. Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legami. Qualcosa che temo lei non abbia mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle.

Da due anni in qua i medici e alcuni segni m’han detto che è l’ora di prepararsi alla morte. Allora ho voluto riesaminare freddamente questi diciassette anni di vita sacerdotale. Anzi i loro frutti. E m’è improvvisamente saltato all’occhio che la santità non è così semplice come io credevo.

Lasciarsi calpestare può essere santo, ma nel calpestare me voi calpestavate anche i miei poveri, li allontanavate dalla Chiesa e da Dio. E poi che serve amare e tacere, porger la guancia ai soprusi e alle calunnie quando chi li compie è il capo della Chiesa fiorentina? Più santamente io tacevo e più scandalosa appariva la lontananza del Vescovo dai poveri, dalla verità, dalla giustizia. Ho lavorato alla costruzione della mia personale santità che (se anche l’avessi raggiunta – non sarebbe servita (in questa vita) che a metter in luce l’abiezione d’una Curia che esilia i santi e onora gli adulatori e le spie.

Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile all’opera d’un pastore protestante. Ma io non lo sono stato e lei lo sa. Se lei ne avesse avuto anche solo l’ombra del dubbio le correva l’obbligo gravissimo di cercarmi, parlarmi, salvarmi.

Ho servito per diciassette anni la Chiesa Cattolica nei suoi poveri, vorrei oggi per una volta servirla anche nei suoi ministri che purtroppo fino a oggi ho trascurato, anzi dimenticato. Ecco perché le porgo oggi una mano.

Vuole ereditare la mia umile opera? Vuole mietere dove io ho seminato? Vuol partecipare all’abbraccio affettuoso dei poveri che mi vogliono bene, che ho tentato di avvicinare al Signore, che sono talmente buoni (vorrei quasi dire tanto ” stupidamente ” buoni) da esser capaci di perdonarle tutto da oggi a domani e accoglierla come uno di loro così come hanno accolto me? Vuole con un tratto di penna cancellare diciassette anni di scandali che la Curia fiorentina ha dato ai due popoli che mi aveva affidato? Vuole annettere con un tratto di penna (che è doveroso oltre a tutto) nell’ortodossia cattolica ciò che per diciassette anni ho eroicamente mantenuto fino allo scrupolo nell’ortodossia cattolica e che il suo comportamento fino a oggi faceva invece apparire eterodosso?

Le propongo una soluzione pratica. Mi inviti lei personalmente a tenere delle lezioni o conversazioni di pratica pastorale al Seminario Maggiore. Non le chiedo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che questa mia è la santità, che questa è la ricetta unica dell’apostolato, che tutto il resto è errore. Le chiedo solo di dire ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che nella Casa del Padre mansiones multae sunt e che una di esse generosa e ortodossa fino allo spasimo è stata quella del prete che ella ha fino ad oggi implicitamente insultato e lasciato insultare.

Un abbraccio fraterno dal suo

Lorenzo Milani sac.

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il Cardinal Ermenegildo Florit

Sono parole di manifesta ribellione, oltre che di grande presunzione. La risposta di Florit si farà attendere fino al 25 gennaio 1966. Riporto anche questa integralmente, evidenziando in verde il motivo di tanto ritardo, e in blu il giudizio del vescovo sul suo prete.

Firenze 25.1.1966

Caro don Milani,

ho avuto la tua lettera qualche giorno prima del nostro incontro in clinica, ed ho comunicato a chi di ragione le notizie che mi dai circa il dispaccio DIES del 24 ottobre 1965, origine del malinteso e fonte delle ulteriori notizie comparse su vari giornali italiani nei mesi successivi.

Riguardo a quanto mi scrivi circa l’atteggiamento della Curia verso di te, tu sai che il tuo Vescovo non ti ha mai rimproverato di essere un eretico! Ma sai anche che la Chiesa è un organismo composito, nel quale sono presenti opinioni diverse e legittime finché rispettano la verità essenziale e atteggiamenti pratici altrettanto diversi, dalla santità eroica alla debolezza morale.

Ora la tua natura, il tuo modo di parlare, di scrivere, di essere, ti porta agli scontri verbali, agli estremi, alle espressioni-limite. Non tutti la pensano come te, e la maturazione delle coscienze verso nuovi orizzonti avviene lentamente; essa non può essere imposta dal Vescovo, che deve cercare di comprendere gli uni e gli altri, di moderare e stimolare, di sorvegliare e di esercitare una funzione mediatrice fra le varie persone, temperamenti, tendenze che caratterizzano una comunità e che il Signore, con divina pazienza, lascia crescere insieme. Avrò io Vescovo saputo svolgere questa non facile funzione? Certo nel desiderio e nella volontà. Giudichi Iddio per quanto riguarda i fatti.

Una cosa debbo constatare: l’atteggiamento che assumi nelle tue polemiche, nelle tue denunce, esprime certamente un sincero amore della verità, di Dio, dei poveri, ma non di rado ferisce gli altri oppure offre occasioni o pretesti a chi vuol colpire la Chiesa o non la conosce.

Tu potrai magari scuotere le coscienze, ma resta vero che l’aceto converte pochi, e una goccia di miele ogni tanto attirerebbe forse più anime a Dio. Papa Giovanni insegna. Forse le stesse cose che tu dici potrebbero essere dette con altrettanta forza e con altro tono, in modo che anche i ricchi e i cosiddetti potenti (che poi sono i più poveri di fede e più aridi di cuore) sentissero che nascono da un cuore che vuol bene anche a loro. Qualche volta ho l’impressione che tu abbia consapevolezza eccessiva di quanto hai sofferto, e che questo ti faccia sentire in diritto di giudicare.

Di qui nasce quella certa atmosfera quasi di lotta classista che è presente nei tuoi interventi: di fronte alla tua prosa dura e talora sarcastica immediatamente chi legge si schiera dall’una o dall’altra parte, anche per materie sulle quali il giudizio è per sé libero: si sente spinto alla zuffa più che alla riforma interiore, che è la vera lotta della Chiesa e dei cristiani, quella che fece scomparire, ad esempio, l’ingiustizia disumana della schiavitù. San Paolo, che pure ebbe la stoffa del polemista, non l’attacca di fronte, ma basta il suo biglietto a Filemone per ferirla nel cuore.

Tu, don Milani, sei per natura un assolutista, e rischi di produrre, specialmente tra i più sprovveduti di cultura e di fede, dei veri classisti, di destra o di sinistra non importa.

Ecco quanto volevo dire nel mio comunicato sull’obiezione di coscienza, nel quale, parlando sia per i cappellani militari che per te, accennai ad uno spirito classista e parziale che inconsapevolmente affiora in certe posizioni che hanno del vero sul piano dei princìpi, ma che si prestano ad essere fraintese per il modo usato nel difenderle.

Questo, in fondo, era il difetto anche del tuo libro Esperienze pastorali, nel quale la battaglia contro ogni altro metodo pastorale che non fosse la scuola (così almeno fu inteso) ti fece apparire un po’ illuminista.

Riguardo alla posizione del tuo Vescovo verso di te è di affetto sincero, anche se personalmente non approvo, come ti ho detto sopra, il tuo modus. Mi dispiacque perciò assai la tua lettera del 5 marzo 1964, inviatami tramite mons. Bensi, e alla quale non risposi perché mi sembrò ingiusta nella sostanza e impulsiva nella forma. So che in passato ti sei lamentato che non ti ho mai risposto a quella lettera. Non lo feci perché volli attribuire quel tuo sfogo a uno stato d’animo di pena e di dolore, cui non era dovuta una risposta polemica, come ero tentato di dare, ma la comprensione o almeno il silenzio. Il fatto poi che sei rimasto per anni parroco di Barbiana, credo sia dipeso da questo: i tuoi superiori hanno creduto di non riconoscere in te la necessaria disposizione alla carità pastorale, ma piuttosto lo zelo fustigatore che ti fa apparire dominatore delle coscienze prima ancora che padre. E’ in queste considerazioni che io scrivo anche l’episodio della lettera al clero sul rettore Bonanni, il tuo silenzio che direi programmatico agli inviti, la tua assenza (non dico ora ma quando stavi in buona o migliore salute) a tutti i raduni sacerdotali, il tuo atteggiamento non sempre comprensivo verso gli altri sacerdoti diocesani, che non sono certo tutti perfetti, ma tuttavia degni di stima, di affetto, di comprensione, semmai di correzione fraterna. 

Tutto questo, anche se in parte è dovuto a malintesi passati fra te e la Curia di cui non ti do tutta la responsabilità, ha contribuito a creare un clima di isolamento e quasi di timidezza da parte degli altri sacerdoti nei tuoi riguardi. In parte quindi il sentirti come tagliato fuori dalla Diocesi è dipeso da quello che tu chiami il tuo “esilio” a Barbiana, ma in parte dal tuo carattere e dal tuo atteggiamento.

Poteva proprio la Chiesa, nella quale mansiones multa sunt, come tu dici, approvarti senz’altro e onorarti, come chiedi nella tua ultima? Tu sei di quelle persone che certo rendono a modo loro testimonianza al Signore perché credono in lui e per lui si sacrificano, ma che sono anche spiritualmente dei solitari.

Ad ogni modo anche da parte dei tuoi superiori forse c’è stata una certa difficoltà a superare gli aspetti formali e difensivi, una paternità che non sempre ha saputo trovare i modi di esprimersi. Ho voluto scriverti tutto questo, e anche abbastanza lungo, per affetto sincero, e perché è giusto che tu conosca tutto il mio pensiero. D’ora in avanti conviene superare il passato; quanto ci sta dietro deve servire soltanto di avviso e di monito per l’avvenire.

Per le tue necessità ti mando l’unito assegno di L.300.000. Duecentomila me le ha inviate la Santa Sede in seguito alla mia risposta alla lettera che ti inviai in copia; il resto ho aggiunto io.

 Ti auguro di star meglio per la tua salute, e ti benedico.

Aff.mo in Dio Ermenegildo Florit.

Florit è misericordioso e delicato, davanti all’aggressività di don Milani, tipica di una personalità problematica e indifferenziata. Anche perché, come vedremo appresso, egli ha capito di trovarsi di fronte a un uomo con problemi psichici di una certa entità. Quindi non pienamente consapevole di sé.

download (3)Il Vescovo sa anche valutare correttamente – come avrò doverosa cura di dimostrare in dettaglio nel capitolo 4 – il temperamento del suo prete, nonché la cifra del suo lavoro pastorale, e ha la carità di dirglielo con garbo, ma con franchezza e fermezza. Un don Milani quindi, secondo Florit, “assolutista”, che fa una pastorale ispirata alla “lotta di classe”, caratterizzato da uno “zelo fustigatore” che lo fa apparire “dominatore delle coscienze prima ancora che padre”. Don Milani pretende da Florit che il suo lavoro a San Donato a Calenzano e a Barbiana sia “solennemente e pubblicamente onorato”, ma è  completamente fuori dalla realtà. Il priore non è psichicamente in grado di recepire la correzione del vescovo. Dal libro di Mario Lancisi Processo all’obbedienza: la vera storia di don Milani (Laterza, 2016), vedi qui un’anteprima disponibile in rete, si evince che il priore se ne sfoga, per lettera, con uno dei suoi ragazzi, Francuccio Gesualdi. Al quale il 30 gennaio 1966 scrive che la risposta di Florit consiste in “tre pagine di crudeltà di falsità di ingiurie”, e che non gli era mai stata data una parrocchia perché

…manco di carità pastorale, sono classista, sferzante, credo di prendere la gente con l’aceto, invece ci vuole il miele, ecc. ecc. Ci ho sofferto per qualche ora, poi mi è passata perché lui (il cardinale Florit, NdR) è un deficiente indemoniato (basti pensare la scelta del momento!) mi accusa ora che sono fuori combattimento di cose che se avesse creduto vere aveva il dovere di dirmi quando ero giovane e potevo correggermi. Pensa che è il primo rimprovero che ricevo dai ‘superiori’ in 19 anni di sacerdozio” (pag. 103).

Per il priore di Barbiana il suo Vescovo è dunque “un deficiente indemoniato”, che gli scrive una lettera piena “di crudeltà di falsità di ingiurie”.  Questo è.

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don Daniele Pugi e don Milani a San Donato a Calenzano

Non è attendibile l’affermazione di don Milani per la quale egli non sarebbe mai stato rimproverato, in precedenza, dai superiori – parola da lui messa tra significative virgolette. Fosse stata vera, sarebbe stata una grave mancanza da parte loro. In effetti, nel suo libro il padre Centi dà testimonianza, fin dai tempi di San Donato a Calenzano, dei difficili rapporti tra il preposto della parrocchia, don Daniele Pugi, e il curato don Milani, refrattario alle indicazioni del suo diretto superiore. Ma è ben più energica la correzione fatta a don Milani dal suo primo vescovo, da pochissimo beatificato da Papa Francesco, il Card. Elia Dalla Costa. Ne riferisce qui  Pucci Cipriani, sul suo sito web “Controrivoluzione”, riportando la testimonianza del sacerdote don Mario Faggi:

«Era l’anno 1967, tre o quattro giorni dopo la morte di don Lorenzo Milani, e mi trovavo con Monsignor Bianchi, allora vescovo ausiliare di Firenze e con altri sacerdoti che con me celebravano il venticinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, a Roma, in San Pietro, in una cappella adibita, con tendaggi, a sala di ricevimento, alla presenza di Sua Santità Paolo VI. Ricordo benissimo la scena. Il Papa è appena entrato, Mons. Bianchi gli va incontro insieme ai sacerdoti, Monsignore gli si mette alla destra e noi dintorno, io mi trovavo proprio di faccia al Papa. Le prime parole che Mons. Bianchi rivolse al Papa furono queste: “Santità, ha saputo? E’ morto don Milani“. Il Papa a questo punto congiunge le mani, alza gli occhi al cielo ed esclama: “Speriamo bene!” con un timbro di voce come se dubitasse della salvezza stessa di quest’anima.

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il Venerabile Cardinal Elia Dalla Costa

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Paolo VI

Tutti rimasero stupefatti e pensierosi. Certamente il Papa conosceva don Milani per averne letti gli scritti e perché il Cardinal Florit, allora arcivescovo di Firenze, gliene aveva parlato, non solo, ma raccomandato (come mi ha confermato Mons. Bianchi) perché inviasse del denaro a don Milani, già malato di leucemia, per procurarsi le medicine costose che doveva far venire dagli Stati Uniti, non essendoci in Italia tali specialità.

Perché rivelo un tale episodio? Non è forse della pietà cristiana parcere sepulto e abbandonare all’infinita misericordia di Dio chi ormai è nell’altra vita?

E’ che si prende a pretesto ogni data e ricorrenza, per parlare ed esaltare questo sacerdote e, dispiace dirlo, per presentarlo addirittura… come sacerdote obbedientissimo e Santo, quasi canonizzabile, tanto da chiedergli perdono per l’incomprensione delle autorità ecclesiastiche di allora: il cardinal Florit, Mons. Giovanni Bianchi, Vicario Generale, il Cardinale Ottaviani, Prefetto del S. Uffizio, che condannò il primo dei libri scritti da don Milani: “Esperienze pastorali”, i reverendissimi padri della “Civiltà cattolica” che scrissero un articolo di severa condanna del suddetto libro, escludendo, s’intende, dal numero il Cardinale Elia Dalla Costa, che invece fu proprio quello che rimosse dalla parrocchia di San Donato don Milani, che non voleva andarsene, minacciando perfino di rimuoverlo con il braccio secolare (altro che obbediente) ed inviandolo nella parrocchia di Barbiana. Fu lo stesso Cardinal Dalla Costa che nei decreti inviati al nuovo parroco di San Donato Santacatterina, dopo la visita pastorale fatta alcuni mesi dopo la partenza di don Milani, prescriverà al parroco queste raccomandazioni: “Usi ogni industria perché sia cancellato il ricordo del recente passato a tutti noto“, e al parroco che si lamentava per l’archivio spogliato e tante altre difficoltà rispondeva: “Ringraziamo il Signore che è andato via. Ricominci tutto da capo.”

Tutto questo è stato scritto dal Cardinal Elia Dalla Costa e non da altri.»

Sac. don Mario Faggi (+ giugno 2015), “Testimonianze su don Milani”,

in “Controrivoluzione” del novembre-dicembre 1992

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don Mario Faggi

Non è pensabile, anche alla luce della puntuale testimonianza di don Faggi, che il trasferimento di don Milani da Calenzano a Barbiana non gli sia stato direttamente e adeguatamente motivato da Dalla Costa. Addirittura, il Venerabile istruisce il nuovo parroco di San Donato affinché si adoperi per una damnatio memoriae dell’opera del suo predecessore, della quale è bene sia fatta tabula rasa. 

Tornando a Florit, sta di fatto che, come narra Mario Lancisi nell’opera citata, il superiore di don Milani, visto l’aggravamento della salute del priore, decide di andarlo a visitare a Barbiana. 22 marzo 1966. Florit scrive nel suo diario:

E’ stata una conversazione concitata di oltre un’ora. Momenti angosciosi. E’ un dialettico affetto da mania di persecuzione.  Non preoccupazione di santità fondata sull’umiltà, ma pseudo-santità puntata verso la canonizzazione di sé stesso. Egocentrismo pazzo, tipo orgoglioso e squilibrato (pag. 103).

Ancora una diagnosi puntuale da parte del vescovo, se vi fosse stata necessità di un’ulteriore conferma. Da parte sua il priore, in una lettera alla madre, riferisce così dell’incontro:

 E’ stato straordinariamente rasserenante. E’ così evidente la malvagità, l’odio non represso, la superbia, che ci si sente scagliati dalla parte del bene, inondati di santità e di ragione (pag. 103).

Don Milani a questo punto è quindi perso irrimediabilmente nelle sue ossessioni, che da lunga pezza lo perseguitavano. E’ d’altronde lo stesso prete che, come riferisce Mario Lancisi nell’introduzione alla sua opera citata, ancora negli ultimi tempi ha il coraggio di rivolgersi al suo Vescovo per dirgli

Sa qual è, Eminenza, la differenza tra lei e me?… Io sono avanti di cinquant’anni…” 

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Enzo Mazzi

Ed è ancora lo stesso prete protagonista del fatto narrato dal suo confratello Enzo Mazzi (1927 – 2011), noto prete dissidente fiorentino di quegli anni, vedi il giornale web “L’altracittà” del 1 aprile 2009 , qui:

…Un altro episodio non secondario di presa di posizione provocatorio di don Milani verso il vescovo fu in occasione del processo che il priore di Barbiana ebbe per istigazione alla diserzione in relazione al suo sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare. Il card. Florit aveva scritto a don Milani l’8 marzo 1965: “La invito a sottopormi, a partire da questo momento in ogni caso, ogni eventuale scritto, prima di dargli pubblicità in qualsiasi modo. Consideri la presente come una precisa prescrizione… sappia che mi riservo, occorrendo, di sospenderla ‘a divinis’ “.

Ed ecco quanto scrive in proposito don Milani a F. Gesualdi il 2 settembre 1965: “Ho voglia di andare a Roma (per il processo) o meglio di mandarci una lettera importante… il Presidente del Tribunale sarà costretto a leggerla davanti a tutti… e così potrò andare in tasca elegantemente all’ordine di Florit di non pubblicare nulla senza il suo permesso e la lettera avrà una risonanza enorme”.

Il progetto della lettera, che rivela l’anima di un don Milani fanciullo discolo, ribelle, indisciplinato e immaturo, non andò in porto perché l’udienza in tribunale fu rinviata. Ma già la sola idea di attuarlo fu una grave scorrettezza da parte del priore verso il suo vescovo. D’altronde, al capitolo 6 vedremo il padre Centi riferire di altri ben più gravi sotterfugi, attuati da don Milani nei confronti del vescovo precedente, Dalla Costa, per ottenere l’imprimatur  per il suo libro Esperienze pastorali. Questo, purtroppo, era l’uomo.

Ma, se questo era, la responsabilità degli atti commessi resta ovviamente quella personale del priore. Cominciamo a dire che però oggi il nostro problema esula largamente dalla vicenda di un singolo uomo che sbaglia. Accade infatti che, esempio, come don Mazzi narra con indebito orgoglio l’ennesimo ammutinamento del priore, anche Mario Lancisi nel suo libro parla delle pur evidenti insubordinazioni milaniane esprimendone un giudizio favorevole. Don Milani, secondo queste persone, è nel giusto. Lancisi scrive che Massimo Toschi, che a suo parere è l’autore del saggio più esaustivo sulla relazione tra il priore di Barbiana e la Chiesa, osserva che

la “ribellione obbedientissima” di Milani non è stata accolta in tutta la sua novità, al tempo stesso fedele, ma anche originale nell’immaginare una forma di dialogo pubblica e libera”.

download (8)Secondo Toschi, don Milani  è

più avanti del suo tempo” e la “ribellione obbedientissima” appare a Florit come una forma di insubordinazione, tanto è lontana dagli stili ecclesiastici dell’epoca”. 

In realtà, la “ribellione obbedientissima” milaniana è un ossimoro infondato, coniato per scopi ideologici. La ribellione di don Milani, prima evocata e scongiurata a parole, poi divampata nei fatti, tra manie di persecuzione, colpi bassi e sotterfugi, è concreta e continuativa, abituale. Lo si può constatare facilmente nelle parole del priore medesimo: di obbediente non ha nulla. L’ammutinamento permanente, ingiustificato e ingiustificabile, di don Milani, non è una questione di stile, ma di sostanza. Ieri come oggi.

Quindi, detto col massimo rispetto, ma con doveroso realismo, emerge che su questo punto la valutazione di Papa Francesco è errata.

Quello che sconcerta è che è stata creata ad arte una leggenda collettiva, come giustamente osservava don Mario Faggi già nel 1992, per la quale man mano che gli anni passano l’assolutismo milaniano viene sempre più ribaltato in una illuminata anticipazione del futuro, da parte di un uomo che precorre i tempi. E’ comprensibile che ciò sia avvenuto ad opera di un sistema di potere politico-mediatico, che per scelta ideologica ha montato a pro suo il falso mito milaniano. La tragedia è però che a tale disegno, benché le parole incendiarie del priore siano sotto gli occhi di tutti, si è andata associando sempre più attivamente e convintamente, nel tempo, anche la Chiesa cattolica, in tanta parte dei suoi sacerdoti e della sua gerarchia. Addirittura, adesso, fin nella persona del Regnante Pontefice. Per quanto riguarda il giudizio dei predecessori di Papa Francesco su don Milani e il suo pensiero, vedremo al capitolo 10 che in passato le cose sono andate diversamente.  

Intanto, è chiaro che l’estesa e generalizzata valorizzazione del pensiero di don Milani, che secondo il suo vescovo Florit è “assolutista”, “dominatore delle coscienze prima ancora che padre” e promotore della “lotta di classe”, ha provocato nel nostro Paese danni gravissimi in un altro dei suoi pilastri portanti, anch’esso citato da Papa Francesco: quello della scuola e dell’educazione. Andiamo a vedere.

2. Lettera da una professoressa

Per una strana legge del contrappasso, cinquanta anni dopo la Lettera a una professoressa, una collega della prima destinataria si trova a leggerla a sua volta. La prof dei nostri giorni si chiama Michela Piovesan, e risponde a don Milani dal blog Hic Rodus, qui. La cito integralmente, come prima testimonianza, perché i suoi argomenti sono ben fondati. 

Caro Don Lorenzo Milani,

a 50 anni dalla sua lettera le risponde una professoressa (no, non è colpa della lentezza delle Poste Italiane, è questo articolo apparso recentemente sul Sole24ore che ha innescato una polemica e mi ha spinto a scriverle). La professoressa delle medie a cui lei si rivolgeva oggi le scrive da una scuola completamente cambiata rispetto al 1967, anche grazie alle sue idee.

O piuttosto dovrei dire a causa delle sue idee?

Quella che lei auspicava, attraverso le parole dei ragazzi di Barbiana, era una scuola che fosse inclusiva, democratica, che aiutasse i figli dei contadini e degli operai a riscattarsi dalla propria condizione di svantaggio culturale e che allo stesso tempo facesse scendere i professori, tutti appartenenti alla borghesia colta, dalle proprie posizioni di privilegio al ruolo di servitori del popolo. Ma c’era anche dell’altro nella lettera, idee sconosciute ai molti che ne parlano con convinzione senza averla mai letta; è un’abitudine molto diffusa oggigiorno, caro Don Milani, oggi che l’analfabetismo è stato praticamente sconfitto siamo tutti esperti e ci sentiamo autorizzati ad esprimere pareri autorevoli su qualsiasi argomento. Basta fare una rapida ricerca in rete e leggere la prima voce, quasi sempre tratta da Wikipedia (un’enciclopedia libera che farebbe la gioia dei suoi alunni), per avere voce in capitolo.

Chi le scrive è un raro esempio di professoressa che quella lettera invece l’ha letta, dato che svolgere un esame approfondito sul caso in questione io lo considero ancora un requisito imprescindibile per argomentare.

Io e i miei colleghi siamo cresciuti tutti in questa nuova scuola, sortita dalla rivoluzione sessantottina, quasi mezzo secolo fa. E tuttavia i nostri insegnanti erano quelli ai quali lei e i suoi alunni vi eravate rivolti chiedendo di eliminare certe materie, cambiare i programmi, abolire la bocciatura: in pratica ripensare tutto il sistema scolastico in cui i professori erano i depositari del sapere che, a suo avviso, custodivano gelosamente per trasmetterlo unicamente a chi ne era degno per nascita. Non certo ai figli dei contadini, Gianni e Sandro, bensì al figlio del dottore: Pierino.

don-milaniRicordiamo un’infanzia in cui in classi da 30 alunni c’erano compagni bocciati alle scuole elementari, si imparavano le poesie a memoria, quelle dei poeti classici, si faceva ancora latino alle medie, e la matematica era una cosa seria. Si leggevano i libri, si studiava storia, geografia, epica, scienze, una lingua straniera, si ascoltava e studiava la musica classica, e chi non si impegnava restava indietro, ma arrivava comunque ad assolvere l’obbligo scolastico, a volte alle scuole serali. I nostri insegnanti erano severi ed autorevoli, ci dicevano che “La scuola è maestra di vita” e sapevamo che era vero: la vita non regala niente a nessuno. Poi progressivamente le cose sono cambiate e alle superiori è arrivato il sei politico, le manifestazioni di protesta, le assemblee di classe, i tatzebao. All’università ci si è potuti laureare in lettere senza aver studiato latino alle scuole superiori.

Noi professori facciamo quotidianamente il confronto tra il ruolo che avevano quegli insegnanti e il nostro ruolo, tra il loro riconoscimento sociale ed il nostro. Forse il feroce attacco da lei condotto a quella professoressa, rappresentante di una borghesia privilegiata che cercava di perpetuare i privilegi della classe cui apparteneva, ha ottenuto il suo scopo. I professori italiani sono i peggio pagati e i meno considerati in Europa, il loro ruolo è costantemente messo in discussione, i metodi di insegnamento criticati da genitori ed esperti, la loro preparazione lacunosa è derisa impietosamente.

E le devo confessare una cosa, caro Don Milani: credo che chi critica i docenti della scuola pubblica italiana abbia proprio ragione. Ma non per i motivi che sosteneva lei, no, anzi: gli insegnanti di oggi sono proprio il frutto della scuola che anche lei ha contribuito a cambiare. Diciamolo: molti sono ignoranti e demotivati, esattamente come gli alunni a cui insegnano.

Rileggo le sue parole:

La laurea non è necessaria per insegnare matematica alle medie, il latino va abolito, la matematica “per insegnarla alle elementari basta saper quella delle elementari. Chi ha fatto terza media ne ha tre anni di troppo. Nel programma delle magistrali si può dunque abolire”.

E i risultati di ciò sono sotto gli occhi di tutti.

06aQuando io e i miei colleghi iniziamo con una classe prima, alla scuola media, che oggi si chiama secondaria di primo grado, ci rendiamo conto ogni anno con sempre maggiore stupore e rabbia, di avere a che fare con piccoli semianalfabeti, usciti così dalle elementari. Ma lo stesso problema ce l’hanno pure i nostri colleghi delle superiori, scuola secondaria di secondo grado (perché amiamo chiamare le cose con nomi altisonanti, per sottolineare che si tratta di qualcosa di diverso e più nobile).

Leggere, scrivere e far di conto sono divenute ‘competenze’ accessorie piuttosto che fondamenti dell’istruzione. Credo non sia onesto scaricare la colpa sulle famiglie, la televisione, le connessioni Internet, gli smartphone, i computer, e altre nuove e tecnologiche agenzie educative molto più influenti, nella formazione di bambini e ragazzi, rispetto alla scuola.

La colpa è anche degli insegnanti, dei dirigenti, e pure dei ministri che si sono avvicendati nella prima e seconda repubblica e che hanno cercato in ogni modo di riformare la scuola; guidati da un falso principio egualitario e democratico hanno voluto che la scuola inclusiva, per scongiurare il rischio abbandono e la segregazione dei meno ‘dotati’ intellettualmente ed economicamente, si adattasse al livello di quelli che sono più indietro. Che aspettasse gli ultimi, che chiudesse un occhio sulle difficoltà perché “poverini, accontentiamoci degli obiettivi minimi, di ciò che riescono a fare” e per carità, niente voti sotto il 4 e soprattutto niente bocciature! Un trauma che sarebbe ingiusto con i più sfortunati.

Proprio come chiedeva lei, Don Milani. Ma chi l’ha detto che anche i meno portati per lo studio, con gli strumenti didattici adeguati, non possano riuscire a raggiungere livelli almeno accettabili in termini di competenze e conoscenze di base?

don-milani-a-barbiana-fonte-la-gazzetta-di-luccaPurtroppo gli obiettivi minimi sono diventati per tutti il livello massimo cui ogni alunno della scuola dell’obbligo, anche il più dotato, può aspirare. Perché spesso la scuola non è in grado di offrire di più dovendo sopperire alle carenze formative troppo vaste della maggioranza degli alunni.

E badi bene che quando parlo di più dotati non mi riferisco ai Pierino, che per lei rappresentava il figlio privilegiato della professoressa e del suo consorte giudice. Parlo di figli del popolo, che grazie alla riforma post ’68 sono potuti arrivare fino alla laurea.

Solo che purtroppo quella laurea oggi vale poco o nulla, se non ci si può permettere una scuola d’eccellenza privata o la frequenza a una prestigiosa università, spesso straniera. E si finisce poi per lavorare in un call center o lavare piatti in un ristorante di Londra “perché così imparo anche l’inglese”. Proprio come Gianni e i suoi compagni, che durante l’estate, a 14 o 15 anni, andavano all’estero a lavorare, perché bocciati dalla professoressa destinataria della sua lettera.

Chi non ha saputo insegnare loro l’inglese adeguatamente? Una figlia del popolo, come loro, la quale ha preso una laurea in lingue nell’era post ’68, quella del 18 politico e dell’istruzione accessibile a tutti a scapito della qualità dei contenuti. La scuola che ha cominciato a promuovere alunni con livelli sempre più bassi di preparazione, a cui anche l’università si è dovuta adeguare. I corsi di ‘Italiano zero’ non sono una novità degli ultimi tempi, pensata per venire incontro agli studenti stranieri: all’Università Ca’ Foscari di Venezia sono stati istituiti negli anni ’90 per consentire ai laureandi di scriversi la tesi da soli in una lingua italiana accettabile.

scuola-protesteLei chiedeva giustamente che si insegnasse l’arte dello scrivere, materia sconosciuta nelle scuole del suo tempo. E tuttavia proponeva di abolire le lingue classiche ‘nate morte’ e lo studio della letteratura, da sostituire con la lettura dei quotidiani e lo studio del Vangelo. Sì, proprio del Vangelo, è una sua proposta, caro Don Milani.

Ciò che ne è sortito è stata una scuola fantasiosa ed approssimativa, che ha visto fiorire bellissimi progetti artistici e creativi, pseudoletterari e multiculturali, ma si è dimenticata le basi: il metodo, quello che si impara proprio studiando le lingue classiche e facendo matematica come si deve.

La collega insegnante d’inglese di cui dicevo, e come lei molte altre, si è ritrovata con un registro in mano per la sua prima supplenza, senza nessuna formazione pedagogica (perché la pedagogia secondo lei andava levata: “ma non son sicuro”, sono le sue parole) e senza alcuna motivazione all’insegnamento. Spesso per ripiego.

Quanti tra noi insegnanti svolgono questa professione perché non hanno trovato nulla di meglio? Certamente essere un insegnante oggi in Italia non è la massima aspirazione per un laureato, ma in mancanza d’altro si può entrare in un comparto in cui non c’è praticamente selezione in entrata, con un comodo orario che consente anche di farne un altro, di lavoro; ma non le ripetizioni contro le quali lei si scagliava, e giustamente (per dare ripetizioni efficaci bisogna essere preparati, altrimenti i risultati non vengono). E nessun controllo sul proprio operato in nome della libertà d’insegnamento. Certo, si resta precari a vita, ma non è forse così un po’ dappertutto?

115740229-8ae70cae-6a1a-4bbd-9edd-b0561733fefaEra una professione prestigiosa prima che si iniziasse, come ha fatto lei con la sua lettera, ad alimentare il risentimento nei confronti di una categoria di lavoratori considerati privilegiati dai più: lei paragonava l’orario di lavoro di un professore con quello di un operaio o di un contadino; è un paragone metodologicamente inaccettabile, ed improponibile in una società democratica in cui il libero accesso all’istruzione a tutti i livelli è sancito dalla costituzione. La sua lettera del resto è zeppa di attacchi immotivati ad insegnanti della scuola pubblica a cui lei contrappone la scuola privata di Barbiana, popolare sì, ma di impronta cattolica più che laica: lei arriva a suggerire addirittura il celibato per coloro che volessero dedicarsi all’insegnamento in modo efficace.

Il risultato invece è stato un progressivo deterioramento del patrimonio di conoscenze del docente medio italiano, uscito dalla scuola riformata senza alcuna selezione, in un mondo che ha dato sempre meno valore alla conoscenza, alla cultura, al piacere della scoperta (se n’è appropriato un programma televisivo disertato proprio dal pubblico per il quale era stato pensato). E per i professori e maestri l’aggiornamento serve solo ad alimentare il business milionario degli inutili e costosissimi corsi che danno il punteggio necessario per arrivare all’agognato posto fisso, il ‘ruolo’.

scuolaLe statistiche di cui la sua lettera è ben fornita (schemi e diagrammi utili ad inquadrare lo stato della scuola nel secondo dopoguerra) oggi si preoccupano principalmente di aumentare la percentuale di diplomati e laureati sulla popolazione italiana (la più bassa in Europa) senza curarsi della corrispondenza dei titoli di studio alle reali conoscenze e competenze acquisite. Nessuno controlla ciò che si insegna, come lo si insegna, e soprattutto quanto efficace sia il metodo d’insegnamento. Chi ha cercato di farlo è stato duramente contestato e prontamente defenestrato (il ministro Berlinguer, ad esempio).

Tuttavia i dati internazionali sul livello dei nostri studenti (P.I.S.A.), confrontati con gli altri paesi dell’OCSE, parlano chiaro: i quindicenni italiani sono agli ultimi posti nella comprensione del testo, in scienze e matematica.

Caro Don Milani, la scuola che lei e i ragazzi di Barbiana desideravate era frutto dell’astio e dell’odio di classe covato per generazioni, ma non ha portato i risultati sperati, il riscatto dei figli delle classi subalterne e la loro affermazione nella società. La mobilità sociale che la scuola dell’Italia post unitaria poteva garantire, ed ha garantito a molte persone con talento e scarsi mezzi, ma con un impegno personale adeguato, oggi non è più garantita dal sistema di istruzione italiano.

La scuola pubblica sforna analfabeti funzionali, gli abbandoni sono ancora in numero considerevole.

E Pierino? Che fine hanno fatto i bambini e i ragazzi con capacità superiori alla media? Chi si occupa di loro organizzando attività di potenziamento, quando non ci sono nemmeno più i denari per i corsi di recupero destinati agli alunni in difficoltà?

itagliano_foto-jpg_296222360Se non si valorizzano le eccellenze, come era nelle intenzioni delle ultime riforme, ma in pratica non è stato fatto per mancanza cronica di fondi, nulla potrà cambiare. Pierino oggi dovrebbe iscriversi ad una scuola privata (lo Stato fornisce i contributi alle famiglie che fanno questa scelta, pur non avendo un reddito adeguato), ma nella maggior parte delle scuole private, soprattutto in provincia, vale l’assioma: pago quindi vengo promosso. La qualità dell’insegnamento è discutibile, i professori ricevono il minimo sindacale e spesso non sono nemmeno abilitati all’insegnamento. Solo in alcune grandi città esistono scuole private di eccellenza, il resto è un parcheggio per i figli della borghesia svogliati e viziati, ma che a tutti i costi devono portare a casa un ‘pezzo di carta’.

I figli dei dottori, dei giudici e delle professoresse che lei odiava tanto, ma alla classe dei quali apparteneva pure lei, caro Don Lorenzo, avrebbero oggi davanti a sé il futuro radioso che lei deprecava perché riservato esclusivamente ai privilegiati? Certamente no, dato che la scuola cui lei ambiva è praticamente una realtà ed ha inesorabilmente livellato verso il basso la preparazione dei propri alunni.

Pierino è ora al livello di Gianni e Sandro, e tutti assieme veleggiano tristemente verso un futuro incerto. Un futuro in cui non hanno nemmeno più il conforto dell’amore per la cultura, per la lettura e la conoscenza scientifica, quella che porta all’educazione che dura tutta la vita (long life learning) anche se si svolge un mestiere non intellettuale.

italiano-500x330La situazione è estremamente complessa: lei, Don Milani, proponeva soluzioni ed io non posso esimermi dal farlo, ma non entrerò nello specifico; la sua lettera era lunga 166 pagine, mi riservo di fare delle proposte puntuali in un altro scritto. Proposte che, come lei sostiene sia corretto, vengono da chi nella scuola ci lavora tutti i giorni.

Tuttavia ad un principio fondante credo sia giusto ispirarsi: smettere di utilizzare la scuola come ammortizzatore sociale (per gli insegnanti) e parcheggio baby sitter gratuito (per gli alunni).

Partiamo dalla missione che, pur se all’apparenza banale, storicamente e culturalmente è imprescindibile dall’istituzione stessa: una scuola che insegni e trasmetta conoscenza a discenti che apprendano.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Michela Piovesan. 

Domatrice di bonobo alle scuole medie, insegno anche italiano, storia e geografia. In 
precedenza consulente aziendale e segretaria factotum per fisici e ingegneri. Diplomata in lingue, in erboristeria, laureata a Ca' Foscari in lettere (studi storici), veneziana doc 
(specie in via di estinzione), occasionalmente guida turistica per gli amici (gratis). 
Velista per passione, vogo alla veneta in laguna.

Mi sembra un’analisi impeccabile, proveniente da una fonte che parla per esperienza diretta, e che spiega in modo puntuale i motivi del fallimento del modello di scuola al quale ha contribuito  per la sua non piccola parte anche l’approccio milaniano al ribasso, quello del “non bocciare”. Che è anche, poi, il fallimento dello Stato italiano. E’ infatti particolarmente significativo il fatto gravissimo che, come ben sa chi insegna, i prof dei  vari  ordini di scuole si ritrovano, in entrata nelle classi prime, larghe percentuali di alunni gravemente impreparati dalle scuole del livello precedente. Nessuno controlla, è tutto finto. Specie al sud. Ci sono scuole dove taroccano anche le prove INVALSI. La soluzione definitiva a questo status quo che sta portando il nostro Paese a picco, nell’indifferenza generale, si può trovare solo nella libertà effettiva di educazione, ricordata da Piovesan. Cioè nel buono-scuola, come dicevo anch’io a suo tempo qui. Ricordando che, certo, la libertà di educazione, per essere vera dev’essere a parità di condizioni economiche per le famiglie, e che però lo Stato italiano non la darà mai di sua sponte, perché perderebbe il controllo sulle menti delle nuove generazioni. E’ necessario cioè che le famiglie stesse ne sentano la necessità e la esigano. Al momento ne siamo ancora lontani, ma credo che la consapevolezza maturerà man mano che andrà ad acuirsi la crisi irreversibile del nostro sistema-Paese. Dissento amichevolmente da Piovesan, solo nel punto dove dice che “lo Stato fornisce i contributi alle famiglie che fanno questa scelta, pur non avendo un reddito adeguato”. Primo, perché in virtù del dettato costituzionale per il quale i genitori sono i primi titolari responsabili dell’educazione dei figli, la vera libertà di educazione deve essere per tutti, non subordinata dal reddito. Secondo, perché mi risulta che, reddito o non reddito, a oggi lo Stato riconosca alla scuola paritaria solo briciole. E’ vero che tante scuole private sono dei diplomifici, ma, come dicevo, di fronte alle conseguenze dei tragici fallimenti educativi che sempre più spesso anche la cronaca ci riporta, verrà il tempo in cui le famiglie, oltre ad assumersi la loro parte in modo più attivo e consapevole, vorranno per i loro figli degli autentici educatori, certamente anche laici, che pure vi sono, anche se temo pochi.

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il prof. Alessandro D’Avenia

Esempio, Alessandro D’Avenia, che insegna in una scuola pubblica non statale. Le scuole, anche quelle non gestite dallo Stato, sono tutte pubbliche, perché fanno un servizio al pubblico. E meno male che c’è anche un Valerio Capasa che insegna alla scuola statale, e pure al sud. Certamente, non saranno i soli insegnanti validi. Ma qualche problema c’è di sicuro, se 

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il prof. Valerio Capasa

600 professori hanno lanciato un pubblico appello-allarme  al Governo, perché la scuola statale non riesce a insegnare più nemmeno la grammatica. Per non parlare, su un fronte più educativo in senso lato, del fatto che all’università cattolica LUMSA, a detta di chi c’è stato,  pare si insegni il mestiere di non-vivere.  Bisogna quindi ripartire da quello che è rimasto.

Da notare dove Piovesan dice, a proposito dell’idea che don Milani ha della scuola 

…Ciò che ne è sortito è stata una scuola fantasiosa ed approssimativa, che ha visto fiorire bellissimi progetti artistici e creativi, pseudoletterari e multiculturali, ma si è dimenticata le basi: il metodo, quello che si impara proprio studiando le lingue classiche e facendo matematica come si deve.

Ovvero, è certamente condivisibile da chiunque il discorso milaniano, citato dal Papa con forza, per il quale

…Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare, ha imparato ad imparare, – è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà!…

…ma la conseguenza di quello che ha giustamente evidenziato Piovesan è che il metodo di don Milani era però concepito in modo astratto, drammaticamente vuoto di contenuti validi. Lo dimostra l’intervento successivo, quello della prof. Cesarina Dolfi.

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Stefano Borselli, direttore de “Il Covile”

Ecco, appunto, altre due voci molto interessanti. L’amico Stefano Borselli, direttore della rivista web di cultura “Il Covile”, nel 2007 pubblicò in rete un dossier collettaneo, dal titolo “Su don Milani e il donmilanismo”. In esso venivano approfondite le ragioni per le quali il pensiero del priore di Barbiana ha anticipato e fomentato il disastro educativo e antropologico in senso lato, che è oggi sotto i nostri occhi. Borselli presenta il n. 403 della rivista, del 4 luglio 2007, che è incorporato nel dossier:

Avevo promesso di tornare sugli effetti della Lettera sulla scuola, lo faccio presentando due testimonianze. La prima, che ricorda anche la professoressa della Lettera, è stata scritta per noi da una emerita professoressa di matematica, nonché preside alle medie, la seconda è tratta dal capitolo finale del libro, ormai introvabile, di Roberto Berardi: Berardi è poi l’ispettore scolastico che inquisì Vera Spadoni Salvanti (ovviamente non trovando niente di sbagliato nel suo operato) dopo la denuncia al Ministero che don Milani aveva organizzato. Cesarina Dolfi non se l’è sentita di scriverlo, ma per l’intelligenza del testo devo rivelare che la mamma che l’aggredì era una Milani-Comparetti.

Questi i due testi:

RICORDI DI UNA PROFESSORESSA (DI CESARINA DOLFI)

Nell’ormai lontano 1992, a venticinque anni dalla morte di don Milani. Il giornale La Stampa pubblicò l’intervista di Gabriella Simoni alla prof. Vera Spadoni, nota perché chiamata in causa nel libro Lettera a una professoressa. Quell’articolo merita di essere ripreso in questi giorni nei quali da più parti si ricorda don Lorenzo Milani nel quarantesimo della sua scomparsa. La prof. Vera Spadoni è stata un’insegnante capace di trasmettere ai suoi allievi l’amore per il sapere, il desiderio di formarsi una propria cultura, attraverso la lettura dei poeti contemporanei. Infatti si sente viva la necessità di affrontare i temi del momento.

La nota dominante della critica della scuola che don Milani esprime fa riferimento al problema delle “bocciature”… che ancora oggi interessa il pubblico. E qui affiora in chi scrive un ricordo molto sgradevole. Nei primi giorni di scuola del lontano 1966 una mamma mi aggredì perché la sua figliola si trovava inserita in una prima media nella quale c’erano ben dieci “bocciati”. In modo violento mi disse che dovevo vergognarmi, perché al termine dell’anno precedente avevo (naturalmente nel consiglio di classe) bocciato dieci alunni. Il tono era duro e espresso in pubblico. Non ero in grado di dare delle spiegazioni precise e la invitai ad andare dal Preside che provvide a trasferire l’alunna. Ma, ancora oggi, quell’incontro brucia.

Un secondo episodio: poco tempo dopo il consiglio di classe decise di promuovere un’alunna che agli esami di settembre aveva consegnato il compito in bianco. Non posso fare commenti!

Aggiungo che una mia collega, docente nella scuola media di Vicchio, ebbe più volte l’occasione di esaminare i ragazzi di Barbiana, che manifestavano una preparazione molto scarsa. Oggi ripete spesso che don Milani appariva “un buon padre di famiglia”, che desiderava offrire ai ragazzi la possibilità di andare avanti, ma non era capace di ottenere i risultati sperati, perché era del tutto assente l’impegno a “fare cultura”.

Proprio Vera Spadoni alla sua alunna esprime il suo pensiero: “chi ha appoggi se la cava comunque, ma chi è povero deve armarsi della cultura. Erano timidi, ma non si può essere timidi per tutta la vita. Per loro il futuro sarebbe stato più duro, ma io non dovevo illuderli che tutto fosse facile, che c’era il «sei politico». Che a 13 anni si potesse insegnare ai bambini di cinque, sei anni”.

Quello che impressiona è il fatto che — come risulta dal libro — don Milani non conoscesse il lavoro che era stato realizzato negli anni cinquanta per creare la scuola secondaria di primo grado, obbligatoria per i ragazzi dagli 11 ai 14 anni. Manca ogni riferimento a quanto, sotto la guida di Gesualdo Nosengo — fondatore dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti medi — fu realizzato. I programmi del 1963 sono ignorati del tutto.

C. D.

Dice Cesarina Dolfi:

Un secondo episodio: poco tempo dopo il consiglio di classe decise di promuovere un’alunna che agli esami di settembre aveva consegnato il compito in bianco. Non posso fare commenti!

A sentire di questi episodi, mi vien da pensare a quante umiliazioni hanno subìto, e quante se ne sono auto-inferte, gli insegnanti in quegli anni. Passiamo all’intervento successivo.

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UN LIBRO SBAGLIATO (DI ROBERTO BERARDI) Da: “Lettera a una Professoressa” – Un mito degli anni Sessanta

Shakespeare and Company, 1992, Milano.

La Lettera, oltre alla vendetta di cui non faceva mistero, si riprometteva di fare qualcosa che servisse agli alunni e ai loro genitori, cui rivolgeva l’invito a organizzarsi. Nella realtà, le conseguenze furono largamente negative, e proprio a carico di quei ceti che Milani diceva di voler aiutare.

L’amore per i più poveri era reale. Ma nell’animo di chi scriveva la Lettera esso veniva elaborato attraverso la mediazione di groppi psicologici negativi, per cui fu riespresso nella forma di una predicazione di odio per i veri o presunti nemici dei poveri. Questa atmosfera deformante è forse l’elemento che più ha danneggiato la Lettera, sia per la reazione emotiva nei lettori che detestavano gli estremismi, pur perseguendo il miglioramento della scuola del popolo, sia perché la faziosità ha alterato gravemente i contenuti e la solidità logica dell’impianto. Così, sovente, la verità è stata trasformata in sofisma, le analogie non hanno avuto legami reali tra loro, dalle premesse sono state tratte conseguenze che solo apparentemente sono tali. […]

I motivi del successo

[…] Il centro sinistra, isolando all’opposizione il partito comunista e i suoi fiancheggiatori, aveva acuito in quegli anni la polemica politica; l’esaltare la figura di don Milani e tutto quanto egli faceva e diceva — anche se le sue posizioni, per il loro stesso estremismo, non collimavano con quelle di molti suoi sostenitori — poteva servire, e servì alla polemica antigovernativa, e più latamente alla polemica contro la società “capitalistica e borghese”, di cui molti, all’estrema sinistra, ritenevano prossima la disfatta.

Oltre al clima politico, contribuì al successo della Lettera anche, e forse più, l’atmosfera culturale dell’epoca. Da parecchi anni era venuto di moda nei libri, sui giornali, nelle università, il criticare astrattamente e radicalmente le istituzioni e i loro rappresentanti, dallo Stato alla famiglia alla scuola, dai governanti ai genitori ai professori, rispolverando miti giovanilistici che avevano avuto fortuna sotto il fascismo, quando persino l’inno nazionale era Giovinezza, e i giovani erano presentati come il motore della storia. […]

La contestazione studentesca, affacciatasi nelle nostre università intorno al 1965, avviò quel processo di alterazione fantastica della verità, di disprezzo portentoso dei fatti che di crescendo in crescendo avrebbe preparato il terreno culturale ai deliri dell’eversione armata. Di questa tendenza all’alterazione della verità, la Lettera è già documento; e ciò contribuì al suo successo tra gli utopisti, che di tale alterazione si alimentavano Essa fu pure eco e amplificazione dei fermenti populistici di quegli anni; il suo successo fu anche dovuto alla contemporanea diffusione della “cultura” dello Stato assistenziale che nella tesi fondamentale della Lettera trovò una sponda (il “non bocciare” corrispondeva in certo modo al “non rifiutare mai una pensione d’invalidità” atteggiamento che venne di moda in quegli anni, e durò a lungo).

Questi elementi, aggiunti alla partigianeria ideologica e al plumbeo classismo, spiegano perché il libretto abbia avuto tanta fortuna tra i contestatori. Le forze eversive, sfruttando di volta in volta i singoli punti della Lettera che più convenivano consolidarono a loro volta il mito dell’opuscolo, e quindi della “scuola di Barbiana”, di cui il priore aveva posto le basi con l’incessante autoapologia.

Non va infine dimenticato il posto che ebbero i mezzi d’informazione nel diffondere e accreditare tale mito. In fondo le forze contestatrici nella scuola e nella società italiana furono sempre minoranza, anche negli anni della loro maggiore fortuna. Se diedero l’impressione, in certi momenti, di aver preso il sopravvento fu perché le redazioni dei giornali, della radio e della televisione furono a lungo dominate dagli estremisti o da coloro che per conformismo si adeguavano alle loro posizioni perciò la Lettera e la “scuola di Barbiana” ebbero sempre il pregiudizio favorevole. I dissenzienti non avevano accesso ai giornali, ai microfoni, al video. Gli uffici editoriali non li gradivano: uscirono volumi antologici che sulla Lettera e sulla “scuola di Barbiana” raccolsero panegirici o almeno scritti di consenso, ma le cui eventuali riserve, rare e prudenti, dovevano essere cercate tra le righe; nessuno che fosse dedicato alle voci dissenzienti. Così si spiega anche il conformismo degli intellettuali che non volevano essere esclusi dal giro. […]

Le conseguenze negative

Alle valutazioni interessate dello scritto corrispose un’applicazione devastante dei suoi presunti modelli pedagogici e didattici. Confluendo nel torrente sessantottesco insieme agli scritti di Marcuse e di Mao, la Lettera vi portò un’idea fiabesca della “scuola di Barbiana” e della sua “rivoluzione”. Questa fiaba fu vista come un archetipo da imitare. La parola d’ordine più seguita, all’inizio, fu “né registro, né voti”. In realtà, volendo conservare i benefici dell’uno e dell’altro sistema, fu introdotto il “voto unico dequalificato”: non solo “tutti promossi”, ma anche, dove i docenti erano d’accordo, il medesimo voto (il “sei”, ma assai più spesso l’“otto”, persino il “dieci”) a tutti gli alunni in tutte le materie, “per debellare la competitività e la meritocrazia”. Dove il docente contestatore era uno solo, il voto unico capitava solo nella sua materia. Alla maturità ci furono commissioni che diedero il “sessanta” (secondo il nuovo sistema di valutazione introdotto nel 1969) a tutti i candidati indistintamente. In certi licei scientifici fu abolito di fatto il latino, altro bersaglio della Lettera, e negazione del presentismo (i compiti in classe venivano effettuati comodamente a casa, e poi ricopiati in aula “per far contento il Ministero”).

Nella scuola media il modello barbianese più seguito fu la composizione collettiva. Si abolirono i lavori scritti individuali, non solo i “temi”, ma anche i quaderni degli appunti e degli esercizi. Gli uni e gli altri furono sostituiti con “lavori di gruppo” che potevano avere per oggetto una “ricerca” seria, ma ridursi anche ad un cartellone murale su un argomento di attualità preso dal giornale. Eccettuati casi rari dovuti ad un impegno eccezionale del docente, questi “lavori di gruppo” consentivano a chi aveva meno iniziativa, o era pigro, o meno istruito, di starsene passivo, e ai “pierini” di emergere divenendo i leader del gruppo: essi restavano così gli unici a trar profìtto dal lavoro, e ad appropriarsi dei contenuti culturali e della capacità di comporre. Il “presentismo”, con l’introduzione del giornale, non ad integrazione ma in sostituzione di materie istituzionali, offrì poi l’occasione per discorsi sull’oggi — ed è superfluo dire di quale tenore, visto il clima estremizzante dell’epoca — ma senza quei punti di riferimento che solo il passato può offrire, e senza quell’organicità del sapere che solo viene, nella scuola italiana dei nostri tempi, dallo studio istituzionale e dallo sfruttamento regolare e sistematico dei manuali, integrati, per quanto è possibile, con la lettura dei libri della biblioteca.

La scuola media, alla fine, restituiva alla famiglia e alla società ragazzi preparati non più di quanto lo fossero al momento di entrarvi. […]

Solo un documento

La Lettera insomma contribuì, con altre forze disgregatrici, ad abbassare il livello della scuola dell’obbligo a danno dei ceti più indifesi, e a creare disordine anche nelle scuole superiori. In parte la responsabilità fu di chi, consapevolmente o meno, trasformò un pamphlet in una sorta di tavola della legge, in cui si scorgeva a volta a volta un programma educativo che apriva nuovi orizzonti, o un esempio rivoluzionario di nuova struttura scolastica, o una fucina di nuove didattiche e di nuovi programmi da imitare o da applicare. Ma la responsabilità prima fu dell’autore, che sotto l’apparenza di un discorso che riguardava la scuola e gli alunni dei ceti più diseredati, non solo diffuse informazioni infondate e giudizi ingiusti, ma si propose scopi ben più ideologici (in senso contestativo) che scolastici. Scopi legittimi, in un paese libero, ma che per la forma con cui furono perseguiti crearono confusione, mescolando ideologia e tecnica didattica, ideologia (sempre settoriale) e formazione dell’uomo (sempre universale).

Nel perseguimento dei suoi scopi, comunque, il libro ha registrato un fallimento. Esso vale oggi come un documento marginale della lotta di classe del suo tempo, e perciò appartiene a buon diritto alla pubblicistica sociale. Ma non è qualcosa che documenti con serietà la storia dell’educazione e dell’istruzione negli anni ‘60, né delinea un programma fattibile, né presenta un modello imitabile. Insomma, non è uno scritto che abbia giovato o che possa giovare all’educazione, all’insegnamento e agli alunni. In questa ottica fu, e rimane, un libro sbagliato.

R. B.

Potrebbe bastare e avanzare, ma il tema delle ancor oggi sempre più drammatiche conseguenze dell’interpretazione milaniana dell’educazione e della scuola, mi suggerisce di citare, sempre estratto dal dossier citato, il successivo n. 404 del Covile, datato 10 luglio 2007. Borselli presenta

la testimonianza di uno dei non pochi “figli del popolo” arrivati all’insegnamento universitario per merito solo del proprio talento e di quella scuola classista e selettiva che oggi non esiste più grazie alla realizzazione della “riforma” donmilaniana.

DON MILANI, IL PROFETA DEL ’68 (DI MAURIZIO GRASSINI)

Torinese, con padre ufficiale di marina (con tanto di monocolo), madre pianista, casa in collina e villa a Pino Torinese, mio compagno di studi al Collegio Antonio Pacinotti (ora Scuola S. Anna) mi annunciò con solennità e rallegramento l’apparizione di Lettera a una professoressa, un libro scritto da un certo Lorenzo Milani, un prete tanto intelligente che con spirito democratico faceva apparire l’opera come il frutto di un lavoro collegiale dove l’autore sarebbe stato la “Scuola di Barbiana” da lui fondata, inventata e gestita in una frazione montana del Mugello. Tra le scoperte sulle quali veniva richiamata la mia attenzione c’era quella dell’estrazione sociale quale elemento condizionante l’accesso e il successo negli studi. Era più facile, sosteneva il sacerdote, laurearsi se il genitore o i genitori erano laureati, mentre era molto più difficile giungere ai livelli più alti dell’istruzione per un giovane cresciuto in campagna, lontano dai luoghi con vita culturale vivace e con genitori analfabeti. Il mio compagno con sincerità riteneva, sostenuto da quanto contenuto in questo libro, di rivelare questa grande verità a me con padre con la quinta elementare e madre casalinga, sarta, molto intelligente ma con la terza elementare. Lui ci magnificava la sinfonia Dal nuovo mondo di Dvorak e ascoltava i concerti brandenburghesi di Bach; la cultura musicale che respiravo io in famiglia spaziava tra Grazie dei fior e Buongiorno tristezza. Solo molto più tardi scoprii che nei miei parenti viveva l’eco delle arie pucciniane e del mito di Pietro Mascagni, un tratto popolare e nobile tipico della gente della costa toscana.

Colpito da tanta banalità nell’annuncio entusiastico del compagno torinese, andai, come si dice, alle fonti, cioè lessi il libro Lettera a una professoressa. Una lettura che consiglio perché consente di capire soprattutto come mai tanta fama circondi il prete di Barbiana e soprattutto in quali ambienti ne viene tuttora coltivata la memoria.

Questo libro riproponeva un’analisi della realtà già introdotta con grande clamore da Ugo La Malfa quattro anni prima nella “Nota aggiuntiva”, un supplemento straordinario alla Relazione sulla situazione economica del Paese che, in qualità di Ministro del Bilancio, licenziò nel marzo del 1963. L’innovazione consisteva nell’affrontare e commentare fenomeni economici e sociali facendo uso delle statistiche. Percentuali, indici e tabelle consentivano di dare una dimensione concretata della realtà a differenza delle denunce basate sulle emozioni generate dall’oratoria tribunizia. Un’innovazione che avrebbe dovuto migliorare il confronto politico, ma che è stata coronata da totale insuccesso.

Un secondo messaggio contenuto nel libro è il continuo richiamo alla divisione del mondo in due classi: i ricchi e i poveri; un’esortazione, questa, a guardare la società che ci circonda con gli occhiali dell’ideologia comunista. Un po’ come il libro dal titolo “La lotta di classe in Tanzania” che mi capitò di vedere nelle vetrine delle poche librerie di Dar es Salaam, un paese a quel tempo comodamente accoccolato nelle mani dei consiglieri sovietici. Ma l’idea fissa di don Lorenzo Milani era quella di imporre l’uguaglianza volutamente definita nella sua irrealizzabilità, cioè eliminare ogni differenza inclusa quella indotta dai propri genitori, una differenza che sarebbe eliminabile solo se fosse possibile sceglierseli. L’impossibilità biologica dell’assunto indusse furbescamente il prete di Barbiana a sentenziare che a scuola nessuno doveva rimanere indietro e tutti erano tenuti a fermarsi per seguire i tempi di apprendimento dello svogliato e comunque non umiliarlo mettendolo di fronte a intelligenze più vivaci. La maestra elementare di Robert Oppenheimer (il fisico teorico americano che è stato direttore del progetto Manhattan a Los Alamos, New Mexico), invece, fece notare al suo alunno che con la sua mente aveva il dovere di non puntare al facile obiettivo di essere semplicemente il primo della classe. Il pedagogo di Barbiana, al contrario, sentenziava, “Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme” di cui basta ricordare la prima – “Non bocciare” – per comprendere a pieno gli effetti di queste predicazioni sull’evoluzione della scuola dal sessantotto alla riforma dell’università di Luigi Berlinguer. Così, con la scusa che la miscela genitori-origini sociali genera disuguaglianza e, di conseguenza, frustrazione in molti ragazzi che affrontano la scuola, i seguaci del prete di Barbiana hanno pensato di realizzare l’eguaglianza distruggendo l’insegnamento dalle elementari all’università. Ci sono riusciti e taluni ora chiamano don Lorenzo Milani “il profeta”.

(M. G.)

Con quest’ultimo intervento mi pare che abbiamo chiarito a sufficienza la questione educativa milaniana. I tre testimoni che abbiamo appena sentito ci hanno ben spiegato i meccanismi ideologici per i quali il priore, aggiungo fra l’apologia quantomeno ideale di ceffoni e cinghiate come ausili educativi, ha dato un significativo contributo all’affossamento della scuola italiana, che ancora oggi è in mezzo al guado di una drammatica Caporetto educativa. Se penso alle tante scuole della Repubblica intestate a don Milani, mi vengono i brividi.

Ma il priore ha provocato, in prima istanza, anche l’impoverimento culturale e umano dei suoi propri sfortunati e inconsapevoli allievi, i quali, subìto l’indottrinamento classista da parte del priore, ancora oggi ritengono di aver ricevuto da lui un gran bene. Me ne dispiaccio assai per loro, immaginando la loro reazione se si trovassero a leggere queste pagine.  Mi dispiaccio per loro e con loro per quanto ho dovuto scrivere, non a cuor leggero ma per il bene di tutti noi, delle nostre famiglie, del nostro Paese. Dopo cinquant’anni di questo falso mito che ha avvelenato tante coscienze, e ancora seguita a farlo, dobbiamo deciderci a guardare in faccia la realtà – serenamente! – e a liberarci dal perfido incantesimo milaniano una volta per tutte. Idealmente, guardo negli occhi queste persone, e offro loro il mio abbraccio. 

A questo punto devo fare un’annotazione importante. Roberto Berardi, nonostante la serrata critica, riconosce però al priore che il suo

amore per i più poveri era reale”

e su questo anche il Papa, si sa, ha speso parole impegnative.

Abbiamo visto come anche il Cardinal Florit scrive a don Milani, a mio personale avviso forse con una delicatezza perfino eccessiva, che 

l’atteggiamento che assumi nelle tue polemiche, nelle tue denunce, esprime certamente un sincero amore della verità, di Dio, dei poveri,”

sia pure con la riserva che

ma non di rado ferisce gli altri oppure offre occasioni o pretesti a chi vuol colpire la Chiesa o non la conosce”.

“Non di rado ferisce gli altri”, dice Florit. Il che significa che l’approccio aggressivo di don Milani non è isolato ma ricorrente, tanto da collocarlo nel ruolo del “feritore”, piuttosto che in quello del “ferito”, come sovente si sente dire. Anzi, direi ancor meglio che in realtà don Milani non viene ferito dal suo prossimo, col quale egli si pone in continuo conflitto, ma si ferisce da solo, con la sue perenni polemiche scomposte. Non è da escludere che anche il linfogranuloma che ha causato la sua morte a poco più di quarant’anni, sia da imputare a quegli implacabili meccanismi fisiologici autodistruttivi che vengono innescati da un temperamento collerico.

Però, tornando alla sincerità dell’amore del priore di Barbiana “della verità, di Dio, dei poveri,” sia Florit che Berardi ai rispettivi tempi, come suppongo anche oggi Papa Francesco, non erano al corrente dell’inquietante ammissione di pulsioni omosessuali e pedofile, dichiarate dallo stesso don Milani in questa sua lettera  all’amico e biografo Giorgio Pecorini.

Tale rivelazione, che non è nuova, ma che è stata incredibilmente sottovalutata e/o volutamente e colpevolmente ignorata, mi pare dimostri che l’amore del priore verso l’umanità ferita con la quale egli veniva in contatto non poteva, per forza di cose, essere così cristallino come egli stesso proclamava, e come molti hanno creduto. Approfondirò il tema delle pulsioni omosessuali e pedofile del priore nel capitolo 5. Nel capitolo 4 andremo invece a vedere le implicazioni profonde del cuore di tenebra milaniano, in relazione all’altra sua tendenza istintiva: quella per la violenza rivoluzionaria e lo spargimento del sangue dei nemici del popolo

Col che, spiace ancora una volta dirlo, ma la realtà dei fatti séguita ineluttabilmente a manifestarsi, anche la fiducia di Papa Francesco sulla bontà della scuola milaniana si rivela mal riposta. 

Passiamo ora al tema dell’obiezione di coscienza, richiamato dal Papa, per come il priore l’ha vissuto.

3. “Pacifista”, ma non operatore di pace

images (2)La questione dell’obiezione di coscienza militare dal punto di vista cattolico è piuttosto complessa da trattare, e proprio per questo merita di essere approfondita. Specie perché anche a essa Papa Francesco si è riferito. Don Milani ne avvia una pubblica querelle con la sua risposta all’ordine del giorno dell’Associazione dei cappellani militari in congedo della Toscana, pubblicato su La Nazione del 12 febbraio 1965. Trovate i due testi qui, ma è bene che io li riporti integralmente:

L’ordine del giorno dei cappellani militari in congedo della Toscana

Nell’anniversario della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno:

« I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale della associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria.
Considerano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»

L’assemblea ha avuto termine con una preghiera di suffragio per tutti i caduti.

[da La Nazione del 12 Febbraio 1965]


Lettera di don Lorenzo Milani ai cappellani militari toscani
che hanno sottoscritto il comunicato dell’11 Febbraio 1965

Diseredati ed Oppressori

Da tempo avrei voluto inviare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo. Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola. Io l’avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente. Primo perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch’io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.
Secondo perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi. Nel rispondermi badate che l’opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d’un vostro silenzio, né d’una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.

Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.

Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.

Articolo 11. « L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli… ».
Articolo 52. « La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino ».

Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia. Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l’onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile? Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico. Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine d’un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri « superiori » sfidando la prigione o la morte? se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando nel vostro comunicato di non avere la più elementare nozione del concetto di obiezione di coscienza.
Non potete non pronunciarvi sulla storia di ieri se volete essere, come dovete essere, le guide morali dei nostri soldati. Oltre a tutto la Patria, cioè noi, vi paghiamo o vi abbiamo pagato anche per questo. E se manteniamo a caro prezzo (1000 miliardi l’anno ) l’esercito, è solo perché difenda colla Patria gli alti valori che questo concetto contiene: la sovranità popolare, la libertà, la giustizia. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che alla obbedienza.
L’obiezione in questi 100 anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo.

Scorriamo insieme la storia. Volta volta ci direte da che parte era la Patria, da che parte bisognava sparare, quando occorreva obbedire e quando occorreva obiettare.

1860. Un esercito di napoletani, imbottiti dell’idea di Patria, tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria. Fra quei briganti c’erano diversi ufficiali napoletani disertori della loro Patria. Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha in qualche piazza d’Italia un monumento come eroe della Patria.
A 100 anni di distanza la storia si ripete: l’Europa è alle porte.
La Costituzione è pronta a riceverla: « L’Italia consente alle limitazioni di sovranità necessarie… ».
I nostri figli rideranno del vostro concetto di Patria, così come tutti ridiamo della Patria Borbonica. I nostri nipoti rideranno dell’Europa. Le divise dei soldati e dei cappellani militari le vedranno solo nei musei.

La guerra seguente 1866 fu un’altra aggressione. Anzi c’era stato un accordo con il popolo più attaccabrighe e guerrafondaio del mondo per aggredire l’Austria insieme.

Furono aggressioni certo le guerre (1867-1870) contro i Romani i quali non amavano molto la loro secolare Patria, tant’è vero che non la difesero. Ma non amavano molto neanche la loro nuova Patria che li stava aggredendo, tant’è vero che non insorsero per facilitarle la vittoria. Il Gregorovius spiega nel suo diario:
« L’insurrezione annunciata per oggi, e stata rinviata a causa della pioggia ».

Nel 1898 il Re « Buono » onorò della Gran Croce Militare il generale Bava Beccaris per i suoi meriti in una guerra che è bene ricordare. L’avversario era una folla di mendicanti che aspettavano la minestra davanti a un convento di Milano. Il Generale li prese a colpi di cannone e di mortaio solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare tasse. Volevano sostituire la tassa sulla polenta con qualcosa dl peggio per i poveri e di meglio per loro. Ebbero quel che volevano. I morti furono 80, i feriti innumerevoli. Fra i soldati non ci fu né un ferito né un obiettore. Finito il servizio militare tornarono a casa a mangiare polenta. Poca perché era rincarata.

Eppure gli ufficiali seguitarono a farli gridare « Savoia » anche quando li portarono a aggredire due volte (1896 e 1935) un popolo pacifico e lontano che certo non minacciava i confini della nostra Patria. Era l’unico popolo nero che non fosse ancora appestato dalla peste del colonialismo europeo.

Quando si battono bianchi e neri siete coi bianchi? Non vi basta di imporci la Patria Italia? Volete imporci anche la Patria Razza Bianca? Siete di quei preti che leggono la Nazione? Stateci attenti perché quel giornale considera la vita d’un bianco più che quella di 100 neri. Avete visto come ha messo in risalto l’uccisione di 60 bianchi nel Congo, dimenticando di descrivere la contemporanea immane strage di neri e di cercarne i mandanti qui in Europa?

Idem per la guerra in Libia.

Poi siamo al ’14. L’Italia aggredì l’Austria con cui questa volta era alleata. Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria. Avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti? Che la stragrande maggioranza della Camera era con lui (450 su 508)? Era dunque la Patria che chiamava alle armi? E se anche chiamava, non chiamava forse a una « inutile strage »? (l’espressione non è d’un vile obiettore di coscienza ma d’un Papa).

Era nel ’22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero. Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la Coscienza invece che con l’Obbedienza « cieca, pronta, assoluta » quanti mali sarebbero stati evitati alla Patria e al mondo (50.000.000 di morti). Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina, e riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo. In quei tragici anni quei sacerdoti che non avevano in mente e sulla bocca che la parola sacra « Patria », quelli che di quella parola non avevano mai voluto approfondire il significato, quelli che parlavano come parlate voi, fecero un male immenso proprio alla Patria (e, sia detto incidentalmente, disonorarono anche la Chiesa).

Nel ’36 cinquantamila soldati italiani si trovarono imbarcati verso una nuova infame aggressione. Avevano avuto la cartolina di precetto per andar « volontari » a aggredire l’infelice popolo spagnolo.
Erano corsi in aiuto d’un generale traditore della sua Patria, ribelle al suo legittimo governo e al popolo suo sovrano. Coll’aiuto italiano e al prezzo d’un milione e mezzo di morti riuscì a ottenere quello che volevano i ricchi: blocco dei salari e non dei prezzi, abolizione dello sciopero, del sindacato, dei partiti, d’ogni libertà civile e religiosa.

Ancora oggi, in sfida al resto del mondo, quel generale ribelle imprigiona, tortura, uccide (anzi garrota) chiunque sia reo d’aver difeso allora la Patria o di tentare di salvarla oggi. Senza l’obbedienza dei « volontari » italiani tutto questo non sarebbe successo.
Se in quei tristi giorni non ci fossero stati degli italiani anche dall’altra parte, non potremmo alzar gli occhi davanti a uno spagnolo. Per l’appunto questi ultimi erano italiani ribelli e esuli dalla loro Patria. Gente che aveva obiettato.
Avete detto ai vostri soldati cosa devono fare se gli capita un generale tipo Franco? Gli avete detto che agli ufficiali disobbedienti al popolo loro sovrano non si deve obbedire?

Poi dal ’39 in là fu una frana: i soldati italiani aggredirono una dopo l’altra altre sei Patrie che non avevano certo attentato alla loro (Albania, Francia, Grecia, Egitto, Jugoslavia, Russia).

Era la guerra che aveva per l’Italia due fronti. L’uno contro il sistema democratico. L’altro contro il sistema socialista. Erano e sono per ora i due sistemi politici più nobili che l’umanità si sia data. L’uno rappresenta il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, libertà e dignità umana ai poveri. L’altro il più alto tentativo dell’umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri.
Non vi affannate a rispondere accusando l’uno o l’altro sistema dei loro vistosi difetti e errori. Sappiamo che son cose umane. Dite piuttosto cosa c’era di qua dal fronte. Senza dubbio il peggior sistema politico che oppressori senza scrupoli abbiano mai potuto escogitare. Negazione d’ogni valore morale, di ogni libertà se non per i ricchi e per i malvagi. Negazione d’ogni giustizia e d’ogni religione. Propaganda dell’odio e sterminio d’innocenti. Fra gli altri lo sterminio degli ebrei (la Patria del Signore dispersa nel mondo e sofferente).

Che c’entrava la Patria con tutto questo? e che significato possono più avere le Patrie in guerra da che l’ultima guerra è stata un confronto di ideologie e non di Patrie?

Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra « giusta » (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altro dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altro soldati che avevano obiettato. Quali dei due contendenti erano, secondo voi, i « ribelli » quali i « regolari »?
È una nozione che urge chiarire quando si parla di Patria. Nel Congo per esempio quali sono i « ribelli »?

Poi per grazia di Dio la nostra Patria perse l’ingiusta guerra che aveva scatenato. Le Patrie aggredite dalla nostra Patria riuscirono a ricacciare i nostri soldati. Certo dobbiamo rispettarli. Erano infelici contadini o operai trasformati in aggressori dall’obbedienza militare. Quell’obbedienza militare che voi cappellani esaltate senza nemmeno un « distinguo » che vi riallacci alla parola di san Pietro: « Si deve obbedire agli uomini o a Dio? ». E intanto ingiuriate alcuni pochi coraggiosi che son finiti in carcere per fare come ha fatto San Pietro.

In molti paesi civili (in questo più civili del nostro) la legge li onora permettendo loro di servire la Patria in altra maniera. Chiedono di sacrificarsi per la Patria più degli altri, non meno. Non è colpa loro se in Italia non hanno altra scelta che di servirla oziando in prigione.
Del resto anche in Italia c’è una legge che riconosce una obiezione di coscienza. È proprio quel Concordato che voi volevate celebrare. Il suo terzo articolo consacra la fondamentale obiezione di coscienza dei Vescovi e dei Preti.

In quanto agli altri obiettori, la Chiesa non si è ancora pronunziata né contro di loro né contro di voi. La sentenza umana che li ha condannati dice solo che hanno disobbedito alla legge degli uomini, non che son vili. Chi vi autorizza a rincarare la dose? E poi a chiamarli vili non vi viene in mente che non s’è mai sentito dire che la viltà sia patrimonio di pochi, l’eroismo patrimonio dei più? Aspettate a insultarli. Domani forse scoprirete che sono dei profeti. Certo il luogo dei profeti è la prigione, ma non è bello star dalla parte di chi ce li tiene.

Se ci dite che avete scelto la missione di cappellani per assistere feriti e moribondi, possiamo rispettare la vostra idea. Perfino Gandhi da giovane l’ha fatto. Più maturo condannò duramente questo suo errore giovanile. Avete letto la sua vita?
Ma se ci dite che il rifiuto di difendere sé stesso e i suoi secondo l’esempio e il comandamento del Signore è « estraneo al comandamento cristiano dell’amore » allora non sapete di che Spirito siete! che lingua parlate? come potremo intendervi se usate le parole senza pesarle? se non volete onorare la sofferenza degli obiettori, almeno tacete!

Auspichiamo dunque tutto il contrario di quel che voi auspicate: auspichiamo che abbia termine finalmente ogni discriminazione e ogni divisione di Patria di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si son sacrificati per i sacri ideali di Giustizia, Libertà, Verità. Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il solo malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.

Lorenzo Milani, sacerdote

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la foiba

Le parole “espressione di viltà” riferite dai cappellani militari all’obiezione di coscienza credo vadano riferite al clima di quel tempo, in cui il secondo conflitto mondiale, la guerra partigiana e le vicende dell’annessione dell’Istria e di Fiume alla Jugoslavia, con le loro sofferenze inenarrabili, erano ancora recenti. Non sono parole che io, d’istinto, mi sentirei di condividere oggi, pensando, esempio, alla storia vera di Desmond Doss, obiettore di coscienza nell’esercito USA durante la Seconda guerra mondiale, narrata nel recente film di Mel Gibson La battaglia di Hacksaw Ridge.  Però Doss, obiettore per motivi religiosi, era membro della della Chiesa cristiana avventista del settimo giorno, che è una setta protestante. Setta nel senso che gli avventisti non sono una chiesa cristiana, perché negano alcuni capisaldi del cristianesimo, come fanno anche i geovisti o gli anabattisti. Per cui, potrebbe essere che il coraggio di Doss, al limite dell’incoscienza, sia stato in qualche modo propiziato dalla sua convinta e acritica adesione a una dottrina religiosa non veritiera.

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Hacksaw Ridge

Su come ufficialmente la Chiesa cattolica si ponga nei confronti dell’obiezione di coscienza militare, in rete vi è abbondanza della narrazione delle suggestioni e iniziative guidate negli anni ’60 da don Milani, padre Balducci e Aldo Capitini, che videro poi protagonista anche Giorgio La Pira. Queste però ovviamente non rappresentano la posizione della Chiesa-istituzione.

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il padre Ernesto Balducci

 

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Aldo Capitini

Trovo però la notizia che l’obiezione di coscienza era stata definita da Gregorio XVI un “vaneggiamento”, e che nel 1955 Pio XII durante il radiomessaggio “ai fedeli e ai popoli del mondo intero” disse:

Se dunque una rappresentanza popolare e un Governo eletti con libero suffragio, in estremo bisogno, coi legittimi mezzi di politica estera ed interna, stabiliscono provvedimenti di difesa ed eseguiscono le disposizioni a loro giudizio necessarie, essi si comportano egualmente in maniera non immorale, di guisa che un cittadino cattolico non può appellarsi alla propria coscienza per rifiutar di prestare i servizi e adempiere i doveri fissati per legge»

Si tratta di una parola chiara. Per la verità, a mio parere anche don Milani non ha torto quando dice che

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte.

Credo si tratti di un rilevante problema politico, a monte di quanto diceva Pio XII nel 1955, circa la “rappresentanza popolare e un Governo eletti con libero suffragio”, perché mai come oggi è evidente la questione che le nostre democrazie rappresentative, nelle quali non trova applicazione il principio di sussidiarietà, hanno già fatalmente virato in regimi oligarchici. Di questo riparleremo a fondo al capitolo 7. 

Circa l’abuso dell’idea di Patria, avvenuto in tempi precedenti ai nostri, quando il nostro Paese non era ancora una repubblica democratica parlamentare, il prof. Roberto De Mattei scrive giustamente che

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il prof. Roberto De Mattei

Nella storia dei conflitti che hanno sempre accompagnato le vicende umane, la Prima Guerra Mondiale occupa un posto centrale, non solo per l’estensione planetaria e il numero spaventoso delle vittime, ben nove milioni, ma soprattutto per la novità e l’intensità dell’odio tra i popoli che essa accumulò nelle trincee contrapposte. Lo storico francese Jean de Viguerie (Les deux patries. Essai historique sur l’idée de patrie en France, Parigi 1998) mostra come alla dottrina tradizionale della “guerra giusta”, per sua natura difensiva, si sostituisce nel ’14-’18, una nuova concezione della guerra, offensiva, totale, incessante, che ha le sue radici nella Rivoluzione Francese. Il primo conflitto mondiale fu, in questo senso, una continuazione dell’appello alle armi lanciato l’11 luglio 1792, quando l’Assemblea Nazionale dichiarò “la Patria in pericolo”. È con la Rivoluzione Francese che nasce la parola d’ordine di “annientare il nemico”, interno ed esterno, come avvenne con le “colonne infernali” che tra il 1793 e il 1794 sterminarono gli insorti della Vandea. Al concetto tradizionale di “Patria”, radicato in un luogo concreto e in una precisa memoria storica, se ne sovrappone, nel XVIII secolo, uno nuovo, associato all’idea dei diritti dell’uomo. La “patria filosofica” degli illuministi è divinizzata fino a divenire un Moloch che autorizza qualsiasi sacrificio. La continuità ideologica tra la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Francese fu teorizzata dagli interventisti, che presentarono il conflitto come una rivoluzione tesa ad instaurare in Europa la “democrazia universale”. La “grande guerra” fu – secondo un altro grande storico, l’ungherese François Fejtö – un conflitto ideologico di massa, che ebbe lo scopo di «repubblicanizzare e de-cattolicizzare l’Europa» e compiere, a livello nazionale e internazionale, l’opera interrotta della Rivoluzione Francese (Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, tr. it. Mondadori, Milano 1994, pagg. 316-333). L’Austria-Ungheria, da cui ancora emanavano i bagliori del Sacro Romano Impero medioevale, rappresentava il principale ostacolo al progresso dell’umanità. Attraverso la distruzione dell’Impero austriaco, l’obiettivo di un circolo ristretto di uomini politici affiliati alla Massoneria fu, sottolinea Fejtö, quello «di estirpare dall’Europa le ultime vestigia del clericalismo e del monarchismo». Abbeverandosi a queste fonti ideologiche, l’interventismo rivoluzionario vedeva nella guerra il compimento della modernità ossia l’ultima fase di un processo culturale che avrebbe definitivamente liberato l’Europa dagli ultimi residui dell’oscurantismo.

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Pucci Cipriani

E’ questa l’idea illuminista di Patria, o meglio di quel poco che ne rimane nella società dei consumi, che è corrente ancora oggi. Però, l’analisi storica del priore di Barbiana  (che anche in questa sede, come spesso gli accade, è logorroico) non è centrata. Lo faccio spiegare da Pucci Cipriani, uomo di cultura e giornalista borghigiano, oggi direttore della rivista Controrivoluzione, testata che si definisce eloquentemente e orgogliosamente Organo ufficiale dell’ANTI 89. Traggo la citazione da questo articolo sul sito web della rivista, nel quale Cipriani fa l’elogio funebre di mons. Luigi Stefani, cappellano della Misericordia di Firenze, già anch’egli cappellano militare. Stefani era di origine dalmata, e nel suo ministero ne aveva viste di tutti i colori, specie appunto al tempo delle già citate tragiche note vicende giuliano-dalmate avvenute sul finire della Seconda guerra mondiale:

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don Luigi Stefani

…Ogni tanto presso la chiesa della Misericordia, don Luigi celebrava (sempre nel rito antico!) la Santa Messa per qualche associazione combattentistica e d’Arma: era stato Cappellano militare della Divisione alpina Tridentina nei Balcani, impegnato in Albania e in mezzo ai suoi soldati, con il Crocifisso in pugno e col suo cappello da alpino in testa, con il quale ha voluto esser seppellito, insieme alla talare che mai aveva dismesso.
Si legge in una breve biografia di un gruppo di amici che lo hanno ricordato nell’ottobre del 2011: «Dalle operazioni belliche dei fronti albanese, montenegrino e croato torna in Dalmazia, all’isola di Arbe, ove svolge opera di cappellano militare presso il locale Presidio. Qui il Comando tedesco ha installato un grande lager, per i prigionieri politici e non, donne e bambini compresi. Le inumane condizioni di vita che costringono tante creature a una convivenza piena di stenti, di malattie, in uno stato di privazioni e di disagio per molti insuperabile, coinvolgono questo generoso cappellano militare in un nuovo grande slancio d’amore e di passione. Egli si cala in mezzo alle loro sofferenze e al loro dolore con coraggio e abnegazione: affronta e supera divieti e restrizioni, sfida minacce di morte che gli provengono dal Comando tedesco, portando ogni sorta di aiuto morale e materiale.»
Con la stessa “pietas”, con la stessa sollecitudine e cura, con lo stesso amore con cui aveva chiuso gli occhi ai soldati italiani, ai quali aveva portato il Cristo, come viatico per l’ultimo viaggio, con lo stesso fraterno affetto con il quale aveva raccolto le ultime volontà dei ragazzi con il cappello alpino che se ne andavano in cielo, ora assiste questi “fratelli” che avrebbero dovuto essergli nemici… c’era chi lo ricordava sempre a giro per l’isola con due grandi valigie pregando e convincendo famiglie e negozianti locali a farsi dare cibo e mezzi di sostentamento. Quando arriva don Luigi, il cappellano militare, con la penna in capo, i ragazzi gli corrono incontro e gli fan festa, ovunque lui porta del cibo o dei vestiti, quando può, un sorriso e una parola di conforto, sempre.
Non altrimenti fecero gli altri cappellani militari, ovunque si trovassero e don Rino Bresci in Gere e la Resistenza nel Mugello ricorda come, attraverso il cappellano militare tedesco (era austriaco e con lui comunicava in lingua latina) riuscì ad evitare tante calamità al suo Mugello.
Successivamente, dopo che il nostro cappellano della “Tridentina”, ha abbandonato la sua terra, il governo Jugoslavo gli offre un riconoscimento, un attestato di partecipazione alla guerra di liberazione — dopo che centinaia di persone avevano testimoniato l’opera del sacerdote dalmata nel campo di Arbe — ma lo rifiuta: aveva negli occhi e nel cuore il ricordo di una mattanza, delle decine di migliaia di persone che erano state massacrate, morti, allora come oggi, considerati di serie b, perché italiani, perché trucidati dal regime comunista titino.
La cosa che ora più irritava don Stefani erano le discriminazioni: chi ha combattuto dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. No, chi ha combattuto, da qualsiasi parte, merita rispetto e onore, un fatto di civiltà, una meta religiosa e civile del vivere e del convivere… eppure c’è ancora chi discrimina i combattenti e chi discrimina i poveri morti…

Nell’anniversario della Conciliazione tra Stato e Chiesa, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente, della sezione don Lamberto Cambi, viene approvato un o.d.g:

«I cappellani militari in congedo della Regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’Associazione svoltosi a Napoli, tributato il riverente fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la così detta “obiezione di coscienza” che estranea al comandamento cristiano dell’amore è espressione di viltà». 

Il presidente dei cappellani della Toscana, come appunto si evince dall’o.d.g pubblicato da “La Nazione”, era don Lamberto Cambi, recentemente scomparso, ex cappellano militare, autore di un Diario di un cappellano alpino, un libretto di ricordi di guerra, pieno di spunti per le meditazioni quotidiane, che tanto bene ha fatto alle anime: don Lamberto era un prete schivo, modesto, portato alla meditazione e al nascondimento… stava in una parrocchia dimenticata da Dio e dagli uomini, e ci stava volentieri perché lì il Signore l’aveva mandato, per prendersi cura delle cento anime di Fornello.
Cominciò il fuoco concentrico sui cappellani militari autori di un così nobile comunicato ma che in quei tempi pre-sessantotteschi fece sì che le vestali del “pacifismo” vile si stracciassero le vesti; ad aprire le ostilità fu don Milani al quale non andava bene che cessassero le discriminazioni «e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise» per cui scrisse la famigerata lettera ai Cappellani militari della Toscana nella quale dirà subito facendo parlare il suo spirito di classe: «se voi (cappellani militari)… avete il diritto di dividere il mondo tra italiani e stranieri allora vi dirò che… io non ho Patria e reclamo di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri sono i miei stranieri.»
Poi don Milani ci dice che nel «1860 un esercito di napoletani… tentò di buttare a mare un pugno di briganti che assaliva la sua Patria… Per l’appunto furono i briganti a vincere. Ora ognuno di loro ha un monumento in qualche piazza d’Italia come eroe della Patria» e rivolgendosi ai cappellani militari: «avete detto ai vostri ragazzi che quella guerra (1915-1918) si poteva evitare? Che Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti?»
E come no, peccato però che queste cose fossero state già dette, rispettivamente, duecento e cento anni prima e precisamente da Pio IX e da Benedetto XV (“mai più un giorno in trincea”)… pontefici preconciliari, figli della vecchia Chiesa che non piaceva a don Milani il quale, proprio in mezzo a quella “inutile strage”, come ebbe a definirla lo stesso Benedetto XV, avrebbe voluto togliere a quei giovinetti anche il conforto dei loro cappellani…
Quindi il priore di Barbiana parte, lancia in resta, all’attacco di quella “Crociata” di liberazione che “ridette Dio alla Spagna e la Spagna a Dio” perché lui è dalla parte dei miliziani rossi assassini che disseppellivano frati e suore, che fucilavano le statue della Madonna e del Sacro Cuore, che martirizzavano i sacerdoti e i fedeli al Papa: «Nel ’36 — scrive don Milani — 50.000 soldati italiani (partirono) ad aggredire l’infelice popolo spagnolo…»
Insomma lasciamo stare ogni commento, giudicherà chi conosca il martirologio della Chiesa durante il conflitto contro le orde dell’ateismo internazionale. Poi dopo aver detto che tutte le guerre sono ingiuste il prete di Barbiana afferma: «Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra “giusta”… l’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra, la guerra partigiana.»
Ora bisognerebbe ricordare che la guerra partigiana fu una guerra civile, e la guerra civile è la cosa più orrenda che possa esistere, una guerra tra italiani, tra fratelli, piena di episodi tragici che, a distanza di quasi settant’anni ancora fanno sobbalzare; bisognerebbe ricordare che gli animi più elevati, e don Luigi Stefani e gli altri cappellani militari furono tra questi, durante la vita si batterono per una pacificazione nazionale, per la concordia, quella concordia nazionale che auspicava, dal suo esilio di Cascais, Umberto II.
Ecco i cappellani militari, e don Stefani che, subito, fu preso come simbolo del “guerrafondaio”, auspicavano, senza entrare in offensive contrapposizioni tra quale fosse stata la parte “giusta” e la parte “sbagliata”, che finalmente il 25 aprile non fosse un giorno di divisione ma un ricordo di tutti coloro che combatterono per la Patria e che si potesse andare, finalmente, al cimitero ad onorare tutti i caduti, quei ragazzi che scelsero la via dell’onore andando a combattere in montagna con la Resistenza e gli altri, in grigioverde, che — lo disse l’allora Presidente della Camera Luciano Violante — scelsero quella che, anche per loro, fu la via dell’onore, e andarono ad arruolarsi nella R.S.I..
Don Stefani, quando, incaricato da qualche associazione o parente, doveva celebrare una Santa Messa per un caduto usava sempre questa formula: «Santa Messa in suffragio di N.N. morto in … ecc. … e per tutti coloro che caddero per la loro Patria.»
Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza sarà bene ricordare che ci si riferisce sempre alla legittima difesa, ovvero a quella che il Magistero perenne e infallibile della Chiesa definisce la “guerra giusta”, che il pericolo comunista allora esisteva davvero e che era nostro diritto e dovere difendersi da esso (e chi ha vissuto quegli anni sa bene che, più volte, abbiamo rischiato di avere un “regime di terrore” e di divenire uno dei tanti paesi schiacciati dal tallone sovietico… in un’epoca in cui le opere dei dissidenti venivano messe al bando, un periodo che ben descrive lo scrittore Mario Corti nel suo Il Cavallo Rosso) e che allora “fare obiezione” di coscienza — come invitavano a fare i radicali e i comunisti — significava rifiutare la legittima difesa. Se durante una rapina uno non difende la propria famiglia come chiamarlo se non vile?
Quindi inizia a “sparare” (e quel che è peggio anche sui morti) quel p. Balducci, che poi troveremo nelle liste della P2 pubblicate da Mino Pecorelli, il quale non se la prende soltanto con i cappellani militari, ma con “i crimini bellici razzisti fatti dai cattolici”, definendo la Chiesa — tout court — “corpo di peccatori” con accuse infami nei confronti del “Pastor angelicus”, Eugenio Pacelli, il venerabile Pio XII, il cui nome cristiano Eugenio, verrà scelto dal rabbino capo di Roma Israel Zolli quando, dopo la guerra, riceverà l’acqua lustrale del Battesimo, per ciò che quel grande pontefice aveva fatto per gli ebrei.
Un gruppo di cattolici fiorentini, allievi di Attilio Mordini, denunziò lo scolopio per “vilipendio alla religione” e p. Balducci verrà condannato.
Una pagina nera per il cattolicesimo fiorentino che un corsivo de “L’Osservatore Romano” così chioserà: «alcuni che pur si dicono cattolici e che, per conformismo al non conformismo, spendono nome e parole, magari in termini di angoscia problematica, ad avallare campagne che, nell’offesa alla memoria di un grande Pontefice, hanno di mira ben altri scopi», quindi la nota continuava ed accennava ad altri tipi di dialogo «ben diverso da quello a cui esorta Paolo VI…» e qui naturalmente si colpivano certi circoli, ben identificati, del cattolicesimo “rosso” fiorentino.

* * *

Nei giorni caldi della polemica tra don Milani e i cappellani militari don Luigi Stefani, dopo una sua conferenza in cui aveva parlato dell’importanza del perdono, raccolse una sfida di alcuni giovani del Fraterno Soccorso: «Ma Lei, padre, sarebbe capace di perdonare don Milani, di andare a trovarlo, di incontrarsi con lui?…» e don Stefani disse che non aveva da perdonare don Milani in quanto, se anche c’erano state offese, lui le aveva già dimenticate e che, comunque, sarebbe andato a Barbiana a incontrarlo
Con i due personaggi (che lo avevano mal consigliato!) all’indomani partì per Barbiana con la sua “850” e che cosa poteva portare un professore di scuola media ai ragazzi di don Milani (anch’egli docente) se non quaderni, penne, matite, album, ecc.? E così, dopo aver riempito la macchina di quello che oggi si chiamerebbe materiale didattico, si presentò a don Milani che era a far scuola in mezzo ai ragazzi: «Guardi don Milani, io sono don Luigi Stefani, dopo le vicende di questi giorni, dopo le polemiche, vorrei, da fratello nel sacerdozio, abbracciarla, stare con lei e con i suoi ragazzi, mettere una pietra sopra tutto ciò che è stato detto…»
Sobbalza don Lorenzo Milani e ammicca: «Vedete ragazzi ecco il capo dei cappellani militari fascisti… ora fatevi spiegare chi sono i suoi padroni… vedete lui è uno di quelli che portava a morire i figli dei poveri…» e via un fiume di offese e di sarcasmi, di classismo da quattro soldi. Don Luigi, immobile, in talare come il suo giudice, non batte ciglio, sta lì, fermo, davanti a Caifas che gli sta intentando un processo popolare, umiliante, ingiusto, di fronte ai ragazzi che ora non ridacchiano più ma che, forse colpiti dalla compostezza di don Stefani, stanno in silenzio, attoniti, mentre, l’altro, il “Maestro” continua con le sue insolenze «… fatevi dire dove li portava a morire…»
Son passati pochi minuti e son sembrati lunghe ore d’angoscia. Il processo popolare è terminato e il “pacifista” attende, invano, una qualche reazione dell’altro, “il violento”, che non fa parola: si allontana, va alla sua macchina, scarica in chiesa quello che avrebbe voluto consegnare ai ragazzi di Barbiana e, prima di partire, si raccoglie in preghiera, senza odio, senza rancore, sentimenti che disonorerebbero la sua veste nera.

Quindi ancora una volta il pacifista e nonviolento don Lorenzo Milani coglie la circostanza per ferire il proprio prossimo, che nella fattispecie è anch’egli un sacerdote di Cristo. Vedremo, al capitolo 10, come pure al padre Tito Centi toccherà il turno di venire inquisito dal tribunale del popolo milaniano. 

Sul sito web della Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla pagina del Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale, ho trovato un’interessante cronologia sulla storia dell’obiezione di coscienza in Italia, che riproduco per gli anni dal 1947 al 1995:

1947
22 maggio Alla Costituente viene bocciato l’emendamento dei socialisti G.E.Caporali e P.Rossi volto a introdurre nella Costituzione il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
1948
22 settembre Pietro Pinna inizia il servizio militare alla scuola allievi ufficiali di Lecce. Il giorno del giuramento si dichiara obiettore di coscienza.
10 dicembre L’assemblea generale dell’Onu approva la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
1950
11 febbraio In un articolo su “La civiltà cattolica” il gesuita A.Messineo esprime forte contrarietà all’obiezione di coscienza al servizio militare invocata in nome della fede cattolica e dà ragione ai giudici che hanno condannato Pietro Pinna.
1955
19 aprile Viene pubblicato, anonimo, “Tu non uccidere” di don Primo Mazzolari.
23 dicembre Nel radiomessaggio natalizio, papa Pio XII dichiara “un cittadino cattolico non può appellarsi alla propria coscienza per rifiutar di prestare i servizi e adempiere i doveri fissati per legge”.
1957
20 luglio L’on. Lelio Basso e altri sei deputati socialisti presentano una proposta di legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
1961
24 settembre Prima marcia della pace da Perugia ad Assisi organizzata dal Movimento Nonviolento di Aldo Capitini.
18 novembre Il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, organizza la proiezione del film di Autant Lara “Tu ne tueras pas”, vietato dalla censura e per questo finirà sotto processo.
1962
13 novembre Giuseppe Gozzini rifiuta di indossare la divisa militare in nome della fede cristiana.
1963
12 gennaio Con una lettera pubblicata da “L’Avvenire d’Italia”, don Luigi Stefani, assistente della Gioventù Cattolica fiorentina, sconfessa l’obiezione di coscienza di Gozzini in nome della fede cristiana.
13 gennaio In un’intervista su “Il giornale del mattino” Padre Ernesto Balducci prende le difese di Gozzini “Un cattolico in caso di guerra totale ha, non dico il diritto, ma il dovere di disertare”.
13 febbraio “L’Osservatore Romano” scrive: “il cattolico che rifiuta il servizio militare può appellarsi non già all’insegnamento morale ed oggettivo della Chiesa, ma ad interpretazioni soggettive”.
15 marzo Il Card. Ottaviani, segretario del Sant’Uffizio, afferma “come può un individuo sottrarsi al suo dovere? Oggi non è concepibile una guerra d’attacco ma soltanto di difesa… ma non si può negare il diritto alla difesa”.
11 aprile Papa Giovanni XXIII rende nota l’enciclica “Pacem in terris”.
15 ottobre La Corte di Appello di Firenze, rovesciando la sentenza di primo grado, condanna a 8 mesi di carcere P.Balducci per apologia di reato per aver difeso l’obiettore Gozzini.
1965
11 febbraio I Cappellani militari in congedo della Toscana votano un ordine del giorno nel quale “considerano un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta ‘obiezione di coscienza’ che, estranea al comandamento dell’amore, è espressione di viltà”.
6 marzo Il settimanale “Rinascita” pubblica la risposta di don Lorenzo Milani ai cappellani militari della Toscana: la lettera sarà il motivo della denuncia alla magistratura fiorentina da parte di un gruppo di ex-combattenti.
18 ottobre Don Lorenzo Milani, malato, scrive da Barbiana una lettera ai giudici in occasione del processo contro di lui.
7 dicembre Viene promulgata dal Concilio Vaticano II la costituzione “Gaudium et spes” dove si legge, al n. 79, “sembra conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana”.
22 dicembre “L’Unità”, organo del PCI, si schiera a favore dell’obiettore cattolico Fabrizio Fabbrini, in attesa di giudizio per aver rifiutato la divisa dieci giorni prima della fine del servizio militare.
1967
26 gennaio Risoluzione dell’assemblea consultiva del Consiglio d’Europa sull’obiezione di coscienza.
26 marzo Enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI. Vi si legge “ci rallegriamo nell’apprendere che in talune nazioni il servizio militare può essere scambiato con un servizio civile, un servizio puro e semplice, e benediciamo tali iniziative e le buone volontà che vi rispondono”.
1968
31 dicembre Prima marcia di capodanno di Pax Christi, per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza.
1972
15 dicembre Viene promulgata in Italia la legge n. 772 contenente “Norme per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza”.
1973
21 gennaio Nasce a Roma la Lega Obiettori di Coscienza; nella Presidenza, tra gli altri, E.Balducci, M.Pannella, M.Mellini, G.Ramadori, S.Canestrini, R.Cicciomessere, P.Pinna.
1977
10 giugno Dietro l’impulso ricevuto dal primo Convegno della Chiesa italiana (Roma, novembre 1976), la Caritas Italiana firma la convenzione col Ministero della Difesa per l’impiego di obiettori di coscienza in servizio civile.
1982
12 giugno Si tiene a Roma la Prima Conferenza nazionale sull’obiezione di coscienza, indetta dalla Caritas Italiana in collaborazione con Acli, Agesci, Azione Cattolica, Comunione e Liberazione.
1983
7 febbraio Prima risoluzione del Parlamento Europeo sull’obiezione di coscienza, su proposta dell’on. Macciocchi.
1984
18 febbraio Firmato il nuovo concordato tra l’Italia e la Santa Sede: per i preti si prevede, a richiesta, l’esonero dal servizio militare oppure il servizio civile.
1985
11 aprile Intervenendo al Convegno della Chiesa italiana a Loreto, Papa Giovanni Paolo II afferma “La Chiesa deve essere accanto ai giovani nella loro aspirazione alla pace nella giustizia e nella libertà: tanto a coloro che adempiono con lealtà al dovere di servire la patria, quanto a coloro che, sollevando obiezione di coscienza, scelgono di prestare un servizio civile alternativo”.
24 maggio Con la sentenza n. 164, la Corte Costituzionale afferma la pari dignità tra servizio militare e servizio civile da considerare entrambi come forme di difesa della patria.
24 maggio Il Consiglio di Stato decide l’insindacabilità, da parte del Ministero della Difesa, delle motivazioni dei giovani che presentano domanda di obiezione di coscienza al servizio militare.
1987
10 marzo La Commissione per i Diritti Umani dell’Onu riconosce l’obiezione di coscienza al servizio militare come diritto dell’uomo.
1988
2 giugno Nasce la Cnesc, Consulta nazionale degli enti di servizio civile.
1989
31 luglio Con la sentenza n. 470, la Corte Costituzionale decide la pari durata (12 mesi) del servizio civile rispetto al servizio militare. La questione è stata sollevata dai casi di 4 obiettori (S.Capuzzo, A.De Filippis, M.Pusceddu e A.Scidà) che si sono autoridotti il servizio civile a 12 mesi.
1992
16 gennaio Il Senato approva definitivamente la nuova legge sull’obiezione di coscienza, che però non verrà mai promulgata dal Capo dello Stato.
17 gennaio Con una conferenza-stampa la Caritas Italiana e la Fondazione Zancan lanciano ufficialmente la proposta di istituire un servizio civile nazionale, della durata di un anno, per tutti i giovani tra i 18 e i 28 anni.
1 febbraio Il Presidente della Repubblica Cossiga non promulga la nuova legge sull’obiezione di coscienza e la rinvia alle Camere.
2 febbraio Il Presidente della Repubblica Cossiga scioglie le Camere.
1995
30 gennaio Udienza preliminare al tribunale di Piacenza per quattro obiettori di coscienza che si sono recati in un campo profughi della ex-Jugoslavia senza l’autorizzazione del Distretto militare.
14 febbraio Nel corso della conversione in legge del decreto sull’utilizzo delle Forze armate al Sud contro la mafia, un gruppo di deputati chiede al Governo con un ordine del giorno “un piano straordinario di utilizzo di tremila obiettori per programmi di prevenzione dalla criminalità organizzata”.
16 aprile Viene emanato il nuovo “Catechismo degli adulti” della Cei. Dopo aver sottolineato l’urgenza della promozione della difesa popolare nonviolenta, si afferma “risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori di coscienza di testimoniare il valore della non violenza sostituendo il servizio civile a quello militare”.

Si evince quindi che nella Chiesa cattolica c’è stata un’evoluzione, sul tema dell’obiezione di coscienza militare, anche al livello del magistero di diversi Pontefici. In quel contrastato 1965, a febbraio vi fu la querelle tra don Milani e l’Associazione dei cappellani militari della Toscana, e il successivo 7 dicembre verrà promulgata dal Concilio Vaticano II la Costituzione Gaudium et spes dove si legge, al n. 79, che

sembra conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana”.

A questo punto vorrei poter visionare il testo integrale della lettera sull’obiezione di coscienza scritta dal Cardinal Florit al clero fiorentino, alla quale il vescovo fa cenno nella sua missiva a don Milani, e che sarebbe partita quasi un anno dopo, il 25 gennaio 1966. In quella lettera Florit scriveva a don Milani “parlando sia per i cappellani militari che per te”. La lettera non è però reperibile in rete. Fatta una richiesta in Curia, risulta che al momento l’archivio storico è in fase di riorganizzazione, e quindi se ne parlerà più avanti. Abbiamo visto l’equilibrio di Florit in tanti frangenti difficili, e immagino che quel comunicato fosse dirimente sulla questione. La disponibilità di don Milani a prenderne atto avrebbe risparmiato molte polemiche, ma è noto che purtroppo non è andata così. Mario Lancisi, nell’opera citata, accenna a quel comunicato (pag. 97), scrivendone che Florit vi diceva al clero fiorentino che la Chiesa a quel tempo stava ancora elaborando la sua posizione sull’obiezione, e che pertanto sia la posizione dei cappellani militari, sia specialmente quella di don Milani, avrebbero dovuto essere acquietate, evitando inutili e divisive contrapposizioni frontali.

Altrimenti detto, si è capito che è vero che la Storia stava andando nella direzione auspicata da don Milani. Ma è anche vero che a febbraio del 1965 la Costituzione Gaudium et spes non era ancora stata promulgata, e quindi don Milani avrebbe fatto meglio ad attendere disciplinatamente e serenamente gli sviluppi della situazione, invece di partire lancia in resta, da cattivo pacifista, contro l’Associazione dei cappellani militari. Quantomeno, se proprio avesse intervenire sulla questione, non avrebbe certo dovuto usare i toni provocatori e aggressivi che peraltro, come abbiamo visto, gli erano abituali. Ma, si sa, questo era l’uomo. In ogni caso, emerge ancora una volta con chiarezza  che Florit aveva pienamente ragione.

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Giovanni Paolo II

Per completezza di esame della questione dei cappellani militari, la potremmo però anche considerare dalla parte opposta a quella dell’obiettore di coscienza. Potremmo cioè partire dalle necessità di chi ha fatto la scelta, abbiamo visto anch’essa pienamente legittima, di servire la Patria, pur nei limiti del termine spiegati dal prof. De Mattei, intraprendendo la carriera militare, o semplicemente servendo nell’esercito. Ci arrivo citando il Discorso di san Giovanni Paolo II ai Cappellani militari d’Italia, datato 10 marzo 1986, che trovate qui. Dice Wojtyla, rivolgendosi ai cappellani:

…Il mio predecessore Giovanni XXIII così definiva la vostra missione: “I ricordi e le esperienze della vita militare, dipingono con amabili tratti davanti al nostro sguardo la figura del cappellano militare, che rappresenta un aspetto nuovo e preziosissimo del moderno apostolato. I cappellani di ieri e quelli di oggi, nelle varie specialità di cui è loro affidata la cura spirituale, rappresentano infatti una possibilità nuova e immensa di bene, sulla quale la Chiesa fa grandissimo assegnamento. Essi vanno verso schiere innumerevoli di anime giovanili, robuste e gagliarde, ma talora esposte a gravi pericoli spirituali, per indirizzarle e formarle al bene”; e, in quella occasione, aveva definito come “un delicatissimo ministero di pace e di amore” quello dei cappellani militari (Giovanni XXIII, Discorsi, Messaggi, Colloqui, 11 giugno 1959, I, pp. 384, 383).

e conclude

4. Consentitemi un ultimo rilievo che si collega con gli inizi del vostro servizio, che ricordate proprio in questi giorni. La vostra presenza è stata talvolta interpretata e giustificata come mera conseguenza del principio di religione di Stato. Non è così negli altri Paesi e non è sicuramente più così in Italia. Per un significativo collegamento tra i principi della Carta costituzionale italiana e della dottrina della Chiesa, messa in luce dal Concilio Vaticano II, il vostro compito si iscrive come un servizio alla libertà e quindi anche alla promozione dell’uomo e al bene del Paese. E che cosa c’è di più importante dell’educazione delle coscienze? La libertà affonda le sue radici in una coscienza rettamente illuminata.

Servire la libertà non significa solo attendere quanti – e sono numerosi – bussano alla vostra porta. A tutti, con l’esempio della vostra fedeltà prima ancora che con il vostro insegnamento, dovete offrire dei modelli validi e delle proposte concrete di vita.

Bisogna avere rispetto per ogni persona; bisogna saper pazientare e amare quanti sono incerti nel cammino. Ma abbiate anche il coraggio e la gioia di proclamare e proporre la verità di Cristo. Non si può avere paura di Cristo quando si è portatori della forza e della mansuetudine che viene dal Vangelo di cui siamo ministri.

La consapevolezza della grandezza della vostra missione vi aiuti a superare ogni tentazione di sconforto e di disimpegno. Il regno di Dio esige determinazione (cf. Mt 11, 12) e costanza. Portate ai vostri reparti il mio saluto e la mia benedizione. Che i militari italiani, anche per la vostra azione instancabile, siano davvero, come li vuole il Concilio, difensori della giustizia e perciò costruttori di pace”.

Con questo, mi pare che termini della questione si siano pienamente chiariti.

download (17)Abbiamo visto dalla cronologia del Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale, che la lettera di don Milani ai cappellani militari era stata pubblicata anche su Rinascita, rivista culturale del PCI. Lancisi racconta che, come si è visto, subito dopo Florit scrisse personalmente sia al presidente dell’Associazione dei cappellani militari, don Lamberto Cambi, chiedendogli di non intraprendere alcuna polemica col priore di Barbiana, sia a don Milani. Scrive Lancisi che la missiva per don Milani fu molto più dura di quella indirizzata a Cambi.  La lettera per il priore era poi quella a cui si riferiva anche don Enzo Mazzi, come riportavo al capitolo 1, dove Florit intimava a don Milani di sottoporgli preventivamente ogni suo scritto pubblico, pena la sospensione a divinis in caso di inadempienza all’ordine. Questo anche perché, scrisse Florit al priore,

 …i suoi interventi che sanno di classismo sono immediatamente strumentalizzati e distorti, a prescindere dalle sue intenzioni, dalla stampa comunista.

Ancora una volta, sul classismo milaniano, Florit ha visto giusto. Lo conferma un’ultima nota a margine che vado a fare sulla seguente affermazione del priore, tratta dalla medesima Lettera ai Cappellani militari:

…E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

Per la prima è assai riduttiva, dal punto di vista della Dottrina sociale, la proclamata scelta delle “armi” dello sciopero e del voto. Si tratta di armi spuntate, perché con lo sciopero si è in conflittualità sistemica col moderno capitalista, sia egli di mercato oppure di Stato, e non si mette in discussione il suo ruolo economico, per andare a promuovere la sussidiarietà e la partecipazione di ciascun lavoratore al capitale e alla gestione dell’impresa, in via del primato del lavoro sul capitale. Questo non però in un’ottica socialista e/o materialista, bensì nelle linee della “società partecipativa” (nella quale lo strumento dello sciopero viene superato) propugnata da Pier Luigi Zampetti, misconosciuto intellettuale lombardo del ‘900, che trovava la radice della sua idea nel pensiero del Pontefice Leone XIII. Andremo a approfondire questo tema e la figura di questo studioso successivamente, nel capitolo 7. Certo, don Milani non ha mai conosciuto Zampetti, ma avrebbe utilmente potuto ben profittare della pacifica lezione di sussidiarietà promossa da don Luigi Sturzo, che precedeva il suo tempo, idea perfezionata poi da Zampetti. Non l’ha fatto. Dei limiti del voto in regime di democrazia rappresentativa ho già parlato poco sopra, in questo medesimo capitolo, e ancora ne parleremo, sempre al capitolo 7.

Ma la questione è che il priore, come sempre, va per le spicce. Al fondo, sono ben altri i mezzi politici che egli predilige, e per promuoverli ogni circostanza, anche quella del ragionamento sull’obiezione di coscienza, è buona:

…allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi.

Il che ci fa dedurre che il “pacifismo” del priore sia di matrice ideologica, strumentale alla lotta di classe. Egli riesce infatti a promuovere il “combattimento contro i ricchi” perfino quando si esprime sull’obiezione di coscienza, che, in quanto tale, in teoria dovrebbe ripudiare il combattimento. Don Milani, in effetti, è anche di memoria corta, quando dice che

Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente…

perché, già agli albori del suo ministero, nell’ormai lontano 1950, quando era vice parroco a San Donato a Calenzano, abbiamo visto che scriveva, nella famosa Lettera a Pipetta, citata da Papa Francesco:

Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.

Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.

Approfondiamo questo tema, che è centrale nel definire la psicologia di don Milani e l’essenza del suo pensiero politico, nel capitolo seguente.

Quindi, nel bilancio finale su questo punto, anch’esso toccato dal Papa nel suo videomessaggio, don Milani è sì “pacifista”, ma più che altro a parole. In realtà, è tutt’altro che un costruttore di pace.

4. Cuore di tenebra 

Andiamo a verificare in profondità, in questo importante capitolo, se la valutazione di Dalla Costa e Florit su don Milani e sul suo pensiero era giusta. E’ un servizio che rendiamo molto volentieri a questi due grandi della Chiesa fiorentina. Tra l’altro, capire don Milani è abbastanza semplice e, soprattutto, diretto. E’ possibile infatti leggere, in modo obiettivo, fra i suoi più celebri scritti.

Cominciamo col considerare la famosa Lettera a Gianni, che porta la data del 30 marzo 1956. Essa è indirizzata al magistrato Giampaolo Meucci, amico del priore di Barbiana, figura alla quale faremo ancora riferimento nel capitolo 8.

Nella Lettera il priore censura severamente lo sfruttamento della classe contadina ad opera dei padroni. Il punto critico è già in questo passaggio

[…] Se no domani, quando tutto il nostro mondo sbagliato sarà stato lavato in un immenso bagno di sangue e quando doman l’altro gli storici inorriditi da tanto sfacelo che avrà travolto insieme tanto bene e tanto male tenteranno di  scriverne le origini e i motivi, non riusciranno a leggere fatti come questi che t’ho detto. Perché gli analfabeti non vengono menzionati dalla storia altro che quando uccidono i letterati. E questo avviene proprio perché sono analfabeti e prima di quel giorno non sanno scrivere né farsi in altro modo valere e così son condannati a scrivere solo colla punta dei loro forconi quando è già troppo tardi per esser conosciuti e onorati dagli uomini per quelli che erano innanzi a quel triste giorno”.

dopo il quale il priore di Barbiana conclude preconizzando quanto segue:

[…] Ma domani, quando i contadini impugneranno il forcone e sommergeranno nel sangue insieme a tanto male anche grandi valori di bene accumulati dalle famiglie universitarie nelle loro menti e nelle loro specializzazioni, ricordati quel giorno di non fare ingiustizie nella valutazione storica di quegli avvenimenti. Ricordati di non piangere il danno della Chiesa e della scienza, del pensiero o dell’arte per lo scempio di tante teste di pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti. La testa di Marconi non vale un centesimo di più della testa di Adolfo davanti all’unico Giudice cui ci dovremo presentare”.

images2Dunque, la sentenza che giustifica l’ecatombe classista è già stata stesa. Poi, leggiamo che

Se quel Giudice quel giorno griderà « Via da me nel fuoco eterno » per ciò che Adolfo ha fatto colla punta del suo forcone, che dirà di quel che il signorino ha fatto colla punta della sua stilografica? E se di due assassini uno ne vorrà assolvere, a quale dei due dovrà riconoscere l’aggravante della provocazione? A quale dei due l’attenuante dell’estrema ignoranza? D’una ignoranza così grave da non esser neanche più uomini.
Neanche forse più soggetti d’una qualsiasi responsabilità interiore.

Perché mai il Giudice dovrebbe assolvere uno dei due assassini?… In base a quale ratio? Non è dato sapere. Nella visione milaniana, gli sterminatori di classe hanno comunque diritto all’attenuante specifica dell'”estrema ignoranza”, che li esimerebbe dalla responsabilità degli omicidi da loro commessi a danno dei padroni, e che potrebbe persino aprir loro la porta del Regno dei Cieli. Il priore di Barbiana parla infatti di “assoluzione” divina, si intuisce in via di misericordia, per i proletari assassini. Anzi, secondo lui, essi non sarebbero “neanche più uomini”, e quindi, in quanto tali, “forse” nemmeno perseguibili a termini di legge. Francamente, quella di don Milani mi pare una disistima eccessiva per la classe contadina, che, specie nel 1956, non credo fosse ridotta nello stato di abbrutimento sub-umano da lui evocato. Ai padroni, invece, il priore assegna “l’aggravante della provocazione”, per il solo fatto di essere tali. 

images-21.jpgNon sfugge dunque, ad un occhio appena oggettivo, il nocciolo profondo di violenza rivoluzionaria di stampo giacobino – spiace dirlo ma è bene esser chiari – che evidentemente albergava nel  cuore di tenebra del priore di Barbiana.

Il tutto mi pare eloquente. Il tempo futuro è domani, 31 marzo 1956. Il verbo non è il congiuntivo imperfetto, ma l’indicativo. L’eliminazione fisica della controparte, il prospettato massacro degli intellettuali, degli uomini di scienza, dei confratelli sacerdoti e perfino degli innocentissimi poeti, è preconizzato da don Milani come imminente e ineluttabile. Direi che è particolarmente grave il fatto che il priore di Barbiana, in luogo di scongiurare la violenza rivoluzionaria, abbia evocato l’epilogo della lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze,  invece di servirsi, da cattolico ancor prima che da prete, dei princìpi della sussidiarietà e della  partecipazione autentica per risolvere pacificamente i problemi del consesso civile con gli strumenti della Dottrina sociale cattolica.

Non si trattava di un episodio isolato. Don Milani prosegue sulla medesima linea nella Lettera a Ettore Bernabei, datata 23 agosto 1956, citata nel libro La parola fa eguali, LEF, Firenze, 2005. Michele Gesualdi, allievo del priore, presidente della Fondazione don Milani, già presidente della Provincia di Firenze, è fra i curatori del volume. In quella Lettera (pag. 21) il priore di Barbiana critica severamente il Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca, Paolo Rossi, il quale aveva manifestato in una conferenza stampa la sua intenzione di esentare dall’insegnamento della lingua latina gli alunni delle scuole medie inferiori destinati a frequentare successivamente le scuole tecniche. Così il priore, sarcasticamente:

[…] Vedrai che da quel giorno [il Ministro, NdR] non concederà più interviste sull’abolizione del latino. C’è il caso anzi che bandisca un concorso per un testo di greco da adottarsi nelle quinte elementari. E per la riforma del programma dell’Avviamento Industriale penso che si rivolgerà ad uno studioso di ebraico per non defraudare i poveri dall’incontro diretto col testo sacro. Dio lo voglia davvero”.

per poi però chiudere di netto, subito dopo, nel modo seguente:

…Per il bene dei poveri. Perché si facciano strada senza che scorra il sangue. E se anche il sangue dovesse scorrere un’altra volta, perché almeno non scorra invano per loro come è stato finora tutte le volte”.

Ma, non ci ricordava forse la prof. Michela Piovesan, al capitolo 2,  che, nella Lettera a una professoressa, scritta molto più tardi, negli anni della malattia, il priore scriveva che

La laurea non è necessaria per insegnare matematica alle medie, il latino va abolito…”.

Sembra che, col tempo, don Milani abbia cambiato drasticamente idea, sull’importanza dell’insegnamento del latino. Anzi, che l’abbia cambiata al punto che l’insegnamento che prima era inutile, dopo va rivendicato al punto di minacciare di far scorrere il sangue di chi avesse voluto negarlo.

download5Comunque, al di là delle contraddizioni del priore, il ricorso allo spargimento del sangue dei nemici del popolo, sempre ingiustificabile ma particolarmente censurabile in questo caso, nel quale viene evocato per futili motivi, è dunque ricorrente nel pensiero milaniano. La giustificazione e l’alibi per l’eliminazione fisica delle oppressive classi intellettuali, borghesi e capitaliste, ad opera del proletariato esasperato dai soprusi, sono già pronte. Gli esiti infausti della Rivoluzione d’Ottobre non sembrano aver insegnato nulla al priore di Barbiana. Ringraziamo Dio che le cose, nell’Italia del 1956, non siano andate come il priore aveva temerariamente profetizzato.

images-4Don Milani prefigura e anticipa con precisione la Rivoluzione culturale maoista, scatenata contro gli intellettuali in quanto tali, che sarebbe iniziata dieci anni dopo. E, oltre i successivi killing fields cambogiani, anticipa anche, molto più geograficamente vicino a noi, gli anni di piombo del terrorismo italiano: i ’70 del secolo scorso.

Nella visione milaniana lo scontro fisico è fatale, imminente. Questa tensione non sembra colta, né compresa, da Michele Gesualdi. Gesualdi è colui che ha scritto a Papa Francesco chiedendogli la riabilitazione ecclesiale di “Esperienze pastorali”. L’allievo di don Milani non ha remore a pubblicare le parole del suo maestro nel volume sopra citato, ove egli preconizza l’ineluttabile spargimento del sangue dei nemici di classe. 

Le parole di don Milani dimostrano anche un senso della Storia incredibilmente povero. Quando mai, nella Storia, il sangue che è scorso a fiumi nelle guerre e nelle rivoluzioni non è stato quello dei poveri, del popolo? E quale vantaggio è mai venuto al popolo dallo scorrere del sangue, da qualunque uomo il prezioso liquido della vita uscisse? Ma il priore di Barbiana è accecato dall’ideologia. Egli non è quindi in grado di recepire questa elementare evidenza storica. Nemmeno riesce a metabolizzare il fatto elementare che il ricorso sistematico all’eliminazione fisica della controparte, nulla ha a che vedere con la Dottrina cattolica.

Nonostante le suddette palmari evidenze, la potenza della disinformazione è tale che la figura di don Milani è  tuttora estesamente impiegata come icona del pacifismo e della nonviolenza, anche nel nostro mondo cattolico. A tal punto siamo giunti.

Ma, oltre che ispirata alla violenza rivoluzionaria, era anche drammaticamente riduttiva la visione socio-politica che il priore di Barbiana ha espresso nei suoi scritti. Lo possiamo facilmente desumere anche da un altro suo famoso testo, la Lettera a Pipetta, quella citata da Papa Francesco nel suo videomessaggio. Pipetta, si è visto in apertura, è figura di un giovane di convinzioni comuniste, al quale il priore idealmente si rivolge. E’ datata 1950.

[…] Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio.

È solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. È la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile [si riferisce alle prime elezioni repubblicane del 1948 che hanno visto la vittoria della DC e la sconfitta del Partito Comunista, NdR]  che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta.

Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco.

Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.

E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso, a combattere i ricchi.

Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.

Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.

Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: «Hai ragione». Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: «Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro».

Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.

Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” […].

Avevamo già accennato a questa lettera nel capitolo 3, quello sull’obiezione di coscienza militare. Ebbene, va accreditato a don Milani il fatto di dichiarare di volersi andare finalmente a inginocchiare davanti a Cristo, sia pure con scarso tatto per il suo interlocutore (…”nella tua casuccia piovosa e puzzolente…”), dopo ripetute dichiarazioni socio-politiche di stampo giacobino. Ma l’idea di andare con il suo amico a installare “la casa dei poveri nella reggia del ricco”, ha lo spessore politico di una ragazzata proto-sessantottina. Dopo aver fatto questo, vien da chiedersi cosa mai immaginasse, don Milani, che avrebbero fatto in quella casa, i poveri, se nessuno li aveva preventivamente educati alla sussidiarietà e alla pacifica e autentica partecipazione nell’economia e nella società. Come a suo tempo aveva tentato di fare, restando purtroppo isolato, don Luigi Sturzo, o come dopo di lui aveva ben teorizzato Pier Luigi Zampetti, che non ha avuto miglior fortuna.

Di tutto questo potremmo perfino sorridere, e compatire il priore. Se non fosse per il fatto che come si era già visto al capitolo 3, le armi, le armi da impugnare per il combattimento contro “il ricco”, combattimento al quale il priore medesimo – pur in dichiarata, costante e macerata contraddizione con sé stesso – ritiene di doversi associare in prima persona, ritornano sempre. Inesorabili:

…Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione. Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione”.

download (1).pngE’ accaduto  poi, vent’anni dopo queste parole di don Milani, che nel nostro Paese e non solo,  qualcuno le armi le ha imbracciate per davvero. Non soltanto a motivo delle suggestioni del priore di Barbiana, certo. Ma dovremmo essere consapevoli che certi messaggi incendiari possono avere effetti pericolosi, anche a distanza di tempo. Specie se chi li lancia viene costantemente e correntemente portato ad esempio di virtù civili.

download (18)Ma c’è dell’altro, di molto pericoloso. La milaniana installazione forzosa della casa dei poveri nella reggia del ricco, non è un esproprio proletario nel senso di furto o saccheggio, secondo l’espressione, poi divenuta d’uso comune, che è stata coniata da alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare italiana negli anni settanta. Ma, per la sua ben maggiore portata, equivale, dal punto di vista politico, ad un esproprio classista attuato da un Stato nel quale vige il marxismo-leninismo. Ci troviamo dunque nella dimensione della Rivoluzione d’Ottobre, e si sa che quella è stata un’esperienza dolorosa per l’umanità. download (19)Adottando il modo di procedere classista di stampo marxista-leninista, che don Milani sbrigativamente fa suo, è noto che in quella Rivoluzione è successo che paradossalmente venivano considerati “ricchi” anche i contadini che in realtà non lo erano per nulla, i famosi kulaki. Lo racconta qui in un estratto dal suo libro L’esperimento comunista (Ares, Milano 1991), lo scrittore Eugenio Corti, che non ha bisogno di presentazioni:

…Anzitutto chi erano i kulaki? Lo si comprenderà meglio se si ricorda che i comunisti, per farsi alleati i contadini durante la guerra civile, non avevano socializzate le aziende tolte agli ex latifondisti e proprietari terrieri, ma le avevano frazionate e distribuite in proprietà a chi lavorava la terra. Costoro, insieme ai preesistenti contadini piccoli proprietari, erano stati poi — del tutto teoricamente — suddivisi in tre categorie sulla base di determinati parametri, principale tra i quali il fatto che si facessero coadiuvare o no da mano d’opera salariata. Lo strato più elevato era costituito appunto dai kulaki, che usavano assumere mano d’opera, e rientravano quindi tra gli ‘sfruttatori’; il più basso dai contadini ‘poveri’ (byednyaki), che pur essendo piccoli proprietari si prestavano anche come braccianti (‘sfruttati’); c’era infine la categoria intermedia dei serednyaki, o contadini ‘medi’, che né assumevano mano d’opera, né lavoravano per altri. (Ricaviamo questo prospetto sintetico da Isaac Deutscher). Va da sé che nella pratica le cose erano ben più complesse: così il già citato Medvedev riferisce che non soltanto i contadini medi, ma anche i contadini poveri usavano assumere braccianti in caso di necessità; del resto l’assunzione di mano d’opera agricola non era vietata dalle leggi sovietiche, anzi una legge del 1925 l’aveva facilitata. Per quante riguarda la consistenza numerica delle tre categorie, ci imbattiamo in dati disformi. Stando ancora a Deutscher, nel 1928 i capi famiglia kulaki erano tra un milione e mezzo e due, quelli contadini medi da quindici a diciotto milioni, e i poveri da cinque a otto milioni: in totale esistevano circa venticinque milioni di famiglie di contadini individuali.

Pochi anni più tardi contadini individuali in Russia non ne esistevano praticamente più. Alla collettivizzazione della terra si era pervenuti attraverso due fondamentali fasi repressive: anzitutto l’eliminazione totale dei kulaki (coi loro famigliari, circa dieci milioni di individui); in secondo luogo lo ‘scatenamento della violenza’ anche sui ‘subkulaki’, ossia su quei contadini medi e poveri che si rifiutavano di cedere i propri campicelli. In pratica le due fasi si sovrapposero: noi però le descriveremo separatamente, avvertendo il lettore che — al fine di renderle con sufficiente completezza — esamineremo di ciascuna sia i precedenti ‘teorici’ (tanto cari ai comunisti), sia gli aspetti umani, riferendo cioè che cosa accadde effettivamente nei villaggi.

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Eugenio Corti

E’ molto istruttivo andare a vedere i micidiali meccanismi politici che sono il logico portato della brutale divisione della società fra “ricchi” e “poveri”, che nei capitoli precedenti abbiamo già visto fare molte volte da don Milani. Così, ancora, Corti:

…Quali furono le ragioni teoriche (senza le quali non si muove foglia in ambito comunista) di una deportazione equivalente in pratica a uno sterminio? Esse vennero ripetutamente dibattute in assemblee, e tra l’altro, con particolare autorità, nell’assemblea plenaria del Comitato centrale del partito, dell’aprile 1929, della quale abbiamo i resoconti pubblicati da Mosca in lingua italiana. Contro Bukharin che — spaventato dalla prospettiva di quanto stava per accadere — faceva notare come kulaki e subkulaki, anche se proprietari, erano spesso dei “miserabili”, dei “disgraziati che non saziavano neppure la loro fame”, il segretario generale del Comitato centrale del partito, Stalin, richiamò severamente alla teoria, ricordando all’assemblea: “È evidente che questa concezione dei contadini è radicalmente sbagliata, incompatibile col leninismo”. Ai successivi tentativi di Bukharin e di Rosit di evitare ai kulaki almeno la morte fisica “integrandoli nel socialismo” (cioè assumendoli, una volta privati della loro terra, nelle fattorie collettive o in una qualsiasi altra attività che gli permettesse di vivere), il segretario generale obiettò: “Non meno ridicola appare quest’altra domanda: se si può lasciar entrare il kulak nel colcoz. È certo che non si può lasciarlo entrare”. A motivo del seguente ragionamento: “Se i capitalisti della città e della campagna, se i kulak e il concessionario, si integrano nel socialismo, che bisogno c’è allora in generale della dittatura del proletariato, e se ve n’è bisogno, qual è la classe che bisogna reprimere?” Il segretario generale Stalin mise l’assemblea davanti all’alternativa: “O la teoria di Marx della lotta di classe, o la teoria dell’integrazione dei capitalisti nel socialismo. O l’opposizione inconciliabile degli interessi di classe, o la teoria dell’armonia degli interessi di classe. Una delle due”. “Infatti” insisté “la teoria bukhariniana dell’integrazione del kulak nel socialismo, rappresenta un abbandono della teoria marxista-leninista della lotta di classe… e si avvicina alla teoria del socialismo della cattedra”. Seguirono altre argomentazioni serrate: a una citazione di Lenin, coraggiosamente fatta da Bukharin in favore della propria tesi, il segretario generale contrappose altre citazioni di Lenin senza dubbio contrarie. Il lettore è in grado di seguire passo passo il filo delle successive motivazioni dottrinali in base alle quali fu programmato lo sterminio di tanti milioni di esseri umani. 

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Per sdrammatizzare un poco, riferisco qui un gustoso aneddoto, che mi sembra pertinente. Ho scoperto in rete l’anteprima di un libro di Antonino Bencivenni, dal titolo Don Milani: esperienza educativa, lingua, cultura e politica (Armando Editore, 2004). Vi leggo in una nota a pag. 31 che

Don Milani si avvicina progressivamente ai partiti di sinistra (in particolare al Partito socialista. Cfr. le citazioni nel testo; molti suoi amici, del resto, furono socialisti): egli stesso diceva di sé “Io sono mezzo ebreo… mezzo signore, di origine… mezzo prete… mezzo di sinistra… mezzo di destra, no”. (SCI 1965, p. 363); Ed ancora riferendosi ad un professore che avrebbe potuto storcere il naso qualora fossero state apportate modifiche linguistiche ai Promessi Sposi di Manzoni (per facilitarne la comprensione alle persone meno acculturate, NdR), così scrive in una lettera a Giorgio Pecorini del 1964 ricorrendo ad un’espressione tipica di molti uomini di sinistra del tempo “che stia attento perché quando saremo al potere noi quelli come lui vanno in Siberia” (L p 177).

Umorismo un po’ sovieticamente freddo, quello del priore. Battute a parte, dopo che abbiamo appena visto che in Rivoluzione il concetto di “ricco” è molto relativo, è pure evidente che l’esproprio di Stato milaniano va a cancellare il diritto tout court, incluso il diritto di proprietà. Ed ecco quanto dice, sulla proprietà, Pier Luigi Zampetti, nel suo libro La Dottrina Sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta  (Sanpaolo, 2003):

Quello che occorre sottolineare è che la Rerum Novarum segna il punto di partenza per una trasformazione, anche se lenta e graduale, del capitalismo stesso.

Che cos ‘è la proprietà? Direi che è proprio questa la domanda che caratterizza una notevole parte dell’enciclica. Ed invero la proprietà è alla radice della formazione di entrambe le classi sociali: proprietà dei mezzi di produzione è la proprietà della classe capitalistica, proprietà della forza lavoro è la proprietà della classe lavoratrice.

Nell’enciclica ci sono due momenti che coesistono: il primo è costituito dagli inviti rivolti a chi detiene il potere, sia economico sia politico, ad usarlo per contribuire alla giusta retribuzione dei lavoratori e per ottenere una collaborazione tra gli appartenenti alle diverse classi sociali. Il secondo momento si riferisce alla difesa della dignità dell’uomo con riferimento alla struttura del capitalismo stesso. Mi riferisco a questo secondo momento perché esso mi consente, unendo ed articolando le affermazioni contenute nelle singole encicliche, di arrivare alla comprensione finale delle ultime encicliche. Avremo così modo di riferirci ai problemi che presenta la società attuale, nella quale l’evoluzione storica del capitalismo è giunta al suo punto finale.

La Rerum Novarum dichiara essere la proprietà un diritto di natura. «L’uomo ha sui beni della terra qualcosa di più che il semplice uso, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; ha proprietà non soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma». Emerge con questa affermazione la distinzione tra beni capitali e beni di consumo: entrambi (e non uno soltanto) rientrano nel concetto di proprietà. Stabilito questo, l’enciclica non considera affatto la proprietà come un punto di partenza da tutelare in ogni caso, ma un punto di arrivo. Considera cioè la proprietà non come un fatto che abbiamo di fronte, ma nel suo divenire. Risale così alla stessa fonte della proprietà e quindi dei beni capitali, che sono una parte della proprietà stessa. La fonte della proprietà è considerata il lavoro. Dice infatti Leone XIII: chi lavora «col suo lavoro acquista vero e perfetto diritto non pur di esigere, ma di investire come vuole la dovuta mercede. Se dunque con la sua economia è riuscito a fare dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e, conseguentemente, proprietà sua né più né meno che la stessa mercede. Ora, in questo appunto, come sa ognuno, consiste la proprietà sia mobile sia stabile». Ed ancora: «Come l’effetto appartiene alla causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora». È pertanto dovere dei ricchi «di non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza, né con frodi, né con usure manifeste o nascoste».

Ma l’enciclica va ancora più in là ed enuncia un principio che sarà poi sviluppato nelle altre encicliche dei successori di Leone XIII. «Può affermarsi con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. È quindi giusto che il governo si interessi dell’operaio, facendo sì che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che egli stesso produce». Sono affermazioni profetiche e di grande importanza dottrinale e storica. In altri termini Leone XIII aveva ben chiaro un concetto di capitalismo diverso, che avrebbe svuotato il socialismo di allora, il quale affermava che la proprietà dovesse essere soltanto dello Stato. Ma questo presupponeva una trasformazione del capitalismo che era non solo impensabile, ma impossibile in una società fondata sulle classi sul piano socio-economico, e sul suffragio elettorale ristretto o censitario sul piano politico. Era comunque importante che l’enciclica precisasse chiaramente i principi ed in particolare che la proprietà fosse frutto del lavoro. Si richiamava direttamente all’autorità di san Tommaso: «È lecito, anzi necessario all’umana vita che l’uomo abbia la proprietà dei beni». La proprietà, in altri termini, tutela l’uomo contro ogni tentativo di statalismo, dal momento che «l’uomo è anteriore allo Stato: sì che prima che si formasse il civile consorzio egli dovette avere da natura il diritto di provvedere a se stesso».

Pio XI nella Quadragesimo Anno (1931) riprende ed integra il discorso sulla proprietà iniziato da Leone XIII e delinea, e in un certo senso definisce, in questo quadro, il ruolo e la funzione dello Stato. La proprietà non ha solo una funzione individuale, non riguarda esclusivamente il singolo proprietario, ma altresì ha una funzione sociale, riguarda l’intera società. Con riferimento a questo «carattere della proprietà», «gli uomini devono avere riguardo non solo al proprio vantaggio ma al bene comune». Direi che, in un certo modo, l’enciclica considera la proprietà come esplicazione della persona e sviluppa il concetto di proprietà della persona. L’uomo come persona è un essere individuale e sociale, che nella comunità organizzata trova il perfezionamento del proprio stesso essere. Lo Stato deve pertanto lasciare liberi gli individui e le società minori, in cui gli individui stessi si organizzano, di svolgere la propria attività e iniziativa.

Ho evidenziato in blu qualche passaggio, dal quale si evince, sia pure per sommi capi, che il giusto approccio per far evolvere positivamente la società e migliorare la condizione dei poveri è quello – autenticamente pacifico e non violento! – proposto dalla Dottrina sociale, che ovviamente non ha nulla a che fare con le iniziative tipiche della lotta di classe di stampo marxista-leninista continuamente evocate dal priore di Barbiana. Le quali iniziative, come ben spiega Eugenio Corti, lungi dall’arrecare sollievo ai poveri, portano con sé morte e distruzione.

Sarà consapevole, Papa Francesco, delle pesanti implicazioni che ci sono, e delle gravi responsabilità che si assume, nel citare positivamente la Lettera a Pipetta? Anche questo, non è dato sapere.

Sia come si sia, nella loro valutazione su don Milani, Dalla Costa e Florit avevano pienamente ragione.

5. Le  pulsioni omosessuali/pedofile, e la questione del padre

Dalla Costa e Florit avevano dunque visto giusto, nelle loro considerazioni su don Milani e la sua opera. Anche se, come avevo anticipato nel primo capitolo, essi non erano a conoscenza delle pulsioni omosessuali e pedofile espressamente dichiarate dal priore! Diversamente, suppongo che gli avrebbero immediatamente revocato ogni incarico. Dalla Costa e Florit non potevano esserne al corrente, perché la notizia si è avuta in tempi recenti. 

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Armando Ermini (a destra) con Jacques Camatte

Personalmente l’ho appresa nel novembre del 2015, quando è uscito il  numero 878  della rivista web Il Covile. Quel numero si richiamava alla diffusione in rete, all’epoca, di una lettera autografa di don Milani, nella quale egli orgogliosamente rivendica una pulsione sessuale verso i suoi “ragazzi”. La riflessione su quest’altro lato oscuro del priore (anche se, come sempre, espressamente dichiarato) è svolta, con equilibrio e delicatezza dall’intellettuale fiorentino Armando Ermini. La cito integralmente, facendola precedere dalla presentazione di Stefano Borselli, direttore della rivista. Il quale propone alcune osservazioni incisive, anche dal punto di vista politico: 

A distanza di oltre due anni dall’ultimo numero della serie sul Forteto (la serie, iniziata nel dicembre 2012, comprende i numeri 729, 730, 735 e 766, del settembre 2013), e dopo la conclusione del processo con condanna di quasi tutti gli imputati, la recente diffusione in rete della lettera di don Milani a Giorgio Pecorini che trovate piú avanti ci costringe a riaprire il caso e a riflettere su un aspetto della vicenda che avevamo programmaticamente ignorato (si veda la Premessa nel primo numero della serie). Per anni la saggistica progressista (in testa le edizioni del Mulino) ha di fatto celebrato Rodolfo Fiesoli come un don Milani redivivo, apparentando in articoli di giornale e riviste, studi, libri, manifestazioni e convegni, l’esperienza del Forteto con quella della scuola di Barbiana. Oggi ci chiediamo se non avesse qualche ragione. E com’è stato possibile, altrimenti, che del piccolo gruppo degli ex ragazzi di Barbiana diversi abbiano avuto rapporti stretti col Fiesoli: sappiamo che qualcuno ha partecipato alla fondazione medesima del Forteto, altri condividevano col «profeta» l’accoglienza dei giovani ai campi estivi Comboniani (vedi n° 766 pp. 2–3). La dettagliata analisi di Armando Ermini che presentiamo ci induce a pensare che trovassero davvero nel carisma del Fiesoli piú di un ricordo di quello dell’antico maestro. Come si vedrà il linguaggio della lettera è piuttosto volgare (peraltro come in altre di don Milani) ma in questo caso tagliare era fuori questione. Forse la trivialità era un malinteso modo di scendere al popolo per il ragazzo di buona famiglia. Un popolo evidentemente visto con le lenti deformate dell’ambiente di provenienza (in tema si veda Il Covile n° 720 dell’ottobre 2012). Dai miei due nonni contadini ricordo di non avere mai sentito una parolaccia. Non che nessuno imprecasse: semplicemente la volgarità è un attributo individuale, non di classe. Osserva Baltasar Gracián: «Si sappia che il volgo è dappertutto: nella stessa Corinto, nella famiglia più eletta. Varcando la soglia, nella propria casa, l’esperimenta ciascuno».

S.B.

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A R M A N D O  E R M I N I 

UNA SINGOLARE LETTERA DI DON MILANI RIAPRE LA QUESTIONE 

BARBIANA-FORTETO.

 

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“Caro Giorgio… Quando si vuole bene davvero ai ragazzi, bene come gliene può volere solo la mamma che li ha fatti o il maestro che li ha partoriti alla vita dello spirito o il prete che non ha donna o figli fatti per mezzo del pipi, ma solo figli fatti per mezzo dei Sacramenti e della Parola allora il problema della scuola confessionale o non confessionale diventa assurdo, ozioso.
Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse nel portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel far scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro cosí pii e cosí puliti che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola cosí non farà mai vera scuola e è inutile che disquisisca tra scuola confessionale e non confessionale e inutile che si preoccupi di riempire la sua scuola di immaginette sacre e di discorsi edificanti perché la gente non crede a chi non ama e è inutile che tenti di allontanare dalla scuola i professori atei … E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso? (“Lettera di don Milani a Giorgio Pecorini, in: Giorgio Pecorini, Don Milani! Chi era costui?”Baldini e Castoldi 1996, pp. 386–391).

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Periodicamente la figura di don Milani, a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa, torna ad essere al centro dell’interesse mediatico e culturale. Non potrebbe essere altrimenti, visto quello che ha rappresentato nell’immaginario collettivo degli italiani fin dagli anni sessanta del secolo scorso. Don Milani è diventato un’icona, un simbolo di trasformazione e rinnovamento in senso radicale e progressista della Chiesa, ma piú in generale della società italiana, a partire dalla scuola e dall’insegnamento. La lettera che pubblichiamo è di grande importanza, ma non per la curiosità morbosa di scavare nell’intimità di un personaggio controverso. Non c’è nessun motivo di credere che don Milani abbia messo in pratica quel desiderio sessuale per i suoi allievi, che ammette e nello stesso tempo allontana da sé, spaventato. Scrive Giuseppe Fornari,

“Alla luce di quanto ho accennato sulla sua storia famigliare, è verosimile che Milani avesse sviluppato una propensione di tipo omosessuale, favorita dall’ammirazione verso il modello fraterno e dalla sfiducia di poterlo eguagliare nel campo particolarmente minato delle conquiste sentimentali” (Giuseppe Fornari, «I doppi vincoli d’amore di don Lorenzo Milani» in “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, don Milani e il Forteto”, a cura di G. Fornari e N. Casanova, Il Mulino, 2008).

Se, come credo e come spero per quei ragazzi, l’amore per Dio, il desiderio di Paradiso e il timore per l’Inferno, l’hanno trattenuto dal rendere concreto quel fantasma omosessuale, ciò torna ad onore del prete di Barbiana, e comunque rimane confinato nella lacerazione della sua coscienza, che non spetta certo a noi giudicare.

Quella lettera è invece importante perché ci immerge nel clima culturale di cui egli fu simbolo ma che, coinvolgendo diversi ambienti, va ben oltre la sua persona. Clima che ai giorni nostri non è affatto tramontato. Mi riferisco a ciò che balza di piú all’attenzione del lettore: la svalutazione delle figure del padre e della famiglia, e una concezione dei rapporti genitori-figli, ma piú in generale di tutta la società, che veda quelle figure come irrilevanti. Si può dire anzi che, a partire dalla rivolta sessantottina, giovanile e femminile, quella concezione abbia finito per prevalere nella società. La scomparsa o l’assenza del padre ha effetti sul piano sociale ma anche su quello individuale, compresa la distorsione del senso dell’amore nutrito da un adulto verso un ragazzo e dell’attrazione sessuale che di quella distorsione è conseguenza. Per quanto riguarda don Milani c’è un dato biografico da sottolineare. Sul sito della fondazione a lui dedicata possiamo leggere che

“Negli scritti pubblici di don Lorenzo, appare poco la figura del padre. Probabilmente perché morí prima che don Lorenzo divenisse sacerdote. Era laureato in chimica, ma era personaggio di vasta cultura generale e dai molteplici interessi. Era il maggiore di quattro fratelli e alla morte del padre fu capo e guida della famiglia Milani. Al contrario, il centro del suo mondo affettivo è occupato dalla mamma”.

Leggiamo, sempre sul medesimo sito:

“La figura della mamma, per don Lorenzo è molto importante. Anche quando è uomo conosciuto e padre dei suoi ragazzi, lui è sempre un figlio che si sente generato. Di fronte alla mamma si trasforma, diventa figlio amoroso e rispettoso, con la quale si consiglia e parla a lungo. Piú volte alla settimana scendeva da Barbiana a Vicchio solo per telefonare alla mamma oppure mandava qualcuno del popolo a imbucare la lettera che le scriveva. […] Per noi quando veniva la mamma lassú era una festa perché don Lorenzo si trasformava, era meno esigente, piú tollerante. Quando non condivideva qualche nostro atteggiamento non faceva nessun urlaccio ma ci diceva sottovoce: «ne approfitti perché c’è la mamma, ma quando va via faremo i conti». Un figlio esemplare e rispettoso e “forse un potere straordinario che essa ha avuto su di lui”. M.G. [Michele Gesualdi, virgolette nostre (N.d.R.)]

Sta di fatto che nella lettera la parola “padre” non compare mai, né come padre terreno né come Dio Padre. Il suo inizio ci dice che per don Milani non esiste vero amore se non quello materno, o di quello del Maestro che ha fatti rinascere spiritualmente i giovani, o quello del prete che i figli li fa solo per mezzo dei sacramenti e della parola. Il finale ci dice invece che l’amore intenso, «fino all’osso», del maestro per i suoi allievi sfocerebbe in attrazione sessuale ed avrebbe come sbocco inevitabile il rapporto omosessuale se non ci fosse la fede a fare da barriera. La fede appare dunque configurarsi principalmente come divieto, come l’interdetto che devia la pulsione sessuale del maestro verso il giovane allievo. Premesso che nessuno è colpevole per le pulsioni che prova, indipendenti dalla sua volontà, non occorre essere preti o teologi per sapere che per la dottrina sessuale cattolica, per ciò accusata di oscurantismo, c’è differenza fra il divieto di rapporti omosessuali e il divieto del rapporto carnale fra uomo e donna prima o fuori del matrimonio. Non entro nel merito, ma mi sembra evidente che il secondo è istituito, si sia d’accordo o meno, per dare all’amore carnale derivante da una attrazione naturale, un senso che trascenda il puro piacere sessuale; dal punto di vista cristiano si potrebbe dire per elevarlo. Il divieto ad avere rapporti carnali omosessuali trova invece il suo fondamento nella loro congenita innaturalità, da cui deriva la condanna per quegli atti, e la loro definizione come «disordine morale». Quindi la pulsione omosessuale contrassegna, prima e piú del disordine morale che ne è solo una conseguenza, una deviazione dall’ordine naturale; ed anche quando l’atto fosse compiuto in nome dell’amore, si tratterebbe comunque di un amore distorto e deviato, ciò che nella psicanalisi viene definito, in senso tecnico, perversione. Voler bene intensamente ad una persona dello stesso sesso, non ha affatto come sbocco naturale l’attrazione erotica, sotto nessun punto di vista. Il cristianesimo, e in particolare il Cattolicesimo, è la religione del Padre e del Figlio, nessuno lo può negare; il padre terreno è sempre stato considerato il rappresentante e il garante dell’ordine simbolico del Padre divino. E la loro legge, la loro autorità, i loro divieti, fondati non sull’arbitrio ma sull’amore.

Il non nominare il padre terreno come capace d’amore ci dice della sua insignificanza per don Milani, che scivola nel dileggio allorquando scrive dei preti che non fanno figli «per mezzo del pipi». Dietro il dileggio si legge la svalutazione, di origine chiaramente gnostica, dell’unione sessuale fra donna e uomo rivolta alla procreazione, e in essa del ruolo maschile. Viene da chiedersi, vista la sua concezione dell’amore, se ciò sia dovuto al fatto che l’amore del padre verso il figlio maschio, di questo stiamo parlando, non ha mai un sottofondo sessuale, il che non può dirsi per la madre (l’incesto, anche limitandosi solo alle forme piú soft, è piú diffuso di quel che non si creda). Sullo sfondo si staglia la Grecia classica, Socrate, Platone e via discorrendo, che false narrazioni ci hanno dipinto come una società in cui pederastia e omosessualità erano socialmente accettate come normali. Il Covile si è già occupato di smentire questa tesi tramite gli scritti di Francesco Colafemmina e Antonio Socci (Il Covile n° 709 del luglio 2012). Qui riporto invece quanto scriveva lo psicanalista Paolo Ferliga nel 2009.

“Anche tra Socrate e i suoi allievi circolava Eros, del tutto privo però di rapporti sessuali. Come spiega Platone nel Simposio, Socrate aiuta i suoi discepoli a trasformare la pulsione sessuale, legata all’affetto che provano per lui, in ricerca della verità e del bene. Eros, liberato dalla sua relazione con il corpo, diviene cosí il principale alleato del filosofo”.

Il passo che ho riportato ci dice due cose importanti. La pulsione sessuale parte dal ragazzo verso l’adulto e non viceversa; l’adulto ha il compito naturale di trasformarla e indirizzarla, e lo può fare anche senza la norma religiosa cristiana, che semmai rafforza ma non istituisce quel compito. Quando invece è l’adulto ad avvertire attrazione sessuale verso il giovane, o comunque verso una persona dello stesso sesso, allora siamo in presenza di una patologia, che lo stesso Ferliga, in accordo con Freud, attribuisce alla carenza di padre. La maturità piena presuppone l’incontro con l’altro e quindi, dal punto di vista sessuale, con l’altro genere. Il prevalere della posizione omoerotica è radicato, secondo Freud, nella mancanza di un padre forte nell’infanzia. Sia pure da punti di vista e per scopi non identici, sul tema omosessualità esiste una certa convergenza fra il cristianesimo e la tradizione psicanalitica (Paolo Ferliga, «Omosessualità, genere maschile e bisogno di padre», in Social News, mensile di promozione sociale, giugno 2009). Anche alla luce di tale convergenza, il sacerdote don Milani avrebbe dovuto ammettere che qualcosa in lui non andava, che esisteva in lui un problema irrisolto, e che problema! Anziché rivendicare quell’attrazione come «troppo amore», avrebbe dovuto ammettere che il suo era un amore sbagliato, deviato, ossia un «non amore», che avrebbe nuociuto gravemente ai suoi allievi. E questa, alla fine, sarebbe stata la motivazione piú alta e nobile, ben piú della fede, del desiderio di paradiso o di paura dell’inferno.

Si delinea cosí un quadro concettuale che chiarisce il significato del mancato riferimento al padre nella lettera di don Milani. Il padre è colui che ha il compito primario di staccare, o estrarre, il figlio dalla simbiosi con la madre. La sua legge, la sua norma, il suo divieto, si configurano come un atto d’amore verso il figlio ed anche verso la madre. Scrive Massimo Recalcati che

“Il padre è colui che pronuncia due distinti moniti che interdicono il reciproco desiderio incestuoso fra madre e bambino. A lei dice: «Non puoi divorare il tuo frutto», mentre a lui: «Non puoi ritornare da dove sei venuto». La condizione strutturale per accedere al desiderio implica un divieto di accedere al godimento assoluto della Cosa materna, e quindi la Legge si configura non come pura interdizione ma come dono della facoltà del desiderio. In mancanza della Legge paterna, del suo limite, non può esistere neanche desiderio autentico, ma solo la tendenza ad un godimento immediato, caotico, smarrito, assoluto, privo di ancoraggi simbolici e di carattere, appunto, incestuoso”. (Massimo Recalcati, Cosa resta del padre, La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina editore, 2011).

Il padre, mediante la sua Legge che inibisce il desiderio per la madre, apre dunque allo sbocciare del desiderio autentico del figlio verso l’altro sesso, verso la donna, altrimenti inibito dall’assolutezza della figura materna e deviato verso l’uguale. Non è un caso, chiosa Giancarlo Ricci, che la diffusione dell’omosessualità procede di pari passo col declino della funzione paterna nelle società a capitalismo avanzato (Giancarlo Ricci, “Il padre dov’era. Le omosessualità nella psicanalisi”, Sugarco Edizioni, 2013. Gli accenni alla vita e alla personalità di don Milani sembrano raccordare il contenuto di quella lettera col quadro concettuale che ho tentato di delineare. Chi lo ha conosciuto potrà dirlo meglio di me. Io mi limito a ricordare che fui molto colpito dal suo scagliarsi contro un divertimento innocente qual è il ballo, e dal quasi divieto che impose ai suoi allievi di praticarlo. Erano altri tempi, quelli in cui prevaleva una concezione ascetica dell’impegno politico dal quale nulla doveva distrarci, ballo o sport o altro intrattenimento che fosse, e in questo modo interpretai quel divieto. Ora, dopo questa rivelazione, se ne può dare, forse, anche una lettura diversa.

Don Milani si è salvato, e con lui i suoi allievi, grazie alla sua fede ed al suo rigore etico, e gli va riconosciuto oltre quelle che furono le sue idee. Non cosí andò, non tanti anni dopo, agli sfortunati ragazzi del Forteto. Non si tratta di far discendere un caso dall’altro secondo una concatenazione di causa effetto, ma non si possono non sottolineare le contiguità: d’ambiente culturale, di concezioni antifamiliari, di personaggi gravitanti in quelle aree, dei luoghi fisici delle due esperienze, entrambe da Calenzano al Mugello. Di queste si è già largamente occupato il Covile. La lettera a Giorgio Pecorini mette però in evidenza che esiste analogia anche fra le personalità di don Lorenzo Milani e Rodolfo Fiesoli: entrambi carismatici, entrambi capi assoluti delle comunità giovanili che avevano fondato e promosso, entrambi estremamente severi verso i loro allievi o assistiti, entrambi scarsamente attenti, quando non ostili, al femminile, entrambi mossi da pulsioni omosessuali ancorché non agite da parte dell’uno e invece sfociate in violenze imperdonabili da parte dell’altro. Sul piano personale, lo ripetiamo, questo fa la differenza, e testimonia anche che la fede nel Dio cristiano vissuta intensamente e sinceramente, qualunque giudizio si dia sulle idee politiche e sociali del prete di Barbiana, salva dall’abominio.

Armando Ermini 

Aggiungo qualche nota a margine.

Quando don Milani dichiara che “…Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani piú che la Chiesa e il Papa?” si esprime in modo strettamente analogo a quando scrive al Cardinal Florit “…Ho passato i miei diciassette anni di sacerdozio tutto teso solo verso le anime che il Vescovo mi aveva affidato. Del Vescovo non mi son mai curato”. Vale a dire, il priore sembra convinto che l’amore per il gregge, che non è suo nel senso di un possesso, ma che gli è stato affidato, sia in certo modo in alternativa o in contrapposizione con l’amore per la Chiesa, specie considerata nella sua gerarchia. Non dovrebbe essere così. Lo staccare la Chiesa-gerarchia dalla Chiesa-popolo fa intuire che il sentimento espresso dal priore non sia di amore gratuito e oblativo, quanto piuttosto di ribellione alla gerarchia e di possesso geloso delle anime affidategli. Anzi, direi meglio possesso e dominio, come giustamente a suo tempo il Cardinal Florit aveva scritto a don Milani. Si può immaginare che il priore, nella sua psiche, non avesse preso bene questa affermazione di Florit, che lo smascherava nelle sue vere intenzioni, e che pure il suo superiore era stato costretto a fargli, per il bene stesso del suo prete. Ma, come abbiamo visto nel primo capitolo, don Milani ormai era già irraggiungibile.

Dissento da quanto dice Giuseppe Fornari, circa la possibilità che la pulsione omosessuale dichiarata da don Milani potesse essere stata favorita dall’ammirazione verso il modello fraterno, più estroverso e disinvolto. Credo che il nocciolo della questione risieda piuttosto propriamente nel rapporto irrisolto col padre, come è stato ben spiegato da Armando Ermini. Padre e madre danno la vita, ma, se la genitorialità non è espressa in modo equilibrato e armonico, possono anche uccidere. Nel caso di don Milani, a una figura paterna assente, pare essersene contrapposta una materna che ha assecondato le sue paranoie, invece di richiamarlo alla realtà. D’altronde è probabile che si trattasse di dinamiche familiari che si erano instaurate già in precedenza, da molti anni, come generalmente accade in questi casi. Di questo non possiamo che dispiacerci. Ma, di certo, al tempo stesso dovremmo essere ben consapevoli delle controindicazioni dell’approccio milaniano al processo educativo.

Non è difficile, a questo punto, leggere in filigrana della Lettera a Gianni, a chi appartenesse la mano destinata a compiere l’ecatombe nei confronti di “pensatori e di scienziati e di poeti e di sacerdoti”. Questa doveva essere una ragione aggiuntiva per isolare, con decisione e chiarezza di motivazioni, la lezione del priore di Barbiana. Ciò purtroppo non è avvenuto. Anzi, è successo il contrario.

Osservo pure che, mentre in prima istanza la pulsione del priore sembra in qualche modo controllata

…se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!).  

subito dopo essa si manifesta sfrenata, espressa in termini farneticanti:

…E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?

Qui, davvero, si constata lo squilibrio mentale del priore. Non per niente, infatti, dopo averlo incontrato la penultima volta, abbiamo visto che il Card. Florit scrive nel suo diario che don Milani

E’ un dialettico affetto da mania di persecuzione. Non preoccupazione di santità fondata sull’umiltà, ma pseudo-santità puntata verso la canonizzazione di sé stesso. Egocentrismo pazzo, tipo orgoglioso e squilibrato.

Che è poi la medesima valutazione della condizione psichica del priore, che viene data da Angelo Giuseppe Roncalli, quando era patriarca di Venezia, prima di essere nominato papa. Lo vedremo al capitolo 10.

Stupisce, comunque, che don Milani metta per iscritto ammissioni così compromettenti. Si può supporre che la pressione e la solitudine interiori, nel momento in cui egli non poteva confidare a nessuno le sue pulsioni, lo abbia indotto a sfogarsi. Quantomeno con una persona amica, quale era per lui Giorgio Pecorini. Osservo che il priore avrebbe fatto meglio a parlare dei suoi problemi al suo confessore. Se ciò sia avvenuto, ovviamente, non lo sapremo mai.

download (25)Dopo le suddette drammatiche evidenze, sconcerta e preoccupa assai che don Milani sia stato chiamato tra i “testimoni” del “nuovo umanesimo” cattolico italiano, che la Chiesa italiana ha dichiarato di voler perseguire nel Quinto Convegno Ecclesiale nazionale, tenutosi a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015. L’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori portò infatti come esempio il priore di Barbiana, nella circostanza del suo saluto a Papa Francesco, al termine della celebrazione eucaristica allo stadio Franchi, martedì 10 novembre. Il priore fu portato a testimone della Chiesa tra altre figure, fra cui quella del Cardinal Dalla Costa, il quale come si è detto è da poco stato dichiarato Venerabile dallo stesso Papa Francesco. Ma Dalla Costa era colui che, come abbiamo visto ancora al primo capitolo, aveva raccomandato al parroco di San Donato a Calenzano che succedette a don Milani dopo la sua rimozione, di adoperarsi per la damnatio memoriae di don Lorenzo, della cui presenza personale e della cui opera, prescrisse Dalla Costa, non doveva restare traccia, né ricordo!

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il Cardinal Giuseppe Betori

In tale accostamento di figure antitetiche e incompatibili l’una con l’altra, la confusione diviene totale, e le coscienze e l’intelletto del popolo vengono destabilizzati. E’ purtroppo così, in Diocesi di Firenze, con pesanti ricadute anche al di fuori di essa, come stiamo vedendo oggi, ormai da decenni. Si può presumere che tali premesse depistanti possano anche andare a pregiudicare l’esito del suddetto Convegno ecclesiale. Preoccupa pure che, nei giorni successivi a quell’importante assise della Chiesa fiorentina e italiana, nessuno dei 240 vescovi e cardinali presenti abbia avuto niente da eccepire sulla predetta incongruenza. Mi chiedo, quindi, per quanto tempo ancora graverà su di noi questo sortilegio.

Ma, alla luce di quanto ho documentato in precedenza, di controindicazioni su don Milani ve n’erano già in abbondanza, anche prima di quest’ultima rivelazione sulle pulsioni omosessuali e pedofile da lui dichiarate. La vicenda, nella sua enorme portata e con le sue evidenti implicazioni, si fa sempre più inquietante. Preghiamo lo Spirito Santo, perché illumini le menti e scaldi i cuori dei nostri Pastori. Come pure perché voglia far cadere le bende dei preconcetti più granitici, refrattari a ogni più elementare evidenza, dagli occhi di tanti laici.

6. Esperienze pastorali… infelici

Ora che abbiamo una comprensione esauriente delle gravi controindicazioni di metodo e di merito del pensiero milaniano, nonché della personalità disturbata del priore, è bene accostarci anche all’altra opera-simbolo del priore, Esperienze pastorali. E’ opportuno considerarla con attenzione, anche se Papa Francesco non vi ha accennato nel suo videomessaggio, perché è proprio la riabilitazione di questo libro che ha dato ancora maggior spinta al falso mito milaniano.

Riprendiamo quindi il libro del padre Tito Centi  Incontri e scontri con don Milani, e andiamo al capitolo 4, dal quale cito, a pag. 32:

La mia, purtroppo, doveva risolversi in una impressione tutt’altro che soggettiva. Il libro di don Milani si rivelò deleterio per molti cristiani e per non pochi sacerdoti, giovani e non più giovani. Fu il primo focolaio di un pericoloso contagio che, dal classismo, li avrebbe portati addirittura al marxismo. Non per nulla i marxisti furono pressoché unanimi nell’esaltare le idee del Priore di Barbiana. Si potrà, forse, denunziare l’appropriazione indebita, perché contraria alla volontà del legittimo proprietario; ma, in casi del genere, le intenzioni non contano. Idee e fatti hanno la loro logica inesorabile”.

Ancora una volta si conferma la concordanza di vedute tra quelle del padre Centi e quelle di Dalla Costa e di Florit.

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mons. Fausto Vallainc

E’ però bene scendere nel dettaglio della critica ai contenuti del libro, e quindi  cito, ancora dal medesimo volume,  la “correzione” alla recensione del libro di don Milani, apparsa a suo tempo a firma del p. Centi sulla Settimana del Clero, rivista che a quell’epoca, scrive il domenicano, “seguiva ancora scrupolosamente la tradizione cattolica e alla quale collaboravo con una certa frequenza”.
La pur amichevole correzione è firmata dal direttore della rivista, Mons. Fausto Vallainc, all’epoca Vescovo di Alba (Cuneo), a parere del quale il padre Centi era stato troppo benevolo con don Milani:

«Caro Padre Centi,

ho creduto opportuno pubblicare integralmente la Sua recensione, benché non sia totalmente d’accordo con Lei nelle premesse. Il Suo nome ben noto, la Sua esperienza dei problemi religiosi in Toscana, la serenità del Suo giudizio nel condannare alcuni punti e motivi insistenti del libro di don Milani, sono tutte ragioni più che sufficienti per presentare col dovuto rilievo su “Settimana del Clero” il Suo articolo di critica meditata. Spero che, a sua volta, vorrà consentirmi alcune osservazioni dettate unicamente dalla mia coscienza di sacerdote, poiché so di avere non poche responsabilità nei confronti dei lettori miei Confratelli.

«Ho accuratamente evitato di essere “un critico sbrigativo”, come dice Lei: perciò, con profonda convinzione – dopo aver attentamente letto il libro e confortato dalla mia modesta esperienza del mondo ecclesiastico – affermo che il libro di don Milani non solo “non è un libro di edificazione” ma è un libro che può fare molto più male che bene. Soprattutto ai sacerdoti giovani che sono, per natura, facilmente indotti da episodi marginali alla critica demolitrice e sono spesso sprovvisti di quelle informazioni esatte che assicurano una visione ampia e totale dei problemi.

«A questo punto, so benissimo di essere ormai catalogabile senza appello tra i “conservatori” e i “retrogradi”, non da Lei che è persona aperta e comprensiva, ma da quei critici veramente “sbrigativi” che hanno elogiato le Esperienze Pastorali su La Stampa di Torino, Il Popolo di Roma, Adesso di Milano, Coscienza di Roma, Il Nostro Tempo di Torino, ed hanno lanciato accuse in anticipo a quanti non sarebbero stati del loro parere. Citerò, dunque, anch’io il mio bravo testo latino e dirò: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”! Ma veniamo al sodo.

«Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che vi siano, nel libro di don Milani, molte e belle e grandi verità degne di meditazione. Ma, purtroppo, anche le verità sono presentate in una forma paradossale e a volte caricaturale, che le diminuisce e le ridicolizza. In ogni cosa umana, anche in quelle che hanno attinenze con la religione ed il culto, vi possono essere degli errori e dei difetti. È certo che molti aspetti della vita delle nostre parrocchie devono essere riveduti e riformati; ma, da questa ovvia constatazione, all’“iconoclastismo” totale di don Milani, parecchio ci corre! Che cosa resiste, infatti, al ciclone che egli vorrebbe far irrompere sulle parrocchie? Nulla! «Ecco, a scanso di equivoci, le sue idee: le feste, le processioni, le quarantore et similia devono essere abolite, perché inutili e perché permeate di superstizione e di profano. L’Azione Cattolica è la prima a dover essere soppressa, perché causa di divisioni. Gli oratori, i campi sportivi, i cinema parrocchiali, ecc., sono da considerarsi strumenti di satana. I giornali cattolici fanno il paio con quelli comunisti per le bugie di cui sono saturi. Tutti i parroci suoi vicini sono dei poveri uomini che pestano l’acqua nel mortaio, quando non cooperano alla rovina della Chiesa; la Democrazia Cristiana e il Governo sono le bestie nere contro cui ogni parroco deve lanciare anatemi. Tutti i poveri sono buoni o almeno giustificabili anche nei loro difetti, mentre tutti i ricchi sono usurai, sfruttatori, pezzi da galera. Un giovane, solo perché studente, appartiene già alla categoria dei ricchi e, quindi, il parroco può benissimo lasciarlo perdere.

«Le sembra poco tutto questo, caro Padre? Crede che possa fare del bene in un momento in cui molti valori sono messi in discussione anche in casa nostra, un libro che demolisce tutto, che critica tutti, che riconosce una sola autorità, quella di don Milani, e che esalta le capacità intellettive ed organizzative di un solo uomo, che è ancora don Milani?

«Perché, penso, che abbia riportato anche Lei, dalla Sua attenta lettura di Esperienze Pastorali, l’impressione che, dall’età apostolica ai nostri giorni, non vi sia mai stato alcuno che abbia fatto qualche po’ di bene nella Chiesa; né che il Papa, i Vescovi, il Clero e il Laicato cattolico abbiano, oggi, un minimo di sensibilità circa i mali che angustiano il nostro tempo e tanto meno abbiano il desiderio di porvi rimedio.

«C’è, per don Milani, un solo porto di salvezza per ripararci dall’uragano che farà presto dell’Italia un paese di missione, ed è, naturalmente, uno porto scoperto e attrezzato da lui: la scuola popolare. È questo il toccasana di ogni male, a cui finora le Gerarchie ecclesiastiche non avevano pensato; ma le vie di Dio non sono impreviste e misteriose? Lungi da me il voler negare l’utilità grandissima di un tale mezzo per l’approccio dei giovani, per suscitare la loro confidenza, per penetrare nella loro anima e nel loro mondo. Ma, e gli adulti? e il settore femminile? e gli studenti? Sono domande che, nel libro, non hanno risposta. E gli operai stessi che non frequentano la scuola popolare? «Don Milani li “infama” e li “fa verdi” alla prima occasione… Né si dimentichi che, per fare una scuola popolare efficiente, ci vogliono doti non comuni e personalissime.

«La parte migliore del libro è quella che riguarda la sociologia religiosa della parrocchia di S. Donato, nella quale l’Autore ha fatto le sue brevi esperienze pastorali.

Lo studio dell’ambiente rurale è buono, come è pure la descrizione della mentalità degli operai; sono pure da approvarsi le critiche a metodi e sistemi padronali e le reazioni nei confronti di una vita abbrutita, condotta ancora oggi da troppi contadini.

«E finisco: le Esperienze Pastorali sanno di troppa foga e di troppa “inesperienza” giovanile per poter portare un positivo contributo alla soluzione della crisi della parrocchia. Il libro ha il merito di aver toccato alcuni problemi e di aver buttato all’aria alcuni cenci; ma è inquinato di troppa superbia ed è viziato di troppa sicurezza di sé e disprezzo degli altri per poter recare un messaggio validamente costruttivo ai sacerdoti che, con uguale generosità, anche se con maggiore silenzio e modestia, lavorano nelle ventiquattro mila parrocchie d’Italia.

«E non mi richiami, caro Padre, ai doveri della carità cristiana, perché è proprio pensando ad essa, ma in forma universale, verso tutti i Confratelli nel Sacerdozio, che ho scritto queste righe, non già in polemica con Lei, ma a complemento – se permette – di quanto Lei ha così bene scritto nei quattro punti sottolineati.

«Mi perdoni la franchezza che non ho mai sentito, come in questo caso, così doverosa e nello stesso tempo così ingrata per me; e mi creda Suo devotissimo

don FAUSTO VALLAINC»

Grazie a Dio, possiamo disporre di giudizi limpidi e chiari come quello mons. Vallainc. Ce ne fossero, oggi, di uomini dotati di tanto spirito di carità. 

download (28)Aggiungo che don Milani poteva avere dalla sua qualche buona ragione per criticare la DC del dopoguerra. Questa aveva perso la continuità ontologica col Partito Popolare di Sturzo, che, secondo Dottrina sociale, si ispirava ai principi della sussidiarietà e della partecipazione, nella linea dell’Appello ai liberi e forti. Invece la DC, sotto la guida di figure come Fanfani, Andreotti, Moro e Forlani, andava piuttosto ad attestarsi decisamente verso una direzione assistenzialista e statalista-keynesiana. Nella quale la sinergia tra la piena accettazione dei meccanismi perversi della società dei consumi, corruttori dell’anima del popolo, e le derive bancarottiere connaturate allo spreco istituzionalizzato della spesa pubblica già inutilmente denunciato da Sturzo, preparava già il terreno alla irreversibile crisi strutturale del sistema, che ancora oggi stiamo vivendo. Tutto questo è un tema che è molto ben spiegato dal già citato Pier Luigi Zampetti nel suo libro La società partecipativa, leggibile e scaricabile su web a questo indirizzo. E’ anche un tema che comunque, per la sua importanza, andremo ad ampliare nel capitolo 7.

Tornando a Esperienze Pastorali, si è però già visto in precedenza che l’alternativa alla politica della DC, proposta dal priore di Barbiana, andava piuttosto nell’infelice direzione della lotta di classe. Viene anzi da chiedersi, vista l’ossessione che egli dimostrava per essa, richiamandola anche nelle circostanze più impensate, se nel suo personale vissuto non vi si debba attribuire una qualche valenza di rivalsa psichica, al di là di quella che potrebbe essere semplicemente considerata una razionale scelta politica. Specie collegando la suddetta ipotesi agli abituali modi scomposti di don Milani, che gli impedivano un ragionamento sereno e un normale dialogo con gli altri, su qualunque argomento.  

Per quanto riguarda poi il pilastro milaniano di Esperienze pastorali, la scuola popolare, abbiamo visto in dettaglio nel capitolo 2 come la personale scuola del priore fosse, nei suoi contenuti, gravemente inadeguata ad educare.

Ancora. E’ cosa poco nota che vi siano stati passaggi non limpidi nell’iter di autorizzazione alla pubblicazione di Esperienze pastorali,  il c.d. imprimatur, normale prassi alla quale il priore di Barbiana era tenuto a sottoporsi nei confronti del suo vescovo, il Card. Elia Dalla Costa. Così ne riferisce il padre Centi, da pag. 36 del suo libro:

il Card. Elia Dalla Costa

(…) La linea difensiva, scelta da don Milani, era di una logica e di una ortodossia esemplari; ma era ben lungi dal possedere un minimo di consistenza, come lui sapeva meglio di ogni altro. In sostanza, egli si faceva forte della licenza che l’autorità legittima aveva accordato alla stampa del suo libro. Alle pregiudiziali di Mons. Vallainc contrapponeva le sue. Sarebbe stato per noi troppo facile ribattere, elencando una caterva di libri, i quali erano stati condannati come eretici dopo essere stati regolarmente muniti dell’Imprimatur da parte dei rispettivi Vescovi. Ma, nel caso specifico, c’era di peggio: l’Imprimatur della Curia fiorentina era stato ottenuto mediante veri sotterfugi. Dal P. Santilli era stato ottenuto un giudizio personale, sostanzialmente favorevole, ma non un «Nulla Osta» regolamentare. Mons. Bensi aveva approfittato delle vacanze del Cancelliere, cioè di Mons. Bartalesi, per sorprendere la buona fede del vecchio Cardinale Dalla Costa (83 anni), presentandogli il manoscritto anonimo, o truccato con uno pseudonimo e, per di più, con un titolo strano, in cui era ben difficile ravvisare a colpo il suo reale contenuto. Il Cardinale aveva apposto la firma senza esitare, appena i richiedenti gli ebbero assicurato il bene stare del P. Santilli. Mai più egli pensava di firmare l’imprimatur per un libro di don Milani.

Il P. Reginaldo Santilli, anche lui domenicano nonché mio concittadino, ha chiarito definitivamente la sua posizione, ossia la parte che egli ebbe nella presunta concessione dell’imprimatur. Egli afferma di aver ricevuto il manoscritto da Don Lorenzo in persona, e non dalla Curia Arcivescovile di Firenze, impegnandosi per una revisione soltanto amichevole e non ufficiale dell’opera, che allora portava il semplice titolo «San Donato» (vedi: SANTILLI R., O.P., «La vicenda di “Esperienze Pastorali” di Don Lorenzo Milani. Memoria», in «Vita Sociale», pp. 245-264). Verso la fine di quel mese di ottobre, le voci relative a codesto imbroglio cominciavano a circolare a Firenze. Stando così le cose, non avrei potuto certo impostare una discussione sui contenuti del libro, accettando per buone le pregiudiziali del Priore di Barbiana. Perciò, gli scrissi con tutta franchezza, esortandolo a smentire quelle voci, se era in condizioni di farlo. La risposta non si fece attendere.

Barbiana, 3 novembre 1958

«Caro Padre, le rispondo senza entrare nel merito del suo 99 % di preti urtati dal mio libro. A me risulta esattamente il contrario. Perché di urtati ne ho trovati tre soli (Centi, Perego, Vallainc) mentre di commossi e grati ricevo ogni giorni visite e innumerevoli lettere. Ma può darsi che quelli urtati, che ha visto lei, esistano davvero e si siano solo dimenticati del loro dovere di correggermi fraternamente. Non le faccio elenchi di preti commossi perché la sua lettera era troppo cattiva e non si merita questa risposta. «Se le scrivo, è solo perché lei mi ha invitato a smentire le brutte calunnie che ella ha riportato nella sua lettera. «Certo che il Cardinale ha letto il mio libro! Non solo, ma ha colto ogni occasione per dire ai preti che egli non ci vede nulla di male. Mons. D’Avack non ha scritto la prefazione per aver visto l’imprimatur, perché è anzi lui che, per primo, ha letto il libro (gliel’ho mandato nel 1956) ed è lui che, con una commovente lettera, ha chiesto al Cardinale che lo approvasse. E neanche conosceva il nulla osta del P. Santilli. Perché il P. Santilli stava leggendolo (in altra copia) contemporaneamente a lui. E neanche è vero che il P. Santilli abbia dato il nulla osta in forma amichevole e privata, perché la sua lettera è qui in mia mano ed è un nulla osta dato come nulla osta, cioè precisamente per l’imprimatur. E neanche è vera l’altra volgarità che ella ha aggiunto per coronare la serie e cioè che io non abbia fatto le correzioni suggerite da P. Santilli. Le ho fatte tutte scrupolosamente ed erano del resto inezie, cioè una decina di espressioni di cui consiglia l’addolcimento. E neppure posso credere che circolino, con insistenza, voci del genere, perché se fosse vero, bisognerebbe dire che nel clero c’è della gran disonestà. Possibile che nessuno di questi calunniatori si sia degnato di venire dai principali interessati a chiedere schiarimenti, cioè da me o da don Bensi? «Nessuno è venuto. Nessuno ha scritto. A chi, dunque, dovrei smentire? Ho smentito a lei, ora, perché lei è il primo che mi abbia raccolto e inviato questa fondata di fogna per buttarmela in faccia. «L’altra volta, le scrissi per dirle che non è con tono di superiorità che si iniziano le discussioni. Ora, le dico che le discussioni non vanno iniziate nemmeno con insinuazioni volgari e infondate come le sue e assolutamente indegne d’un sacerdote a un sacerdote. «Cordiali saluti suo LORENZO MILANI»

***

Questa faccenda dell’Imprimatur merita di essere chiarita definitivamente, tanto più che i documenti già stampati offrono i dati essenziali per farlo. Principale documento rimane, per ora, l’articolo già citato del P. Reginaldo Santilli. Confrontando la data delle lettere autografe di Don Milani a detto Padre (10 e 14 ottobre 1958), con la lettera d’indignazione a me diretta (3 novembre 1958), ho avuto la riprova che il povero don Lorenzo, con quello scritto, aveva tentato di spaventarmi, accusandomi di falsità e di calunnia, pur avendo già saputo da altri quali voci corressero a proposito dell’approvazione ecclesiastica, ottenuta in modo surrettizio, per la pubblicazione del suo libro (Cfr. Art. cit., pp. 262, 264.). Il P. Santilli esclude formalmente di aver mai scritto la lettera che don Lorenzo allora mi sbandierava come un nulla osta regolare. E attribuisce quell’uscita a una semplice escandescenza polemica (Ibid., p. 261). Lo penso anch’io; però, il fatto di ricorrere a espedienti del genere, nel corso di una corrispondenza privata, dà la misura dell’uomo. Purtroppo, questi aveva già travalicato anche codesta misura, come avremo subito modo di constatare: forse perché mal consigliato; egli aveva persino superato se stesso! Pochi giorni dopo la lettera autografa, che abbiamo riferito sopra, don Lorenzo così scrive alla mamma:

«…Sabato sera è arrivato un prete veneto che fa da segretario al Cardinale. Io non lo conoscevo. Dice che il Cardinale, prima del Conclave, era tranquillissimo, ma che, tornato da Roma, è tutto agitato e riceve anche lettere anonime e non anonime che lo coprono d’insulti per avermi dato l’imprimatur. Ora lui si intesta a dire che lui l’imprimatur non l’ha dato. E allora questo don Alba è venuto per sapere come si sono svolte le cose e anche per impedire al Cardinale di rispondere in questo senso alle lettere e obiezioni che riceve. Gli ho fatto vedere i miei documenti; gli ho dato una breve cronistoria, firmata, di come si sono succeduti i fatti; gli ho copiato a macchina i documenti che non gli ho voluto dare e poi gli ho consegnato la famosa lettera di D’Avack, che non avevo mai consegnata perché mi arrivò quando l’imprimatur era ottenuto. Quest’ultima gli ha fatto molto piacere. Credo che giudicasse che avrebbe tranquillizzato il Cardinale. È stato gentilissimo, rispettosissimo; ha ripetuto più volte che, in Curia, si sa che io sono completamente estraneo alla vicenda dell’imprimatur e perfettamente in regola personalmente» (Lettere alla mamma, cit., p. 152).

***

Secondo l’interessato, don Alba si sarebbe persuaso che, personalmente, don Milani non era responsabile dell’agguato teso al vecchio cardinale arcivescovo. Per risolvere codesto dubbio, bisognerebbe interpellare il suddetto prete veneto, segretario del cardinale. Ma per noi è più importante a sapersi se, di fatto, don Milani era rimasto estraneo a quella manovra. Mi pare impossibile che non ne sia venuto a conoscenza, data la sua intimità con i diretti responsabili. Comunque, sta il fatto che egli si guardò bene dall’inoltrare, in tempo utile, la lettera di Mons. D’Avack, cui si accenna. Eccone il testo:

Camerino, 21 agosto 1951

«Eminenza Reverendissima, per interessamento di un amico, ho letto il lavoro di un buon sacerdote di codesta Ven.le Arcidiocesi, don Lorenzo Milani. «Tale lavoro mi ha interessato profondamente (e quasi quasi ho invidiato a V. E. rev.ma quel buon sacerdote…!) e ne ho scritto allo stesso don Milani le mie impressioni, affinché egli sottoponesse anche queste, insieme col suo scritto, all’esame e alla decisione di V. E. per una eventuale pubblicazione.  «Certo i problemi che don Milani tocca e quello che egli segnala in proposito, mi sembrano cose estremamente importanti e urgenti. E io sarei assai contento se così potessi metter fuori qualche cosa delle preoccupazioni che sempre più mi tormentano. «Anch’io, con soggezione filiale, sottopongo il mio povero scritto all’esame, alle correzioni, e… se occorresse anche alla soppressione da parte di V. E. «Mi perdoni, intanto, se così Le porto anch’io lavoro e preoccupazioni: e, piuttosto, veda anche in questo, un segno della mia profonda filiale devozione. «Con animo assai grato, bacio con devota venerazione la Sacra Porpora e imploro una speciale benedizione anche per la Diocesi, mentre mi onoro ripetermi dell’Eminenza Vostra Rev.ma, divotissimo servo in Cristo. GIUSEPPE D’AVACK Arcivescovo di Camerino» (Ibid., p. 143, nota 2)

***

Lo scopo dell’epistola era evidente: chiedeva una attenta revisione ecclesiastica in materia particolarmente delicata. Elogiando senza riserve l’Autore, l’Arcivescovo di Camerino intendeva anche saggiare con garbo gli umori della Curia Fiorentina verso di lui. Ebbene, per più di un anno, don Milani ha trattenuto presso di sé quella missiva, che aveva per destinatario il proprio Arcivescovo. Penso che nessuno possa riconoscergli il diritto di farlo. Che cosa, dunque, lo ha spinto a trattenere quel documento? È lecito supporre un motivo di profonda umiltà, dal momento che codesto scritto era un inno di lode in suo onore? Noi non siamo tanto ingenui dal crederlo. È, invece, troppo più logico pensare che egli ha inteso impedire così quella revisione ecclesiastica seria e responsabile che appunto quella lettera sollecitava. Don Milani dice di non averla consegnata prima, «perché gli arrivò quando ormai l’imprimatur era ottenuto». Ma egli ben sapeva che quella richiesta formale di un Vescovo a un altro Vescovo avrebbe messo in allarme la Curia Arcivescovile di Firenze, prima che fosse troppo tardi, cioè prima della pubblicazione dell’opera. Il lettore vorrà comprendermi e compatirmi se, qui, sono costretto a confessare che la somma degli elogi tributati al Priore di Barbiana non è riuscita ancora a cancellare la dolorosa impressione, provocata in me dal cumulo di scorrettezze da lui collezionate in questa vicenda.  

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l’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack

Non ho compreso perché l’Arcivescovo di Camerino avrebbe fatto avere a don Milani, invece che a Dalla Costa, la sua lettera di cortesi ma preoccupate riserve su Esperienze pastorali, missiva che era indirizzata all’Arcivescovo di Firenze, e che invece il priore ha indebitamente trattenuto presso di sé. Sarebbe stato molto più logico e sicuro, da parte di mons. D’Avack, spedirla direttamente a Dalla Costa. Ciò avrebbe evitato le scorrettezze successivamente commesse da don Milani, e molti dispiaceri al suo superiore. Forse un domani la ricerca storica potrà appurare anche quest’ultimo dettaglio della vicenda. Dettaglio che, peraltro, non influisce sulla valutazione generale – anch’essa pesantemente negativa! – su questa che resta una delle opere-simbolo del priore.

Ebbene, sulla scorta di tutte le precedenti evidenze, anche se la lista non è ancora completa e ancora di altre dovrò parlare in seguito, è chiaro che già ora mi vado assumendo una pesante responsabilità, nell’affermare che la riabilitazione del pensiero milaniano è stata un grave errore da parte dei vertici della Chiesa cattolica. E’ in via di questa responsabilità che, prima di trarre le conclusioni finali della presente ricerca, nel capitolo 11, dove altro non mi resterà se non supplicare umilmente quei vertici di rivedere la loro posizione sulla figura milaniana, è indispensabile che io mi soffermi, ora, sui motivi per i quali la nostra società si trova oggi nel mezzo di una crisi strutturale irreversibile. Vale a dire, oltre alla pars destruens sul pensiero milaniano, è necessario che io colga questa non comune circostanza con la quale mi rivolgo al Papa e ai suoi collaboratori, per proporre in modo adeguato una pars construens che esiste, e che offre la piena alternativa al pensiero milaniano per risolvere la crisi, per il bene del popolo: si tratta della Società partecipativa secondo la Dottrina sociale cattolica. L’idea di Pier Luigi Zampetti. Dovrò prendermi il tempo e lo spazio necessari nel prossimo capitolo, mentre torneremo a occuparci più specificamente della vicenda milaniana al capitolo 8.

7. Tre maestri spiegano la crisi. E la risolvono

Per una piena comprensione di quanto vado a esporre, che ci sarà prezioso per offrire l’alternativa valida al metodo milaniano della lotta di classe, devo premettere un’analisi storica. Sono cose già note a molti, ma è bene che, per completezza di ragionamento, in questa sede io non le dia per scontate.

Dunque, attraverso tre grandi maestri della Dottrina sociale, che sono il Beato Giuseppe Toniolo, il Servo di Dio don Luigi Sturzo e il prof. Pier Luigi Zampetti, effigiati nella testata di questo blog, possiamo ben comprendere le ragioni remote e prossime dell’odierna crisi, che è globale. La crisi è visibilmente di natura economica e del lavoro, ma in prima istanza, come ben si sa nel nostro mondo cattolico, è di carattere antropologico e spirituale.

download (31)La crisi prende infatti le mosse dall’affievolirsi dell’esperienza cristiana medioevale, quando l’ordine sociale e politico, quello economico e quello del lavoro erano innervati dall’antropologia cattolica, sia pure in presenza di regimi monarchici certamente non perfetti. Nei quali però la figura del regnante era concettualmente validata dall’investitura religiosa, e perciò stesso intesa a servizio del popolo. La successiva Rivoluzione protestante propizia invece il sopravvento della figura del sovrano autocrate, il quale spoglia il patrimonio della Chiesa, come pure disgrega i corpi intermedi della società che i lavoratori avevano costituito, e ne incamera i beni. I lavoratori e le loro famiglie restano così politicamente emarginati, oltre che impoveriti, dal nuovo modello di Stato assolutista. Il Toniolo osserva che anche la scoperta del nuovo mondo, con la necessità dell’accentramento di capitali per far fronte alle nuove grandi imprese, nonché la successiva rivoluzione industriale, tendono sempre di più a strutturare e consolidare il primato del potere assoluto e del capitale finanziario sulla persona umana.

Il tutto si intrecciava, a livello filosofico e culturale, con quella corrente di pensiero razionalista che teorizza il primato della ragione su quello della religione, tipica dell’umanesimo. Tale corrente si sviluppa fin dal Rinascimento, fino a deflagrare clamorosamente con la Rivoluzione francese, il cui spirito anticristiano doveva poi risultare vincente in tutto il continente, diffuso in Europa sotto le bandiere di Napoleone. Italia compresa, con le note vicende risorgimentali e unitarie.

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Così, sul complesso di queste vicende, si esprimeva efficacemente il Toniolo, economista cattolico a cavallo tra ‘800 e ‘900, ben comprensibile nei concetti, nonostante il suo linguaggio arcaico:

…Per cogliere e designare nella sua fisionomia l’attuale momento storico, occorre prendere le mosse dai tratti caratteristici dell’evo medio e porli a riscontro con quelli dell’età nostra. Il medio evo si contrassegna nell’ordine dei fatti per una molteplice varietà d’istituzioni e di manifestazioni sociali, economiche, politiche, figliate gradualmente dal concetto della legge morale e quindi dal sentimento della libertà in ordine ad essa e coordinate sistematicamente ad unità di rapporti universali nella repubblica dei popoli cristiani, sotto il governo della ragione spirituale della civiltà, custodite e rappresentate dalla Chiesa col pontificato. Nell’ordine del sapere quell’epoca storica analogamente si distingue per vigoria multiforme del pensiero, coordinato però ad unità sistematica sotto la direzione suprema delle dottrine speculative ed etiche, armonizzate alla fede nella scolastica cattolica.

Nell’odierno momento storico la fisonomia che va ogni dì più designandosi nel civile consorzio, presenta linee e movenze affatto opposte sia nell’ordine reale che in quello ideale. Nei rapporti ed istituti di fatto già si scorge il tessuto di una organizzazione universale la quale, a scapito della legittima libertà e dietro lo spirito invadente di eguaglianza, va facendosi ognora più stretta, artificiosa, uniforme, sotto le minacce delle associazioni cosmopolitiche del socialismo popolare che alla lor volta giustificano e sospingono le tendenze assorbenti del socialismo di Stato, in mezzo a cui, frattanto, acquistano predominio crescente le ragioni della forza rappresentata dalla prepotenza materiale delle moltitudini e dalla onnipotenza delle leggi coercitive. Nella scienza analogamente un gran corpo sistematico di dottrine informato ad unità di metodi e di leggi naturali-positive nel quale le scienze dello spirito trovansi mancipie di quelle della natura fisica e si perdono nella enciclopedia materialistica dell’evoluzione. Ciò che si disegna oggi dì è la negazione completa dell’ordine sociale e dell’ordine intellettuale cristiano-cattolico; germinato e condotto a mirabile sviluppo nell’età di mezzo.

[…]

…Or bene: l’antichità non ebbe mai così un chiaro e sicuro concetto di un ordine morale superiore ad ogni arbitrio di popoli e principi, da cui pigliasse forma l’ordine stesso dei civili consorzi né si svolsero mai, con genesi matura e con funzione autonoma, gli organismi intermedi del consorzio civile e sopra tutto quella non ebbe mai un ente più elevato e autorevole dello Stato, come è la Chiesa, che di quella legge morale e di quell’ordine concreto si facesse custode e vindice.

Il culto intemperante delle dottrine antiche e delle classiche istituzioni, risuscitato al tempo del rinascimento, doveva pertanto offuscare il concetto astratto di una legge etica, che regge i rapporti sociali, per sostituirvi la semplice utilità e nello stesso tempo, nella lotta dell’utile fra i forti ed i deboli, doveva insidiare ed infine disperdere questo nucleo di forze intermedie per lasciare la società divisa in due campi opposti: politicamente, da un lato la moltitudine che obbedisce e da un altro l’arbitrio sconfinato di pochi e di un solo che impera; socialmente, la classe più numerosa cui incombono solo doveri e sacrifici, ed una ristretta e privilegiata cui spettano solo diritti e godimenti; economicamente, i diseredati da un canto, la plutocrazia da un altro; e, nel conflitto di queste forze coartate, un’alterna vicenda di anarchia al basso e di assolutismo crescente in alto.

Tutta la storia dell’antichità rappresentava al vivo questo assetto artificioso e questo ciclo fatale. Rimettere in onore la sapienza antica, non corretta dalle dottrine e dalle esperienze storiche del cristianesimo, valeva quanto predisporre a profondi sconvolgimenti sociali e moltiplicare in seno i germi del socialismo futuro.”

(La genesi storica dell’odierna crisi sociale ed economica – Giuseppe Toniolo, 1893 – estratti da pag. 1 a pag. 7. E-book leggibile e scaricabile gratuitamente dal meritorio sito web cattolico http://www.totustuus.it, a questo link)

Il lavoro del Toniolo dal quale questo brano è tratto, è ancora prezioso, a distanza di più di cent’anni, per comprendere la crisi di oggi. Ci è anche utile, del medesimo Toniolo, la Lettera aperta a mons. Bigliani in risposta ad insinuazioni di connivenza con il cattolicesimo democratico (1894), anch’essa leggibile su http://www.totustuus.it, direttamente a questo linkCosì il Toniolo: 

(…) Quanto poi al contenuto filosofico, è ormai assodato che il socialismo è un sistema dottrinale, attraverso gli anelli di una lunga catena, figliato dal liberalismo. Come si potrebbe lasciar credere che giovi avvicinarsi a quello per meglio atterrar questo?
(…) Così p. e. il regime liberale nella sua espressione propria significherebbe un sistema di rapporti sociali-politici incardinati sul rispetto della libertà. Ma storicamente esso venne ad esprimere un sistema di rapporti sociali emancipati da ogni legge etica, e specialmente dal sovrannaturale cristiano. È per questo che i cattolici, seguendo tale giusto criterio scientifico, sono amanti di libertà, ma rifiutano il liberalismo. E del pari il socialismo potrebbe accennare ad un insieme di rapporti in cui l’individualità nella sua esplicazione si coordina alla socialità, cioè agli interessi generali; ma chi non si fermi a fantasticare su ciò che esprima etimologicamente, o su ciò che potrebbe e dovrebbe essere il socialismo, ma lo assuma per ciò che è attualmente nell’accezione storica della parola e per quello che tende ad essere per intrinseca necessità, deve intendere per esso: un sistema sociale sostanzialmente e definitivamente anticristiano, non meno del liberalismo”.

Il Toniolo ci dice quindi che l’origine della crisi va ricercata nelle ideologie alle quali ancora oggi sostanzialmente si ispira, pur in vario modo e grado, tutta la politica: il socialismo e liberalismo.  

Modernamente, e questo è un passaggio fondante ignorato dai più, la suddetta storica esautorazione dei corpi intermedi della società da parte dello Stato, non è stata rimediata, sia dal punto di vista politico che da quello economico, con l’avvento delle moderne democrazie, che sono caratterizzate dalla natura liberal-democratica e dal solo elemento rappresentativo. Questo, perché in pratica esse restano prive della effettiva partecipazione popolare al potere, ispirata dai princìpi di sussidiarietà e partecipazione, da realizzarsi tramite meccanismi istituzionali che ne consentano l’espressione.

Il solo istituto della rappresentanza parlamentare, in un contesto politico-economico che, essendo appunto di stampo liberale, tende appunto ad avversare la sussidiarietà piuttosto che a promuoverla, fa sì che il “popolo delle famiglie” (espressione di san Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 1994, poi ripresa con forza da Zampetti) seguiti a restare privo di effettivi strumenti di decisione e controllo nella gestione della politica e dell’economia, tali da poterlo rendere soggetto e protagonista nella vita sociale.

In sintesi, restando irrisolto il problema della delega politica tipico della rappresentanza, per il quale dopo il voto al popolo non resta alcun potere effettivo di decisione e controllo sulle vicende della polis, ed essendo i partiti politici controllati da poteri oligarchici, il popolo medesimo seguita a restare privo di potere reale. In proposito, così si esprime Pier Luigi Zampetti (1927-2003), studioso che ho citato episodicamente in precedenza, la cui figura vado ora a approfondire:

[…] L’oligarchia è prodotta dalla delega dei poteri che gli elettori conferiscono ai partiti. La democrazia rappresentativa o democrazia delegata consente infatti alle oligarchie di poter gestire la società intera. E le oligarchie partitiche sono in simbiosi con le oligarchie economiche. Tale simbiosi ha creato il capitalismo consumistico. La crisi di tale forma di capitalismo coinvolge anche le oligarchie partitiche. Di qui la crisi del sistema politico occidentale che si accentuerà sempre più nella misura in cui il capitalismo consumistico manifesterà la sua crisi crescente, cessando di essere il modello di sviluppo economico paradigmatico, così come finora è stato”. (Partecipazione e democrazia completa, la nuova vera via – Rubbettino, 2002, pag. 50).

Ovviamente, ciò è potuto avvenire in quanto, non a caso, nelle democrazie liberali, al di là delle apparenze e dei reiterati proclami di libertà e di sovranità popolare che si esplicherebbe nel momento elettorale, nel popolo delle famiglie è stata in certo modo sedata la coscienza della propria responsabilità, autonomia e libertà. Attributi, questi, che andrebbero esercitati secondo la corretta linea antropologica del primato sociale dell’uomo-persona, della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e dei corpi sociali intermedi, rispetto allo Stato. La riduzione di tale consapevolezza è avvenuta in via dei condizionamenti più o meno sottilmente esercitati dalla scuola di Stato e dai diversi centri di potere. Ha dunque ancora pienamente ragione il Toniolo, quando nella già citata opera La genesi storica… afferma (pag. 25) che

[…] Politicamente il liberalismo esprime affrancazione dell’individuo, la più completa e sconfinata, ma pure dovunque esso tende a deprimere l’autorità delle famiglie; le associazioni spontanee consente ed anco favoreggia, ma rimane ognora riluttante a riconoscere la loro costituzione permanente in forma di enti giuridici; le autonomie locali vengono affermate negli statuti, ma fondate sopra aggregazioni artificiali, non radicate nella costituzione naturale storica; le rappresentanze popolari sono chiamate al governo, ma non rispondenti alla gerarchia delle varie classi, organo di trasmissione al potere più che dei bisogni collettivi sociali, della volontà smodata delle maggioranze, componendo nell’insieme un assetto politico diretto, più che ad avvalorare la libertà, a preparare l’eguaglianza livellatrice.
Tendenze fatali che si riscontrano del pari fra gli Stati antichi e nuovi del continente e in mezzo alle istituzioni storiche dell’Inghilterra. Anzi, come ai girondini successe in breve la conquista giacobina cioè, al culto entusiasta della libertà, la frenesia dell’eguaglianza, così nella seconda metà del secolo nostro quello stesso spirito informativo che divinizzava l’individuo, trasferendosi di più in più a divinizzare la società tutta intera, fa luogo, dopo il 1860, al processo lento, graduale, universale del socialismo di Stato in nome degl’interessi e della preponderanza numerica delle moltitudini. E così la mania del legiferare in Europa, come in America, (giustificata vieppiù dal bisogno di riannodare i vincoli recisi dal malinteso liberalismo e sospinta dalla organizzazione minacciosa del socialismo) attua, con passo silente ma continuato, la immolazione della libertà in favore di un nuovo assolutismo collettivo.
Né diversamente nei rapporti etico-sociali. L’egoismo inaugurato dalla riforma trova nelle dottrine individualistiche dell’età nostra una più sistematica giustificazione e la solidarietà sociale, più che mai allentata e scossa per l’assenza dei nuclei corporativi e degl’istituti del patronato, ha fatto luogo ad una scissura fra le classi eguale o maggiore che nei tre secoli anteriori; soltanto essa, che prima si schiuse fra principi e popolo poi fra questo e la nobiltà, oggi s’interpone fra le moltitudini e la borghesia.
Economicamente il liberalismo che si affranca dalla legge morale, fomenta e solleva vieppiù l’utilitarismo, e riconduce inaspriti i medesimi effetti. E così, nel conflitto della utilità materiale, eretta a norma sovrana universale, si riproduce in maggiori proporzioni il duplice fenomeno del sacrificio dei piccoli e del sovrapporsi dei potenti e con esso del salariato, del proletariato e infine del pauperismo col riscontro della plutocrazia nell’Europa centrale, nella Russia, nell’Australia, nell’America”.

La situazione, sotto questo aspetto, dopo più di un secolo non sembra essersi molto evoluta. E’ parzialmente cambiata la geografia dei poveri, ma la sostanza è analoga. Le cause delle crisi economica di allora, collegate al primato del capitale finanziario e del potere delle oligarchie che, allora come oggi, prevalevano sulla persona umana, sono dunque le medesime della crisi di oggi. Ancora non risolte. La crisi di allora è la medesima crisi di oggi.

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l’economista John Maynard Keynes

Nel ventesimo secolo abbiamo assistito alle ecatombi provocate dalla Rivoluzione russa e dai due conflitti mondiali, generate da quelle visioni ideologiche e nazionalistiche totalitarie, eredi del materialismo ateo-razionalista del 1789. Ma già dai primi decenni del secolo scorso stava operando la subdola ideologia economica keynesiana, che ha poi avuto ancora maggior spinta dopo la Seconda guerra mondiale,  andando a piagare in tutto il mondo la coscienza, l’anima e il corpo del popolo delle famiglie. I promotori del materialismo edonistico, filosofia sottesa al keynesismo, hanno dunque seguitato, per il tramite della società dei consumi, a tenere strettamente vincolato il popolo delle famiglie ai poteri oligarchici. I quali, sotto le apparenze di libertà della democrazia rappresentativa, controllano l’intera comunità umana. Anche mantenendo saldamente nelle loro mani le leve di comando della finanza, a livello mondiale. Nella democrazia rappresentativa, dice infatti Zampetti, i partiti politici non curano gli interessi degli elettori, ma svolgono la funzione di cinghia di trasmissione della volontà dei poteri forti.

In pratica, il mondo appare essere quel “grande campo di rieducazione” al quale Papa Francesco si riferiva in metafora, nell’udienza alla delegazione del BICE, in data 11 aprile 2014.

download (33)Più modernamente, la crisi prende dunque a svilupparsi con il capitalismo consumista. In una parola, con l’economia keynesiana alla quale abbiamo appena accennato, la quale ispira il New Deal rooseveltiano degli anni ’30 del secolo scorso.

Zampetti spiega che, secondo tale politica economica, il moderno liberalcapitalismo per smuovere l’economia stagnante tende a creare un circolo di investimenti-produzione-consumo, che viene alimentato in modo forzoso. Ciò si esplica principalmente con la creazione di posti di lavoro anche fittizi, e attraverso grandi investimenti pubblici, anche improduttivi. Il tutto resta sostanzialmente a carico delle casse dello Stato. John Maynard Keynes era, per intenderci, il noto economista il quale sosteneva che, in mancanza di investimenti privati, “fare buche in terra con i soldi pubblici per poi riempirle nuovamente, sempre con i soldi pubblici” rappresentava il modo obbligato di far girare l’economia.

Tale prassi, spiega Zampetti, comporta l’asservimento dello Stato all’economia. Asservimento senza il quale l’economia keynesiana non avrebbe potuto concretizzarsi. Per attuare questo piano chi governa deve dar vita ad un sistema fondato sulla separazione della remunerazione del lavoratore dal lavoro medesimo. Il lavoro viene quindi, dice Zampetti, “staccato dall’uomo”, al preciso fine di dar vita al momento consumistico. La remunerazione non è più legata al lavoro, bensì viene erogata in funzione del consumo. Le conseguenze di tale politica sono assai nocive per il popolo. Zampetti smonta il meccanismo:

…Per superare la crisi e rilanciare il sistema inceppato si ricorse all’intervento dello Stato nell’economia. Fu introdotto, da un lato, il principio della redistribuzione dei reddito per consentire l’aumento della capacità di acquisto da parte dei cittadini; dall’altro, vennero sollecitati gli investimenti dello Stato attraverso il disavanzo di bilancio o deficit spending per sopperire al mancato investimento dei capitalisti privati. Nacquero così un nuovo tipo di società e un nuovo Stato: la società dei consumi e lo Stato assistenziale.

Devo preliminarmente far presente che certi principi economici, inseriti nella realtà individuale e sociale, modificano profondamente la medesima, non soltanto dal punto di vista economico, ma altresì sociale, politico ed anche morale.

È infatti partendo dall’inflazione, che non è un fenomeno soltanto economico, ma ha implicazioni riguardanti la società nei suoi molteplici aspetti, che si snoda la costruzione dell’ideologia della società intera.

Che cos’è l’inflazione? È uno strumento per redistribuire i redditi e quindi per elevare i livelli dei consumi che consentano l’assorbimento dei beni continuamente prodotti. Questo strumento viola gravemente i principi morali. Come sappiamo, il fondamento della proprietà è il lavoro. Ebbene la teoria economica introduce un principio nuovo per sganciare la proprietà dal lavoro, e cioè la distinzione tra salari reali e salari monetari.

«È una fortuna», diceva Keynes, «che i lavoratori oppongano resistenza a riduzioni di salari monetari… mentre non oppongano resistenza a riduzioni di salari reali, che siano connesse con aumenti dell’occupazione complessiva e lascino invariati i relativi salari monetari».

La redistribuzione del reddito è così ottenuta attraverso la diminuzione del potere di acquisto della moneta. Lo Stato fa in modo di diminuire il potere di acquisto, ottenendo così i suoi scopi, perché i lavoratori non se ne accorgono e accettano la riduzione dei salari reali. Quando se ne sono accorti, introducendo la scala mobile o altre misure protettive, l’inflazione ha colpito la parte della retribuzione dei lavoratori destinata anziché ai consumi ai risparmi, arrivando addirittura ad elargire a tali risparmiatori un interesse negativo nel periodo scorso, finché i risparmiatori hanno maturato una nuova coscienza.

La domanda della Rerum Novarum è quanto mai attuale: che cos’è la proprietà? L’inflazione espropria in maniera illegittima i lavoratori di una parte della loro retribuzione, togliendo loro la libertà con cui provvedere a destinare i propri redditi. Il proprietario può infatti destinare i suoi redditi al risparmio, agli investimenti o ai consumi. In questo caso la destinazione è sollecitata ad orientarsi verso i consumi, anziché verso gli investimenti od il risparmio. Il blocco degli affitti da un lato (che colpisce la proprietà immobiliare) e la strumentalizzazione del tasso dell’interesse dall’altro, che poteva essere variato a piacimento fino a divenire interesse negativo (che colpisce i risparmi), come negli anni scorsi, ne sono la palese riprova. Era proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi; gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberal-capitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività.

Ma il discorso non si ferma qui. Il nuovo capitalismo ha avuto profonde ripercussioni di carattere etico. La redistribuzione del reddito, ottenuta in maniera meccanicistica attraverso esproprio invisibile, ha favorito la nascita del permissivismo che ci conduce ad affermare che la società dei consumi o società dell’inflazione è altresì una società permissiva. Dove cioè sorgono e si sviluppano i fenomeni aberranti della violenza, della droga, dell’erotismo, dell’aborto, della dissacrazione familiare, della criminalità economica e della criminalità organizzata. Il permissivismo è cioè una conseguenza del consumismo e dell’inflazione. Dobbiamo allora analizzare le cause di questi fenomeni degenerativi, ricordati da Paolo VI nella Octogésima Adveniens. Perché è stata introdotta l’inflazione nella società? Per redistribuire il reddito in modo da dare al maggior numero di persone il denaro da destinare all’acquisto dei beni di consumo. Ma l’applicazione di questo principio, come ho già ricordato, ha precise e gravi conseguenze. Il reddito non è più percepito per il lavoro prestato, ma per il consumo da effettuare. Chi compie lavori inutili, chi non lavora, o lavora poco, è posto, in certa misura, sullo stesso piano di chi compie lavori produttivi o lavora molto.

L’uomo viene disincentivato, scoraggiato. Le sue energie interiori vengono ibernate. L’importante è che consumi, quali che siano gli oggetti consumati. Abbiamo in tal maniera un’immagine negativa dell’uomo: non più l’uomo persona che è in grado di autodeterminarsi, ma l’uomo robot che compie scelte che altri hanno già deciso diverso tempo prima di lui o, meglio, sostituendosi a lui. Nella società dei consumi infatti il consumo precede la produzione. Si decide in altri termini prima ancora di iniziare il processo produttivo che cosa e quanto gli individui consumeranno in un determinato arco di tempo, usando appunto i meccanismi dell’economia e la manipolazione pubblicitaria.

L’uomo è una macchina di consumo. Si diffondono costumi di vita sempre meno controllati. Il permissivismo si estende gradualmente all’intera società. E con il permissivismo non possono più essere controllati gli istinti deteriori dell’uomo… 

(La Dottrina Sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta – Sanpaolo, 2003 – estratti da pag. 22 e seguenti)

I nuovi capitalisti esprimono la classe politica, e si appoggiano al sistema keynesiano in un contesto che Zampetti definisce liberalsocialista, poiché associa elementi del mercato libero a quelli dell’intervento statale, per ricavarne lucrosi utili. Non dimentichiamo che i nuovi oligarchi si sono accortamente e preventivamente premurati di crearsi consenso politico dando lavoro, fittizio o meno, e proponendo opportunità di consumo, a molti, anche se non a tutti. La quota fisiologica di dissenso, fino ad ora, è stata agevolmente controllata dal sistema.

Inizia dunque in Occidente il processo di istituzionalizzazione dello spreco della spesa pubblica, che ha come conseguenza la crescita progressiva e incontrollata dei deficit statali, fino a giungere alle note fibrillazioni dei nostri giorni. Che quotidianamente i media ci propongono, allarmandoci grandemente, ma guardandosi bene dal proporre la soluzione del problema.

Si tratta di una politica manovrata dai poteri forti che si sono impossessati delle leve di comando dello Stato, come già anche Sturzo dixit, purtroppo inascoltato, indicando la minaccia rappresentata delle “tre malebestie”: statalismo, partitocrazia e sperpero del denaro pubblico.

download (34)Il sistema oligarchico al potere – abbiamo visto che tale esso è in sostanza, al di là dell’apparenza democratica dalla quale esso si fa legittimare – ha creato dunque una struttura che disincentiva nella persona umana la soddisfazione del lavoro coscienziosamente compiuto, nonché lo spirito di sacrificio, essendo la remunerazione in funzione non più della quantità e qualità del lavoro prestato, ma del consumo. Parallelamente, abbiamo visto che il sistema deprime la propensione al risparmio, dirottando i capitali sui consumi. Tale passaggio avviene per tramite dell’inflazione programmata come strumento di governo. Facendo cioè stampare dallo Stato quantità sempre crescenti di carta moneta, per pagare le politiche deficitarie, carta moneta alla quale però ovviamente non corrisponde più un valore reale. Il tutto, spiega Zampetti, è in studiata sinergia con politiche fiscali e monetarie finalizzate al medesimo scopo: la penalizzazione del risparmio e l’incentivo ai consumi.

La persona, in tale contesto pienamente ateo-razionalista e avverso al principio di sussidiarietà, viene sempre più ridotta ad una entità passiva e subordinata, inserita in un circolo malsano. Nel quale essendole più o meno sottilmente negato ogni ruolo decisionale nei processi di investimento e di produzione, al di là dell’apparenza democratica di libertà, le si riservano le sole funzioni di produrre materialmente e di consumare. La perdita del senso del lavoro e la parificazione del lavoro produttivo a quello improduttivo danno luogo, dice Zampetti, alla progressiva corruzione dell’anima dell’uomo.

download-71Rammento che a suo tempo, in occasione della quattordicesima Giornata mondiale del malato, Benedetto XVI ebbe a dire che il disagio mentale “colpisce ormai un quinto dell’umanità e costituisce una vera e propria emergenza socio-sanitaria”. Nel contesto descritto, nel quale si è estesamente perduto il senso del lavorare e del vivere, quel dato non stupisce.

Dal momento che il sistema è alimentato in maniera crescente e incontrollata dal debito pubblico e dall’inflazione, la quale ultima diviene lo strumento tecnico per lo sgretolamento del risparmio e per la redistribuzione del reddito nel contesto consumista e assistenzialista, il regime economico-politico viene a configurarsi come una locomotiva lanciata in discesa a velocità sempre più alta. Destinata infine a schiantarsi contro il muro della realtà, nel momento in cui divenga palese l’insolvibilità del debito pubblico di Paesi anche importanti. Fra i quali, al momento, anche l’Italia.

Se focalizziamo la nostra attenzione sull’esempio recente della scena politica italiana, vediamo come la classe politica tutta dimostri di non essere in grado di far uscire il Paese dalla crisi. Ma anzi, insista in provvedimenti, o proposte di provvedimenti, del tutto inefficaci o perfino controproducenti, in quanto ispirati al vecchio ordine materialista. Le cose sembrano peraltro andare nello stesso modo a livello mondiale. Dove, a motivo del distorto sistema vigente, periodicamente corrono notizie dell’incombere di un fallimento finanziario che potrebbe coinvolgere le maggiori potenze mondiali, e che andrebbe a certificare la destabilizzazione dell’economia a livello planetario. Le conseguenze per il popolo sarebbero gravi.

Nel mentre, ovunque assistiamo a legiferazioni statali e sovranazionali e a provvedimenti giudiziari contro la vita umana, contro la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna, congiunti a quelli in deliberata promozione dell’omosessualità. Improvvisi scoppi di violenza, sia a livello individuale che sociale, fino a giungere a livelli di insensatezza e brutalità inaudite, segnalano come la crisi morale sia già arrivata a corrodere grandemente la nostra civiltà occidentale fin nel profondo del suo animo.

Vorrei qui precisare, a scanso di equivoci, che la critica al capitalismo consumista che sto portando avanti, sulla base della lezione dei maestri, è una critica a livello di sistema. E’ chiaro, e tutti noi ne facciamo ampia esperienza, che pur nell’ambito della struttura deviata di quel sistema, esistono senz’altro molte persone, corpi intermedi della società, e aziende, che pur faticosamente sono riuscite a conservare la loro integrità. Il problema è che la struttura del capitalismo consumista in certo modo ci sovrasta e ci contiene tutti. Quindi, volenti o nolenti, tale sistema tende a condizionarci e sacrificarci tutti. Specie coloro tra di noi che non sono sufficientemente formati sul piano spirituale e culturale.

E’ quindi evidente che la via d’uscita da questo vicolo cieco, per il popolo, risieda nel crescere della coscienza di ciascuno dei suoi membri. In modo tale che tutta la società, gradatamente e pacificamente, possa muoversi verso il superamento del sistema descritto. A fronte di tutto ciò, di questa che è stata la Storia effettiva dell’umanità da secoli a questa parte, sappiamo bene che la Dottrina sociale propone la soluzione integrale del problema, con l’educazione dell’uomo all’esercizio della piena libertà responsabile, anche nel campo dell’economia e del lavoro. E ciò anche attraverso lo strumento, finora sostanzialmente inesplorato, della compartecipazione del lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa. Zampetti ricorda che tale strumento, in nuce, era già stato prospettato fin dalla fine dell’800, dal Pontefice Leone XIII:

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Leone XIII

[…] Dice infatti Leone XIII: chi lavora “col suo lavoro acquista vero e perfetto diritto non pur di esigere, ma di investire come vuole la dovuta mercede. Se dunque con la sua economia è riuscito a fare dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguentemente, proprietà sua né più ne meno che la stessa mercede. Ora, in questo appunto, come sa ognuno, consiste la proprietà sia mobile che stabile”. Ed ancora: “Come l’effetto appartiene alla causa, così il frutto del lavoro appartiene a chi lavora”. E’ pertanto dovere dei ricchi “di non danneggiare i piccoli risparmi dell’operaio né con violenza, né con frodi, né con usure manifeste o nascoste”.
(La Dottrina Sociale della Chiesa, Pier Luigi Zampetti, pag. 15. – Enc. Rerum Novarum, 8)

Già all’epoca si manifestava quindi la teoria, rivoluzionaria rispetto allo status quo del tempo, ma in pratica anche a quello di oggi, secondo la quale Leone XIII poteva affermare con sicurezza che

Può affermarsi con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. E’ quindi giusto che il governo si interessi dell’operaio, facendo sì che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che egli stesso produce”
(R.N., 27)

Abbiamo visto come l’esortazione di Leone XIII rivolta ai reggitori dell’economia e della politica, a non frodare i lavoratori, sia stata sistematicamente disattesa. Però, la Dottrina sociale propone un rimedio anche a questo inconveniente.

download (37)Specificamente, nella visione personalistica zampettiana, l’insufficienza della democrazia rappresentativa viene integrata con la democrazia partecipativa, che è la democrazia della società. Nel piano dello studioso lombardo sono previste anche adeguate riforme istituzionali, come l’evoluzione del Senato in camera della programmazione economica e di rappresentanza delle categorie produttive. Cioè di fulcro della programmazione economica partecipata, punto di forza della società partecipativa. Direi che si tratta dell’evoluzione della proposta originaria di don Luigi Sturzo, quella del “Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali”, inclusa, assieme ad altre valide ancora oggi, nel famoso “Appello ai liberi e forti”, del 1919, che vado a citare:

…Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo, come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali”.

Non un Senato delle Regioni, quindi, come il Governo Renzi voleva fare in Italia nel recente progetto di riforma, che poi non è andato in porto. L’organo istituzionale, in quel caso, sarebbe venuto verosimilmente a configurarsi come un pericoloso doppione politico del potere regionale. Il quale storicamente, al di là di rarissime eccezioni virtuose, si è connotato, piuttosto che come espressione autentica delle comunità locali, per la dipendenza gerarchica dal potere centrale, il clientelismo, l’assistenzialismo e l’irresponsabilità nella gestione della spesa. Ovviamente, Sturzo, nell’Appello, dà il pieno senso alla sua proposta di riforma:

…Ma sarebbero queste vane riforme senza il contenuto se non reclamassimo, come anima della nuova Società, il vero senso di libertà, rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie: libertà religiosa, non solo agl’individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche.
Questo ideale di libertà non tende a disorganizzare lo Stato ma è essenzialmente organico nel rinnovamento delle energie e delle attività, che debbono trovare al centro la coordinazione, la valorizzazione, la difesa e lo sviluppo progressivo. Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall’anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all’autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale”.

Zampetti piccola

Pier Luigi Zampetti, teorizzatore della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale

Tale senso di riforma, lungi dall’essere meccanicistico, prefigura la dimensione che caratterizza la filosofia dello spiritualismo storico coniata da Zampetti, la quale a sua volta sarà il motore della società partecipativa.

Nella visione zampettiana il passaggio della riforma del Senato è preceduto, per ovvi motivi, dalla riforma dei partiti in senso partecipativo: partiti nei quali i dirigenti saranno designati non più dai soli iscritti, ma da tutti gli elettori. La partecipazione si esplicherà anche perché, come scrive Zampetti, la realtà delle cose si evolverà nel senso di abbassare i ponti levatoi tra i partiti e la società civile. Ovviamente, non è che tale questione si risolva semplicemente con le c.d. primarie, che qualche partito ha già iniziato a praticare. La posta in gioco è molto più alta. Si arriverà, in prospettiva, ad un momento in cui i partiti saranno costretti dalla storia a rinnovarsi, candidando in sede elettorale i delegati di quei corpi intermedi, di quei gruppi che essi vorranno rappresentare, ed ai quali andranno a chiedere il voto. Dunque secondo Zampetti la società civile attraverso i suddetti corpi intermedi entrerà nei partiti, e sarà infine in grado di gestire il potere in sede parlamentare. Il potere dei gruppi sarà esercitato non in modo diretto, ma indiretto, in quanto mediato dal partito. Ciò eviterà le dinamiche corporative, in quanto sarà compito del partito filtrare le posizioni particolari, ed anzi fare sinergia fra le diverse componenti di gruppo al suo interno.

In tal modo si andrebbe dunque a intrecciare, fecondamente e virtuosamente, la politica con l’economia e la rappresentanza con la partecipazione. Dando gradualmente vita alla sovranità del popolo delle famiglie preconizzata da san Giovanni Paolo II. 

Si tratta di concetti semplici e chiari, ma che ovviamente, a motivo del loro essere politicamente scorrettissimi, nessuno spiega al popolo. Specie con la dovizia di particolari, di passaggi logici e di argomentazione scientifica, proprie di Zampetti. Non sono cose che si insegnano all’università.

Mi risulta che il Pontefice Giovanni Paolo II conoscesse Zampetti e il suo lavoro, tanto da conferire allo studioso la qualifica di membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, poco tempo dopo che essa era stata costituita. Nella prefazione del volume La società partecipativa è scritto che Papa Wojtyla ebbe fra mano il libro di Zampetti.

La lezione di Zampetti si caratterizza per una potente lucidità di pensiero e di logica, a tutto campo: economia, diritto, ma anche filosofia e antropologia. E da una grande chiarezza di esposizione, accessibile a tutti, pur espressa in termini scientificamente puntuali, nonché da capacità di sintesi, il tutto messo a servizio del bene dell’umanità. Cito, appunto, dalla nota di copertina de La società partecipativa (Dino editore), risalente nella prima edizione al lontano 1981, che è tra l’altro uno dei suoi lavori più efficaci e divulgativi:

Quale sarà la società del 2000? La società che risponda per intero agli assillanti ed anche drammatici interrogativi dell’uomo oggi?
E’ la società partecipativa, che si presenta come la quarta società in circa duemila anni di storia, dopo quella romana, feudale e capitalistica. L’ultimo stadio di questa, la società dei consumi, originatasi con il New Deal americano, si sta ormai dissolvendo anche a causa della crisi energetica, e disgrega altresì, in maniera misteriosa, il materialismo storico, che è il fondamento dei partiti di ispirazione marxista.
La società partecipativa è fondata primariamente sulle capacità intellettuali e morali dell’uomo che vanno potenziate e che costituiscono le vere e insostituibili centrali energetiche.
La società del 2000 è sottesa e animata da una nuova cultura: lo spiritualismo storico. Esso fa germogliare la società di ruoli o funzioni in luogo della società di classi, un nuovo capitalismo, il capitalismo popolare in cui tutti i lavoratori diventano capitalisti ed un nuovo Stato, lo Stato partecipativo, che coordina il meccanismo produttivo nella programmazione economica partecipata. L’inflazione è definitivamente debellata e nuove prospettive di lavoro si aprono per i giovani.
Lo spiritualismo storico trova il suo fondamento nell’Incarnazione, che riguarda tutti indistintamente gli abitanti del globo e che dimostra come tra partecipazione e cristianesimo vi sia un nesso inscindibile. Ecco perché in un senso del tutto nuovo ciascun uomo, indipendentemente dal sesso, razza, nazione o religione, non può non dirsi cristiano”.

Si comprende come lo studioso concepisse una profonda, pacifica rivoluzione, di natura antropologica e filosofica ancor prima che pratica, di portata epocale. La compartecipazione di ogni singolo lavoratore, nessuno escluso, al capitale e alla gestione d’impresa, nella misura del capitale umano posseduto, cioè del bagaglio di conoscenze professionali acquisito, è un fatto assolutamente innovativo nel dibattito politico corrente. Ovvero, è una proposta innovativa perché l’idea partecipativa viene concepita da Zampetti non in un contesto materialista, socialista o liberalcapitalista che dir si voglia, bensì in quello dell’uomo-persona integrale secondo il senso cristiano, anche antropologicamente parlando. Per cui si dà che ogni uomo, nessuno escluso, dal punto di vista del lavoro possa essere libero in quanto com-proprietario del capitale produttivo, e, a monte di ciò, cosciente della sua filiazione ontologica da Dio.  

E’ bene approfondire il punto nodale della antiteticità della teoria zampettiana rispetto al marxismo, sul quale qualche lettore potrebbe legittimamente restare perplesso, essendo l’approccio zampettiano assai innovativo. E’ infatti lo stesso Zampetti a spiegare limpidamente che

…Sono ora in grado di cogliere in tutto il suo profondo significato il principio ispiratore della nuova società, che è esattamente l’opposto del principio ispiratore della società capitalistica secondo l’enunciazione di Marx. E’ la coscienza dell’uomo persona che crea l’essere economico e sociale, e non viceversa. Le strutture della società capitalistica avevano impedito la realizzazione di questo principio. E l’avevano impedita perché l’uomo era oggetto e non soggetto del mondo della produzione. Era preso nell’ingranaggio della sua macchina. Non poteva, non sarebbe mai potuto divenire persona. Il capitalismo era sempre legato ad una concezione materialistica, sia all’Est che all’Ovest. E’ l’essere sociale (capitalismo collettivistico o capitalismo di Stato) o l’essere economico (capitalismo individualistico) che creano la coscienza degli uomini”. (L’uomo e il lavoro nella nuova società, Rusconi, 1984, pagg. 152-153)

Il panorama politico, a livello nazionale, internazionale e sovra-nazionale, ci rappresenta il fatto che vi sono molte forze potenti, dichiaratamente avverse a quel principio basilare che è la sussidiarietà, e alla famiglia naturale come noi la riconosciamo. La famiglia, per dispiegare pienamente il suo potenziale umano, ha da consapevolizzare e realizzare il proprio primato sociale. Anzi, nell’ottica ideale di una piena attuazione della società partecipativa, infine si supera il dualismo tra Stato e cittadino, e le famiglie diventano lo Stato:

…È giunto il momento storico di erigere il popolo a soggetto e di realizzare quanto finora sul piano istituzionale non è stato ancora possibile. Si tratta, infatti di far diventare il popolo sovrano, vivificando la nozione di sovranità popolare. Questo obiettivo si raggiunge tramutando il sostantivo “sovranità” in aggettivo “sovrano” e l’aggettivo “popolare” in sostantivo “popolo”. (Popolo-sovrano).

La soggettività della famiglia dalla quale lo Stato trae la sua soggettività è il punto di partenza per ottenere questo strabiliante risultato. Si può così passare dal governo a nome del popolo, proprio della democrazia rappresentativa, a un governo di popolo, prendendo i termini popolo e democrazia nella loro accezione completa e integrale.

Il popolo non è inteso, infatti, in senso individualistico, come quando si manifesta come “corpo elettorale”, ma in senso personalistico, cioè nell’unità delle sue dimensioni realizzata secondo un processo continuo e costante della democrazia partecipativa. Dalla soggettività della famiglia, attraverso la democrazia partecipativa, arriviamo pertanto alla comunità organizzata dove risiede la vera e autentica sovranità popolare e nella quali si manifesta in tutta la sua maestà il popolo delle famiglie, che è il vero e autentico popolo.

Lo Stato attraverso la comunità organizzata riprende il ruolo che oggi, con il tramonto dello Stato nazionale sta gradualmente perdendo, anche se in un’ottica del tutto nuova. È uno Stato che interpreta la volontà popolare in grado di manifestarsi con la comunità organizzata a tutti i livelli. Lo Stato sorregge ed è sorretto dalla comunità organizzata che esprime la volontà del popolo, la quale, attraverso le istituzioni politiche partecipative, diviene volontà dello Stato. Questa concezione cambia altresì l’assetto della comunità internazionale. Passiamo dalla comunità delle nazioni alla comunità dei popoli, passaggio questo che imprime un volto nuovo all’organizzazione della Nazioni Unite nella quale entrerebbero non più gli Stati “nazionali” ma gli Stati “dei popoli”, in grado per questa ragione di aiutare e coordinare, anche se gradualmente, le comunità organizzate di tutti i Paesi membri. (La Dottrina Sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta, Sanpaolo, 2003, estratti da pagg. 44-46) 

Ho già anticipato che la lezione zampettiana, lungi dal nascere nel vuoto, ha origine e precedenti autorevoli, anche se purtroppo ancora poco noti, nell’ambito della Dottrina sociale. Prenderla in attenta considerazione ci aiuterebbe, secondo gli auspici dello studioso, a risolvere alla radice la crisi attuale, che appunto nei termini suddetti, è antropologica ancor prima di essere economica. 

Don Luigi Sturzo e Pier Luigi Zampetti, moderni propugnatori del capitalismo popolare e della Società partecipativa, sono rimasti isolati e inascoltati nella società. Certo, dopo essere stato costretto all’esilio negli anni della dittatura, Sturzo, a differenza di Zampetti, è figura ancora oggi ben nota. Anche al suo tempo, Sturzo ha avuto significativi riconoscimenti pubblici. Ma è un fatto che la sua teoria politico-economica del capitalismo popolare è stata completamente accantonata. Mentre il keynesismo consumista, corruttore e bancarottiero, è andato in pratica costituendosi, senza pubblici proclami ma in pratica inarrestabile, come pensiero unico politico-economico-filosofico nel nostro Paese, e direi anche nella maggior parte del mondo.

Invece, solo i meccanismi partecipativi, per le dinamiche di soggettività e autostima da essi generati nella persona, sono in grado di stimolare, corroborare e ravvivare l’anima dell’uomo, fiaccata dal consumismo, nonché sedata e intorpidita dalla passività e dalla dipendenza politica indotta dalla democrazia rappresentativa, non innervata da quella partecipativa.

Tengo però  a precisare, per dare il giusto valore alle cose, che  non voglio intendere che, con la società partecipativa, tutti i problemi dell’umanità saranno magicamente risolti. E che si prospetti un mondo idilliaco fino alla fine dei tempi. In prospettiva escatologica, l’evangelista Giovanni scrive che, prima di quel momento, la storia vedrà sconvolgimenti e ribellioni. Nessun sistema politico e sociale, per quanto appropriato, può, di per sé, salvare l’uomo. Ma questo fattore, che pur dobbiamo consapevolizzare, non può certo farci auto-limitare nella nostra azione. Intanto, visto che con il principio di partecipazione abbiamo individuato quella che appare la soluzione giusta, possiamo cominciare a elaborarne i contenuti. Per il nostro stesso bene.

L’esplosione a catena di devastanti conflitti sociali e militari in Medio Oriente e in Africa, le portata delle cui conseguenze anche per l’Europa e specialmente per il nostro Paese già si manifesta importante (ma è tutto il mondo, da Occidente fino all’Estremo Oriente, ad essere attraversato da profondi malesseri), ci fa capire che il vulcano sull’orlo del quale già per conto nostro eravamo seduti è situato all’interno di un altro pericoloso cratere in ebollizione, di dimensioni ancor più vaste.  La cronaca quotidiana riferisce della profonda incapacità dei sistemi governativi dell’Occidente, nazionali (incluso il nostro) e sovranazionali, di saper leggere queste crisi in modo adeguato, e men che meno di gestirle in modo risolutivo.

Partecipazione e sussidiarietà sono strumenti validi per il progresso dell’umanità in ogni parte del mondo, nessuna esclusa. Ma, ovviamente, essendo princìpi legati all’educazione della persona, se non sono di non facile applicazione nel nostro Occidente apparentemente democratico, però in realtà abilmente manovrato dalle oligarchie, evidentemente lo sono ancor meno nelle società contraddistinte, pur in varia misura e modalità, da un potere esplicitamente assolutista e/o totalitario, che dell’educazione controlla le leve, e dell’aperta e sistematica manipolazione delle menti del popolo fa politica corrente. Direi che il miglior servizio che possiamo fare ai nostri fratelli che vivono in Paesi meno fortunati dell’Italia, oltre che ovviamente a noi stessi, è quello di procedere celermente, in casa nostra, sul cammino del restauro della nostra società in senso partecipativo. In modo da esser pronti ad affrontare in modo adeguato le nuove e rilevanti emergenze globali, che già adesso si stanno massicciamente prospettando.

In effetti, si possono avere perplessità circa il pensiero di Zampetti, circa la fattibilità della società partecipativa, ed anche, collegata a questa, dell’economia partecipativa. Tali perplessità, in sostanza, ruotano attorno ad un unico tema. Vale a dire, ci si può chiedere se è possibile che, con la compartecipazione di ogni lavoratore al capitale e alla gestione d’impresa, ogni uomo sia effettivamente libero e responsabile della propria sorte, di quella della società e, in ultima analisi, di quella dell’umanità intera. Oppure se questa sia pura utopia, e se per il buon funzionamento della società sarebbe invece l’uomo inesorabilmente destinato a dipendere da qualcuno che pensi per lui, che disponga di lui, che gli ordini quello che deve fare.

Infatti, ad esempio, nel Paese che conta cinquanta milioni di potenziali allenatori della nazionale di calcio, ciascuno con una sua idea, parrebbe che un’azienda nella quale ciascun lavoratore abbia voce in capitolo, sia pure solo nel suo settore, sia inesorabilmente condannata all’anarchia, al caos organizzativo e quindi al fallimento.

Questa è la sfida, la verifica da fare, che Zampetti ci ha lasciato. Non dimentichiamo però, a questo proposito, che peraltro la visione zampettiana è sottesa dallo spiritualismo storico, cioè ad una consapevolezza interiore di sé e della realtà che l’uomo, fino ad oggi, come comunità, non ha ancora mai sperimentato. Inoltre, la teoria zampettiana prevede un concetto di mercato molto diverso da quello attuale. Per cui le nuove realtà aziendali improntate alla società partecipativa andranno ad operare in un contesto nuovo, gradatamente maturato secondo la nuova dinamica, a loro conforme.

E d’altronde ancora, lo stato dell’arte del mondo di oggi, da ogni punto di vista, finanziario, economico, sociale, etico, è quello del fallimento conclamato sia del socialismo che del capitalismo liberaldemocratico. L’umanità ha dunque impellente bisogno di un’alternativa. Ci troviamo in mezzo a un guado. Per arrivare all’altra riva, è bene che la teoria zampettiana sia  comunque almeno dibattuta, cosa che ancora non si sta facendo. E’ bene che quella teoria sia promossa, e, da chi ci crederà e se la sentirà, anche esperita nella pratica economica e politica. In ogni caso, la lezione di Zampetti è talmente importante che, nonostante le distrazioni da una parte e i deliberati tentativi di cancellarla dall’altra, essa è inesorabilmente destinata a emergere con potenza dalle sabbie della Storia.

Se Sturzo è stato ostracizzato, Zampetti è rimasto un intellettuale isolato. E’ evidente che figure di tale stampo non potevano che essere spietatamente osteggiate negli ambienti politici e accademici, dove erano i capitalisti di Stato e quelli di mercato a farla da padroni.

Particolarmente con Zampetti che ha ulteriormente approfondito e sistematizzato le intuizioni sturziane, e ne ha sviluppate altre proprie, importanti e originali, si è verificato l’originale caso storico di un maestro di pensiero, privo però di un seguito di discepoli e di popolo. Mentre, dall’altra parte, la disastrosa realtà politica presente, l’estesa confusione a livello intellettuale, testimoniano che vi è un popolo, anche quello cristiano, privo di laici, guide e maestri di pensiero politico valido. Ergo, mi viene da dire, perché non mettere insieme le due cose, il popolo e la lezione zampettiana?

Certo, è sottinteso che non si possa fare questo in modo meccanicistico. Tutt’altro. La buona elaborazione politica è un processo che implica  un popolo educato (torna sempre il nodo della libertà di educazione!…) e tempi di assimilazione ineludibili. Questa, dunque, la sfida che anch’io lancio da queste pagine: intanto, cominciamo almeno, di queste cose, a ragionare.

In questo senso, la presa in considerazione dell’eredità intellettuale lasciataci da Zampetti, per ogni uomo di buona volontà ma, in prima battuta, da parte di quel popolo delle famiglie che si riconosce nella tradizione cattolica, sulla quale la lezione di Zampetti è fondata, genererebbe certamente una sinergia positiva assai potente. Non solo per il superamento della crisi, ma anche per il progresso dell’ intera umanità.

Ho riassunto e attualizzato i temi zampettiani, che d’acchito possono sembrare complessi, ma in realtà sono accessibili a tutti, nelle pagine principali di questo blog, La filosofia della TAV.  Vi ho aperto una pagina specifica sulla soluzione del problema del lavoro, secondo Zampetti, e un’altra, qui, dedicata alla incompatibilità ontologica tra cristianesimo e buona amministrazione della cosa pubblica da una parte, e liberalismo (e socialismo, ovviamente!…) dall’altra.

Infine, segnalo due e-book da me realizzati in passato, già da tempo presenti in rete:

Il primo, il  Quaderno del Covile n. 8 dal titolo La società partecipativa secondo Pier Luigi Zampetti, la nuova “vera via” nella linea della dottrina sociale della Chiesa cattolica, è una sintesi complessiva del pensiero zampettiano circa la società partecipativa, risalente al 2008.

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Giorgio La Pira

Poi, il Quaderno del Covile n. 11 dal titolo Giorgio La Pira, una riflessione critica, datato marzo 2010. In questo secondo testo, avvalendomi della lezione di Zampetti, evidenzio come il pensiero politico di Giorgio La Pira si riveli un paradigma esemplare di quelle politiche economiche sbagliate, che ci hanno portati nella drammatica situazione in cui ora ci troviamo. Il Servo di Dio Giorgio La Pira ha fatto molte cose buone per Firenze, quando nel dopoguerra ne era sindaco, e di questo gli siamo riconoscenti. Problema è che il suo pensiero politico tendeva allo statalismo e all’assistenzialismo, piuttosto che al principio di sussidiarietà. La Pira era cioè per il “pieno impiego”, evitava di porsi la domanda se il lavoro che si andava a dare al popolo fosse sano o drogato. Il già sindaco di Firenze, nei suoi scritti, si dichiara convintamente keynesiano, e questa è la conferma rivelatrice del suo approccio errato alla questione sociale. La Pira, inconsapevole delle conseguenze di quanto afferma, si dichiara cioè sostenitore di quella scuola di pensiero filosofico, ancor prima che economico, che, come abbiamo visto limpidamente con Pier Luigi Zampetti, ha subdolamente corrotto l’anima del popolo, ha bancarottato le casse pubbliche e, con la società dei consumi, ci ha inevitabilmente portati verso l’implosione del sistema nel quale ci troviamo. 

Altrimenti detto, l’errore di La Pira, giustamente segnalato a suo tempo da Sturzo, è che la questione sociale non verte sull'”assicurare a ciascun cittadino il suo minimo vitale”, come teorizzava il già sindaco di Firenze, ma sul fatto che il popolo delle famiglie possa crescere in consapevolezza fino a divenire in grado di esprimere la propria sovranità, ad ogni livello. Si tratta di una prospettiva di ben altra portata.

Non è però questo il momento di estendere oltre l’analisi sul pensiero di La Pira, al quale ho qui appena accennato perché il discorso ci portava in questa direzione. Per poter capire, cioè, che non solo il modello milaniano, ma per altri versi anche quello lapiriano, era sbagliato. Spero di poter provvedere in futuro, in altra sede appositamente dedicata, ad approfondire ulteriormente quanto ho già scritto sul pensiero del già sindaco di Firenze nel Quaderno del Covile n. 11.

Comunque, già oggi sembra stare ormai spirando il tempo nel quale si presumeva che altri volessero e/o dovessero altruisticamente e filantropicamente provvedere a dare lavoro al popolo, mentre sembra dover sorgere quanto prima il tempo nel quale sarà lo stesso popolo delle famiglie, con la sua libertà, responsabilità e creatività, stimolate dalla Dottrina sociale, nell’esercizio dei princìpi di sussidiarietà e partecipazione, a concepire e a procurare il lavoro sano, per sé e per i propri figli.

E’ anche per capire quest’ultimo importante dato di fatto, del quale troppo pochi sembrano essere consapevoli, che era indispensabile stendere questo pur lungo capitolo.

Riprenderemo il tema alla conclusione di questo testo. Nel capitolo successivo andiamo ora a vedere da vicino alcuni frutti avvelenati del pensiero milaniano.

8. Tristi eredità orgogliosamente milaniane: Il Forteto e don Santoro

Tutto quanto ho finora esposto sulle pur lontane vicende di don Milani (e, appena accennate, quelle di La Pira), ha avuto effetti rilevanti, che perdurano ancora oggi.

L’ideologia barricadera del priore di Barbiana ha avuto innumerevoli estimatori ed epigoni. Don Milani è stato ed è tuttora una bandiera della sinistra e del cattolicesimo democratico. E’ anche attraverso la sua figura che la sinistra ha strumentalmente e abilmente costruito, negli anni, il mito di una chiesa di lotta vicina ai poveri e al popolo, contrapposta alla chiesa istituzionale retriva, chiusa in sé stessa e conservatrice. Il pensiero milaniano lasciava, d’altronde, ampi spazi a questo genere di manovra.

Possiamo affermare che il mito milaniano ha contribuito culturalmente alla lunga supremazia politica, ormai da decenni, della sinistra a Firenze e in Toscana. Ciò ha comportato il sempre più profondo radicamento nella società delle deleterie tendenze ateo-razionaliste di stampo radicale in campo etico, che della moderna sinistra sono tipiche. Mentre dal punto di vista socio-politico la sinistra si è strutturata in un solido sistema di oligarchia politico-economica, comprimendo in modo sistematico, prima culturalmente e poi politicamente, gli spazi di sussidiarietà e di libertà. E’ prevalentemente nell’area del cattolicesimo democratico che si sono politicamente collocati gli allievi e i simpatizzanti di don Milani, e anche quelli di Giorgio La Pira. Matteo Renzi, attuale segretario del PD, partito politico erede storico del PCI, il giorno successivo alla sua elezione alla carica di sindaco di Firenze, trovandosi emblematicamente successore nel ruolo istituzionale che già fu dell’uomo politico di Pozzallo, è proprio sulla sua tomba che è andato a pregare, nella Basilica di San Marco. Gesto assolutamente legittimo, ma anche significativo quanto a collegamenti culturali, poiché Renzi ha scelto di accomunarsi alla linea del pensiero politico di La Pira, che come abbiamo già visto al capitolo precedente, era sbagliata. Da parte sua l’attuale sindaco di Firenze, Dario Nardella, già vicesindaco con Renzi per il suo stesso PD, ad agosto 2016 ha “sposato”, per la prima volta a Firenze, una coppia omosessuale.

D’altronde, il PD di Renzi e Nardella è lo stesso che, al tempo del Governo Letta, con provvedimenti come il già approvato decreto filiazione, e i reiterati tentativi di introdurre il diritto di cittadinanza secondo ius soli, la promozione dell’identità di genere e il disegno di legge contro l’omofobia, sta impegnandosi per demolire le basi antropologiche della nostra civiltà. Lo dicevo qui, dove accennavo anche alla visione keynesiana dell’economia espressa dal PD, per cui ci si illude e soprattutto si illude il popolo, facendogli credere che la crisi verrà superata facendo mega-sprechi sistematici di denaro pubblico, assistenzialismo e sussidi di Stato, invece di guardare in faccia la realtà. Tale posizione si traduce, ad esempio, nella vicenda degli F-35, e soprattutto – mi si consenta, dal momento che dopotutto siamo nel blog La filosofia della TAV! – nell’ostinazione di seguitare a voler gettare dalla finestra, senza alcun costrutto, quantità industriali di denaro pubblico in imprese fallimentari in partenza come quella dell’inutile autostrada-doppione BREBEMI e i progetti malsani di Alta velocità ferroviaria, ai quali vi sarebbero state fior di alternative più economiche e razionali, da ogni punto di vista. Io stesso mi impegno su questo fronte da ormai quasi vent’anni, con l’Associazione di volontariato fiorentina Idra, della quale è presidente il mio amico prof. Girolamo Dell’Olio. Purtroppo, di fronte ai poteri forti che esprimono implacabilmente i propri interessi da posizioni istituzionali di forza, le pur elementari ragioni di buon senso dei cittadini non hanno voce. Proprio in questo tempo le cose con la TAV a Firenze non stanno andando bene per niente, come potete leggere qui, e mi dispiace assai veder sacrificata inutilmente la mia città.

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Per par condicio, osservo qui  e qui che anche l’opposizione di centro-destra si associa spesso e volentieri ai suddetti disegni, in forza della sua essenza liberale, che come abbiamo visto col Toniolo, proviene dalla medesima matrice ideologica materialista e rivoluzionaria di quella della sinistra.

Dalla manovra di infiltrazione del cattolicesimo democratico nella società, non è rimasto indenne il tessuto ecclesiale della comunità cristiana fiorentina. Anch’esso ne è stato infatti permeato, a vari livelli. Ciò è avvenuto anche tramite l’azione della cosiddetta area arcobaleno, contigua alla sinistra e assai influente nella formazione giovanile.

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la Marcia di Barbiana

Importante l’utilizzo del mito milaniano, da parte della sinistra, anche nella dimensione educativa, che abbiamo già detto essere strategica. Ogni anno, nel mese di maggio, la sinistra organizza nel toscano Mugello, in nome di don Milani, la c.d. Marcia di Barbiana, a difesa privilegiata della scuola di Stato, che in tanta parte è stata colonizzata dalla sinistra medesima. Tale iniziativa è in non esplicita ma sostanziale contrapposizione alla scuola paritaria non statale. Classica la surrettizia e sistematica identificazione, operata dalla sinistra, della scuola di Stato con la scuola pubblica. Mentre la scuola paritaria non statale, pur essendo in realtà anch’essa pubblica, viene sistematicamente bollata da quella parte politica come la scuola privata, la scuola dei ricchi. download (40)Nei tempi d’oro, fra coloro che stavano alla testa della Marcia vi era Rodolfo Fiesoli, fondatore della comunità-lager Il Forteto, alla quale si è accennato in precedenza.

E’ ora il momento di approfondire i collegamenti culturali del Forteto col donmilanismo. Lo facciamo per la penna di Nicoletta Tiliacos sul Foglio, in un articolo del 3 novembre 2013 che vado a citare integralmente:

La storia degli abusi del Forteto e dei cattivi scolari di don Milani

Molti elementi, alcuni incredibili, rendono unica la storia degli abusi consumati per decenni nella comunità e cooperativa agricola del Forteto di Vicchio, nel Mugello. Luogo che dal 1977 accoglie bambini e adulti in difficoltà e che si è rivelato una sorta di inferno dei vivi, come ora risulta anche dalla relazione – votata all’unanimità nello scorso gennaio – della commissione d’inchiesta istituita dalla Regione Toscana, oltre che dal nuovo processo tuttora in corso a carico del suo responsabile, il settantunenne Rodolfo Fiesoli, di Prato (in carcere dal 2011) e di ventidue suoi collaboratori.

Unica e incredibile è la cecità di chi doveva garantire l’affidabilità del Forteto. Stiamo parlando di giudici del tribunale dei minori, di assistenti sociali, di Asl, di amministrazioni locali, regione compresa, che in trentacinque anni hanno elargito fondi alla comunità di Fiesoli, dello stesso mondo delle coop. Ma anche di politici, giornalisti, sociologi, educatori e circoli cattolici progressisti che hanno avallato il mito del Forteto. Santificato in una messe di pubblicazioni, tra cui alcuni saggi editi dal Mulino. Nel 2003 c’era stato “La strada stretta: storia del Forteto”, del ricercatore Nicola Casanova, con prefazione dello storico Franco Cardini, mentre nel 2008 è uscito “La contraddizione virtuosa. Il problema educativo, Don Milani e il Forteto”, sempre a cura di Casanova e di Giuseppe Fornari. Nella pagina di presentazione della Fondazione del Forteto, si dice che il volume traccia “un parallelismo tra l’esperienza educativa di don Lorenzo Milani e l’esperienza di solidarietà e accoglienza della comunità del Forteto: in entrambi i casi l’attenzione per i dimenticati, per gli ultimi, si è rivelata la più grande forza in grado di conferire dignità e significato all’essere umano”. Parole che spiegano perché il Forteto abbia goduto, per tanto tempo e nonostante tutto, di un’illimitata apertura di credito presso l’intellighenzia progressista italiana, laica e cattolica. Molto si deve proprio alla sua aura di depositario dell’eredità educativa e antiautoritaria di don Lorenzo Milani, cioè dell’animatore della scuola di Barbiana (siamo sempre nel Mugello) e celebrato autore di “Lettera a una professoressa”.

Quell’apertura di credito, in modo ingiustificabile, non ha vacillato nemmeno dopo che Fiesoli, nel 1979, subì una condanna a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti (sentenza passata in giudicato nel 1985). Il giudizio faceva seguito al lavoro di indagine dell’allora magistrato inquirente Carlo Casini – futuro fondatore del Movimento per la vita – e del suo collega Gabriele Chelazzi, poi sostituto procuratore all’Antimafia, morto nel 2003. Nel 1978, i due magistrati avevano acquisito le testimonianze di persone passate per il Forteto che avevano subìto abusi e avevano assistito a violenze su bambini e adulti. Era l’iniziazione alla quale Fiesoli sottoponeva i suoi ospiti, teorizzandone il valore “liberatorio”.

Il guru del Forteto, che all’epoca negò tutto, uscì dal carcere nel giugno del 1979. “E proprio in quelle stesse ore – ha scritto lo scorso 20 ottobre il quotidiano la Nazione – il tribunale dei minorenni allora guidato da Giampaolo Meucci gli affida un bambino down, un segnale chiarissimo di quale parte avrebbe tenuto quell’istituzione in quel momento e negli anni successivi”. Meucci, ricorda il vaticanista Sandro Magister sul suo blog Settimo Cielo, era “grande amico di don Milani” e continuava a ritenere il Forteto una comunità “accogliente e idonea” (alla vicenda Magister ha dedicato diversi articoli, tra cui l’utile cronologia: “Cattivi scolari di don Milani. La catastrofe del Forteto”). Ma accanto a Fiesoli si sarebbe schierata anche la rivista cattolica progressista Testimonianze, fondata dal sacerdote fiorentino Ernesto Balducci.

Solo due settimane fa, è tornato alla luce, dopo una lunga e misteriosa sparizione, il fascicolo processuale del 1978 con le testimonianze raccolte da Casini e Chelazzi. La Nazione cita, tra le altre, quella di una coppia di Prato: “E’ successo due o tre volte che nel corso delle riunioni egli (Fiesoli, ndr) si sia tirato giù i pantaloni e le mutande, prendendosi in mano il membro e mostrandolo, secondo lui doveva essere un gesto disinibitorio”. E’ l’inizio, prosegue il quotidiano, “di un racconto choc fatto di divieti ad avere rapporti sessuali fra coniugi, di richieste di rapporti omosessuali, di riunioni collettive per guardarsi reciprocamente i genitali, di parolacce, di insulti, di inviti a picchiare i propri genitori. E qui torna anche l’altro lato emerso nell’inchiesta di oggi: ‘Tra le cose che secondo il Fiesoli bisognava fare c’era rompere con la famiglia. A me disse che non sarei stata libera da mia madre finché non l’avessi picchiata’”.
Per capire che cosa siano quelle che al Forteto erano dette “famiglie funzionali”, leggiamo anche ciò che scrive Armando Ermini sul blog fiorentino Il Covile, diretto da Stefano Borselli, che negli anni ha sempre seguito con attenzione la vicenda: “Se c’è una cosa chiara fin da subito, è l’odio totale per la famiglia nutrito dai leader della comunità del Forteto. Si faceva in modo che i ragazzi affidati non avessero più alcun contatto con la famiglia d’origine, si faceva loro credere di essere stati abbandonati nel più completo disinteresse, si incentivava in loro ogni tipo di rancore e di rivalsa affinché ogni ponte col passato fosse tagliato… le coppie affidatarie erano in realtà composte da estranei privi di legami affettivi fra di loro. E anche quando nella comunità ne nasceva uno, vi era l’assoluto divieto di costruire qualsiasi simulacro di vita di coppia. I rapporti eterosessuali erano osteggiati in ogni modo, e fra maschi e femmine esisteva una separazione assoluta. La così detta ‘famiglia funzionale’, geniale invenzione di Rodolfo Fiesoli, poteva significare qualsiasi cosa ma non aveva nulla a che fare con la famiglia naturale e nemmeno con un suo qualsiasi surrogato”. Ma allora, si chiede Ermini, “perché i giudici deliberavano di affidare i bambini alle ‘non coppie’ del Forteto? Perché i servizi sociali indicavano come affidabili queste ‘non coppie’? Perché per giornalisti, scrittori, sindacalisti, politici, preti, il sistema Forteto era additato come esempio? Perché la Regione Toscana lo favoriva in ogni modo? La risposta, credo, può essere una sola… quantomeno era condivisa la concezione secondo la quale la famiglia naturale era il problema, un luogo di oppressione destinato ad essere soppiantato da altre forme di aggregazione fra individui, o comunque un istituto da modificare in profondità nel suo significato tradizionale”. Senza l’ideologia che l’ha originata, nutrita e protetta – quella della famiglia nemica, da disintegrare e neutralizzare – la vicenda del Forteto non si capirebbe (in Francia quell’ideologia nel frattempo è diventata, con il ministro Peillon, la missione della scuola). Il suo presupposto, leggiamo nella relazione della Regione Toscana sul Forteto, è che “la coppia e la famiglia comunemente intese rappresentano luogo di egoismo e ipocrisia inadeguato all’educazione dei giovani ai valori di uguaglianza, altruismo e solidarietà. Solo disaggregando l’unità familiare, secondo quanto asserito da Fiesoli… ci può essere il perseguimento di tali valori”.

Dettaglio: Stefano Borselli, direttore del Covile, conferma che lo scolopio padre Ernesto Balducci, a suo tempo anche fiancheggiatore di don Milani nella battaglia per l’obiezione di coscienza, che al capitolo 3 abbiamo visto svolgersi sul crinale dell’ideologia, “è uno di quelli che raccolgono le firme per Fiesoli”. Nonostante ciò, anche il padre Balducci è stato indicato dall’Arcivescovo Betori come un altro dei significativi “testimoni ecclesiali del novecento” . Quindi, purtroppo, ancora cattivi maestri.

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don Alessandro Santoro

Tra le conseguenze infelici del pensiero milaniano, riprendo ora il caso della deriva ideologica in cui è caduto un sacerdote della mia Diocesi di Firenze, don Alessandro Santoro.

Mi risulta che Don Santoro sia a tutt’oggi cappellano presso la Comunità delle Piagge, una zona certamente di periferia esistenziale di Firenze. In sintesi, in quel contesto pur non facile, anche don Santoro, richiamandosi al pensiero milaniano, ha fatto la scelta fatale di condurre la sua pastorale nelle note linee della lotta di classe.

Ciò ha anche comportato, nel tempo, l’avvicinamento della Comunità al pensiero della sinistra più oltranzista, quello della lista Tsipras, una corrente della sinistra radicale. Sul sito web de “L’altracittà”, emanazione della Comunità delle Piagge, si legge, qui,  che il candidato nella lista Tsipras sostenuto dalla Comunità medesima alle elezioni europee del 2014 è stato Francesco Gesualdi, già allievo di don Milani alla scuola di Barbiana, come il già citato fratello Michele, presidente della Fondazione.

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In linea con l’ideologia radicale a cui si ispira, il 29 marzo 2009 don Santoro si esprime pubblicamente in favore dell’eutanasia che era già stata praticata a Eluana Englaro. Dolce morte si fa per dire, in realtà Eluana è stata lasciata morire di fame e di sete. Di questa vicenda ha ben parlato don Juliàn Carròn, che come è noto è presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione.

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don Santoro con Giuseppe Englaro

Comunque, l’occasione per don Santoro di inserirsi nel dibattito è quella del conferimento della cittadinanza onoraria fiorentina al padre di Eluana, Giuseppe Englaro. Don Santoro e Giuseppe Englaro si incontrano pubblicamente. La redazione fiorentina di Repubblica.it  riferisce le parole dei due, nella circostanza:

Santoro, di fronte ad Englaro pronuncia la pubblica confessione di un prete che si sente smarrito: «Dopo questo baccanale osceno (si riferisce all’azione di coloro che hanno cercato di impedire l’eliminazione di Eluana, NdR) si può solo chiedere perdono come fece il figliol prodigo nella parabola raccontata da Gesù», dice nel silenzio perfetto della sala in cui sono sedute decine di persone. «Sono profondamente disturbato da questa ostentata onniscienza della Chiesa in cui non riesco più a riconoscermi. Di quel cristianesimo non so che farmene, il Vangelo di fronte alla vita usa solo la parola amore, che significa avvicinarsi all´altro e al suo mistero per riconoscersi. Nel mio vescovo questo amore non l´ho visto».
Englaro quasi non ci crede: «Ero un randagio che abbaiava alla luna, per tanto tempo nessuno mi ha voluto dare ascolto. E ora arrivo qui, a Firenze, e mi sento dire quelle parole semplici e dirette che sembrava impossibile poter udire»

Repubblica riferisce che

Tantissime persone vicino ad Englaro, anche molto giovani. Alle dieci di mattina è già affollata la casetta in cui ogni domenica si riunisce la comunità dell’Isolotto per celebrare la sua “messa laica” col pane fatto in casa al posto dell’ostia e le preghiere scritte a mano sui fogli di carta al posto del breviario.

Questi i frutti, questo l’albero. A sera, in un incontro pubblico al teatro Puccini, don Santoro rincara la dose:

«Credo che per la Chiesa sia importante difendere la vita ma senza imporre nessuna verità. Mi riconosco nella chiesa di Gesù, in questa non riesco a starci. Lo dico davanti a te, Englaro, perché non ho l’arroganza di pensare di aver visto Dio ma l’unico Dio possibile che posso intravedere, eventualmente, è nel dolore composto, nella fede laica profonda della vita, in questa battaglia civile che tu hai deciso di portare avanti, affrontando attacchi strumentali e il baccanale osceno di persone che hanno ostentato preghiere, rosari e parole senza senso».

Si è visto a suo tempo, nel capitolo 5, come don Milani staccasse dal popolo la gerarchia della Chiesa.  Oggi vediamo come la posizione di don Santoro si sia evoluta, nel senso che egli predica ormai, direttamente, un Cristo senza Chiesa.

Sempre più determinato sulla medesima linea, il 25 ottobre 2009 il cappellano delle Piagge celebra, in nome della libertà e dell’amore insindacabile, un simulacro di matrimonio fra un uomo e un altro uomo, transessuale. Così si esprime (ancora riferito da Repubblica)  il cappellano alle Piagge, nel giorno dell’evento, che ha luogo dopo ben due anni di insistenza da parte sua, nonostante le diffide dell’Arcivescovo Antonelli prima, e dell’Arcivescovo Betori poi:

«Sandra e Fortunato, così come il sottoscritto, sono consapevoli che, quando l’atto sacramentale di oggi arriverà in diocesi, verrà annullato, ma non sarà annullato per noi, per questa comunità, agli occhi di Dio». Lo ha detto don Alessandro Santoro, prima di impartire la benedizione finale del matrimonio di Sandra Alvino, nata uomo ora donna, e Fortunato Talotta. Santoro ha voluto chiudere la lunga celebrazione con una canzone di Fabrizio De Andrè, «Smisurata preghiera», quasi per fare proprie le parole del cantautore «in direzione ostinata e contraria». Un modo per dire di essere consapevole che anche per lui, quasi certamente, ci saranno delle conseguenze. «Ma io, da sempre, ho obbedito fino in fondo a questa comunità, così come obbedirò – ha aggiunto riferendosi alla curia ed al vescovo Giuseppe Betori – da domani a qualunque cosa sarà decisa». Quindi, rivolgendosi alla sua comunità, ha aggiunto: «non permetterò a nessuno di fare niente che sia in senso contrario a ciò che verrà deciso». Poi, prima di salutare gli sposi ai quali la comunità ha preparato un rinfresco, ha detto: «ora ho bisogno di rimanere da solo».

Il cappellano Don Santoro obbedisce alla comunità, della quale è responsabile religioso? Grave errore di concetto. Dovrebbe, casomai, essere il contrario. Comunque leggiamo qui, sul sito del Gruppo Kairòs, Cristiani omosessuali di Firenze, che la location dell’evento, anche se non entusiasmante, può andare:

(…) La piccola chiesa delle Piagge non ha nulla dell’opulenza delle chiese tradizionali. Nessun affresco, nessun pulpito, nulla di materialmente prezioso.

Solo un crocifisso di legno, poi il resto è tutto un accozzaglia allegra di cartelloni, manifesti e disegni. Tolta l’ostentazione, resta l’essenza della fede praticata. Nessun filtro e le parole di don Santoro, dall’amaro sapore di un saluto, arrivano dirette.

Tutti piangono, anche chi è lì solo per curiosità o di passaggio non riesce a trattenersi.

A leggere Rep.it, non pare vi sia, nella comunità, grande interesse per l’aula sacra e per la liturgia. Per essere pertinenti al tema milaniano che stiamo trattando, don Santoro, nella circostanza, dice che

La Chiesa ha già deciso: «Il matrimonio è nullo – spiega – ha il potere per dichiararlo, ma è una decisione sbagliata» e cita don Lorenzo Milani: «Si è veramente obbedienti solo quando si ha il coraggio della franchezza e dell’accoglienza. E la realtà è che voi siete una coppia di credenti che vive nella chiesa e questo il Dio della vita benedice e accarezza» …

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il para-matrimonio fra un uomo e un transessuale “celebrato” da don Santoro

Massimo rispetto e vicinanza per le persone di Kairòs, ma non sfugge, dopo il lungo excursus attraverso i capitoli precedenti, la tragica distorsione di stampo milaniano, per la quale la pretesa vicinanza ai poveri, agli ultimi e agli scartati si traduce in insegnamenti e in atti ispirati ad un’antropologia ideologicamente distorta e drammaticamente fallace. Tale cattivo magistero è, in prima istanza, evidentemente assai nocivo proprio alle anime e al corpo di quei malcapitati poveri che si dice di voler amare e difendere.

Dopo queste iniziative, l’Arcivescovo Betori giustamente il 1 novembre 2009 rimuove don Santoro dalla guida della comunità, la quale non la prende bene. Ci sono delle proteste davanti all’Arcivescovado, e i manifestanti incontrano Betori di persona. Arriva il sostituto di don Santoro, nella figura mediatrice dell’anziano don Renzo Rossi. Rep.it riferisce che il popolo formula alcune intenzioni di preghiera:

L´assenza di don Alessandro è una croce da portare in spalla fuori e dentro il prefabbricato che segna il confine tra i campi e le case popolari. E´ la prima messa di Renzo Rossi al centro sociale, avamposto missionario di una chiesa con le luci al neon, le seggiole di plastica e i libri del doposcuola intorno. «Nel nome del Padre…» nella stanza sono in 150-200: «Prego perché il vostro dolore diventi speranza» spiega don Renzo, 84 anni, navigatore di tante periferie che qui però tradisce disagio: «Mi trovo in imbarazzo» e promette che chiarirà più avanti perché ha accettato l’incarico. Viene letto un messaggio di Betori e prima una preghiera della comunità di base: «Caro vescovo se sarai così indulgente da togliere a don Santoro la punizione impartitagli, pregherò: pregherò per tutti i preti pedofili che scandalizzano i piccoli delle nostre comunità (…), pregherò per i preti rimasti in silenzio davanti all´ingiustizia subita alle Piagge…». A Rossi rimproverano di non aver incontrato i bambini prima della messa e di non partecipare stasera alla nuova fiaccolata in piazza Duomo.

Preti pedofili?… Dell’outing pedofilo di don Milani nessuno si preoccupa, men che meno si scandalizza. Anzi, oggi egli è addirittura divenuto un “testimone del nuovo umanesimo della Chiesa italiana”. Qualcosa non torna. 

Il congedo di don Santoro avviene nel più classico stile milaniano. Ne riferisce il Corriere Fiorentino:

GRANDE COMMOZIONE – Molta la commozione tra i presenti fra cui rom, immigrati, non credenti. Anche don Santoro si è interrotto più volte nei suoi lunghi interventi. «Vado via perché obbedisco a quello che il vescovo mi chiede anche se non so il motivo preciso per cui obbedisco, ma lo farò – ha detto il prete delle Piagge – Lo farò. Se sono estromesso io, non voglio che venga estromessa la mia realtà, cioè voi». «Preferisco farmi da parte un attimo piuttosto che trascinare 15 anni di storia con voi contro un gigante invincibile», ha aggiunto riferendosi alle gerarchie ecclesiastiche. «Posso ancora celebrare messa ma non ho più un popolo: è di questo che sono stato privato». Don Santoro ancora non sa dove andrà «ma il vescovo mi ha chiesto di andare in una comunità religiosa per rivedere la mia vita e per un periodo di riflessione – dice – Venerdì prossimo lascerò la casa. Il vescovo mi ha detto di fargli proposte, ci parlerò in settimana, poi vedremo quanto durerà l’esilio».

L’ultima messa di don Santoro

DON SANTORO E IL VESCOVO – Don Santoro poi, ha raccontato una parte del dialogo fra lui e il vescovo monsignor Betori quando gli ha comunicato di averlo sollevato dall’incarico: «A lui chiesi: sono in un limbo? E il vescovo mi ha risposto: “Bravo, è la risposta, hai detto bene, te sei e rimani in un limbo fin quando non imparerai a non dare scandalo della Chiesa all’opinione pubblica”». «Il problema è – ha proseguito il sacerdote con tono ironico – che non imparerò mai, sicché non so quanto durerà questo limbo». In un altro momento della messa don Santoro, parlando della sua rimozione, ha anche detto di «essere e sentirsi umiliato profondamente, di essere devastato dall’umiliazione». Don Santoro affiderà la casa ad un ragazzo rom di 19 anni, Enrico, da lui definito il futuro «portabandiera delle Piagge».

LASCERA’ TUTTE LE CARICHE – Ha anche ricordato a tutti che dovrà lasciare le sue cariche sociali legate alle iniziative della comunità delle Piagge: i corsi di alfabetizzazione, quelli di recupero scolastico, il prestito dei libri, il microcredito, la cooperativa, le attività per il lavoro. «Coloro che alle Piagge continueranno a lottare e vivere non dovranno farsi fare più del male dalle istituzioni – ha anche detto don Santoro – non dovranno dargli soddisfazioni». «Il mio vescovo, questo sindaco, i sindaci e chi pretende di fare politica – ha detto ancora – mettono all’ultimo posto la cosa più importante: vedere la folla». La messa – don Santoro è stato affiancato da un parroco di Agliana (Pistoia), don Paolo Tofani – a tratti si è distaccata dalla liturgia ufficiale per dare spazio alle riflessioni del sacerdote e ai partecipanti che volevano esprimere loro preghiere. Tra questi anche Sandra Alvino, che ha tentato di interrompere don Santoro mentre stava per pronunciare l’omelia al Vangelo. «Voglio parlare – è intervenuta Alvino – visto che so che pensate che Alessandro se ne deve andare per colpa mia».

Nozze in chiesa per l’ex trans

SANDRA ALVINO – Ma don Santoro e altri l’hanno richiamata; più tardi, prima della comunione, la donna nata uomo ha potuto parlare insieme agli altri: «Io e Alessandro siamo due persone con ideali: io combatto per l’identità di genere, don Alessandro ha fatto qualcosa che rimarrà nella storia». Don Santoro ha anche ricordato che sono 15 anni esatti dal suo arrivo alle Piagge. Ci arrivò, chiedendo di essere destinato ad una realtà di frontiera, l’1 novembre 1994. Ma domenica prossima alle Piagge dirà messa don Renzo Rossi, 84 anni, incaricato di sostituirlo dalla curia. Don Rossi – su cui don Santoro non ha espresso commenti – è, a sua volta, prete degli operai, dei poveri, dei diseredati, non solo a Firenze ma anche in Sudamerica. «Sulla figura di don Rossi non abbiamo nulla da eccepire – ha detto il portavoce della comunità delle Piagge, Cristiano Lucchi – ma secondo noi non doveva accettare di venire al posto di don Santoro. Faremo riunioni per stabilire come rapportarsi con lui, ancora non abbiamo deciso. Di sicuro non useremo la violenza che la curia ha usato verso di noi». Per tutta la giornata è proseguita la raccolta di firme per un appello da inviare alle autorità ecclesiastiche affinché rivedano la decisione di trasferire don Santoro.

Ho riportato questo lungo resoconto, per evidenziare come i moduli della ribellione milaniana, tutt’altro che “obbedientissima”, anzi istituzionalizzata, vengono oggi ri-agiti incessantemente da don Santoro, in una tragica coazione a ripetere. Colui che si sente umiliato è, in realtà, colui che – permettendosi perfino il sarcasmo! – umilia il suo vescovo, col quale dovrebbe, normalmente, essere piuttosto in relazione filiale. Ma, anche oggi come una volta, è chiaro che siamo alla ribellione contro il padre e alla sua eliminazione. La storia si ripete, e ancora una volta, a distanza di cinquant’anni, la Chiesa fiorentina non riesce a far capire a un suo sacerdote e al popolo che egli ha deviato, dove e perché essi sono in errore.

Con una grande differenza: al loro tempo, Dalla Costa e Florit avevano compreso perfettamente dove don Milani stava sbagliando, e logicamente avevano anche provato a spiegarglielo. E’ successo, però, che oltre a non essere don Milani psichicamente in grado di recepire la giusta correzione, il clima che si respirava in quegli anni, nella società e nella Chiesa, era già quello del pervasivo tsunami materialista e modernista che stava avanzando. Ciò accadeva a fronte di una passata tradizione che però la società consumistica che abbiamo visto in azione nel capitolo 7, aveva già sottilmente prima contaminato e poi svuotato. download (2)La comunità cristiana, se non con poche eccezioni, non riusciva già più a trasmettere in modo efficace il senso religioso alle nuove generazioni. Non riusciva più a farlo, evidentemente, perché essa stessa non riusciva a viverlo efficacemente in prima persona. Attorno a Dalla Costa e a Florit, culturalmente, c’era già il vuoto. Quel vuoto nel quale, poi, si sono ritrovati anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Oggi se ne vedono gli effetti. 

E’ ben diverso, oggi, l’approccio di tanta gerarchia cattolica. La quale, spiace dirlo ma non si può tacere, non prova nemmen più a spiegare agli erranti gli errori pastorali e antropologici, bensì, paradossalmente, al contrario, indica il manifesto errante don Milani come modello da portare a esempio a tutto il popolo!… E’ inquietante vedere, ora, persino il Regnante Pontefice coinvolto in questa infausta prassi.

In altre parole, come potrebbe l’Arcivescovo Betori rimettere in carreggiata don Santoro, se egli stesso Pastore della Diocesi persiste a perseguire il modello milaniano, palesemente fallimentare?… Non viene messo in sospetto, l’Arcivescovo, dalla contraddizione oggettiva per la quale sia lui che l’errante don Santoro stanno seguendo il medesimo fallace mito milaniano, trascinando nell’errore tutto un popolo?  Se don Santoro segue don Milani, è evidente che il Vescovo deve trovare un modello alternativo. Se invece anche il Vescovo resta associato all’infausto modello milaniano, e seguita a condividerlo con il ribelle don Santoro, è chiaro che il meccanismo perverso continuerà ad autoalimentarsi indefinitamente, e non ne verremo mai fuori.

Andiamo ora a vedere l’istruttivo epilogo della storia infinita di don Santoro.

Dopo un semestre di ritiro, riflessione e preghiera, don Santoro si pente di quanto ha fatto, promette di comportarsi bene, e l’Arcivescovo Betori lo reinsedia nel suo ministero alle Piagge. Siamo all’aprile del 2010. Questa, già di per sé, credo sia una prassi del tutto inusuale. Non mi risulta che, in qualunque istituzione religiosa o civile che sia, un sottoposto che è stato giustamente trasferito da un incarico per motivi disciplinari, venga poi reinsediato nel medesimo luogo dal quale era stato allontanato. Comunque, a questo punto, accade il prevedibile. Cioè, don Santoro ricomincia a fare quello che faceva prima. D’altronde, l’aveva detto: “non imparerò mai”.

Quindi, nel marzo 2012, leggiamo sul Tirreno che egli dice “Sono un prete e qualcosa mi manca: avere un figlio. Sono per il celibato facoltativo. Avere una propria famiglia non sarebbe una limitazione”.

Nell’ottobre 2012, scrive qui Libero quotidiano.it, il cappellano delle Piagge dà la comunione ai gay, e annuncia un film su Chiesa e omosessuali. Di certo, nel film non ci sarà don Milani. O magari sì?… A questo punto, il don Milani di oggi, pienamente riabilitato dalla Chiesa-gerarchia da lui spregiata, potrebbe far comodo per promuovere la causa omosessuale, che ha più sostenitori di quanto si pensi, anche nell’ambito della stessa Chiesa cattolica, come ben spiega qui una figura che su questo tema spinoso ha fatto diversi studi, il padre Ariel Levi di Gualdo. Ai gay, comunque, il cappellano delle Piagge apre anche i corsi prematrimoniali per fidanzati. 

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il padre Ariel Levi di Gualdo

Nell’ottobre 2015, Firenze Today ci informa che “Don Alessandro Santoro da tempo spera che nella Chiesa venga accolta la comunità lgbt. Cosa che è già stata fatta nella sua parrocchia di Piagge: “Dio vuole che ognuno viva la propria identità liberamente, anche quella sessuale”. 

L’ultima notizia, risalente al marzo 2016, la riporta Rep.it, informandoci che alla lavanda dei piedi del Giovedì Santo, ci sarà all’altare anche una coppia omosessuale, padri di due figlie. Dice Rep.it che è “Freddo il commento della Curia”. Il che è semplicemente stupefacente. Invece di commentare, la Curia avrebbe dovuto agire. E’ infatti particolarmente doloroso che il popolo delle Piagge, oltre a vivere in un contesto sociale svantaggiato rispetto ad altri, debba anche, pur inconsapevolmente, subire la ferita (in questo caso la parola è appropriata) di trovarsi sotto la guida deviata di un pastore soggetto a gravi problemi legati alla psiche, e in preda a pericolose derive ideologiche. Proprio come don Milani. L’Arcivescovo Betori, con la sua inazione, si sta assumendo una responsabilità molto pesante.

Qui accenno a una questione delicata. Ho appena osservato che è ben triste che una comunità-popolo di Dio svantaggiata rispetto ad altre, come quella delle Piagge, vista la condizione di dura periferia in cui si trova oggettivamente a vivere, sia ancor più penalizzata dal fatto di essere stata assegnata a un Pastore inaffidabile. Invece di avere il meglio, dalla sua Chiesa, come vedrei più equo. Vale a dire, quel popolo ha avuto un Pastore che l’ha purtroppo assecondato nelle sconsigliabili tendenze da teologia della liberazione sulle quali presumibilmente esso già insisteva, anziché educarlo alla Dottrina sociale. E questo non va bene. Ma, a ben guardare, la stessa cosa è accaduta, a suo tempo, con lo sfortunato popolo di Barbiana. Trasferendo don Milani da San Donato a Calenzano a Barbiana, Dalla Costa non ha risolto il problema, ma l’ha solo spostato. Lo stesso ha fatto Florit, mantenendo il priore nel suo posto. Dico questo, ovviamente, col massimo rispetto e con inalterata stima per i due grandi Vescovi. La decisione di spostare don Milani, in luogo di revocargli ogni incarico, affinché non potesse far danni da nessuna parte, va certamente contestualizzata all’epoca dei fatti. Oggi, però, mi permetto di osservare che l’Arcivescovo di Firenze farebbe bene a far tesoro di questa dura lezione. 

9. Un sistema fallimentare, da far evolvere

Ancora, prima di riprendere da vicino il tema milaniano al capitolo 10, è necessaria una digressione sulle conseguenze del donmilanismo nel campo della politica, e sull’alternativa possibile e auspicabile.

E’ assai improbabile che la sinistra, con i suoi portati negativi di stampo radicale, si sarebbe mantenuta al potere in Toscana in modo così ferreo, e per così lungo tempo, senza i voti dei cattolici.

Problema è che, anche a Firenze, in buona sostanza i cattolici che non sono di sinistra si ispirano al pensiero liberale. In ogni caso, come ben spiegava il Beato Toniolo, siamo situati sul lato diametralmente opposto a quello della Dottrina sociale. In talune circostanze, a livello locale e nazionale, è forse parso che l’alternativa liberale alla sinistra lasciasse qualche spazio di manovra che, se fossimo stati adeguatamente preparati, noi cattolici avremmo potuto ampliare. Mi pare che sia invece accaduto il contrario. I cattolici in politica si sono volentieri lasciati convincere dagli argomenti e dalle lusinghe dei liberali, abbandonando le loro aspirazioni per la Dottrina sociale. Se mai le avevano avute.

imagesIn ogni caso noi cattolici abbiamo commesso l’errore madornale di lasciar sostanzialmente controllare, dallo Stato liberalsocialista e centralista, il sistema educativo a tutti i livelli. Questo ha comportato la mancanza per le famiglie di potersi avvalere del buono-scuola, per la libertà effettiva di educazione. In pratica, abbiamo lasciato che tanta parte del sistema educativo andasse in balìa della sinistra, che ha estesamente colonizzato la scuola statale di ogni ordine e grado, oppure che esso fosse preda della nullificazione culturale ed educativa. Abbiamo lasciato che i cattivi maestri, o i maestri incapaci, plasmassero via via le menti delle nuove generazioni secondo la loro volontà, o la loro incapacità a educare. Abbiamo visto approfonditamente al capitolo 2 il ruolo del pensiero milaniano, in questa dinamica.

Per quanto concerne La Pira, si è brevemente considerato come nel panorama italiano anche la sua figura sia stata funzionale alla supremazia politica post-comunista. Non per niente egli è stato strettamente legato alla sinistra cattolica dossettiana, la c.d. Scuola di Bologna, della quale l’ultimo autorevole interprete ed erede è il prof. Alberto Melloni, di cui riparleremo al capitolo 11.

images (1)I liberal-capitalisti di Stato e di mercato detengono, condividendola con la sinistra (con la quale spesso per convenienza si accordano, come nel caso della TAV), la maggior parte del controllo del capitale finanziario e delle leve di comando del sistema politico ed economico. Tante realtà socio-economiche fiorentine, toscane e nazionali: banche, fondazioni e istituzioni storicamente nate dal mondo cattolico, come nel caso dei Monti di Pietà fondati dai frati francescani del tardo medioevo, o comunque da istituzioni civili che si richiamavano ai princìpi cristiani, nel tempo sono state silenziosamente espugnate dalla sinistra e dai liberali. Il caso più eclatante è senz’altro quello del Monte dei Paschi di Siena, che non a caso all’inizio della sua lunga storia era stato chiamato Monte Pio. La banca più antica del mondo è stata deliberatamente affondata proprio da quei laicisti ideologi che, nel tempo, sono riusciti a prenderne le redini. Degli effetti di tale conquista ho già parlato in precedenza. Aggiungo qui che i liberali sono ben più abili dei post-comunisti a propagandare la loro scelta politica come compatibile con la Dottrina cattolica. Essi hanno cura di evitare i manifesti e talvolta scomposti proclami ideologici, nonché taluni atti eclatanti, tipici della sinistra. E’ piuttosto propriamente nei fatti della politica ordinaria, con pragmatismo e discrezione, che i liberali impongono con determinazione al popolo la loro visione mercatista, materialista, relativista e oligarchica. Tutto ciò possono fare, grazie al controllo dei rubinetti dell’erogazione delle risorse pubbliche, alla potenza dei grandi media e dei capitali, anche privati, di cui dispongono. Il popolo, non-educato, dipendente e inconsapevole, subisce.

images (2)A Firenze i pur pochi politici sedicenti “cattolici” sulla piazza, o sono di sinistra o sono liberali. Così è, in genere, anche a livello nazionale, fino ai livelli più alti. Le eccezioni sono rare. Non si vedono all’orizzonte cattolici di matrice sturziana, che davvero si impegnino, dal punto di vista culturale e politico, per la partecipazione popolare al potere secondo il principio di sussidiarietà. Che si impegnino per la nuova vera via per la salvezza dell’uomo e del pianeta, questo il sottotitolo del libro di Zampetti La Dottrina sociale della Chiesa. Non vi è comunque, sia a livello locale che nazionale, un solo politico cattolico che non sia a favore del modello keynesiano TAV. Gli interessi particulari sottesi all’operazione sono troppo forti.

D’altronde è noto che, storicamente, l’esperienza politica sturziana è stata ostracizzata. Sappiamo come la messa in guardia di Sturzo, nel già citato Appello, datato 1919, verso le

democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni identità”

ma anche verso

vecchi liberalismi settari, che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici”

sia rimasta lettera morta. Alcuni tentano, in modo interessato, di far passare Sturzo per un liberale. Ma le sue parole, nell’Appello, sono inequivocabili. Egli era un partecipazionista, al pari di Zampetti.

Zampetti piccola

Pier Luigi Zampetti, teorizzatore della “Società partecipativa”, secondo Dottrina sociale

Quanto alla figura intellettualmente imponente di Pier Luigi Zampetti, egli resta in pratica un perfetto sconosciuto, anche nel nostro mondo cattolico. La sua preziosa lezione partecipativa è stata completamente rimossa o incompresa, anche da coloro che affermano di richiamarsi alla Dottrina sociale. E ciò è avvenuto nonostante lo studioso lombardo non fosse l’ultimo arrivato: si è detto che egli era infatti stato a suo tempo anche nominato, da Giovanni Paolo II, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Non è che nel nostro Paese non vi sia chi metta in pratica la sussidiarietà. Anzi ve ne sono non poche di tali realtà, creative e industriose. Ve ne sono sempre state, in effetti, come ha testimoniato, nel 2011, la mostra sui 150 anni di sussidiarietà al Meeting per l’Amicizia tra i popoli, in Rimini. Il problema è che tali realtà devono costantemente confrontarsi con lo Stato centralista che, in via della sua stessa natura solo rappresentativa e liberalsocialista, fa sì che esse non abbiano a espandere troppo lo loro influenza. Oppure lo Stato può opporre ai corpi intermedi una non esplicita ma concretamente severa resistenza, come nel caso attuale dei pesantissimi tagli dei finanziamenti alle scuole non statali paritarie, che pure svolgono un servizio pubblico e fanno risparmiare molto denaro all’erario. Lo Stato dunque cerca costantemente di frazionare e ridurre le forze della sussidiarietà alla più controllabile individualità. Oltre al fatto che tali corpi intermedi sono i primi ad essere penalizzati dal punto di vista dell’accesso alle risorse pubbliche, nella situazione di grave crisi finanziaria della quale, come abbiamo visto, il primo responsabile è proprio lo Stato medesimo. Nonostante tutto questo, anche nel nostro mondo cattolico, chi è che si prende cura di evidenziare che il nocciolo del problema sociale risiede giustappunto nello Stato, in pratica completamente privo della dimensione partecipativa e sussidiaria?

Una chiave di volta decisiva per il superamento pacifico del capitalismo liberalsocialista resta giustappunto quella della libertà effettiva di educazione, quindi l’effettiva parità economica fra scuola di Stato, e scuola espressa dalla società civile. In modo che l’educazione cattolica possa dispiegare appieno il suo potenziale, per la liberazione delle coscienze delle nuove generazioni. L’obiettivo è quello di allentare e poi finalmente sciogliere i vincoli stringenti del materialismo edonistico, e far sì che possa crescere un popolo che, facendo esperienza dell’incontro autentico con la persona di Cristo, riesca gradatamente a elaborare e mettere in pratica soggettivamente quelle metodiche sociali che consentano un autentico progresso umano.

images (3)Mi sento, a questo punto, di evidenziare la centralità di Cristo. E’ bene che io lo faccia innanzitutto per me stesso, poiché anch’io tendo costantemente a rimuovere questo fatto, e a considerare la realtà in termini solo razionali.

Il fatto che Cristo ci abbia generati, tutti, mi induce a guardarmi bene dall’esprimere giudizi personali. In questo testo non ho potuto però fare a meno di segnalare la grave mancanza, fra noi cattolici, di un’analisi puntuale della situazione, e dell’assenza di un approccio adeguato a fronteggiare la crisi. Le conseguenze di questa negligenza sono gravi.

Nella mia condizione di povero peccatore, guardo a ciò senza alcun senso di scandalo. La speranza che Cristo, sempre, ci dà la possibilità di rialzarci dopo i nostri errori e le nostre cadute, mi sollecita, semplicemente, ad auspicare che siano finalmente rimossi alcuni ingombranti ostacoli di pensiero. Affinché, una volta dissipate le nebbie dell’equivoco, si possa fare un’esperienza cristiana più autentica. E ci si renda quindi in grado di leggere la realtà in modo più veritiero. Questa speranza mi induce ad auspicare che possiamo essere maggiormente consapevoli di noi stessi come popolo di Dio, operando più proficuamente per migliorare la società e crescere nella fede.

Sento anche umanamente, spero non a torto, il desiderio del riconoscimento e della rimozione delle pesanti ambiguità che ho messo in luce, come una possibile positiva esperienza della ragione donataci dal Creatore. Ed anche come legittima soddisfazione della nostra intelligenza, responsabilità e creatività, che hanno la medesima fonte. Secondo il consiglio evangelico di stare nel mondo “prudenti come serpenti e semplici come colombe ” (Mt, 10,16).

download (5)E’ solo dopo tale premessa che mi permetto di ipotizzare che negli avvenimenti che ho narrato, nell’azione – o, secondo le circostanze, nell’inazione – di tante figure pur eminenti della nostra Chiesa cattolica fiorentina e italiana, si possa celare un disegno divino affine a quello dell’esperienza biblica dell’esodo del popolo ebraico dal Paese d’Egitto, verso la terra promessa. Benché il Sinai sia un territorio di modeste dimensioni, gli ebrei impiegarono ben quarant’anni ad attraversarlo. Giravano in tondo. Evidentemente il Padre Celeste propose loro questa esperienza, apparentemente paradossale, come periodo di prova e di purificazione dalle molte infedeltà del popolo.

Allora come ora, nella nostra realtà ecclesiale fiorentina e italiana, alla quale mi sono puntualmente riferito, la altrimenti inspiegabile immobilità intellettuale di non pochi sapienti posti in posizioni di responsabilità e guida, nonché della comunità cristiana, mi induce a pensare che il Padre Celeste abbia voluto offuscare la lucidità delle nostre menti per metterci alla prova nel deserto del materialismo edonistico, che ha generato il capitalismo liberalsocialista di stampo consumistico.

Ho già accennato a come, assieme a don Milani, anche Giorgio La Pira sia a tutt’oggi una figura-simbolo della sinistra. Vuoi a motivo del suo noto pacifismo al tempo della guerra fredda, posizione sulla quale peraltro insistono valutazioni di inopportuno cedimento alla tattica sovietica di indebolire culturalmente la fermezza dell’Occidente, per poi conquistarlo militarmente. Vuoi anche per quanto concerne il carattere operaista della sua azione politica, pur apprezzabile, della quale però ho messo in luce le derive stataliste, assistenzialiste e di asservimento culturale al keynesismo corruttore, operante nella società dei consumi. Questo punto, che è rilevante, merita ancora qualche attenzione.

Era infatti certamente lodevole l’anelito di giustizia e di tutela dei lavoratori, degli ultimi, espresso dal già sindaco di Firenze, come pure dal priore di Barbiana. Ma tale esigenza di giustizia andava applicata alla realtà seguendo l’insegnamento della Dottrina sociale, non quello delle ideologie materialiste, in un senso o nell’altro: il keynesismo bancarottiero e corruttore dell’anima del popolo, per Giorgio La Pira, la lotta di classe e lo spargimento del sangue dei nemici del popolo, per don Lorenzo Milani. 

Diciamo allora, intanto, che la via milaniana della lotta di classe, dello scontro frontale con i capitalisti, è quella ormai più palesemente superata nella pratica politica, anche se il falso mito milaniano resiste ad oltranza. Nella società si è preso atto, salvo alcune nicchie di irriducibili, che quel modo di porsi davanti ai problemi dell’economia e del lavoro ha fatto il suo tempo.

Il quadro appare più complesso nel caso lapiriano, perché il già sindaco di Firenze si era appoggiato al pensiero economico keynesiano, il quale si è rivelato storicamente stravincente in tutto il mondo, da un secolo a questa parte. Mentre la Dottrina sociale, al momento, malgrado le sue enormi potenzialità è rimasta in ombra.

Servendomi della lezione zampettiana ho cercato di riassumere con quali mezzi e in qual modo il moderno capitalismo abbia storicamente battuto, dal punto di vista teorico, il comunismo. Sappiamo che però, dal punto di vista pratico, quasi ovunque comunisti e post-comunisti, dalla Russia, alla Cina e all’Italia, per mantenere il potere si sono abilmente riciclati, integrando nella loro pratica di governo ampi elementi capitalistici dal punto di vista economico e radicali dal punto di vista etico. Comunque, sempre rigorosamente oligarchici dal punto di vista politico, com’era in precedenza.

Il modello consumista vincente in tutto il mondo, mentre la Dottrina sociale è rimasta in secondo piano, ha fatto sì che si attuasse

[…] proprio quello che il nuovo capitalismo voleva: ai cittadini i consumi, gli investimenti ai capitalisti privati o allo Stato. Al vecchio capitalismo, che si può denominare liberal-capitalismo, viene sostituito un nuovo capitalismo che potremo denominare capitalismo liberalsocialista, perché unisce alla proprietà e alla conduzione dei mezzi di produzione dei pochi la redistribuzione del reddito, attraverso l’intervento dello Stato, che riguarda l’intera collettività”. (La Dottrina Sociale della Chiesa, per la salvezza dell’uomo e del pianeta, Pier Luigi Zampetti, Sanpaolo, 2003, pag. 23)
 

Il controllo dei poteri forti sul popolo è stato dunque realizzato intrecciando la dimensione economica con quella politica, attraverso quella etica. L’affermazione zampettiana mi pare quindi dimostri come il capitalismo consumistico collegato alla democrazia rappresentativa rappresenti puntualmente la forma economico-politica, sottile ma sostanziale, di quella dittatura del relativismo citata così spesso negli interventi di Benedetto XVI. Quanti, anche nel nostro mondo cattolico, sono consapevoli di ciò? Quanti sono consapevoli delle implicazioni di questo fatto?

Uno degli strumenti principali con cui le oligarchie hanno raggiunto il loro obiettivo è che tramite il sistema keynesiano esse comunque davano lavoro. Il popolo è stato addestrato a non farsi delle domande. Abbiamo visto come il lavoro, anche improduttivo, fosse pagato in realtà non dai capitalisti, ma dal popolo stesso, tramite l’inflazione che sgretola il risparmio, nonché attraverso l’aumento incontrollato del debito pubblico.

images (4).jpegLa società dei consumi ha mascherato il trucco, proponendo continuamente e ossessivamente al popolo una serie sempre crescente di merci sempre più sofisticate e di distrazioni, con le quali lo ha tenuto impegnato e anestetizzato. E anche, al tempo stesso, quel regime ha intimorito e minacciato più o meno velatamente le persone, con la prospettiva della disoccupazione e del conseguente degrado sociale. Ma poiché il gioco sul debito era sempre al rialzo, è inevitabile che alla fine i nodi vengano al pettine. Viene da chiedersi se le fibrillazioni del mercato finanziario mondiale alle quali periodicamente assistiamo, stiano indicando che il redde rationem del keynesismo, già previsto da Zampetti in tempi non sospetti, stia per avvenire a breve. In quel momento è chiaro che il re sarà nudo, certo. Ma è altresì evidente che saranno grandi dolori per tutti. Non ci siamo infatti per nulla preparati a parare quell’evento.

A fronte di tutto ciò, il fulcro dell’errore di Giorgio La Pira sta nell’avere assecondato questo sistema. Egli mirava semplicemente al “pieno impiego”. Il già sindaco di Firenze non si è reso conto, malgrado la lezione sturziana gli fosse a portata di mano, che la sua politica statalista e assistenzialista, lasciando l’uomo e il suo lavoro sottomessi al capitale finanziario manovrato dagli oligarchi, avrebbe causato grave danno al popolo.

In relazione a ciò, ho ben presenti i reiterati appelli rivolti da Papa Francesco e dal suo predecessore Benedetto XVI, giustamente rivolti al consesso delle nazioni affinché ai giovani sia dato lavoro. E dico giustamente, in quanto non è certo possibile attendere il compimento della società partecipativa affinché il nodo del lavoro sia sciolto.

Il problema è che, stando a quanto ho argomentato sulla base della lezione zampettiana, il presente sistema socio-economico-politico sembra ormai giunto alla fase finale della sua parabola. Esso pare quindi sempre più difficilmente in grado, strutturalmente, di offrire una crescita occupazionale. Non più di tipo assistenzialista, poiché le risorse finanziarie pubbliche sono da tempo esaurite, e si sta viaggiando su livelli di debito insostenibili. Ma nemmeno di tipo virtuoso, poiché la diffusa diminuita capacità di spesa fra il popolo deprime la richiesta di beni e servizi. Sembra dunque partito il circolo economico involutivo della c.d. stagflazione.

Oggi sentiamo ripetere da più parti, si può dire quotidianamente, in ogni sede politica, economica, finanziaria, sindacale, sociale e finanche ecclesiale, il richiamo alla necessità del ritorno alla crescita economica. Al punto che quel richiamo è divenuto una specie di mantra.

Però nessuno sembra chiedersi se è ragionevole auspicare la crescita, quando non siamo mai andati a indagare sulle cause profonde della crisi. Oppure, se anche come ha fatto la CEI già nel lontano 1981, giustamente le abbiamo indicate nei meccanismi della società dei consumi, («Il consumismo ha fiaccato tutti» – Doc. “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese”, n. 11), a che vale ciò, se poi a questa affermazione non diamo l’indispensabile seguito della ineludibilità di restaurare la società partendo dalle fondamenta, sulla base del principio di sussidiarietà?

E’ ragionevole ipotizzare il ritorno a una crescita strutturalmente sana e durevole, se non ci siamo prima interrogati sul senso del perché e come risparmiare, investire, produrre e consumare? In una parola, sul senso della dimensione terrena del vivere?

E’ ragionevole ipotizzare il ritorno alla crescita, senza essere preventivamente intervenuti sui meccanismi dell’economia keynesiana che, sfrenati nell’inconsapevolezza collettiva, disgregano l’anima del popolo e portano lo Stato verso la bancarotta?

E’ ragionevole auspicare il ritorno alla crescita – la quale poi, abbiamo visto, in passato era sempre stata drogata e quindi fatalmente destinata all’implosione – senza proporre l’alternativa credibile al sistema fino ad oggi vigente? E dico non un’alternativa, ma l’alternativa, perché non diverse, ma una sola ve n’è: quella della partecipazione, che, secondo Dottrina sociale, liberi finalmente le coscienze e sprigioni le energie dell’uomo-persona.

Eppure, nella comunità cristiana italiana sembra volersi compiere proprio questo tipo di operazione.

10. Una riabilitazione inopportuna

Circa le figure di don Milani e di La Pira, le evidenze erano chiare. Le parole da loro pronunciate, ciascuno nella sua specificità, eloquenti. Erano altrettanto chiare e limpide le lezioni dei maestri, tratte dal patrimonio della Dottrina sociale, dalle quali si sarebbe potuto ben trarre gli strumenti per individuare gli errori milaniani e lapiriani. E quindi affrontare e risolvere, con gli strumenti adeguati, i nostri problemi.

Circa la soluzione della crisi e della questione sociale, per l’autentico progresso dell’umanità, se si conviene che oggettivamente vi è una sola antropologia corretta con la quale considerare l’uomo, e questa è quella cristiana, sarebbe stata buona cosa riflettere con attenzione sulla lezione sturziana del capitalismo popolare e della sussidiarietà, nonché sulla lezione partecipativa zampettiana, sulla quale il presente studio è intessuto. Saremmo già stati sulla buona strada, con abbondante materiale su cui lavorare. Ma, misteriosamente, nel nostro mondo cattolico certe rilevanti problematiche, apparentemente complesse al limite dell’insolubilità, ma in fondo, come abbiamo visto, invece estremamente semplici e lineari, non sono state comprese. Men che meno elaborate. Nemmeno, ovviamente, sembra stato compreso il modo di risolverle. E’ bene allora che io metta pienamente a frutto questa circostanza affrontando anche passaggi spiacevoli, però necessari.

Dunque, le cose sono andate diversamente da quanto auspicavo. E’ accaduto, esempio, che l’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori abbia costantemente espresso una valutazione positiva nei confronti della figura di don Milani.

Dell’omelia tenuta dal Cardinal Betori in occasione del quarantaduesimo anniversario della scomparsa del priore di Barbiana, il settimanale diocesano Toscana Oggi riporta il suo discorso, dal quale cito:

…Ho cercato di mostrarvi il segreto della fede che ha animato sempre la vita di don Milani. Ma so che non posso andare via da qui se non rispondo anche ad un’altra domanda: Perché la Chiesa non l’ha capito? Non è stata forse troppo dura con lui? Riconoscimenti di ritardi e incomprensioni non sono mancati, a cominciare da quello fondamentale de La Civiltà Cattolica, che, con uno scritto serio e documentato, ha riconosciuto gli errori e i limiti della recensione a Esperienze pastorali lì apparsa nel 1958, che di fatto aveva provocato il provvedimento della Santa Sede che giudicava il libro “inopportuno” e invitava a sospenderne la vendita se mi è permessa un po’ di ironia, con poca efficacia, vista la sua diffusione già negli anni sessanta. Ma il problema non può ridursi alla correttezza e alla opportunità di un libro: è più di fondo, e trova adeguata risposta solo nelle parole del papa Paolo VI riguardo a don Primo Mazzolari. A chi lo accusava di non aver voluto bene a don Mazzolari, Paolo VI rispose: «No. Non è vero: io gli ho voluto bene. Certo… non era sempre possibile condividere le sue posizioni: camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso non gli si poteva tener dietro. E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti». La parola profeta è di quelle che mi imbarazzano e preferisco non usarla se non per quelli che trovo nelle pagine della Bibbia. Ma posso senz’altro dire che in molte cose don Milani camminava avanti, e questo ha causato in chi lo guardava da lontano incomprensioni e ritardi. Camminava avanti perché era grande nella fede. Essergli fedeli oggi vuol dire riattingere a quelle radici di fede che hanno prodotto in lui tanto amore per il Vangelo e per i suoi ragazzi”.

E’ vero che i tempi cambiano anche per la Civiltà Cattolica, ma non sono certo che questo sia un bene per la Rivista. Non sono riuscito a reperire in rete il testo della stroncatura dell’opera milaniana che la Rivista fece per la penna del padre Angelo Perego, nel numero del 20 settembre 1958. Sarebbe stato molto interessante poterlo leggere, come pure poter valutare il molto più tardo articolo del 2007, a firma di Piersandro Vanzan S.I., nel quale la Civiltà Cattolica ribalta la sua prima valutazione, firmata dal padre Perego. Pochi giorni fa ho allora contattato direttamente la segreteria della Rivista, riuscendo a trovare tutti e due i preziosi testi, che mi devono ancora essere recapitati. Dal momento che la cosa è rilevante, vedrò, quando mi saranno disponibili, se mi sarà possibile incorporarli in qualche modo in questo dossier. 

Intanto, avvalendomi del materiale disponibile ho cercato di dimostrare, chiamando a testimoni il padre Vallainc e il padre Centi, come la critica iniziale mossa dalla Civiltà Cattolica a Esperienze pastorali nel 1958, fosse fondata. Circa il presunto amore del priore di Barbiana per i giovani affidati alle sue cure, don Milani ebbe un giorno a dire alla sua collaboratrice Adele Corradi, che lo aveva scherzosamente provocato in merito, “I ragazzi sono miei!”. Non di Cristo, suoi.

Il Cardinal Betori afferma, di don Milani:

Perché la Chiesa non l’ha capito? Non è stata forse troppo dura con lui?”

Mi pare che, da come si sono svolti gli eventi, più che parlare di “durezza”, si potrebbe osservare, sia pure ex-post, che all’epoca la Chiesa fiorentina aveva effettivamente tentato di far capire al sacerdote don Milani quali fossero gli errori di metodo e di merito del suo modo di pensare e del modo di fare pastorale che egli andava praticando.  Ma che egli, per suoi blocchi psichici interiori, non sia stato in grado di recepire i buoni consigli. Il problema pare piuttosto essere che don Milani ancora non lo stiamo capendo, oggi, noi!…

Quanto al fatto che don Milani “camminasse avanti”, come anche molti altri hanno detto, in effetti lo faceva. Ma verso il baratro della lotta di classe e della violenza rivoluzionaria, come ho già argomentato in dettaglio. Verso quale direzione don Milani conducesse i “suoi” ragazzi, ne dice il padre Centi, al quale a suo tempo toccò di subire una delle consuete sedute del tribunale del popolo presieduto da don Milani. Il padre Centi lo racconta a pag. 40 del libro già citato. Il fatto avvenne nel contesto di una sua visita a Barbiana, su invito di don Milani, al tempo in cui l’esperienza terrena del priore volgeva ormai al suo termine. I rapporti tra i due, nonostante le asperità caratteriali del priore, non si erano mai definitivamente interrotti. Cito:

…Se la memoria non m’inganna, a riallacciare le relazioni epistolari fu don Lorenzo, anche perché, da parte mia, non avevo motivi per farlo. Non ho conservato la sua corrispondenza di questo periodo; ma, per la stranezza del quesito, ho conservato ben chiaro il ricordo di una sua missiva riguardante una piccola ricerca in materia di araldica, in cui dovetti confessare la mia assoluta incompetenza. Il Priore di Barbiana mi diceva di aver trovato, in alcune case coloniche della sua parrocchia, uno stemma con cani bianchi pezzati in nero, e mi chiedeva se per caso non fosse stato quello uno stemma dell’ordine domenicano, e se a me risultasse che i nostri conventi fiorentini avevano avuto, in passato, delle proprietà in quella zona.

Approfittava, poi, della circostanza per rinnovare il suo pressante invito lassù sulle falde del monte Giovi. Altri inviti si susseguirono, a lunghe distanze di tempo. Risposi sempre promettendo vagamente, senza un impegno preciso. 

Mi decisi ad accontentarlo in occasione di una trasferta a Borgo S. Lorenzo, dove fui chiamato a predicare nell’ottobre del 1962, l’ottavario del S. Rosario, che, quell’anno, voleva essere preparazione spirituale al Concilio Ecumenico Vaticano II.

Una di quelle sere, dopo la predica, pregai il Signor Giuseppe Poggiali di aggiungere alle altre sue opere buone la visita a un prete di montagna.

Nel tardo pomeriggio, dopo la predica, la benedizione eucaristica e la cena, salimmo a Barbiana. Arrivammo lassù che era quasi buio. Fu così che, dopo tanti anni, rividi don Milani. I convenevoli di rito per lui e per la Leda, già domestica del Preposto di S. Donato, furono cordiali, ma piuttosto sbrigativi. Don Lorenzo, con la schiettezza sua abituale, mi disse subito che avrebbe preferito quella visita qualche ora prima, perché ormai i ragazzi della «sua» scuola erano tornati a casa. Fece presto, però, a passare la voce e, dopo dieci o quindici minuti, avevamo intorno al grande tavolo di cucina, sul quale splendeva una lampada a gas, una mezza dozzina di ragazzi e bambine, attenti ai nostri discorsi. Per lui, anche quella visita doveva essere sfruttata come una lezione supplementare. 

Non era quella l’atmosfera familiare in cui avrei voluto che si svolgesse il nostro colloquio, per rievocare serenamente uomini e cose, cari a entrambi. Don Lorenzo cominciò a contestare un po’ tutto l’andamento della vita ecclesiastica e civile, quasi che i due nuovi arrivati fossero i responsabili delle sperequazioni e delle diseguaglianze sociali. Per addossarci codeste responsabilità, era bastato il dissenso da noi espresso circa il suo modo di giudicare uomini e istituzioni. Io tendevo ad addossare la responsabilità del disagio di cui soffriamo a due fattori prevalenti, che don Milani pareva volesse dimenticare: il peccato originale, col corteo dei vizi capitali, pullulati dal fomite, e la cattiva volontà personale. Lui, invece, si scagliava in maniera sempre più violenta e paradossale contro la società e contro coloro che la dirigono, facendo carico ai governanti e alla classe dirigente di tutto il disagio della povera gente. Gli feci notare che quel suo tentativo non mi pareva accettabile: perché, per crederlo, bisognava supporre che chi governa ha tutto l’interesse a sgovernare e, quindi, a perdere il potere. È probabile, invece, che molte delle nostre critiche verso le autorità costituite siano provocate dall’ignoranza nostra di troppi elementi di giudizio. 

Codesto tentativo di ridimensionare la critica demagogica, condiviso dal mio accompagnatore, fece divampare contro di noi lo sdegno del nostro interlocutore, il quale vide, in esso, la riprova che noi eravamo inseriti nel sistema capitalistico, sistema di sfruttamento e di intollerabili diseguaglianze sociali. A un certo punto, pareva che noi si fosse là dinanzi a quella scolaresca come dinanzi al tribunale del popolo, pronti a recitare la parte del traditore di turno, sotto la sferzante requisitoria del pubblico accusatore. 

La cosa, nella nostra Italia del 1962, non presentava ancora un aspetto tragico, ma grottesco e comico; perciò, non mancai di farlo notare vivacemente: «Fino a prova contraria, io sono un povero frate che ha voltato le spalle alla società del benessere; un uomo che, per programma di vita, non ha un patrimonio da difendere, nessun potere da esercitare e niente da spartire con i potenti di questo mondo. Lei, quindi, non ha il diritto di mettermi tra gli sfruttatori. Se poi mi considera un perfetto imbecille che difende gli ingiusti interessi di terzi, ha solo il dovere di compatirmi e di evitare con me qualsiasi discussione. 

«Il mio accompagnatore, poi, è un cristiano esemplare, che passa le sue giornate festive ad assistere, in maniera anche molto dispendiosa, dei poveri minorati. Lei, sacerdote, non ha il diritto di offenderlo, facendone un esponente della marcia borghesia». Il mio discorso risentito riuscì finalmente a calmare i bollenti spiriti del Priore di Barbiana. La polemica prese un tono più disteso e controllato: ma dovetti rassegnarmi a ribattere quasi tutti gli slogans creati da don Milani per i suoi alunni vicini e lontani, senza poter nutrire la seria speranza di giovare a lui e a quelli che, in silenzio, assistevano alla nostra discussione”.

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Sostanzialmente positivo, su don Milani, anche il parere del predecessore di S.E. Betori, il Cardinale Ennio Antonelli.

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il Cardinal Ennio Antonelli

Qui, ancora da Toscana Oggi,  il testo dell’omelia da lui tenuta in occasione del 40mo della scomparsa di don Milani, dalla quale cito:

Siamo saliti a Barbiana nel 40° anniversario della morte di don Lorenzo Milani. Il Vescovo e il presbiterio della Chiesa fiorentina con questa celebrazione intendono onorare la memoria di un grande sacerdote fiorentino. 

Un prete che in vita ha avuto forti tensioni con il Vescovo e con molti altri preti. Allora non era facile capire don Milani, ma con il tempo si chiariscono e si sono chiarite diverse cose. E oggi, Vescovo e presbiteri siamo tutti concordi nel riconoscere il valore evangelico della sua testimonianza e il suo profondo radicamento ecclesiale.
(…)
La Chiesa fiorentina convocata oggi qui a Barbiana con il Vescovo e il presbiterio, riconosce pubblicamente l’autenticità e la grandezza di questo suo prete. Rende grazie a Dio per questo «diamante trasparente e duro», che si è ferito e ha ferito, ma per amore di Cristo, dei poveri e della Chiesa stessa”.

Mi permetto di osservare che capire don Milani, ieri come oggi, era, invece, facile. Il senso degli scritti del priore è sempre stato chiaro e inequivocabile. A suo tempo, Dalla Costa, Florit e anche l’allora Patriarca di Venezia Angelo Rocalli, ci erano riusciti benissimo. Purtroppo il nostro problema sembra essere il fatto che invece, col tempo, la palmare evidenza della vicenda milaniana è stata opacizzata, in luogo di essere semplicemente accettata per com’era.

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il Cardinal Silvano Piovanelli

E’ positivo su don Milani anche il giudizio del predecessore di Antonelli, il Cardinal Silvano Piovanelli, oggi scomparso, leggibile qui  sul sito web del settimanale diocesano, ancora nel medesimo anniversario del quarantesimo dalla scomparsa del priore:

Don Lorenzo ci ha preceduti tutti nella coerenza di una vita evangelica senza compromessi e totalmente e concretamente donata ai poveri”. Con queste parole l’arcivescovo emerito di Firenze, cardinale Silvano Piovanelli, ha voluto ricordare il suo compagno di seminario e di ordinazione, don Lorenzo Milani, del quale tra due giorni, “il 26 giugno, ricorre il quarantesimo anniversario della morte”. Piovanelli, da sempre molto legato al sacerdote di Barbiana, nel corso dell’omelia celebrata in Duomo per la festa di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, e dove è stato ricordato anche il sessantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale e il venticinquesimo di quella episcopale, ha voluto leggere anche un passaggio di una lettera di don Milani alla madre. “Io mi sono preso tutte le libertà possibili e immaginabili – scriveva don Milani alla madre dal seminario, ha detto Piovanelli – e poi mi sono accorto che c’era una grande cosa (la più grande) che non potevo fare. Prima di morire mi voglio prendere anche questa libertà di dir Messa”. (ANSA).

“Libertà di dir Messa”. Ma qual era il senso di questa libertà reclamata dal priore di Barbiana, che egli pare avocare a sé nei termini di un capriccio personale, piuttosto che riferirla all’amore per Cristo e per il popolo affidatogli?

Tornando ai nostri giorni, purtroppo non mi è stato possibile far presente di persona, come avrei voluto fare, a S.E. il Cardinal Betori, Pastore della Diocesi di Firenze dove anch’io vivo, che se non si iniziano a considerare attentamente i pericolosi contenuti del pensiero ideologico milaniano, e poi li si disinnescano, è logico che poi tali contenuti diano il loro significativo contributo alla confusione delle menti e delle anime del popolo. Tale percorso ha molteplici effetti negativi. Da una parte, si è visto che esso agevola la prevalenza politica di forze anticattoliche, e perciò stesso antipopolari. Dall’altra, genera, più o meno direttamente, eventi come il caso don Santoro o quello del Forteto.

Mi duole dire che quelle che ho narrato non mi sono sembrate prove esemplari di assunzione di responsabilità, da parte dei vertici della Diocesi di Firenze.

Tali passaggi a mio parere si inscrivono in una tendenza di insufficiente attenzione alla Dottrina sociale, che era in atto già da tempo. Io ho più di sessant’anni, e in pratica ho sempre vissuto a Firenze. Non ho francamente ricordanza, da lunga pezza, di una presenza di qualche rilievo e incisività della comunità cristiana fiorentina, si capisce anche e maggiormente nel senso esteso ai laici, nella vita della polis. Sempre per restare nell’ambito de La filosofia della TAV, alla quale questo blog è dedicato, Firenze si è infatti beccata senza batter ciglio il suo pernicioso pacchetto TAV, e pure quello della tramvia. Ecco perché don Milani in un blog che parla di treni. In una comunità civile, gli errori e le carenze a livello spirituale e religioso, hanno poi inevitabili, conseguenti ricadute a livello sociale e politico nella vita della città. 

Come ho detto in precedenza vi fu, nel 2009, l’energica giustissima presa di posizione critica dell’Arcivescovo Betori verso l’amministrazione comunale fiorentina, quando questa volle concedere la cittadinanza onoraria a Giuseppe Englaro, il padre di Eluana, protagonista del noto caso di eutanasia.

Credo però che la pur tempestiva censura espressa dal vescovo sia rimasta un fatto isolato. Assai lodevole, ma in sostanza ininfluente sul corposo pacchetto di politica di stampo materialista e radicale anti-vita umana e anti-famiglia naturale, omofila, genderista  e severamente avversa all’autentica libertà di educazione e alla sussidiarietà, praticata con una determinazione abilmente mascherata da proclami democratici, sia dal Comune di Firenze, del quale il lapiriano Matteo Renzi è stato primo cittadino sotto le bandiere del partito erede del PCI, sia dalla Regione Toscana, del medesimo colore politico.

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il sindaco di Firenze, Dario Nardella, sposa civilmente una coppia omosessuale

D’altronde, quello che è mancato alla Firenze cattolica (non solo ad essa, certo!…) è stato un progetto culturale attendibile. E, specificamente per quanto riguarda i laici, un progetto politico complessivo, organico, improntato al principio di sussidiarietà. Visti i limiti concettuali e progettuali della comunità cristiana fiorentina, come li ho esposti innanzi, considerata la mancanza di una puntuale proposta partecipativa, al di là di episodiche, generiche e quindi sostanzialmente inefficaci dichiarazioni di intenti e affermazioni di principio, da parte dei vertici ecclesiali, era logico che gli eventi prendessero la piega descritta.

Dal punto di vista politico, a mio parere la comunità cristiana fiorentina ha scelto di restare in posizione passiva rispetto alla Storia. Ha scelto di mettersi nelle mani dei poteri forti, e di restarci.

Sul priore di Barbiana, d’altronde, nella Chiesa italiana da molto tempo a questa parte i giudizi positivi sono largamente estesi, fino ad alti livelli. Porto una pur ristretta e molto datata casistica, che avevo predisposto tempo addietro, nella speranza di poterla consegnare personalmente al Cardinal Betori.

Di don Milani parla dunque bene il quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire, in data 13 aprile 2011, unendo con l’occasione al mito milaniano anche il mito costituzionale della Repubblica italiana. E ciò anche nel relativo inserto settimanale per i ragazzi, Popotus, nel quale si scrive con ammirazione che don Milani “faceva lezione 365 giorni l’anno, dieci ore al giorno: eppure nessuno degli alunni si lamentava!…”. Anche questa è una cosa assurda. A mio parere, la ragione di ciò va attribuita ad un horror vacui del priore, alla sua paura di restare solo. Non era un servizio ai ragazzi, che egli plasmava in piccoli sindacalisti classisti, polemicamente rivendicativi e comunque culturalmente sottomessi al padrone. Si trattava di un atto egoistico. Comunque, nonostante venissero fatti studiare dieci ore al giorno tutti i giorni dell’anno, alla verifica esterna della prof. Vera Spadoni, sul cui operato il Ministero della pubblica istruzione – dopo la denuncia di don Milani – non ebbe nulla da eccepire, ancora non erano pronti. E il priore, per non dover ammettere il suo fallimento, dovette inventarsi l’escamotage del “non bocciare”, come si è visto al capitolo 2. Quello, sì, che ha fatto scuola!… 

Poi, ancora l’Avvenire in data 25 giugno 2011. Ho riscontrato convinti apprezzamenti positivi, su don Milani educatore, anche da parte di S.E. il Card. Francesco Ravasi nella sua rubrica Mattutino, ancora su Avvenire del 13 maggio e del 23 giugno 2011.

Ho riscontrato un analogo accenno positivo anche sull’Osservatore Romano. L’Osservatore cita appunto Roberto Beretta che sull’Avvenire del 13 aprile 2011 illustrava l’iniziativa del Sentiero della Costituzione che si inaugurava il successivo sabato 16 a Barbiana, alla presenza del Presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo (anch’egli cattolico democratico). Beretta scrive che

…mentre si invoca da più parti una revisione della Costituzione sarebbe utile rammentare come per don Milani «…le leggi degli uomini sono giuste quando sono la forza del debole (…) e non sono giuste quando non sanzionano il sopruso del forte»”.

Abbiamo già visto ampiamente con quali metodi, anche extra-legislativi, il priore di Barbiana intendesse risolvere i problemi sociali.

In tempi più recenti, ho avuto modo di constatare che anche S.E. il Cardinal Gualtiero Bassetti, da pochissimo eletto Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al tempo in cui era ancora vescovo di Perugia, si è espresso positivamente su don Milani. Come pure, al Meeting di Rimini del 2014, mons. Bassetti ha parlato bene anche di Giorgio La Pira. Devo supporre che nemmeno lui sia a conoscenza delle severe controindicazioni del pensiero milaniano e di quello lapiriano. 

D’altronde, si è detto in apertura che in passato, in occasione dell’udienza al mondo della scuola italiana in piazza San Pietro, il 10 maggio 2014, vi era già stata una citazione positiva del pensiero milaniano da parte del Papa. Tale citazione, come è logico,  era stata immediatamente capitalizzata dai sostenitori del pensiero del priore, come si può leggere qui, sul sito web della Fondazione don Milani.

Dopo di ciò, i sostenitori del pensiero milaniano si sono adoperati, giustamente dal loro punto di vista, per consolidare il successo ottenuto. Nella circostanza della visita del Papa a Firenze, nel novembre 2015, per il Convegno Ecclesiale Nazionale,  sul settimanale diocesano Toscana Oggi, si leggeva che l’Unione cattolica della stampa italiana auspicava una visita del Papa a Barbiana:

«Per questo – prosegue l’Ucsi Toscana – , magari in occasione della possibile venuta fiorentina di papa Francesco nel novembre 2015 al convegno della chiesa italiana (“In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”), ci permettiamo di notare come parlerebbe davvero a tutti una sosta del papa in quella chiesetta, in quel cimitero, in quella piccola aula dove un prete coraggioso sfidava tutti, partendo dai benpensanti, nel nome di una fede vissuta. Qui, a Barbiana, si comprende bene che “la scuola insegna a capire la realtà”, che “andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà” e che “se uno ha imparato a imparare questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà”. Papa Francesco: tu che, citando con queste parole don Lorenzo Milani, hai invitato ad “amare la scuola”, Barbiana ti aspetta».

Sembrerebbe che, salvo un ripensamento in extremis, il desiderio del’UCSI stia per realizzarsi. Ma, se una realtà come l’Unione cattolica della stampa italiana arriva a tanto, significa che l’incendio generato dall’errore milaniano sta divampando. Chi potrà fermarlo?…

Pare non esserci nessuno, fra coloro che hanno voce in capitolo nella Chiesa cattolica, ad esprimere una pur minima perplessità sulle figure del priore di Barbiana e del già sindaco di Firenze. Tutto procede nel modo consueto, e la disinformazione sulle vicende milaniana e lapiriana seguita ad essere blindata. Spiace ancora dirlo, ma tutti questi elementi messi insieme mi danno l’impressione di una situazione informativa, culturale e politica sensibilmente pregiudicata nell’area cattolica italiana, quantomeno su alcuni nodi di grande importanza. A mio parere, si tratta di uno scenario che non so come altrimenti definire, se non inquietante.

Sta di fatto che siamo arrivati a questo punto attraverso la riabilitazione dell’eredità milaniana, a suo tempo promossa da Michele Gesualdi, presidente della Fondazione don Lorenzo Milani, e dall’Arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, i quali interpellarono Papa Francesco per chiedergli, in occasione del 90/o anniversario della nascita del priore di Barbiana, ”di esplicitare la decadenza formale del provvedimento del S.Uffizio contro il libro ‘Esperienze pastorali’ che nel dicembre 1958 ne ordinò il ritiro dal commercio”.

E’ un passo che a suo tempo vedemmo considerare positivamente dal settimanale diocesano Toscana Oggi e dall’Avvenire, fin nella persona del suo Direttore, Marco Tarquinio.

Toscana Oggi riporta integralmente la nota nella quale Michele Gesualdi riferisce, legittimamente soddisfatto, l’esito positivo della sua petizione:

17/04/2014 di Redazione Toscana Oggi

La notizia diffusa dal Cardinale di Firenze Mons. Betori  che la Congregazione della Dottrina per la Fede considera superato il provvedimento su “Esperienze Pastorali” mi riempie  di gioia perché cade ogni ombra della Chiesa sull’operato di don Lorenzo Milani  e la Chiesa lo abbraccia definitivamente considerando il suo libro “patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina”. Siamo grati al Cardinale Betori per il notevole contributo dato per questo riconoscimento che per ben quattro volte, nell’arco di questi 56 anni , era stato richiesto.

La richiesta di far decadere il decreto su Esperienze Pastorali è stata fatta quattro volte a quattro papi diversi.

La prima la fece lo stesso don Lorenzo nel luglio del 1960 scrivendo a Mons. Capovilla segretario particolare di Papa Giovanni XXIII, chiedendogli se non era  il caso di parlare col Santo Padre per considerare ormai superato il decreto del S. Uffizio e conseguentemente autorizzare la ristampa del libro in lingua francese. La risposta di Mons. Capovilla fu gentile e diplomatica, ma lasciava le cose com’ erano.

La seconda volta fu presentata il 26 giugno 1987 a Giovanni Paolo II  in occasione del convegno nazionale organizzato a Firenze dalla CISL confederale e quella fiorentina per il 20mo anniversario della morte di don Lorenzo.

Era firmata dal Segretario Generale della Confederazione Franco Marini, dal Segretario Confederale  Mario Colombo e dal Segretario della CISL Fiorentina Michele Gesualdi e   sostenuta da 1500 firme raccolte tra  dirigenti e quadri sindacali  di tutta Italia.

La terza richiesta fu fatta a Papa Ratzinger il 23 giugno 2007 in occasione del 50mo anniversario dall’uscita di Esperienze Pastorali,  dal Presidente della Fondazione don Lorenzo Milani  Michele Gesualdi.

La quarta ed ultima richiesta, in ordine di tempo, è del 5 settembre scorso,  sempre della Fondazione don Lorenzo Milani,  è stata presentata  a Papa Francesco in occasione nel 90mo anniversario della nascita  del Priore di Barbiana.

La lettera di Gesualdi a Papa Francesco insieme ad una copia di “Esperienze  Pastorali” e  di “Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana”, oltre ad essere stata inviata per posta in Vaticano, è stata consegnata direttamente nelle mani del Papa ad Assisi il 4 ottobre da una Suora Francescana che vedeva in San Francesco, don Milani e Papa Francesco un unico filo conduttore di amore verso i poveri. In  tutte e quattro le occasioni la Curia romana ha risposto in modo indiretto con qualche scritto di elogio verso don Lorenzo e la sua opera. Anche questa volta è uscito un articolo sull’Osservatore Romano il 28 dicembre scorso dal titolo “storia di un ribelle ubbidiente” con aperti elogi a don Lorenzo e al suo operato. “Esperienze Pastorali” viene definito il suo capolavoro.

L’esito finale è il seguente:

Oggi  invece arriva la notizia ufficiale che il libro non è più censurato e quindi conseguentemente non vi è nessuna ombra sul suo autore. Consideriamo significativo che un atto del genere sia avvenuto sotto il pontificato di Papa Francesco perché ci pare di vedere in lui molte similitudini con il priore di Barbiana.

Si tratta di un esito che, mi si consenta, assume aspetti anche paradossali. Il presidente della Fondazione don Milani, ma anche la sconosciuta Suora Francescana, assimilano Papa Francesco a un ribelle inveterato ai suoi superiori, a un sostenitore della violenza rivoluzionaria, della lotta di classe, della lotta armata di stampo brigatista e finanche soggetto, per sua stessa ammissione, a pulsioni omosessuali e pedofile. Ne sarà contento, il Regnante Pontefice? Non è dato sapere.

La conclusione, comunque, è quella che ben sappiamo:

Già la Chiesa fiorentina con i vari Cardinali che si sono susseguiti negli anni alla guida della Diocesi avevano ampiamente rivalutato don Lorenzo recandosi a Barbiana in occasione dell’anniversario della sua morte. Il  primo di salire lassù per celebrare nella chiesa di Barbiana, in occasione del ventesimo anniversario della morte, fu il Cardinale Piovanelli; dieci anni dopo per il trentennale, fu la volta del Cardinale Antonelli e per ultimo, l’attuale Cardinale Mons. Betori per la celebrazione ufficiale in occasione del  quarantesimo dell’anniversario della morte.

Tutti nelle loro omelie hanno esaltato l’amore di don Lorenzo per la Chiesa e la sua coerenza con il Vangelo. Tuttavia  restava ancora quel decreto su “Esperienze pastorali” che non era mai stato ufficialmente dichiarato decaduto. Oggi, grazie anche al contributo del Cardinale, anche quell’ombra è stata tolta.

Chi non sapesse niente di questa vicenda, potrebbe chiedersi se questo sdoganamento della lezione milaniana fosse effettivamente auspicabile. Nel presente testo, ho cercato di dare una risposta esauriente a questa domanda, sulla base di dati oggettivi.

Ora, Gesualdi dice che “La richiesta di far decadere il decreto su Esperienze Pastorali è stata fatta quattro volte a quattro papi diversi”. Quindi, le tre richieste precedenti avevano avuto esito negativo, e la cosa appare motivata. E’ forse cambiato qualcosa, dalle tre volte precedenti a quest’ultima? Può essere che l’ammutinamento sistematico ai superiori, la violenza rivoluzionaria, la lotta di classe, la lotta armata di stampo brigatista e finanche l’orgogliosa rivendicazione di pulsioni omosessuali e pedofile, non siano più censurabili, come lo erano una volta? Ci piacerebbe saperlo in modo esplicito.

Non sfugge, certo, che Gesualdi affermi che

…In  tutte e quattro le occasioni la Curia romana ha risposto in modo indiretto con qualche scritto di elogio verso don Lorenzo e la sua opera.

Osservo che, siccome la riabilitazione di don Milani da parte di Papa Francesco è avvenuta dopo ben tre precedenti dinieghi dei suoi predecessori, vi è in stata in qualche modo una carenza anche da parte loro, o delle loro segreterie. Meglio avrebbero fatto quei Pontefici,  man mano che la pratica passava tra le loro mani, a motivare in modo pubblico, forte e chiaro le ragioni del diniego agli appelli dei seguaci del priore di Barbiana, invece di far passare la cosa inosservata, come è accaduto in pratica. In tal modo la cosa sarebbe stata irreversibile e univoca per tutti. Sarebbe stato un grande servizio al popolo, che di chiarezza da parte del Magistero ha molto bisogno. La Provvidenza ha disposto diversamente, e di questo ce ne facciamo senz’altro una ragione.

Certo, sulla riabilitazione milaniana pesano comunque alcuni macigni di una certa portata. Dai media si evince infatti che fu di segno negativo anche la valutazione del pensiero milaniano, da parte Pio XII, come pure da parte di Giovanni XXIII. In questa pagina internet il vaticanista Sandro Magister riferisce infatti che

Il libro che procura guai a don Milani, “Esperienze pastorali”, esce nell’aprile del 1958. Ha l’imprimatur del cardinale di Firenze, Elia Dalla Costa, e la prefazione del vescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack. Le prime recensioni sono favorevoli. Ma poi arriva la stroncatura della “Civiltà Cattolica”, stampata con l’assenso del papa che a quella data è Pio XII.

Angelo Giuseppe Roncalli, all’epoca, è patriarca di Venezia. Ed ecco che cosa scrive in una lettera del 1 ottobre al vescovo della sua Bergamo, Giuseppe Piazzi:

“Ha letto, eccellenza, La Civiltà Cattolica del 20 settembre circa il volume Esperienze pastorali? L’autore del libro deve essere un pazzerello scappato dal manicomio. Guai se si incontra con un confratello della sua specie! Ho veduto anche il libro. Cose incredibili!”.

Il 9 ottobre Pio XII muore. Il 28 gli succede Roncalli col nome di Giovanni XXIII. E il 18 dicembre, sotto il regno del “papa buono”, il Sant’Offizio ordina il ritiro dal commercio di “Esperienze pastorali”.

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Giovanni XXIII

Restano poi le parole del superiore di don Milani, il Venerabile Cardinal Dalla Costa, che secondo la testimonianza di don Mario Faggi, nei decreti inviati al nuovo parroco che andava a sostituire don Milani a San Donato a Calenzano, Santacatterina, abbiamo visto che gli prescriverà di usare

…ogni industria perché sia cancellato il ricordo del recente passato a tutti noto“

e al parroco che si lamentava per l’archivio spogliato e tante altre difficoltà, rispondeva:

Ringraziamo il Signore che è andato via. Ricominci tutto da capo.”

Come è possibile che la nostra Chiesa cattolica che ha dichiarato Santo Angelo Roncalli  e Venerabile Elia Dalla Costa, al tempo stesso voglia

indicare pubblicamente don Milani, servo di Dio e di nessun altro, indicandolo pubblicamente come esempio di Prete e Maestro da seguire

…come viene auspicato sul sito web Odysseo, visto che il priore di Barbiana è la medesima persona che il Santo e il Venerabile hanno censurato nel modo più categorico? E’ una questione di semplice logica. Però, capisco che nemmeno questo sia sufficiente, al tempo nel quale si è realizzata la narrazione orwelliana dell’antilingua, e nel quale si è avverata la profezia del buon G.K. Chesterton, quando diceva

…La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.

Ho dunque l’impressione che la gerarchia della Chiesa cattolica abbia subìto una sorta di mutazione genetica. Quelli che un tempo erano i giudizi chiari e limpidi su don Milani, sulla sua pastorale e sulla sua opera in generale, formulati da quei grandi che sono stati i superiori di don Milani, il Venerabile Elia Dalla Costa e il Cardinal Ermenegildo Florit, e da San Giovanni XXIII, oggi vengono ribaltati nella direzione diametralmente opposta. Per cui ci troviamo nell’inopinata situazione per la quale sulla presunta bontà del pensiero milaniano concordano non solo il Regnante Pontefice e l’Arcivescovo di Firenze Card. Giuseppe Betori, ma anche il neo-nominato Segretario della CEI, il Card. Gualtiero Bassetti. 

E’ anche motivo della suddetta infelice congiunzione, che, per fare chiarezza su di essa, ho predisposto questo dossier sul blog da me gestito.

11. Supplica a Papa Francesco: “Santità, non vada a Barbiana!…”

Ma, certamente, questo non è sufficiente. Ieri, mercoledì 14 giugno 2017, ho infatti inviato una copia del dossier a Papa Francesco, al Cardinal Betori, al Cardinal Bassetti e anche al Cardinal Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Infatti, circa quest’ultimo, si è visto che la recente riabilitazione di Esperienze pastorali è avvenuta sulla scorta del parere favorevole (aprile 2014) della suddetta Congregazione, appositamente interpellata da Papa Francesco.

Ho inviato copia di questo dossier alle quattro figure di alti responsabili della Chiesa cattolica, in forma di supplica, implorandoli, sulla base della documentazione fornita, di voler rivedere i loro pareri sulla bontà dell’esperienza milaniana, e implorando anche il Papa e l’Arcivescovo Betori di non andare a Barbiana, martedì 20 giugno prossimo, a omaggiare e portare ad esempio al popolo quello che è inequivocabilmente stato un cattivo maestro. Ciò sarebbe disastroso, ed è per questo che non va lasciato nulla di intentato. Diversamente, il falso mito milaniano, reso ancor più forte, seguiterà a diffondersi. Per anni e anni a venire.

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il prof. Alberto Melloni

Per la verità, il dossier si prefigge anche un ulteriore, ultimo scopo. In questa vicenda nella quale al peggio pare non esserci fine, R.it riporta integralmente un intervento del noto prof. Alberto Melloni. Melloni, la cui figura anticipavo al capitolo 8, è oggi segretario della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII. Ed è anche erede e alto esponente della dossettiana Scuola di Bologna. Melloni, che ha recentemente curato per i Meridiani di Mondadori la stampa dell’opera omnia di quel don Milani che, ironia della sorte, proprio Giovanni XXIII aveva definito “un pazzerello scappato dal manicomio”, è stato incaricato di un discorso che egli dovrebbe tenere martedì 20 giugno prossimo a Barbiana, alla presenza del Papa. Questo il testo dell’intervento, già predisposto e reso pubblico da R.it:

Sul finire dell’anno scolastico la Ministra Fedeli ha deciso di raccogliere le scuole italiane – l’educazione italiana, come la chiama papa Francesco – in una giornata su don Lorenzo Milani: collocata a metà strada fra la presentazione da parte di papa Francesco della edizione dell’opera omnia di don Milani nei Meridiani e la visita che farà a Barbiana il 20 giugno, per pregare sulla tomba del priore insieme ai suoi scolari, questo evento segna un impegno solenne dello Stato: una consegna di don Milani come “compito delle vacanze” che sarà impreziosito dagli interventi di alcuni allievi, di Adele Corradi la co-insegnante di don Lorenzo, di Renata Colorni, anima dei Meridiani e chiuso dall’intervento della Ministra, alla presenza del Presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, che fu capo di gabinetto di Sergio Mattarella quando questi servì quel ministero.

Un gesto carico di significati, di autorità e di responsabilità. Proprio delle più feroci dittature accade talvolta che il tiranno o i suoi eredi riabilitino le loro vittime. Riappropriarsi dei nemici uccisi, vantarsi del loro sforzo, indicarne un merito poco capito perché precorritore dei tempi, e chiudere così i conti con tracotanza e faciloneria.

Se questo fosse ciò che accade in questi mesi a don Lorenzo Milani sarebbe non solo l’ennesimo ma anche il più vigliacco dei torti che ha subito e il peggior torto che potrebbero fare a sé stessi il cattolicesimo e la democrazia di questo paese. Entrambi, infatti, hanno colpito don Milani senza pietà.

La chiesa a cui aveva consegnato la sua vita e la forza del suo gesto così intriso della sete di redenzione proprio della tradizione ebraica dalla quale proveniva, non gli ha risparmiato nulla: né il dileggio, né l’isolamento, né il torto, né il silenzio, né la violenza istituzionale e personale. Un cardinale arcivescovo che manda l’autista a consegnare ad un suo prete sul letto di morte una lettera di accuse e fandonie, non è solo il gesto di un “deficiente indemoniato” come scrisse quell’uomo che a contatto con l’oleografia diventa incendiario: Florit era il terminale di una pesantezza istituzionale che cercava le proprie vittime non solo fra gli indocili al potere, ma proprio fra i docili al vangelo e per questo inafferrabili alle lusinghe del potere.

Lo Stato da cui egli attendeva l’adempiersi del dettato costituzionale e della “democrazia sostanziale” sognata proprio dai cattolici che avevano partecipato alla scrittura della carta fondamentale in un rapporto di reciproca fecondazione con forze politiche ideologicamente antipodiche non gli avrebbe risparmiato niente: l’incriminazione, il processo e la condanna in secondo grado, pronunciata a futura memoria dopo la morte del reo, colpevole di aver difeso coloro che i cappellani militari avevano bollato come vili per il loro rifiuto della guerra. Una sentenza che resta come una macchia sulla nostra giustizia (e che volendo il CSM potrebbe riconoscere regalando a tutti i presidenti delle corti d’appello l’opera di don Milani con la raccomandazione vivissima e autorevole di leggerla come gesto di penitenza).

Oggi le cose sono molto diverse: le parole della Ministra (e non solo le sue) e del pontefice che sentiremo e abbiamo lo diranno. Ma modo per comprenderli.

Le massime autorità dello Stato e della chiesa non stanno “riabilitando” don Milani: perché non ce ne sarebbe bisogno; e perché il farlo vorrebbe dire farsi eredi chi lo ha colpito e assolverli e a nome loro “riabilitare” le vittime quando non sono più in grado di nuocere.

Spalmata per decenni con faciloneria, come fosse una nostalgica nutella sul pane secco del pedagogismo, la scrittura di don Milani ricorda alla chiesa che la voce profetica è fuoco dentro le ossa: tuono silenzioso che identifica con evangelica nettezza nel povero, nell’oppresso, nel vinto, nell’escluso il motore della storia e il giudizio della storia.

Ad una Repubblica continuamente in bilico fra la rassegnazione alla ingiustizia e quella acrimonia qualunquista che è l’altra faccia della stessa codardia, Milani insegna che l’eguaglianza non è una cosa che “si fa”, se mai – come si dice oggi usando alla leggera la parola chiave dell’andreottismo “concretamente” – ma è qualcosa in cui si “è fatti” dalla forza del dono.

La scuola per Milani è così importante per questo: perché è un gesto profetico. È un puntino di luce, una fiammella infinitesimale di volti e di storie accesa nel buio della prepotenza del potere: quel potere che vuol far pensare ai poveri, agli oppressi, ai vinti, agli esclusi che si meritano quella condizione e che quella condizione non può essere redenta. Deve essere “accettata” e se mai lenita dalla benevolenza del potere, che fa colare elemosina e arroganza.

La scintilla messianica, invece, è quella che dice che tutto il buio ha perso la sua forza totalizzante e per sempre se anche solo in un luogo microscopico, con un numero limitato di persone, nel vivo di una utopia circoscritta, si può dimostrare che la giustizia può essere vissuta e anticipata.

La forza di questa attesa (che potremmo definire messianica o missionaria o democratica o evangelica) è quello che a cinquant’anni di distanza ci fa pensare che don Milani abbia qualcosa da insegnare a tutti.

Sì, effettivamente dopo cinquant’anni don Milani insegna che questo va a essere uno dei momenti della sua storia nei quali la Chiesa cattolica sembra essere caduta più in basso. Melloni, infatti, ha compreso bene che il momento è favorevole. Non può attaccare Dalla Costa, perché è appena stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco, e sposta allora il mirino su Florit. L’alto esponente della Scuola di Bologna è sicuro di sé, e non ha alcun ritegno a fare proprie le parole del  “ribelle obbedientissimo” di Barbiana, quando egli a suo tempo si lamentò del suo superiore, scrivendo al suo allievo Francesco Gesualdi che il Cardinal Florit era

 un deficiente indemoniato”.

Pensa di poterselo permettere. Premesso che il resto della miserrima filippica ideologica melloniana, già smantellato nei contenuti in questo dossier, lo lascio alla vostra considerazione, non è di poco conto il fatto che la Ministra, mellonianamente parlando, della Pubblica Istruzione Valeria Fedeli si sia attivata per potenziare quanto più possibile il pensiero ribelle, classista, giacobinamente rivoluzionario e sanguinario del priore di Barbiana, e trasfonderlo nelle manipolabili menti degli allievi della scuola italiana. L’assolutismo milaniano ne ha fatta, di strada!… Ora viene fatto proprio perfino dalle più strategiche istituzioni della Repubblica. Peraltro, non ci stupiamo per nulla di questa manovra ben concertata, che ha lo scopo evidente di destrutturare e ideologizzare quanto più possibile le nuove generazioni, per meglio controllarle e indirizzare le loro volontà in modo conveniente al regime. Danton ha fatto scuola.

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il Cardinal Ermenegildo Florit

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, già ora è caduta molto in basso, poiché non mi risulta che nessuno, nei suoi laici, nei suoi preti o nella sua gerarchia, abbia ancora richiamato Melloni per lo spudorato e maramaldeggiante oltraggio che egli ha inferto al grande e giusto Vescovo fiorentino, che ora non può difendersi e che nessuno difende, dopo averne subìte tali e tante nel suo ministero, al punto che spero ci si voglia adoperare, con gli amici, per avviare in suo favore una Causa di beatificazione. Intanto, è per me un grande privilegio poter spezzare una lancia in suo favore. download (14)

Vedremo, martedì prossimo, nell’infelice eventualità che l’evento di Barbiana dovesse avere effettivamente luogo, se Melloni avrà il coraggio di pronunciare le parole che ha già scritto. Vedremo, se questo dovesse infelicemente succedere, se vi sarà una qualche reazione da parte dei presenti, oppure se la nostra Chiesa cattolica dovrà cadere ancora più in basso di quanto già non sia.

Melloni disinforma, quando dice che Florit avrebbe mandato l’autista

a consegnare ad un suo prete sul letto di morte una lettera di accuse e fandonie.

Infatti, al capitolo 1 di questo dossier si evince che la lettera di Florit era datata 25 gennaio 1966, quando don Milani era sì malato, ma non ancora sul letto di morte. Tanto che ebbe ancora energie bastanti per lamentarsi con Francesco Gesualdi che il cardinale gli aveva scritto non  “una lettera di accuse e fandonie”, come approssimativamente scrive Melloni, ben riappropriandosi però, senza pudore, della sostanza della farneticante accusa milaniana, ma, per la precisione, “tre pagine di crudeltà di falsità di ingiurie”. Questa era l’obbedienza di quel don Milani che ora Melloni vorrebbe santificare. Tra l’altro, in quella medesima lettera, Florit scriveva al suo prete che

Per le tue necessità ti mando l’unito assegno di L.300.000. Duecentomila me le ha inviate la Santa Sede in seguito alla mia risposta alla lettera che ti inviai in copia; il resto ho aggiunto io.

Non risulta, salvo errori, che l’ingrato don Milani abbia stracciato l’assegno.

Sì è detto nel medesimo capitolo che, successivamente, il 22 marzo 1966 Florit andò a visitare don Milani a Barbiana. Come ho riferito in precedenza, fu la

…conversazione concitata di oltre un’ora. Momenti angosciosi. E’ un dialettico affetto da mania di persecuzione.  Non preoccupazione di santità fondata sull’umiltà, ma pseudo-santità puntata verso la canonizzazione di sé stesso. Egocentrismo pazzo, tipo orgoglioso e squilibrato (pag. 103).

Scrive Mario Lancisi nell’opera già citata, a pagina 104, che il 21 maggio 1967 Florit andò a trovare per l’ultima volta don Milani a Firenze, nella casa materna in via Masaccio. Nella quale il priore si era ritirato, allora sì, sul letto di morte. Florit ne scrive sul suo diario che

Alle 9.30 mi recai a casa di don Milani. Sembra grave. Stenta a parlare. Malgrado tutto l’ho baciato alla fine. Due suoi allievi non si sono mossi e mi hanno guardato di malocchio, e così una religiosa calasanziana che dice di essere del cenacolo di p. Balducci e una nevrastenica professoressa di Borgo San Lorenzo. 

Povero Cardinal Florit. Cosa doveva sopportare, di più?… E che ne importa, di lui, allo storico del cristianesimo Alberto Melloni, il quale ne racconta la storia all’ingrosso, dipingendolo come un sadico assetato di potere?

Florit, in realtà, ne dovette sopportare ancora.  Lancisi riferisce infatti nella sua opera già citata che, circa la Lettera ai cappellani militari, non vi fu unità di intenti tra la Santa Sede e la Curia fiorentina. Si è detto che, in proposito, Florit aveva minacciato il priore della sospensione a divinis, qualora avesse insistito nella sua disobbedienza a pubblicare i suoi scritti senza l’autorizzazione previa del vescovo. Secondo quanto scrive don Milani a un giornalista dell’Avanti!, il 18 marzo 1965, accade poi che il Papa Paolo VI gli avrebbe fatto pervenire, tramite lettera recapitata da don Bensi, una lettera benevola con allegato un assegno di 100.000 lire per la sua scuola. Florit ne scrive sul suo diario:

Risulta che don Milani è stato aiutato dalla Segreteria di Stato con l’offerta di centomila lire. Si dice anche che della lettera ai cappellani militari si è detto solo che era ‘inopportuna’. Questo è grave. Solo inopportuna? Cosa deve fare l’arcivescovo di Firenze con questa altalena della Segreteria di Stato? E come mai si è fatto tutto all’insaputa del Vescovo?

Florit se ne lamentò per iscritto con mons. Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, per il fatto che

la lettera del Santo Padre di paterna solidarietà con don Milani e con il suo articolo pubblicato da “Rinascita”

aveva fatto rumore sui giornali,

…mentre l’Arcivescovo di Firenze è costretto a deplorare le posizioni classiste e le affermazioni incontrollate del Milani, Vostra Eccellenza comprende come il lasciare senza risposta le falsità propagate significa far pensare che la Santa Sede appoggia o favorisce gli squilibrati, in contrasto con i loro vescovi”. (pagg.104-105)

Che è, purtroppo, quello che sta accadendo ancora oggi. Con la non piccola differenza che il Vescovo con il quale ieri gli squilibrati erano in contrasto, oggi è stato abbandonato ancora una volta, mentre la Santa Sede e i Vescovi di oggi elogiano e omaggiano esplicitamente lo squilibrato di ieri… i cui atti, in sostanza, anche oggi restano sempre quelli di uno squilibrato. Malissima tempora currunt.

Per inciso, tornando a quel tempo, è il medesimo Paolo VI che, come testimoniò don Mario Faggi, quando venne a sapere dal vicario di Florit, mons. Bianchi, che don Milani era morto, 

congiunse le mani, alzò gli occhi al cielo ed esclamò: “Speriamo bene!” con un timbro di voce come se dubitasse della salvezza stessa di quell’anima. 

Povera Chiesa, e povero Florit, servo fedele della Chiesa abbandonato dai superiori, prima e ora, calunniato dal suo prete verso il quale aveva esercitato tanta carità che di più non poteva, e ora infangato perfino da Melloni!… Andrebbe fatto santo subito. Oso dire che meglio si farebbe ad andare sulla sua tomba in umile  e contrita riparazione per le offese infertegli, piuttosto che a Barbiana. 

C’è dell’altro. Melloni, in questa sua manovra contro Florit, sta usando la medesima tecnica di don Milani, quando egli operava per dividere la Chiesa-gerarchia dalla Chiesa-popolo. Per la gerarchia cattolica che promuove don Milani e Melloni, per ora va tutto bene. Ma se un domani quella stessa gerarchia dovesse cambiare idea su don Milani, allora Melloni opererà per staccare loro, dal popolo. Si stanno allevando una serpe in seno.

Ma, appunto, c’è sicuramente un disegno provvidenziale anche dietro questi eventi indecifrabili.

La supplica, nella  quale imploro i quattro destinatari di voler anche censurare Melloni nel modo più categorico, per gli ignobili insulti da lui rivolti a Florit, è allegata al presente dossier, a questo link Supplica a Papa Francesco “Santita’, non vada a Barbiana!…”, 14.6.’17. Essa rappresenta anche l’abstract del dossier, per comodità di chi voglia disporre di una sintesi dell’iniziativa e dei termini della vicenda. Il dossier e la supplica vengono presentati ai media in una conferenza stampa che si tiene oggi, giovedì 15 aprile 2017, il giorno stesso della pubblicazione del dossier su La filosofia della TAV. Non v’è infatti, nella vicenda, nulla di segreto, o che debba restare riservato. Anzi, la questione merita la maggior diffusione possibile erga omnes.

Quanto a don Milani, che almeno, a differenza di molti dei suoi sostenitori di oggi, aveva l’attenuante della sofferenza psichica, se potessi, lo guarderei negli occhi, lo abbraccerei e gli direi: “Svegliati, Lorenzo, la guerra è finita!…”

download (13)Esprimo l’auspicio che la guerra possa finire anche per noi. Si cessi di trattare don Milani come la mummia di Lenin, si smantelli l’orrido mausoleo che si è infelicemente edificato in sua memoria, e lo si lasci riposare in pace. In modo che tutti possiamo procedere pacificamente sul sentiero della Dottrina sociale, così ben ultimamente interpretato da Pier Luigi Zampetti, sentiero che ci rappresenta il volto di Cristo nei nostri rapporti politici, economici, sociali e umani in senso lato. Facciamolo per quel bene dell’umanità che anche don Lorenzo, pur confusamente, aveva a cuore in una parte della sua psiche, sofferente di un dolore non causato da altri, ma che egli stesso si infliggeva. Se decidiamo di farlo, credo che oggi ne sarebbe contento anche lui.

Pier Luigi Tossani,

Firenze, 15 giugno 2017

L’epilogo

 

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8 pensieri su “Don Lorenzo Milani, cattivo maestro. Supplica a Papa Francesco: “Santità, non vada a Barbiana!…”

  1. Pingback: Supplica al Sommo Pontefice: «Santità, non andate a rendere omaggio ad un cattivo maestro Lorenzo Milani» | L’ISOLA DI PATMOS

    • Grazie caro Ettore, per la tua graditissima stima!…

      Ringrazio Dio che, con le mie pur modeste capacità, sono riuscito a portare a termine il lavoro in tempo utile. Come avrai visto, il grosso è stato il mettere insieme alle mie deduzioni anche i tanti preziosi contributi già elaborati da alcuni amici, e anche da persone che non conoscevo, finché non ho messo mano a questo studio. E’ stato per me un particolare privilegio il poter spezzare una lancia a favore del Venerabile Elia Dalla Costa, e specialmente di S.E. Mons. Ermenegildo Florit, che in questa vicenda è stato particolarmente sacrificato. Un grande ringraziamento va anche alla memoria di don Daniele Pugi, don Mario Faggi, don Luigi Stefani e a quella del Padre Tito Centi, O.P.

      Sì, preghiamo perché davvero il miracolo possa avvenire (c’è ancora questa giornata di oggi, lunedì 19 giugno!) e la nostra gerarchia cattolica voglia finalmente liberare il popolo dal falso mito milaniano, che tanto male gli ha fatto, e ancora lo sta facendo.

      Infine, una sentita preghiera per don Lorenzo che, come concludo in questo testo, vorrei poter guardare negli occhi, abbracciare forte, e dirgli “Svegliati, Lorenzo, la guerra è finita!…”. Non è stata sua la colpa del falso mito, ma di coloro che, come dico nel dossier, hanno infelicemente edificato in sua memoria un orrido mausoleo ideologico. Anch’essi hanno molta necessità di preghiere in loro favore.

  2. Caro Ettore, mi metti in imbarazzo, con i tuoi complimenti!… E’ troppo!… Giro senz’altro la tua pur gradita deferenza a nostro Signore, che è l’Unico che la merita.

    Questo tuo ultimo intervento mi dà però lo spunto per qualche opportuna precisazione, si capisce sempre in spirito di cordiale amicizia.

    E’ forse un po’ inappropriata l’immagine un po’ donchisciottesca che, pur con stima nei miei confronti, mi attribuisci.
    In primo luogo, è vero che non sono solo.  Tant’è che per il dossier mi sono avvalso di quanto avevano già scritto, o già citato, alcuni amici fiorentini: Stefano Borselli, Armando Ermini e Pucci Cipriani. Mi sono avvalso inoltre da quanto scritto da Michela Piovesan su “Hic Rodus”.
    Ma anche, non è tanto il caso di parlare di una battaglia “contro tutti dentro e fuori la Chiesa”. Sì, nel dossier cito il buon GKC, quando diceva che “…Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”, ma, più che di una battaglia contro qualcuno o qualcosa, qui si sta ragionando di una semplice azione positiva, in serena difesa della realtà dei fatti.

    E’ vero che, in questo momento storico, questa azione sembra perdente, perché sembra non venir per nulla recepita dai destinatari.

    E nemmeno tale azione ha voce udibile sui media. Ma è altrettanto evidente che noi dobbiamo farla comunque, perché un domani i tempi di sicuro matureranno, e ci sta che altri raccolgano dove noi abbiamo seminato, sia pur imperfettamente come ci è riuscito di fare.

    Sì, domani, anzi oggi, nel senso di martedì 20 giugno 2017, vedremo cosa verrà o non verrà fatto e detto. Poi tireremo un bilancio di questa fase.

    Intanto, qui, caro Ettore, vorrei portare alla tua attenzione che, nel dossier, oltre  alla pars destruens sul pensiero milaniano, c’è la ricca  pars construens della piena alternativa alla lotta di classe  milaniana, nonché allo statalismo assistenzialista e keynesiano lapiriano, per risolvere la crisi, con grande vantaggio per il popolo: si tratta, come è noto, dell’idea zampettiana della Società partecipativa secondo la Dottrina sociale cattolica. Capitoli 7 e 9. E’ una grande prospettiva, che merita di essere considerata con attenzione.

    In ultimo, ho visto i link che mi hai segnalato. E’ chiaro che son tutti milaniani, e non stupisce, vista l’aria che tira. Ho notato che, sull’Osservatore Romano, Bruna Bocchini cita Valeria Comparetti Milani, nipote del priore, che ha scritto un libro, “Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole”. Valeria scrive della madre di don Milani, Alice Weiss, che

     «Alice sapeva dimostrare il suo affetto esclusivamente dando un’attenzione intellettuale, ella non aveva carezze, ma le sue domande precise e il suo sguardo penetrante e fermo interrogavano l’altro. Ella sapeva dare attenzione quanto negarla totalmente a coloro che non considerava all’altezza».

    Povero Lorenzo!… Quanto freddo, quanto dolore deve aver patito, senza le carezze e gli abbracci della mamma, e senza una figura paterna positiva che, poi, al tempo giusto lo staccasse da quegli abbracci, per introdurlo nel mondo in modo sereno ed equilibrato!… Che Dio abbia pietà di lei, fredda, spietata ed elitaria intellettuale agnostica!… Che poi, se era così, anche lei, a sua volta, qualcuno in famiglia l’avrà modellata!… Sono tragedie borghesi di stampo ibseniano che, come è ormai noto, passano di generazione in generazione.  Per forza, poi, Lorenzo Milani è diventato quello che è diventato. E povero Osservatore Romano, che non riesce a osservare nemmeno questa realtà elementare!… E poveri estimatori del priore, altolocati o meno che siano, che insistono a portare a esempio al popolo un grande infelice!…

  3. Caro Pierluigi,
    ti ringrazio di cuore per l’oggettività e la profondità della tua analisi e anche per i “rimbrotti” da me pienamente meritati: del resto il fluire del tuo pensiero e del tuo scrivere è ben diverso da quello macchinoso che è il mio dire.
    Mi trovi pienamente d’accordo su tutto, in particolare sulle tue considerazioni finali quel tasto dolente: la famiglia, il focolare,gli affetti, le relazioni, l’ambiente educativo in cui è nato, ha trovato spazio ed è cresciuto il bambino, l’uomo, il prete Milani …
    Sono le vicessitudini che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, adeguatamente armato dei pochi o tanti talenti ricevuti in dono dalla bontà Dio, per riuscire a realizzare il Suo disegno.
    Il Signore ha voluto così per Lorenzo, altrimenti sarebbe stata un’altra storia … ed il Signore vuole così ora per noi..
    Sia lode al Signore!
    Un abbraccio forte.
    Ettore

  4. Pingback: Betori gela tutti: “non credo alla santità di don Milani” | Il Bene vincerà

  5. Pingback: Supplica al Papa, “Santità, non vada a Barbiana!…”: l’epilogo. | lafilosofiadellatav

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